Il più possente è alto 178 centimetri. Il più piccolo addirittura 163 centimetri. Nel mezzo il faro, 169 centimetri di pura classe. Attenzione, perché a Napoli da qualche mese “piccolo è bello”. Bocciato Manolo Gabbiadini, atteso ora dal momento delle scelte Oltremanica, dove Southampton, West Bromwich Albion, Watford e Leicester lo attendono a braccia aperte, congelato Leonardo Pavoletti, prelevato dal Genoa e sin qui in campo solo in Coppa Italia, e in attesa del rientro di Arkadiusz Milik dopo il ko al crociato dello scorso ottobre, Maurizio Sarri ha imboccato una via, inequivocabile: fiducia alla ditta del gol, al secolo Josè Callejon, Lorenzo Insigne e Dries Mertens. Una scelta che ha pagato: oggi il Napoli è in piena corsa su tre fronti, campionato, Champions League e Coppa Italia (dove questa sera gli azzurri sfideranno nei quarti di finale la Fiorentina).

Maurizio Sarri

C’erano uno spagnolo, un belga e un italiano…

Non è l’inizio di una barzelletta ricca di stereotipi: è il panorama che il 16 ottobre Sarri si è trovato ad osservare al fischio finale di Napoli-Roma 1-3. I due centri di Dzeko e l’acuto finale di Salah avevano annebbiato le idee di una formazione ancora incapace di somatizzare l’infortunio di Milik, capace di andare a segno 7 volte in 9 partite tra campionato e Champions League, alla media-gol di un centro ogni 85 minuti. Numeri tanto dolci quanto pesanti da cancellare. Gabbiadini era uscito dal campo dopo un’ora di gioco tra i fischi, schiacciato dalla fisicità giallorossa e dal peso di dover sostituire colui che lentamente stava sostituendo un totem come Gonzalo Higuain nei cuori dei tifosi napoletani. Quel giorno lo sostituì Mertens, “falso nueve” solo nella forma: metafora di una stagione.

Mertens-Insigne-Callejon

Dica 36

La montagna da scalare portava fino a Torino. Ed era quella dei ricordi, infranti in un’estate di lacrime (versate) e milioni, tanti (incassati): i 36 centri del Pipita in campionato rappresentavano lo zenit. Callejon e Insigne sono saliti allora sulle spalle del “gigante”: già, perchè Mertens, fiammingo di origini e scugnizzo nell’animo,  con quella sensibilità dei piedi, quella rapidità di calcio e di pensiero, abbinate alla versatilità d’un talento naturale, di colpo si è inventato un’altra vita calcistica e si è trasformato in un centravanti. Irrinunciabile: una sola volta è entrato a partita in corso, nell’1-1 interno contro il Sassuolo.  Il gol all’Empoli ha rappresentato il campanello d’allarme per gli avversari, prima di un dicembre fenomenale, da cinepanettone: tripletta al Torino – con un gol che si appresta a conquistare la copertina di centro dell’anno – poker al Cagliari e rete alla Fiorentina prima di Natale. Il centro al Pescara ha aperto il 2017: e accanto a Dries sono cresciuti anche Josè e Lorenzo. 4 reti e 7 assist per lo spagnolo, 6 reti e 4 passaggi vincenti per il prodotto del settore giovanile.

Insigne festeggia con Callejon

Questione di feeling

“Sta finalmente capendo tutto il suo potenziale. Uno così fa la differenza”. Copyright di Maurizio Sarri, con dedica a Mertens: già, perché a “Trilly”, come lo chiama un noto telecronista tifoso del Napoli, in carriera era sempre mancato un soldo per fare una lira.  Importante ma mai vincente – tranne per una Coppa nazionale – in Olanda con il Psv Eindhoven, alternativa da 34 reti in 138 partite nel primo triennio napoletano. “Bravo, ma mai decisivo”, l’etichetta che stava lentamente coprendo il numero 14 sulle sue spalle. Oggi l’hanno scucita, per dargli le chiavi del tridente offensivo che anche sabato sera, a San Siro contro il Milan, ha mandato in tilt la difesa rossonera e permesso di superare lo scontro diretto in chiave Champions. Il Napoli nel frattempo è pronto a blindarlo: si stanno limando i dettagli per il rinnovo del contratto fino al 2020.

Milik

Tornano i corazzieri

Da dodicesimo uomo a falso nueve il passo è stato breve. In campionato Mertens ha già segnato 12 volte e ha un record che fa invidia a bomber navigati: ha la miglior media gol della serie A. Un graffio ogni 105 minuti: Belotti ha trovato la rete ogni 110 minuti, Dzeko ogni 113, Higuain ogni 115 e Icardi “addirittura” ha avuto bisogno in media di 132 minuti per esultare. “E così adesso la smetterete di parlare di falso nueve” gongolava Aurelio De Laurentiis a fine 2016. Così il centravanti è diventato una figura quasi superata in casa Napoli: Gabbiadini è fermo a 3 reti, Milik e Pavoletti scalpitano. Ma sarà dura scavalcare la ditta del gol, alla quale va aggiunto Hamsik (6 reti) per il miglior attacco della serie A: 47 reti realizzate, con otto partite in cui il Napoli è andato a segno almeno tre volte.

Pavoletti

La Storia è (ri)fatta?

Quasi. Perchè il Napoli non cerca più in maniera ossessiva il finalizzatore, ma studia con pazienza come cercare di tirar fuori il difensore avversario con un giocatore che non dà punti di riferimento. Le ali e gli interni di centrocampo ringraziano: ma andiamoci piano a parlare di rivoluzione copernicana.  Perché non era il centravanti che mancava (pure manca), e nemmeno la fortuna. Mancava la consapevolezza che invece adesso c’è. E si vede. Anche Totti e Messi, eccelsi “falsi nueve”, a un certo punto hanno “accettato” la compagnia di un corazziere accanto a loro. In certe occasioni, potrebbe toccare anche a Mertens. Ma il discorso è un altro. Rischiavamo di annoiarci con la lotta scudetto e ora lo scudetto a trazione anteriore preannuncia sorprese. Anche grazie a quei tre grandi piccoletti che fanno cantare Napoli.

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