Non ho ricordi particolari legati agli anni dispari. Diciamoci la verità: un bacio rubato nel luglio del 2006 è indimenticabile. E persino mia madre si ricorda perfettamente cosa accadeva nell‘estate del 1982, tra rumori di pentole e coperchi e bambini impazziti che gridavano “Rossi, Rossi, Rossi”. Se ritorno con il pensiero alle notti magiche del 1990 mi sembra di sentire persino i rumore, e gli odori, di quelle giornate. E ancora oggi, quando penso al suo sguardo, durante Italia-Inghilterra del Mondiale brasiliano, l’unica partita veramente giocata dalla nazionale italiana nell’edizione 2014 della Coppa, mi sciolgo. Gli anni dispari no, non sono così affascinanti. Per chi come me è malato di calcio, sono solo un passaggio obbligatorio verso il prossimo Mondiale di Calcio, o il prossimo Europeo. Senza una competizione non c’è gusto nemmeno ad andare al mare, con i tempi lunghi e dilatati e l’agonismo diviso tra i tornei di freccette e quelli di burraco. Nessuna scadenza da dare alla propria moglie o fidanzata: “alle cinque partiamo perché alle 8 c’è la partita”. Niente pizza con gli amici, birra e rutto libero di Fantozziana memoria. Non ci sono commissari tecnici in giro, sono tutti impegnati a leggere le ultime del calciomercato, ma lo fanno di nascosto perché con i tempi che corrono e i soldi che (non) girano, c’è davvero poco da commentare.

Eppure non mancherebbero le emozioni: l’NBA ci ha appena regalato delle Finals ad altissimo contenuto tecnico ed emotivo. Ma nemmeno la soddisfazione di una gara 7, una sveglia da puntare alle 3 di notte per non perderci l’ultima sfida, quella decisiva. Che noia gli anni dispari, quando ti ritrovi a lavorare fino a tardi senza nemmeno avere la scusa per uscire prima. Il fuggi fuggi generale delle 17.30 quando l’Italia gioca alle sei, quanto di più romantico esiste in questo paese per chi ama il calcio, anzi il pallone, quanto di più insensato per tutti gli altri, quelli che non ci capiscono, quelli che pensano che siamo malati, che abbiamo seri problemi per confondere un gioco con una ragione di vita, tanto da decidere di non sposarci negli anni pari. Perché non vorrai mica correre il rischio di organizzare un matrimonio nell’estate di un Mondiale, con gli invitati impegnati a guardare la partita sul maxischermo e la sposa imbronciata perché quello doveva essere il suo giorno e invece no, nemmeno stavolta.

Non saranno i giochi di Baku, ahimè, a risolvere le mie serate da italiano medio, né tantomeno un’interessantissima Copa America trasmessa a orari improbabili da un’emittente che non so nemmeno su quale canale del digitale terrestre stia. E allora ci si può rifare il giorno dopo con i video di Argentina – Uruguay, i gol di Aguero, le prodezze balistiche delle tifose venezuelane che promettono di spogliarsi in caso di successo o dell’avvenente signora boliviana che si aggiusta il nodo sulla maglietta, proprio all’altezza dei seni. No, non sarà questo perché, nonostante tutto, resta sempre un anno dispari e persino le qualificazioni europee regalano un minimo storico di share all’Italia di Conte, tristemente costretta a giocare una partita in uno stadio croato deserto, la dove dovrebbero regnare entusiasmo e colori, perché il calcio è questo e solo questo, e con i televisori degli italiani sintonizzati su altri programmi. Un match che avrebbe offerto spunti per polemizzare per un mese e mezzo se fosse capitato in un Mondiale e che invece è stato sdoganato clamorosamente nel giro di una serata. No, non siamo noi.

E non siamo noi, o forse lo siamo tremendamente, quando non ci accorgiamo nemmeno dell’amichevole tra i nostri e i portoghesi, andata in scenda martedì sera e guardata dal 7% degli italiani. La verità è che senza l’adrenalina della grande competizione questo sport è solo un palliativo per tenere la tv accesa. Ma nemmeno lo spaghetto ha lo stesso sapore, e la birra gelata viene dimenticata in frigo “magari le apriamo per un’altra occasione“. Un film, una finale di Amici, una serata sotto le stelle. O semplicemente le conserviamo per la prossima estate o per il preliminare di Champions League, quando l’Olimpico di Roma tornerà a traboccare di entusiasmo e saremo finalmente consapevoli di aver superato un’altra estate dispari.