Quando voglio far felice mia madre, la chiamo e le chiedo di parlarmi di Taranto. Della sua Taranto, quella che ha lasciato alla fine degli anni ’70. E quando le domando “Che città era Taranto nel 1978?” fa un sospiro, come se quel tempo non fosse mai passato. Poi inizia a parlarmi delle domeniche a Chiatona, dell’Arsenale e dei marinai che le “facevano la corte”. Del Ponte Girevole che quando si apre esalta la potenza delle navi che hanno la precedenza su tutto il resto. Perché quella Taranto è signora del mare, e di mare vive, fino a quando non arriva l’industria e dare lavoro, ricchezza e serenità.

Almeno così dicono, e la Taranto di fine anni ’70 è una città che sogna e si illude di diventare una potenza industriale. L’Italsider è la svolta e, all’epoca, a nessuno viene in mente che potrebbero esserci delle controindicazioni. La città sogna di duellare con Bari per il predominio industriale e commerciale, e la squadra di calcio rappresenta perfettamente questa voglia di riscatto e competizione con i cugini levantini. Gli undici di Rosati fanno sognare una città intera. Con l’Ascoli di Mazzone che fa campionato a sé, le piazze a disposizione per un campionato trionfale restano due. E il Taranto lotta accarezzando quel sogno mai realizzato. Il momento più bello di quella marcia trionfale alla undicesima giornata. La città è in fermento: il Taranto ospita il Bari.

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In uno stadio Salinella gremito i locali sono fermi sullo 0-0, quando i rossoblu guadagnano una punizione dal vertice destro dell’area avversaria. Traversone verso un liberissimo Iacovone, che stoppa il cuoio e lo pianta sull’erba dell’area di rigore. Qualche passo verso il portiere in uscita beffato con uno scavetto. Risultato finale: Taranto 1 – Bari 0. Tre giornate dopo il Taranto è secondo a sei punti dall’Ascoli e incalzato a due lunghezze di distanza da Avellino e Lecce. Virtualmente, quindi, in serie A.

Sei giornate più tardi il più tremendo e doloroso degli scherzi del destino. È il 6 febbraio 1978 e il
Taranto ospita la Cremonese. Iacovone si batte come un leone cercando la via del gol. Ma quando
non trova Ginulfi a chiudere la saracinesca sono i legni che gli negano la gioia del gol. Dell’ultimo
gol. Un amico, gestore di un ristorante, invita quella sera il giovane Erasmo a uno spettacolo di
cabaret. Sulla statale Taranto-Lecce una Alfa Romeo 2000, rubata  e guidata da un certo Marcello Friuli,
inseguita da una volante della Polizia, a circa 200 all’ora e a fari spenti centra in pieno la Diane 6
del giocatore che usciva da una strada secondaria dopo aver cenato in un ristorante della zona.
Il corpo del povero Iacovone sbalzato dall’abitacolo in frantumi verrà ritrovato a circa 50 metri
dall’incidente. Il resto è cronaca, i soccorsi saranno inutili, e di Iacovone resterà il ricordo. Per sempre.
La meravigliosa città di Taranto si scopre ancora una volta mortale, come quei semi-dei greci da cui racconta di discendere. Ad un passo dall’epica la città si sveglia, ed è un risveglio brusco che farà allontanare per sempre il sogno della serie A, come in una maledizione. Taranto, ad oggi, è l’unica delle prime 20 città italiane a non aver mai assaporato il piacere della prima serie. Ma il calcio non è fatto solo di successi e trionfi, è soprattutto una storia di passione, fremiti, amore. Quello di Taranto per Iacovone è eterno e incredibile, se pensate che tutti i tarantini, anche quelli nati molti anni più tardi, conoscono questa storia. È una questione troppo importante, i padri la tramandano ai figli, così come mia madre continua a custodirla. E l’attacco è sempre lo stesso, come in una favola. C’era una volta un centravanti bellissimo, e quella volta, anche se non ci crederai, saremmo andati in serie A…

 

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Lui aveva i baffi e le spalle larghe. I capelli al vento e i quadricipiti possenti. Era un ragazzo degli anni ’70 e l’idolo di tutte le bellissime donne di Taranto. Mia madre compresa. E oggi, 38 anni dopo, lo è ancora. Perché gli eroi oltre ad essere tutti “giovani e belli” sono anche immortali. Ieri il Taranto ha onorato la memoria di Erasmo Iacovone scendendo in campo con una maglia speciale. Ma non passa giorno, nella città che per mia madre era la più bella del mondo, che quella memoria non venga onorata con un pensiero, un ricordo, un richiamo a ciò che poteva essere e non è stato. Perché Taranto deve fare i conti anche con il destino, altrimenti sarebbe tutto troppo facile. E l’amore non sarebbe così forte, tanto da spingere una signora anziana a commuoversi, mentre ti racconta un’episodio di quasi 40 anni fa. Quella signora tifa Taranto ed è la mia mamma.

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