Ruvidi, sgraziati, arcigni: chi più ne ha, più ne metta. Se siete inguaribili nostalgici del calcio anni ’70, quello con il libero e il marcatore, beh, Vedran Corluka e Shkodran Mustafi sono compagni immancabili nelle vostre tavole rotonde sul dio pallone che fu: divisi da sei anni sulla carta d’identità (classe 1986 il croato, nato nel 1992 il ragazzo nato nell’Assia) ma uniti dalle origini balcaniche (i genitori di Mustafi sono albanesi) e uno spirito da lottatori che gli permette di supplire a una tecnica non eccezionale e di guadagnarsi la copertina nella prima domenica di Euro 2016.

Mustafi festeggiato dai compagni

Il minimo comune denominatore? La testa. Come quella che Mustafi ha utilizzato per sbloccare dopo 19 minuti la sfida tra Germania e Ucraina, irrompendo su un cross da destra, prendendo il tempo a Khacheridi e battendo Pyatov. Abbracciato da Ozil, Khedira, Boateng e Hector, manifesto della Germania che qualche “tedesco” (vedi alla voce Alexander Gauland, politico del partito AfD, autore di uscite peggiori di quelle di alcuni portieri visti all’opera in Francia in questi giorni) non desidererebbe con la fascia da capitano della propria nazionale al braccio. Ma anche quella che l’ex difensore della Sampdoria, oggi al Valencia, ha saputo usare due anni fa, quando era in vacanza a Ibiza e l’infortunio occorso a Reus lo portò a rifare le valigie, abbandonare le spiagge spagnole e vivere un Mondiale in Brasile, trovando anche la maglia da titolare prima dell’infortunio negli ottavi contro l’Algeria. Una costante, ribadita 24 mesi dopo, ancora nel segno della “R”: non più Reus, ma Rudiger e il suo crociato a fargli posto. Il soldato Shkodran risponde “presente” e, complice un altro infortunio, questa volta di Hummels, si trova nel pacchetto difensivo davanti a Neuer: un salto in alto, come quello che ha sbloccato la notte di Lille.

In patria Mustafi non ha molti estimatori: più di qualcuno a Genova lo definiva “il tedesco napoletano” per quella corsa poco sinuosa e i suoi modi sbrigativi accompagnata da un sorriso sempre sveglio.  Perché Mustafi è uno che non molla mai, è uno di cui (sportivamente) ti innamori. Loew gli riconosce grande autoconsapevolezza, lui ringrazia e resiste: senza pedigree si può andare lontano. La sua storia lo insegna: prima gli esordi all’Amburgo, per poi trasferirsi a diciassette anni all’Accademia dell’Everton, dalla quale giunse alla Sampdoria. Nell’estate 2014 la chiamata del Valencia di Lim, magnate di Singapore che voleva riportare i bianconeri ai fasti di un tempo. Costato otto milioni, al Mestalla è diventato ben presto un idolo: già tre reti in stagione, ad ogni gol mima l’aquila albanese, in omaggio ai genitori che vivono lì. Le radici non si dimenticano, in campo e fuori. E chi ha investito su di lui nel FantaEuropeo, guadagnando il sorriso beffardo del vicino di asta, ora se la ride con gli interessi.

Da una zuccata decisiva a una testata che per poco non ti mette fuori dai giochi: chiedere a Vedran Corluka, uno difficile da abbattere. L’eroe per un giorno della Croazia capace di superare la Turchia in una partita mai banale nel calcio ma ancor più nella vita -dagli Ottomani a Mostar- è uno che non ha paura: potrebbe essere altrimenti, per chi è scappato con la famiglia dalla Bosnia per la guerra? Marcantonio di 192 centimetri per 85 chili, chiamato agli straordinari per l’assenza del compagno di reparto Lovren in Francia, ha stabilito un piccolo record: quattro volte fuori dal campo per colpi al capo, mai sostituito. Per volere suo e del “comandante” Ante Čačić dalla panchina. Ha passato quasi più tempo fuori a farsi medicare che in campo a contrastare: ma non ha mai mollato. Chiaro il messaggio, per sé e per i compagni: la musica balcanica è cambiata, si vince solo da squadra. E dando l’esempio.

Tanta roba, quella Croazia per poca Turchia. Ma per resistere non basta il fioretto, è necessaria la spada. Tosun Cenk, centravanti ospite, si è rivelato sgraziato come pochi. Primo colpo alla mezz’ora: maschera di sangue e medicazione, con Vedran che quasi incredulo assiste alle mancate scuse dell’avversario. Allora ha inizio una doppia partita: quella con l’undici turco e con il turbante che ne avvolge il capo. Corluka resta in trincea, passa a una fasciatura blu, incassa un secondo colpo da Tosun, un terzo da Erkin. A 15’ dalla fine il cambio sembra necessario, ma “bloody mask” resiste: e al 92’ a frenare la conclusione a botta sicura di Hakan Balta, centrale difensivo trasformato in attaccante nell’assedio finale degli uomini di Terim, chi c’era? Esatto, proprio il piedone di Corluka. Otto anni fa era in quella Croazia che permise nei quarti di finale di Euro 2008 di pareggiare alla Turchia al 122’, prologo di una clamorosa eliminazione. Anche per questo non ha mollato la trincea ieri: e alla fine, se per l’Uefa l’uomo-partita è stato Luka Modric, match-winner, per noi amanti del calcio di periferia il trofeo va a lui, a quel volto barcollante e acciaccato ma orgoglioso per il risultato.

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