La retorica del calcio di rigore ha un po’ stufato. È vero, Messi non deve avere paura, di un calcio di rigore. È vero, non è certo da questi particolari che si giudica un giocatore. Ma “questi particolari” rischiano di segnare una carriera, ed è un paradosso che i continui trionfi nel club non riescano a lenire la delusione per non aver mai alzato un trofeo con la maglia dell’Argentina. Una nazionale più forte di quelle che hanno trionfato, diciamolo chiaramente. Certamente più forte di quella del 1978, con Mario Kempes mattatore e una vittoria sporcata da qualche sospetto dittatoriale, probabilmente più forte di quella del 1986, fondata sul genio e sul talento di un solo giocatore. Lo diceva anche BilardoHo paura, perché dipendiamo da un aquilone, e siamo suscettibili al vento“. L’aquilone si chiama Diego Armando Maradona, e ad un certo punto, in un quarto di finale contro l’Inghilterra, partirà dalla sua metà campo palla al piede, dribblerà mezza Inghilterra e accompagnerà, con un colpo di biliardo, il pallone in rete. Per Victor Hugo Morales, uno dei più grandi telecronisti di sempre, diventerà l’Aquilone Cosmico, e quel “relato” passerà alla storia.

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È certamente il paragone eterno con Maradona, ciò che non lascia pace a Messi, che dopo il rigore con il Cile ha annunciato un incredibile ritiro, a soli 29 anni. Se uno ha vinto il più ambito dei trofei con l’Argentina e poco, pochissimo, con il club, l’altro ha alzato tutte le coppe possibili e immaginabili con il Barcellona ma non è mai diventato e forse mai lo diventerà l’icona di un paese. E questo, Leo, non se lo può proprio perdonare. Per una volta, l’ultima, il soprannome di “Pulce” sembra calzare a pennello, con una connotazione beffarda, quasi una nemesi albiceleste, per un uomo che si fa piccolo, con il volto trafelato dal pianto e la faccia dentro la maglietta, a pensare all’aquilone cosmico che lo sovrasta e lo osserva beffardo. Il Cile ha appena portato a casa la Copa America, quella che nessuno potrò togliergli per 100 anni, e Messi ha già deciso che si ritirerà. Non è colpa di un rigore, né di un Mondiale perso ai supplementari, è proprio che questo paragone con Diego è insopportabile persino per uno come lui. Dr Jekyll e Mr Hide del pallone, eterno vincente in Europa, perdente di lusso in Sud America.

Chissà se ha pensato la stessa cosa Roberto Baggio, dopo il rigore di Pasadena. Anche lui non è mai riuscito a vincere con la nazionale, eppure l’avrebbe meritato. Come Franco Baresi e Paolo Maldini, entrambi ritirati prima del tempo, per sfinimento oltre che per i fisiologici acciacchi del tempo. Messi non è l’unico a lasciare la propria nazionale per questo motivo, perché non vincere logora. Quello di Messi è un ritiro che non coinvolge solo gli argentini: Leo è un patrimonio del calcio, come Pelé, come Diego, Platini, Cristiano Ronaldo, pensare ad un Mondiale (il prossimo) senza di lui, vuol dire dover spiegare ai bambini perché il calciatore più famoso del mondo ha deciso di non partecipare. Magari la Fifa può poco, ma il Barcellona, la vera casa di Messi, può tantissimo per restituire al mondo il piacere di vederlo ancora impegnato in una manifestazione internazionale. È come se la festa perdesse il più prestigioso degli invitati. Il gioco più bello del mondo non se lo può permettere.

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Diversa la condizione di chi si è ritirato dopo una vittoria. Come Francesco Totti, che annunciò il suo ritiro subito dopo aver alzato la Coppa del Mondo. A molti, quella di Totti, è parsa una scelta egoistica, di un giocatore che avrebbe giocato ancora per 10 anni, e che poteva dare tantissimo al proprio Paese, ma Francesco è stato irremovibile. Così come lo è stato Philipp Lahm, il capitano della Germania che ha trionfato in Brasile. Il 30enne difensore del Bayern Monaco, con 113 presenze nella selezione allenata da Löw, dopo aver portato il suo paese al quarto titolo mondiale, ha deciso di fare un passo indietro, non prima di aver detto che non avrebbe sopportato un’altro terzo posto: “Se avessimo giocato un’altra finale per il terzo posto non mi sarei presentato“.

