C’è stato un 7, prima di Cristiano. Un 7 che se solo avesse avuto accanto, in nazionale, un centravanti con la percentuale realizzativa di Ronaldo, probabilmente avrebbe conquistato il mondo. Invece ha dovuto suggerire per Nuno Gomez e no, non è proprio la stessa cosa. C’è stato un 7 per il quale a Barcellona avrebbero fatto follie. La sua maglia era più venduta di quella di un altro Ronaldo, il Fenomeno, e la sua stella sembrava destinata a diventare uno dei simboli del futuro Tiqui Taka che si sarebbe ammirato al Camp Nou. Lui, che più che dedito ai passaggi rasoterra, era innamorato del pallone. O magari era il pallone ad essere innamorato di lui, tanto da restargli incollato al piede nelle discese a testa altissima.

Un caratteraccio, quello di Luis Figo, bilanciato dall’eleganza dentro e fuori dal campo. Non è un tipo da polemiche, Luis. Non è un ruffiano, bacia raramente la maglia. Ha i capelli sempre a posto e il faccia lucida di dopobarba. Il suo portamento è quello di un ambasciatore del calcio, anche se di malefatte, il buon Luis, ne ha fatte eccome. Quando giocava con lo Sporting Lisbona firmò due contratti contemporaneamente, pur di venire a giocare in Italia. Scelse la squadra più blasonata, e quella più ricca. Non si fece mancare niente e firmò per le due società che si giocavano lo scudetto quell’anno: la Juventus e il Parma. Un giorno sì e uno no veniva presentato sui giornali con entrambe le maglie, alla fine scelse l’UEFA che gli impedì di venire a giocare in Italia, e annullò entrambi i contratti.

A guadagnarci fu il calcio spagnolo, che allora era un movimento in ascesa, ma ancora inferiore al nostro. Se il Parma poteva più del Barcellona e l’Inter poteva soffiare Ronaldo alla Liga, un motivo doveva pur esserci, e Figo questo lo sapeva benissimo. Si accontentò del Barça, dove con Robson conquistò la Coppa delle Coppe e dove poteva parlare nella sua lingua con il traduttore dell’allenatore inglese. Il traduttore si chiamava José Mourinho. Quando Figo scelse di lasciare la Catalogna per i Blancos di Madrid si gridò al tradimento. In pochi avevano osato passare dagli Azulgrana ai Blancos senza stazioni intermedie. Quando tornò al Camp Nou Figo trovò una testa di maiale pronta ad attenderlo, proprio vicino alla bandierina del corner. Tutt’altro che un atto di cavalleria.

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A Madrid vinse tutto, compreso un Pallone d’Oro. Mancò forse il più importante degli appuntamenti: il rigore che consegnò alla Juventus la finale del 2003: al Delle Alpi di Torino, il Real appare intimidito, quasi tramortito, senza la forza per reagire all’uno-due della Juventus. Al 67′ Montero atterra in area Ronaldo. Rigore. Va Figo sul dischetto ma Gigi Buffon è Super e para. Qualche anno più tardi, siamo nell’estate del 2005, Figo sceglie che è il momento di misurarsi con il calcio italiano. Non è più il campione brillante visto qualche anno prima a Barcellona e Madrid ma ha ancora colpi da regalare. È anche più saggio e Mancini lo fa diventare subito uno dei pilastri dello spogliatoio. Sarà decisivo nella ricostruzione interista, nella bozza di progetto che porterà, cinque anni dopo al triplete. C’è chi la chiama mentalità vincente, ma quella di Luis possiamo definirla tranquillamente classe. Eleganza calcistica allo stato puro.

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D’altronde il nome aiuta, e l’aspetto pure. Ti fa dimenticare tutto il resto: le sanzioni, le teste di porco, gli ululati di disapprovazione dei vecchi tifosi. Essere Figo, è una questione di classa.

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