Richard Scudamore è un nome non troppo noto agli appassionati di calcio. Non è un calciatore, né un allenatore, né tantomeno un direttore sportivo. È semplicemente il manager che ha reso ancora più ricchi i club della Premier League inglese, e ancora più equilibrato e competitivo il campionato di Sua Maestà. Un campionato che ha raggiunto numeri in grado di competere con l’NFL e di superare NBA e MBL, rendendo il calcio un prodotto planetario. Solo 10 anni fa questa definizione era infatti valida solo in alcuni continenti, non certo in Paesi come gli Stati Uniti, l’India e l’Australia. Dopo il nuovo accordo, l’ammontare dei diritti Tv arriverà £5.136 miliardi per il triennio che inizierà nella stagione 2016/17, che rappresentano il 70% in più degli attuali £3 milardi.

18 Other Sports TV rights

Il CEO della Premier League ha così ottenuto un’ancora più ampia dei distribuzione dei diritti che, di fatto, renderanno molti club di seconda fascia della Premier più competitivi e appetibili di club del campionato italiano. Tanto per intenderci, e fare degli esempi pratici, già oggi il Tottenham ha più potere d’acquisto dell’Inter, il West Ham, l’Everton, il Newcastle e l’Aston Villa della Roma e della Lazio. Ma quello che emerge è la forbice (ridotta) tra la squadra che guadagna di più, il Liverpool, e quella che incassa di meno, il Cardiff. Nel triennio 2016-2019 i Reds guadagneranno 151 milioni, crescendo del 54%, i gallesi 92 milioni, crescendo “appena” del 32%. Questo vuol dire che in Premier League potranno godersi un campionato ancora più spettacolare ed equilibrato. E con gli stadi pieni.

4 PL Distribution growth

Tutto inizia da qui infatti. Dal Thatcher Act, le leggi severissime (e un po’ ipocrite, ammettiamolo) della Lady di ferro. Gli hoolingans inglesi continuano ad esistere e a picchiarsi regolarmente fuori dai pub, ma negli stadi non possono permettersi nulla, e tanto basta ai cassieri di Arsenal, Manchester e Chelsea per fregarsi le mani ogni fine settimana. Il sistema è certamente meno democratico: i biglietti dello stadio costano di più e creano disparità sociale, la stessa che vediamo esplodere quando questi hooligans possono andare in trasferta, magari in qualche Paese dove è possibile delinquere tranquillamente. Una disparità che, tornando in Inghliterra, ha finito per allontanare molti tifosi dal calcio, e non è detto che vada copiato in tutto e per tutto. Di certo l’Inghilterra, e la Premier, è l’unico modello di campionato che offre grandi possibilità sportiva anche alle piccole. Quella dell’FA Cup non è solo una bella favola. Guardate questo dato fornito da SwissRamble: tra le 5 squadre che fatturano di più dai rispettivi campionati c’è una sola inglese: il Manchester United.

Ci sono poi Real Madrid e Barcellona, il Bayern Monaco e il solito Paris Saint Germain. Diamo poi un’occhiata a quello che succede dal sesto al decimo posto. Ci sono 4 inglesi e una sola italiana, la Juventus, al decimo posto. I dati di SwissRamble dimostrano che la forbice tra le grandi d’Europa, dei rispettivi campionati, e le altre squadre è elevatissimo. Nelle prime trenta posizioni ci sono infatti solo 5 italiane (tra il decimo e il ventiquattresimo posto), 4 tedesche (ma osservate la differenza tra il Bayern, terzo e l’Amburgo ventottesimo), 3 spagnole (non c’è paragone tra Real, Barca e Atletico per non parlare del resto) e 2 francesi, con i marsigliesi che inseguono il PSG soltanto grazie alla politica del Loco Bielsa. A parte Galatasaray e Benfica, le altre squadre sono tutte inglesi.

5 Money League

La Serie A italiana si piazza al secondo posto tra i campionati con il più alto divario tra le big e le altre squadre, anche perché sono sempre di più le squadre che vengono dalla provincia, e quindi con meno potere d’acquisto rispetto a piazze che sono attualmente in Serie B come Bari, Bologna e Catania. La Spagna vince a mani basse questa classifica del divario e non sembra abbia molta voglia di risolvere il problema. Ma se in Spagna, nonostante divieti assurdi di trasferta e violenze di troppo (anche quest’anno si sono verificati casi come quelli precedenti ad Atletico – Deportivo), gli stadi continuano ad essere mediamente pieni, in Italia siamo ai minimi storici. Lotito, che si preoccupa di un’eventuale promozione del Carpi, non tiene conto che le grandi responsabili sono di Milan e Inter che hanno ridotto quasi del 50% la loro media spettatori.

Gli stadi non sono comodi, non sono riscaldati, nella maggior parte dei casi sono quasi totalmente scoperti. Anche stadi come il Dall’Ara per 3/4 non hanno una copertura. Le Società italiane starebbero per investire 300 mila euro per la goal line technology, ma non hanno soldi per riparare le famiglie che vogliono andare allo stadio con la pioggia. Dicevamo che il modello inglese non è l’unico a cui guardare, infatti per quanto riguarda gli stadi non è replicabile da noi, dove la cultura è totalmente diversa. Ma un’idea potrebbe venire dalla Francia dove il Marsiglia ha deciso da anni di rendere più confortevole il Velodrome (tribuna, distinti e curva sud) e lasciare invece la curva nord dura e pura. Della serie: se vuoi lottare, sentire il freddo che ti penetra nelle osse, pagare meno e prendere la pioggia quando il tempo non è clemente, vai in curva. Sarei sempre il nostro dodicesimo uomo.

La nostra Serie A ha bisogno di innovazione, di cambiamento, di idee che consentano prima di tutto agli stadi di tornare ad essere centrali nell’economia del calcio. Iniziare la battaglia dai diritti TV senza prima riempire i luoghi dello spettacolo non ha senso, perché in alcune culture, quelle che oggi ancora pagano per comprare il nostro spettacolo, gli stadi pieni sono importanti quanto una giocata, un tunnel e un bel goal. Siamo sempre meno competitivi e in questo modo i campioni continueranno a preferire il Cardiff alla nostra Serie A. La forbice tra noi e gli altri campionati è sempre più ampia. Non basterà investire sui giovani, per quanto bravi, né ridistribuire i diritti televisivi. Ci vogliono nuove idee e nuovi manager. Magari – come ha affermato lui stesso – Richard Scudamore non sarà un genio. Ma nemmeno da noi ce ne sono tanti, a quanto pare.

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