L’Inter è in crisi e cerca un “traghettatore”. Magari italiano, capace di salire in corsa su una macchina al momento poco affidabile, che conosca l’ambiente, non avanzi pretese e la conduca al termine limitando i danni di una stagione che comincia a farsi molto pericolosa. E già così, la prospettiva dell’ennesimo allenatore – il terzo da agosto – che arriva sapendo già di avere davanti a sé un orizzonte limitato non sembra il massimo per risollevare un ambiente piuttosto problematico. Se a questo ci aggiungiamo che dal dopo Mourinho non c’è stato un italiano (da Ranieri a Stamaccioni, da Mazzarri a Mancini) in grado di far bene e vincere sulla panchina nerazzurra (gli ultimi trofei sollevati risalgono a Benitez e Leonardo), il quadro si fa a tinte sempre più fosche.

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Ma tralasciando per un attimo la questione del sostituto di De Boer, fa sorridere (amaramente, soprattutto i tifosi), o quanto meno riflettere la circostanza secondo cui al nuovo periodo nero(azzurro) abbia contribuito proprio uno di quei tecnici che alla guida dell’Inter è durato meno di una fidanzata di Di Caprio. Novanta giorni senza mai incidere, né dare l’impressione di poter regalare una svolta a una squadra e una società che ancora facevano i conti con il fantasma di Mou, andato via da più di un anno, tra gratitudine per la vecchia guardia del Triplete e scarsa volontà di cambiare uomini, sistemi, abitudini assecondando un nuovo corso. E così Gian Piero Gasperini si è trovato a essere sfiduciato prima dai giocatori e poi dall’allora presidente Moratti.

È stato lo stesso Gasp a ricordare quei giorni dopo la quarta sconfitta, la prima con l’Atalanta dopo tre con l’amato Genoa, inflitta ai nerazzurri dalla fugace esperienza ad Appiano Gentile. Un ko che ha fatto traballare De Boer, alla terza debacle consecutiva. Con l’Inter “ho fatto solo tre partite di campionato, una di coppa e la mia storia è finita lì – ha detto nel post Atalanta-Inter, finita 2-1 -. Si può dire che non è neanche iniziata. Nei miei confronti ci fu una critica fortissima, quasi un rifiuto per la difesa a tre. Da allora è passato molto tempo, nel frattempo la Juve ha vinto cinque scudetti con quella difesa. A Milano ho trovato un ambiente molto fermo sulle proprie idee. Mi dispiace per i colleghi che vivono situazioni difficili“.  E infine una carezza per De Boer: “Per me è stato un idolo da giocatore, ha rappresentato la scuola del calcio olandese e spero che possa superare questo momento“.

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Parole di gran classe ma che, per quanto si sia sforzato, non sono riuscite a celare un sotto testo di soddisfazione insita, legittima e umana. Il tempo è galantuomo e Gasperini anche. Nonostante l’ennesima rivincita…

 

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