Dopo aver trasformato il calcio di rigore con cui la Roma ha vinto la partita di domenica contro la Sampdoria, Francesco Totti è volato, come di consueto, sotto la curva. La sua curva. Quella del selfie dopo il gol alla Lazio, quella delle lacrime di gioia dopo lo scudetto del 2001. La stessa curva che forse, da tifoso, non ha mai fatto in tempo a vedere, perché a 16 anni era già nel giro della prima squadra. Francesco ha fatto un gesto che molti calciatori fanno, ma in un attimo ci ha riportato in una dimensione diversa da quella attuale, quella di un’altra generazione.

Quando Francesco Totti si è sfilato la maglia, ed ha mostrato il fisico, ci ha spiegato come si fa, a 40 anni, ad essere ancora decisivi in Serie A. Immediatamente ho pensato ad Antonio Cassano, alla sua pigrizia, al suo talento. Uno dei più splendenti mai visti in Italia. Alla sua indolenza, al suo essere così reticente all’allenamento, alla dieta, al sacrificio. Alla sua amicizia con Totti. Un’amicizia che ad un certo punto diventa indifferenza, poi di nuovo stima, ma nulla di più. Francesco esulta mostrando i pettorali, i bicipiti, e una definizione molto simile a quella di Cristiano Ronaldo, un maniaco dell’alimentazione e della cura del corpo.

Spesso si dice che dopo i trenta il fisico è inevitabilmente portato a peggiorare, ma Francesco Totti, fuori dall’epica, dal romanzo e dalla mitologia, dimostra esattamente il contrario. E forse è per questo che emoziona, che diventa idolo anche fuori dai confini romanisti. Perché dimostra che la vita degli eroi non deve essere per forza gloriosa ma breve, come quella del Pelide Achille. Totti è il primo ad arrivare all’allenamento e l’ultimo ad andare via, si sottopone a sedute di stretching lunghissime, è diventato meticoloso come non lo era mai stato. Ha cambiato la sua alimentazione, oggi pratica la dieta dissociata e mangia carboidrati a colazione e a pranzo, e solo proteine la sera.

Gli allenatori possono ovviamente scegliere di centellinarne le presenze (come fa giustamente Spalletti), ma non di farne a meno, perché anche nelle dichiarazioni alla stampa e nel rapporto con lo spogliatoio, Francesco ha imparato ad essere impeccabile, lavorando tantissimo su un aspetto che a molti giocatori della sua età è stato fatale: la comunicazione. Totti non comunica con le parole, e se proprio deve farlo lo fa con i gol e gli assist, con un sorriso o scaldandosi sotto la pioggia torrenziale mentre gli altri sono già rientrati negli spogliatoi. Come Noè che aspetta solo di salvare l’Arca. Il fisico di Totti è un messaggio per tutti, senza paura di cadere nella demagogia è una pubblicità per lo sport. Ecco perché ci piace tanto vederlo esultare.

Perché se per molti la percezione del calcio cambia il giorno che esordisce in prima squadra quel giocatore che è nato proprio nell’anno in cui sei nato tu (ricordo la perplessità quando vidi esordire in serie A Andrea Pirlo, nato come me nel 1979), tutto il resto del tempo, più disilluso, si sospende quando vedi andare in gol un ragazzo che di anni ne ha più di te. E allora quel magnifico quarantenne, con un tatuaggio così diverso da quelli dei ventenni di oggi, così old style, eppure esibito con orgoglio, come solo un romanaccio saprebbe fare con un gladiatore sul braccio, diventa il tuo idolo, a prescindere dalla squadra per cui fai il tifo.

Il 27 settembre Francesco Totti compirà 40 anni, due giorni dopo la partita contro il Torino. Non indosserà la maglietta con scritto Francesco, perché quella special edition è stata usata soltanto in occasione dell’amichevole contro il San Lorenzo, in onore (manco a dirlo) di Papa Bergoglio. Ma in un certo senso quella maglia ha rappresentato il passaggio di Totti da una dimensione temporale ad una più spirituale e, come lo stesso Bergoglio ha fatto scegliendo un nome semplice, l‘abbattimento definitivo del confine tra il calciatore e l’uomo. Sarebbe bello vederla ancora, magari per celebrare questa ricorrenza. Perché in fondo non occorre essere Achille, per essere un eroe. Basta chiamarsi Francesco, ragazzo.

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