Qualcuno non riuscirà nemmeno ad entrare, allo Zaccheria. Perché a Foggia hanno questo strano vizio di innamorarsi delle squadre che giocano bene. In verticale, aggredendo gli spazi. È così, è un meme, dai tempi del boemo. E siccome sono abituati a riconoscerlo, quello spettacolo, lo capiscono da subito, quando può essere l’anno giusto. O quasi. Perché quando Zeman decise che era arrivato il momento di far partire Signori, Baiano, Rambaudi e tutti gli altri, qualcuno gli sradicò persino le porte. Lui non fece una piega. Chiese di mettere tutto a posto e iniziò l’allenamento. E stupì ancora, con un gruppo di carneadi. Anche quest’anno le cose non erano iniziate benissimo, ma poi è stato un crescendo di emozioni, fino alla partita contro il Lecce. Un gol “impossibile” di Riverola ha finito di asfaltare i salentini e regalare questa finale ai rossoneri.

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Sulla panchina dei satanelli siete un ex talento, mai esploso, in realtà. Donadoni lo aveva messo inaspettatamente fuori squadra a Lecco. Roberto De Zerbi deve solo smussare alcuni “angoli” particolarmente spigolosi del suo carattere, ma ha saputo costruire un gruppo vincente. Lo ha voluto con insistenza. Non buttare mai la palla neanche nelle situazioni più difficili e ingarbugliate. Giocare a un tocco. Usare la testa. Un ritorno al bel gioco. Con una differenza sostanziale rispetto al boemo. Ha il coraggio e l’umiltà di cambiare modulo e schemi se le cose non vanno. Probabilmente farà il doppio salto, perché a Crotone lo hanno già adocchiato per sostituire Juric. Ma non c’è tempo per pensare a queste cose, perché oggi alle 18 si gioca una finale troppo importante. Per lui e per una città che aspetta da 18 anni.

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Vorrei essere nei panni del quarto uomo, perché trattenere l’ardore di due allenatori come De Zerbi e Ringhio Gattuso, sarà pressoché impossibile, ma certamente uno spettacolo. Strano il calcio, quando mette di fronte due personaggi così diversi. Robertino scende sempre in campo in tuta e si sbraccia. Cammina avanti e indietro, consumando l’area tecnica. E non lo diresti mai che da calciatore non ha mantenuto tutte le promesse perché era una talento purissimo, ma leggermente indolente. Dandy al punto giusto, prima di togliere gli scarpini e indossare la polo di ordinanza.

Tutto il contrario di Ringhio, una carriera che non ha bisogno di presentazioni e aggettivi, perché dice tutto il palmarés, imbarazzante, di successi. Non sarebbe blasfemo ricordare che tra De Zerbi e Gattuso i piedi migliori li ha certamente il primo. Ma se Ligabue canta che “…anni di fatiche e botte e vinci caso mai i Mondiali…” un motivo deve pur esserci. Entrambi, nelle conferenze stampa, sono uno spettacolo. Parlano bene, sanno come vanno le cose con i giornalisti, hanno il fuoco e la testa.

E Gattuso non ha mai dimenticato l’umiltà, il valore del sacrifico e dal ripartire dalle retrovie. Anche quando ha iniziato a fare l’allenatore, prima in Svizzera e poi con Zamparini e ad un certo punto ha deciso che in fondo scendere in Lega Pro, specie in una piazza come Pisa, non era un’idea così malvagia. Anche perché le esperienze con Sion, Palermo e Creta rischiavano di bruciarlo prima ancora di iniziare. Magari la squadra non è spettacolare, ma vallo a dire ai tifosi che hanno visto 4 gol in una finale, e adesso andranno a Foggia, con lo spirito del loro allenatore a difendere tutto ciò che c’è da difendere. Provate a chiedere a Ringhio, cosa ne pensa del “cholismo“, e vi ricorderà come ha vinto la Champions e la Coppa del Mondo. Messi da parte gli orrendi (in senso metaforico e fashion) abiti di Palermo, adesso “si va a Foggia con l’elmetto“. Ringhio se la gioca sul suo terreno, quello della battaglia. E conoscendolo, non vedrà l’ora di mettere piede nella bolgia dello Zaccheria.

Peccato per le restrizioni, per il Viminale, per i rischi, una partita così si poteva giocare tranquillamente davanti a 50.000 spettatori. Ne sarebbe valsa la pena, per vedere la grinta di Mannini, la potenza di Edgar Cani, gli uno due tra Sarno (propio lui, il bambino per il quale il Torino di Moggi spese 1 miliardo del vecchio conio) e il bomber Iemmello, un altro che sente già odore di Serie A. Ma soprattutto la grinta di questi due allenatori, così simile e così diversi. Uno votato alla tecnica, all’insegnare calcio, a deliziare il pubblico, l’altro alla bagarre, alla concretezza, alla fisicità. Entrambi, comunque, dediti allo spettacolo. “Alleno una città” è la frase preferita di De Zerbi, “Contro tutto e tutti” quella di Gattuso. Se potessi, vorrei vivere questa finale nell’area tecnica, tra Ringhio che sbraccia e De Zerbi che fa la maratona. Pronti a vederli scattare, per entrare in campo ad esultare. Con buona pace degli amanti del Bon Ton. Qui si fa sul serio, qui ci si gioca la serie B: buon divertimento, e vinca il migliore.

 

 

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