Tra le immagini della storica finale di Berlino tutti gli italiani ricordano ancora le istantanee di un cerchio al centro del campo. Pochi avevano capito cosa stesse succedendo, ma proprio in quel momento Mauro German Camoranesi stava tagliando la sua coda in mondovisione.

Attirò l’attenzione degli osservatori del calcio italiano nell’estate del 2000, quando venne acquistato in comproprietà dal Verona. Deve tantissimo ad un allenatore, oggi direttore tecnico, preparatissimo e silenzioso: Attilio Perotti. “È stato un personaggio fondamentale per la mia carriera, con me ha usato rispetto e pazienza e gran parte del mio rendimento a Verona lo devo a lui. Una grande persona, al di là del tecnico comunque molto valido“.

Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT
Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Della sua carriera veronese restano ben impresse due immagini: il gol decisivo in un derby in rimonta, contro il Chievo (quello della folle corsa di Alberto Malesani, che gli costerà un litigio in diretta con Giorgio Tosatti) e poi il pallonetto contro la Reggina, nello spareggio salvezza al Granillo, che varrà al Verona la permanenza in Serie A. Nella stagione 2001/02, nonostante il Verona retroceda in Serie B, continua a dimostrare ottime doti tecniche attirando l’attenzione della Juventus, che lo acquista in comproprietà per 4 milioni di euro nell’estate del 2002 per sostituire l’infortunato Zambrotta, dopo che gli scaligeri hanno riscattato l’intero cartellino dal Cruz Azul.

A Torino, con Marcello Lippi, si guadagna subito un posto da titolare: nonostante a Verona fosse schierato come punta esterna, il tecnico viareggino lo piazza sulla fascia destra, valorizzando le sue doti tecniche ed il dribbling secco. Disputa, tra campionato e coppe, 45 partite, mettendo a segno quattro reti e vincendo il suo primo scudetto. Purtroppo, la grande delusione arriva dalla finale di Champions League di Manchester: Pavel Nedved, autentico trascinatore della Juventus di quegli anni, è squalificato e Lippi decide di schierare Mauro al suo posto, come trequartista. La prestazione dell’argentino è deludente e la “Coppa dalle grandi orecchie” è vinta dal Milan. Al termine della stagione è riscattata la seconda metà del cartellino per 4,5 milioni di euro e Mauro diventa totalmente di proprietà bianconera.

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Non è mai stato tenero con i giornalisti italiani, sopratutto quelli che gli chiedono perché non canti l’inno nazionale: “Sono tre anni che mi rompono con la storia dell’inno italiano, fanno la solita domanda per provocarmi. Inizialmente rispondevo che da dieci anni non canto l’inno argentino, figuriamoci quello italiano, ma loro mi stuzzicano per farmi dire cose che non voglio“.  Non è stato facile, in realtà, dimenticare l’ostracismo di Marcelo Bielsa, allora selezionatore dell’Argentina, nei suoi confronti, ma la sera di un freddo 12 febbraio 2003 iniziò l’avventura che avrebbe fatto di lui il settimo oriundo capace di sollevare la Coppa del Mondo con la maglia azzurra dopo Raimundo Orsi, Enrique Guaita, Michele Andreolo, Anfilogino Guarisi, Luis Monti e Atilio De Maria nel 1934 e nel 1938. Era dai tempi di Angelo Benedicto Sormani (Mondiali in Cile del 1962) che non si vedeva un oriundo vestire la maglia della Nazionale italiana.

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L’immagine che ricordo di più – dirà Mauro, a coronamento di questa esperienza – è l’ingresso in campo, con la Coppa sul tavolo ed al mio fianco, tra gli avversari, tre amici come Trézéguet, Thuram e Vieira. Ed a fine partita, nella gioia della vittoria, sono andato a consolare sul campo i miei compagni sconfitti. C’è una grande distanza tra la felicità e lo sconforto, tra il vincitore ed il vinto“.

La notte prima della partita con la Francia nessuno riusciva a dormire. Fu allora che Ciro Ferrara entrò nella stanza di Camoranesi con il cellulare in mano: Stai tranquillo che domani diventi Campione del Mondo, dormi sereno” si sente dall’altra parte del telefono. “Era Maradona, non ci potevo credere. Io Diego non lo conoscevo, non gli avevo neanche mai parlato. È stata una dell’emozioni più grandi che abbia provato”

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L’anno successivo inciderà il suo nome nella storia della Juventus. Non per un trofeo, non per l’ennesima vittoria, ma per essere stato uno dei pochi a restare dopo la diaspora di Calciopoli, sebbene un po’ a malincuore. “Non volevo restare, ma non mi hanno lasciato andare. Ero d’accordo con il Lione, ma sono stato obbligato a restare. Ho trent’anni anni e sto giocando in B, diciamo che non è proprio quello che sognavo a questo punto della carriera. C’è una cosa buona, almeno. Abbiamo tutte le domeniche libere“. Ma i tifosi non dimenticano certe cose. È per questo che Buffon, Trézéguet e Del Piero sono inattaccabili per i tifosi bianconeri. E Camoranesi anche. Fosse anche solo per le domeniche libere. Segnò due gol contro l’Inter nel 2007-2008: per quella Juve, provinciale, erano le partite dell’anno. Segnò all’andata e al ritorno. Non era un fenomeno, ma se in giornata ti faceva divertire.

Mauro Camoranesi – dice Giuseppe Andriani, editor di blogdicalcio e juventino – non è stato uno che è passato inosservato. Taglio di capelli da rocker, estro da trequartista per un esterno puro, che da centrale di metà campo avrebbe dato tanto anche negli ultimi anni di carriera. Un italiano con il dna di un sudamericano, o viceversa. Non ha mai cantato l’inno di Mameli prima di giocare in nazionale, non l’ha mai saputo. Ma non sapeva nemmeno quello argentino. Magari è il suo modo di intendere la vita, la nazionale: non conoscere l’inno. Non lo sarà, ma sarà uno di quei calciatori che rimangono nella mente, oltre che in una parte remota e irrazionale di cuore”