Ce ne ha messo di tempo, ma alla fine Keita Balde è esploso definitivamente. Ora non è più solo un diamante grezzo che sprigiona luce solo in poche occasioni, uno da mettere solo nell’ultima mezz’ora per spaccare la partita, ma sta diventando quel giocatore continuo e devastante che davvero potrebbe essere, visto il patrimonio tecnico e fisico che madre natura gli ha regalato. La tripletta al Palermo e la fantastica doppietta che ha regalato il derby alla Lazio (l’ultimo giocatore biancoceleste ad averla realizzata nella stracittadina, prima di lui, fu Roberto Mancini) sono il punto più alto di un’annata da 13 reti totali (più di tutte quelle messe assieme nei 3 campionati precedenti, a una media gol migliore di quella di Immobile). D’altronde, se ti sceglie il Barcellona per portarti alla Masia qualcosa vorrà pur dire. Keita le qualità le ha sempre avute, e si erano viste tutte fin dalla stagione d’esordio in prima squadra, nel 2013: scatto bruciante, rapidità d’esecuzione, tiro, fisico scolpito nel marmo.

Qualcosa mancava, ma nella testa. I blaugrana lo mandarono via a causa di comportamenti non consoni ad uno che vuole giocare con quella maglia e nei primi anni alla Lazio ha mostrato squarci di talento misti a pause e ad atteggiamenti sopra le righe. Veloce sul campo come nella vita, il ragazzo senegalese. Nel 2014, a 19 anni, di ritorno dopo una notte fuori ha distrutto una Lamborghini uscendo vivo per miracolo, poi l’anno dopo il caso dell’altra Lamborghini presa a noleggio e mai pagata (secondo la società da cui l’ha noleggiata). Questa stagione poi, visto come era iniziata, non lasciava presagire nulla di buono.

Un’estate da incubo

La mancata partenza per il ritiro di Auronzo dell’11 Luglio per un adeguamento contrattuale mai arrivato (“Non posso più accettare il trattamento che mi stanno riservando”, disse quel giorno), la rissa con Lulic in allenamento, l’esclusione dalle prime due partite per un infortunio mai del tutto dimostrato.

Le parole di Peruzzi, Club Manager della società (“sapendo che il ragazzo ha un forte attaccamento alla squadra, alla maglia e ai tifosi, ho subito attivato 5 persone dello staff sanitario per poterlo curare nel pomeriggio, così da recuperarlo il prima possibile. Peccato che non si è presentato, lo comprendo però, perché penso che il dolore al ginocchio era così forte da rimanere e fare i fatti suoi dove più gli piace”) e quelle di Mister Inzaghi (“Quello che è successo ieri mi ha lasciato basito. Keita ieri ha avuto un problema fisico, ha fatto gli esami e sono risultati negativi. Stamattina ha provato ad allenarsi ma avvertiva ancora dolore. Ma vado avanti con i giocatori che ho, con quelli che sono convinti del progetto, vogliono vincere e sono orgogliosi di indossare la maglia della Lazio”) sembravano aver messo fine alla storia tra Keita e la Lazio, intenzionata a mandarlo via al miglior offerente, anche se spuntare un prezzo di favore a Lotito, si sa, ha la stessa difficoltà di una delle 12 fatiche di Ercole. 

Alla fine però il ragazzo senegalese è rimasto a Roma, ed è stata la sua fortuna. Lo stesso Simone Inzaghi che lo aveva criticato si è rivelato poi l’uomo del destino, quello che probabilmente gli ha cambiato la carriera.

Inzaghi keita

L’uomo del destino

Il tecnico di Piacenza ha lavorato in maniera certosina, un po’ alla volta, e con un’opera di convincimento quotidiano gli ha fatto capire che stava buttando via un’altra stagione e che senza rispettare le regole del gruppo avrebbe solo messo i bastoni tra le ruote a tutta la squadra (diversi senatori non lo sopportavano più, e non solo loro). Non solo lavoro psicologico, ma anche un cambiamento di posizione: ora gioca al fianco di Immobile, da seconda punta, più vicino alla porta, dove può sfruttare al meglio tutte le sue qualità (una mossa che ricorda, anche per le affinità tra i due giocatori, quella di Sarri con Dries Mertens). Ora il giocatore che entrava a partita in corso e che giocava solo per se stesso non è più un corpo estraneo, ma un elemento perfettamente integrato in un meccanismo di squadra ben oliato.

E pensare che il tecnico non doveva neanche esserci su quella panchina, riservata a quel Bielsa che poi non è mai arrivato (dimostrandosi più che mai “Loco”) mentre lui era in vacanza e in attesa di firmare con la Salernitana. Alla fine il calcio è anche casualità: con l’intransigente allenatore argentino probabilmente Keita sarebbe stato messo in disparte o ceduto, Inzaghi invece ha continuato il lavoro iniziato nell’ultima parte della scorsa stagione, domando le sue bizze e rendendolo un giocatore che fa la differenza, un giocatore in grado di trascinare la Lazio alla vittoria di un Derby.

Con il contratto in scadenza nel 2018 e la corte di tante squadre importanti Keita però potrebbe andar via. I rapporti con la società sono sempre un po’ tesi e l’esultanza sotto la tribuna di Tare e Lotito, poco prima di lasciare il campo a Djordjevic e raccogliere gli applausi scroscianti dei circa 7000 sostenitori biancocelesti, non sembra casuale. Lui adora l’allenatore e sta bene a Roma. e con uno sforzo della società rimarrebbe volentieri nella Capitale, la città che lo ha accolto quando era solo un ragazzino, per puntare a obiettivi ancora più importanti. Il meglio di Keita deve ancora venire, sarebbe un delitto perderlo proprio ora.

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