L’Argentina e la Guinea Bissau sono distanti sul mappamondo più di 10 mila chilometri. David Trezeguet ed Éderzito António Macedo Lopes, meglio noto come Éder, sono distanti 10 anni sulla carta d’identità. Tra Rotterdam e Parigi passano tre ore di treno. Eppure domenica notte a Saint Denis il tempo si è congelato per un attimo: in tanti tra i tifosi transalpini hanno pensato allo stridente contrasto che passava tra la gioia per il Golden Goal con il quale Trezegol aveva consegnato Euro 2000 a Blanc e compagni e all’amarezza per la perla del colosso vestito con il numero 9 della Seleção das Quinas. Una competizione in comune, da subentranti, un destino parallelo: da uomo giusto al momento giusto.

Non lo confesseranno mai, ma in Francia erano certi di avere il titolo continentale in mano: troppo grandi le certezze accumulate dopo il 2-0 alla Germania, molto agile il cammino fino ai quarti, tanto consolidata la tradizione che voleva i Bleus vincenti quando si tratta di organizzare una competizione per nazionali. Ma qualcosa è successo, e non alle 23:08, momento in cui Lloris ha visto sfilare alle proprie spalle il pallone calciato da Eder e i sogni di 70 mila tifosi sugli spalti, ma circa due ore prima. Alba del match, Payet entra vigliaccamente su Cristiano Ronaldo: CR7 prova a resistere, resta in campo ma abbandona la contesa dopo un quarto di match. È allora che siamo diventati tutti un po’ più portoghesi.

Portogallo, infortunio Cristiano Ronaldo

Cristiano Ronaldo. Proprio lui. Il campione che “non sa trascinare la squadra”. Quello che “ha Talento, con la T maiuscola, ma solo quando si tratta di giocare nel Real”. Ma anche quello che al momento della sostituzione tra Eder e Renato Sanches ha sussurrato nelle orecchie del compagno: “Segnerai e vinceremo grazie alla tua rete”. Doti divinatorie? No, semplice lezione di leadership. Eder ha ringraziato e trasformato un pallone anonimo a 25 metri dalla porta francese in oro.

La Francia: terra di confine tra l’anonimato e le copertine per questo attaccante che fino alla notte del Saint-Denis aveva giocato appena 13 minuti. 6 con l’Islanda, all’esordio, 7 con l’Austria pochi giorni dopo: poi la naftalina. La stessa che aveva avvolto la sua carriera dopo i brillanti anni con Academica e Braga, pur senza andare mai oltre i 15 centri a stagione. La scorsa estate lo Swansea l’ha pagato circa 7 milioni per portarlo in Premier League e lui ha smesso di segnare. In Inghilterra zero gioie. Così a gennaio è andato in prestito nelle nebbie del Nord-Passo di Calais, a Lilla e lì ha ritrovato la verve: 6 gol, quanto basta per farsi convocare da Fernando Santos e farsi riscattare dal club. Il meglio, però, doveva ancora venire: corsa folle verso la panchina ed esultanza che non è passata inosservata.

Eder ha festeggiato indossando un guanto bianco che teneva dentro ai calzettoni, scelta ispirata all’espressione portoghese ‘bofetada de luva branca’ (“schiaffo morale”), in risposta alle critiche che solitamente riceve in patria. D’altronde, con 3 gol in 28 partite fino al 9 luglio era difficile essere ricordato come bomber, indossando una maglia che ha storicamente rappresentato il Tallone d’Achille della nazionale portoghese: Pauleta e Nuno Gomes, per dirne due.

Portogallo, Eder

I social si sono scatenati dopo la firma apposta sull’ultima, ma la più importante al tempo stesso, delle 51 partite di Euro 2016. “Abbiamo scelto quello sbagliato” ha scherzato più di qualcuno, con riferimento all’assonanza con l’Eder in forza all’Inter che ha fatto parte della truppa guidata da Antonio Conte. Oltre al nome, i due hanno in comune il fatto di essere oriundi: il match-winner della finalissima ha scelto di giocare per il Portogallo nel settembre del 2011, quando la Guinea-Bissau, il paese africano dov’è nato, bussò alla sua porta. “Io ho il sogno di giocare per la nazionale portoghese”, disse all’epoca. Non lo voleva nessuno, tranne Fernando Santos. La storia ha detto chi aveva ragione. Ma l’ormai ex Ct azzurro già conosceva “Mr International”, come Eder è chiamato per via dei numerosi timbri sul proprio passaporto: era stato lui a decretare la prima sconfitta dell’era-Conte. Giugno 2015, a Ginevra termina 1-0 per il Portogallo. Un anno e spiccioli dopo, stesso punteggio: ma le similitudini si fermano lì. Finalmente un 9 vincente. Per la gioia incredibile di un popolo intero, per l’eroe Cristiano Ronaldo. Per una favola, quella degli eterni perdenti, che finalmente ha decisamente riscritto il finale.

Il finale. “Triste y solitario” era stato quello di CR7 12 anni fa: il Portogallo padrone di casa viveva il suo Maracanazo, cedendo 0-1 alla matricola Grecia nella finale di Lisbona. Era la Nazionale di Figo, ben più ricca di talento di quella che ha provocato quel silenzio inebetito a Saint Denis. L’efficacia di Rui Patricio, il vomito da fatica di Pepe, la resistenza della colonna William Carvalho, la classe operaia di Nani. A coordinarli dalla panchina non c’era solo Fernando Santos. C’erano Cristiano Ronaldo, e le sue lacrime. Dalla rabbia alla gioia in 120 minuti: più forte del mancato giallo di Clattenburg nei confronti di Payet, più forte della zoppia, più forte del Paese ospitante.

Si sono presi l’Europeo, grazie al colpo di un centravanti che ha giocato 54 minuti in tutto il torneo. L’ingiustizia ha sortito l’effetto opposto, ha convinto della propria forza una nazione e una nazionale anche senza Cristiano, anche avendo vinto una sola partita su sette entro i 90 minuti di gioco. Gli eterni perdenti hanno riscritto la storia: d’altronde, ogni 12 anni c’è una sorpresa. Chi l’avrebbe mai detto che i protagonisti sarebbero stati loro, gli eleganti del calcio?

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