Nella sorprendente Lazio di Simone Inzaghi c’è un giocatore che ha margini di miglioramento quasi illimitati e che in ogni partita che gioca sembra più forte di quella precedente. Sergej Milinkovic-Savic in poco più di due anni è passato da promessa del calcio a faro del centrocampo biancazzurro, con quella capacità di passarla bene con entrambi i piedi e il tempismo nell’aggredire l’area di rigore avversaria con una fisicità dirompente per cercare il gol.

Quelli alti come lui, in Serbia, di solito scelgono di giocare a pallacanestro, sognando di diventare i nuovi Danilovic o di imitare le giocate di Sasha Djordjevic e Milos Teodosic, e Sergej fino ai 14 anni a basket ci ha giocato davvero. La madre Milijana, ex nazionale Jugoslava, spingeva per farlo stare sul parquet, ma alla fine ha prevalso l’amore per il calcio, lo sport a cui ha giocato suo padre e che pratica anche suo fratello Vanja (anche lui a discreti livelli: portiere titolare della Serbia Under 21, ora al Torino in attesa di un’occasione per spiccare il volo nel calcio che conta).

Quando però va a staccare, in area avversaria o in un contrasto aereo, in quei terzi tempi si riconosce ancora il Milinkovic-Savic giocatore di basket. Si, perché quando salta sembra davvero non dover scendere più a terra, e anche chi ci gioca contro sembra essersi accorto di questa peculiarità: l’anno scorso ha vinto il 65% dei duelli ad alta quota contro i suoi avversari. Sergej ha una capacità quasi innata di scegliere il tempo giusto, e spesso Inzaghi lo utilizza come innesco per le azioni offensive proprio grazie al suo colpo di testa, oltre che come assaltatore delle difese avversarie.

Il gol segnato al Pescara nello scorso campionato. Terzo tempo perfetto e incornata all’incrocio

Milinkovic-Savic però non è solo terzi tempi e contrasti aerei, ma anche rifinitore di livello, ed è questo che lo rende un freak davvero unico nel panorama della Serie A (e anche negli altri campionati di calciatori con le sue caratteristiche se ne trovano ben pochi). Un carro armato col tocco del trequartista, che in certe partite è così dominante da spazzare via chi gli si pone davanti. In tutta la stagione passata è arrivato a quota 10 assist, di cui 4 serviti a Ciro Immobile, che con la sua capacità di andare in profondità e di creare lo spazio rappresenta il compagno ideale per Milinkovic-Savic.

E quest’anno, dopo le due partite non eccezionali giocate in Supercoppa e contro la Spal, il Sergej dominante è riapparso domenica a Verona. Due azioni possono riassumere al meglio questo giano bifronte del calcio: il gol vittoria, con un tiro fortissimo che si è infilato proprio nell’angolo a destra del portiere, e il delizioso cucchiaio con cui ha mandato in porta Immobile (che però in quell’occasione ha sbagliato clamorosamente). Un gesto tecnico da spellarsi le mani, che di solito appartiene ai fantasisti brevilinei, non a un colosso alto 1 metro e 92.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Sergej era un ragazzo indeciso sul suo futuro e rifiutava la Fiorentina, in quel mese di luglio del 2015 nel quale sembrava dover diventare un giocatore della Viola. Quel cambio di idea proprio nel momento della firma del contratto può aver segnato per sempre il suo futuro, perché non molto tempo dopo i dubbi che lo attanagliavano quel giorno a Firenze sparirono e accettò la corte della Lazio, che ha creduto in lui fin dal primo momento.

Dopo un anno di apprendistato Milinkovic-Savic ha ripagato Lotito e Tare e, grazie anche allo straordinario lavoro portato avanti da Simone Inzaghi, si è trasformato da ragazzo timido in trascinatore. Un leader di poche parole, che fa parlare sempre il campo: il ragazzo serbo segna, ispira i compagni, contrasta e corre tantissimo (11,3 i chilometri di media a partita), senza mai perdere lucidità.

In questi giorni si è parlato di una super offerta arrivata a Roma, di quasi 70 milioni, che però non ha fatto vacillare la dirigenza laziale. Sergej non si vende, almeno per ora, e anche lui è ben felice di crescere ancora nella squadra che gli ha affidato le chiavi del centrocampo.

A 22 anni per uno così, come dicono gli americani, il limite è solamente il cielo. Quel cielo in cui l’aquila simbolo della Lazio vola alta e che Sergej Milinkovic-Savic sembra toccare ogni volta che stacca da terra.

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