Il tedesco Uli Hoeness decise di abbandonare la nazionale a 22 anni nel 74, poi ci ripensò. La abbandonò definitivamente dopo il rigore sbagliato nella finale di Euro ’76, quella del cucchiaio di Panenka. Lo stesso Breitner lasciò la nazionale, per motivi ideologici, per poi tornarci a sorpresa anni dopo. In Olanda, il cui calcio totale evidentemente logorava più delle mancate vittorie, hanno dato l’addio anzitempo Johnny Rep (pare per incompatibilità con Crujiff che gli passava il pallone un centimetro più avanti o più indietro per fargli fare brutta figura) e l’allora giovanissimo e promettente Neeskens. Entrambi si sono ritirati a 26 anni. Di quella generazione come non citare Gunther Netzer, che lasciò la nazionale perché si mise in affari e il grande Gerd Muller, notoriamente pieno di vizi e si giocò tutto prima di accettare i soldi dei Cosmos in America.

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Dopo aver guidato i Paesi Bassi alla qualificazione al campionato del mondo 1978 con prestazioni sommariamente di buon livello (segnando anche un gol a pallonetto dai pressi dell’out contro il Belgio), Cruijff annunciò la scelta di non voler partecipare alla rassegna iridata in Argentina, decisione presa in seguito al sequestro subìto a Barcellona a danni suoi e della sua famiglia – e, come venne fatto inizialmente intendere dalla stampa, per protesta contro il regime militare al tempo al potere nel paese sudamericano; in una successiva intervista televisiva affermò tuttavia che la scelta di non prendere parte ai mondiali non dipese dalla situazione politica di quella nazione (il calciatore olandese ricordò, nell’occasione, che nonostante tutto militò in Spagna negli anni della dittatura franchista), quanto piuttosto dal fatto che aveva deciso di smettere, non avendo più motivazioni tali da permettergli di dare tutto per la Nazionale. Quella del 1978 fu la generazione delle rinunce. Allora lasciare la propria nazionale non era neppure concepibile.

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AI giorni nostri hanno scelto di ritirarsi prima della fine della carriera anche Ribery con la Francia e Xabi Alonso con la Spagna, ma entrambi avevano vinto. Diversa la storia di Gerrard, che si è ritirato a 34 anni dalla nazionale inglese senza aver vinto, come tutti gli inglesi nati dal ’70 in poi, nessun trofeo. Ha chiuso con 114 partite da capitano e 21 gol, dopo i Mondiali brasiliani. Triste anche la storia di Didier Drogba. Ci ha provato a fare il colpo di coda in Brasile, ma al 91′ dell’ultima partita del girone eliminatorio è finito il sogno degli ivoriani. Rigore per la Grecia, gol e niente qualificazione agli ottavi. Il suo addio fu ufficializzato su Instagram: “È con molta tristezza che ho deciso di mettere fine alla mia carriera internazionale. Questi 12 anni in Nazionale sono stati immensi ed emozionanti. Sono fiero di aver capitanato questa squadra per 8 anni e per aver contribuito a piazzare la Costa d’Avorio sulla scena mondiale partecipando a tre edizioni della Coppa del Mondo e a due finali sfortunate della Coppa d’Africa“. Anche per lui, con la maglia della Costa d’Avorio, 65 gol in 104 presenze e nessun trofeo.

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In attesa che Messi ci ripensi non ci resta che constatare che Leo non è l’unico grande campione a non aver alzato trofei con la propria nazionale. Vale per Gerrard, Drogba, Roberto Baggio, Ibra (forse sta per arrivare anche il suo annuncio) e quel Cristiano Ronaldo che non ha mai ipotizzato un ritiro forse perché nessuna stella, nemmeno quella di Eusebio, sembra oscurarlo, dal momento che la sua nazionale è ancora a secco di vittorie internazionali e non c’è nessun paragone incombente. Al massimo quella bruciante sconfitta della finale di Lisbona del 2004, contro la Grecia. Ma Cristiano era troppo giovane per non pensare che un altro treno sarebbe passato. Speriamo passi anche per Messi, l’aquilone cosmico è ancora lì, in cielo, che osserva e sghignazza beffardo. Gli dei del calcio hanno bisogno di vederlo ridere di gusto con la maglia del suo Paese e di non pensare “Don’t cry for me Argentina“.