Un giocatore lo vedi dal coraggio e dall’altruismo. Nel suo caso sostituite la parola “fantasia” con “attaccamento alla maglia” inteso come professionalità che sfocia quasi nella devozione e avrete il ritratto perfetto di Diego Pablo “El Cholo” Simeone. Senza scomodare aggettivi abusati, potrebbe bastare un fotogramma a raccontare la sua carriera da calciatore. È il 5 maggio del 2002 e l’Inter è ancora ferma, inchiodata, sul 2 a 2 contro la Lazio. Mentre ti aspetti il gol dell’Inter è lui a rovesciare partita, pronostico e scudetto con un ferale gol di testa. Non esulta, anzi qualcuno racconterà di averlo visto piangere. Ma nessun interista lo ha mai accusato di aver messo fine ad un sogno.

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Perché quando dai tutto per una maglia, nessuno ti rinfaccerà mai nulla, e potrai sempre camminare a testa alta. Come El Cholo, uno che adesso che fa l’allenatore, chiede ai propri giocatori di innamorarsi della maglia, come lui ha sempre fatto con le sue. Inter, Lazio, Atletico Madrid. E non è un caso che proprio l’altra sera, dopo il match di Champions contro il Bayern, Simeone abbia dichiarato di voler tornare a Milano, un giorno. Magari non troppo lontano. In fondo l’Inter e il Cholo si sono lasciati senza rancori. Pedina di scambio di un affare che avrebbe portato sì lo scudetto, ma alla Lazio. Novanta miliardi (di vecchie lire) più Simeone per Vieri. Lippi che avalla l’affare, perché in fondo a centrocampo bastano le geometrie di Jugovic.


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Ma il dinamismo di Simeone è un’altra cosa, se ne accorgerà la Lazio quando batterà la Juventus con un suo colpo di testa al Delle Alpi e riaprirà il campionato, che poi andrà a vincere. Eppure il primo ad accorgersi di lui, in Italia, era stato Romeo Anconetani. Con la maglia del Pisa disputerà una stagione, retrocedendo, e alla fine dovrà liberare il posto da straniero. All’epoca, siamo nel 1992, in serie A si poteva giocare con tre stranieri, in B con due. La vita di Simeone è fatta di metropoli e provincia, di scelte radicali e legami indissolubili. Milano è l’Inter, Roma è la Lazio, Madrid è solo colchonera. L’altra metà della città nemmeno si nomina. Il Cholismo è una religione fatta di astuzia, garra e sangre. Chi non lotta può tornare a casa.

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Perché Diego, le ossa, se l’è fatte a Pisa, da giocatore, e a Catania da allenatore. Quando Pietro Lo Monaco ebbe la geniale intuizione di farlo sedere su una panchina di Serie A. Fu amore a prima vista con la città, la squadra, il campionato. Ma lui, che a Madrid aveva già vinto uno scudetto da giocatore, aveva una missione. Riportare lo scudetto al Calderòn. Lo stadio dove non si fanno selfie, ma si canta e si tifa, senza fischiare. Uno dei pochi allenatori in grado, al momento, di spostare gli equilibri di una semifinale di Champions. Le sue squadre sono simili a lui. Corrano e lottano, si sacrificano, come lui fece per Ronaldo e Djorkaeff nell’anno della Coppa Uefa nerazzurra, quando si prese perfino la briga di segnare una doppietta al Milan emulando il fenomeno in un dribbling a Sebastiano Rossi.

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A Milano lo aspettano, prima o poi. A Roma, sponda Lazio, lo riaccoglieranno sempre a braccia aperte. A Madrid sarà per sempre un simbolo, un’icona, un’istituzione, al di là del risultato. Sempre amato dai propri tifosi, mai odiato da quelli avversari. Perché chi dà il cuore si rispetta, e El Cholo, in questo, è un hombre vertical. Lo stesso che pur di onorare la maglia che indossava ferì a morte il suo vecchio amore. Piangendo, ma a testa altissima.

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