C’è un confine labile, eppure così difficile da valicare, tra quello che è sport e quello che è mito. Roger Federer lo ha capito ieri, per davvero, cosa significhi entrare nella leggenda, sfondare ogni tipo di barriera, illuminare le zone d’ombra, le pause di una carriera che non può avere sempre alti, ma che adesso ha il sapore d’epica. E lo svizzero, numero 17 del mondo, ha sconfitto il suo storico rivale, Rafa Nadal, con una sfida infinita ma bellissima. 5 set (con il punteggio di 6-4, 3-6, 6-1, 3-6, 6-3), tre ore e 37 minuti di gioco.

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Una sfida emotiva, che rimarrà nella storia del tennis, dei due protagonisti e anche nel ricordo di chi si è fermato a guardarla. Sì, perché il pianto di Roger, a fine gara, lo avvicina un po’ anche a noi, a chi sa di essere sulla strada del tramonto, ma non per questo rinuncia ancora ad essere il migliore, a lottare per essere il migliore.

Per lo svizzero, questa vittoria non è solo un numero, non è solo una soddisfazione che nasce e muore sul campo, è un riscatto personale, dopo cinque lunghi anni senza uno Slam, sei mesi lontano dai giochi e i tanti commenti sul suo essere ormai “finito”, come se la carta d’identità bastasse a dire ‘stop’ ad un campione come lui.

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Questo è il suo capolavoro più bello, arrivato al termine di una gara che sembrava pendere dalla parte dello spagnolo, grazie anche un break sanguinoso che aveva spezzato in due il game.

E invece no, tra un rovescio e un diritto di controbalzo, Federer ha capovolto la sfida e sollevato il suo 18° titolo dello Slam in carriera, il primo da Wimbledon 2012, siglando la 12esima vittoria su 35 confronti contro Nadal.

E ora la storia porta anche il suo nome. Lui, nell’Olimpo dei grandi, insieme ad altri intrambontabili campioni: da Pelè a Bartali, da Lewis a Phelps, da Michael Jordan ad Ali.

Fede(RE)r: stavolta non ce n’è per nessuno.