C’è chi lo chiama marketing, chi la definisce arte, di certo Barcellona e Real Madrid, dal punto di vista dello storytelling sono un passo avanti rispetto alle altre big d’Europa, italiane comprese. Nell’ultimo anno, infatti, galacticos e blaugrana si sono sfidate non solo sul campo a colpi di Champions (le ultime due edizioni portano i loro marchi) ma anche nelle sale cinematografiche. È la massima espressione del racconto, della narrazione tout court, della sospensione dell’incredulità dal campo allo schermo. Un tempo non ci saremmo mai sognati di andare a vedere al cinema un film dal nome Messi, o Ronaldo. Il Barcellona ha osato ancora di più con Barça Dreams, prodotto da Jorge Lorenzo (sì, proprio quel Lorenzo), un documentario presentato qualche settimana fa, che spiega la genesi del mito, dal Mes que un club a Johan Cruyff, fino a Guardiola e Luis Enrique.

I giocatori del Barça sono ormai abituati a queste comparse. Recitano come attori consumati, bucano lo schermo, sono eroi contemporanei che uniscono alle abilità tecniche quelle mediatiche. Piqué appare in entrambi i film con racconti degni dei migliori storytelling e recita con la stessa naturalezza con cui nel video di Waka Waka, girato per i mondiali 2010 in Sudafrica, aveva fatto innamorare Shakira.

Ma sono i registi che cercano le grandi di Spagna, o sono questi club, così avanti nel marketing, che nelle loro strategie di content marketing includono anche dei passaggi cinematografici? Sicuramente entrambe le risposte sono valide. Quando a Woody Allen fu commissionato un film che avesse come protagonista la città di Barcellona, il regista newyorkese rispose che sarebbe stato semplicissimo mettere in scena una città così controversa e ricca di spunti. Ma nel suo stupendo Vicky, Cristina Barcelona, il calcio non è nemmeno citato, quando invece è, assieme a Gaudì e alle Ramblas, orgoglio e rappresentazione della Catalunya.

Barça Dreams parte invece da questo presupposto: narrare la capitale di una nazione e di un’identità attraverso una squadra. Fil rouge di questa storia, punto di svolta, il maestro Johan Cruyff. Lui che da giocatore scelse il Barça, e non il Real, perché non amava re e dittatori che gravitavano intorno alle merengues; lui che fregandose dell’editto di Franco, che vietava l’utilizzo di nomi catalani, chiamò il figlio (nato in Catalunya) Jordi, e respinse ogni accusa dicendo “È un nome olandese, nessuno può dirmi nulla“; lui che come allenatore portò la prima Coppa dei Campioni al Nou Camp, ma soprattutto impose una mentalità che ancora oggi è possibile ritrovare nel dna del club e degli allenatori che sono stati rigorosamente suoi allievi, nonché protagonisti in campo. Non è un caso che l’unica annata grigia del Barca sia stata quella con il Tata Martino, un grandissimo allenatore, ma non un barcelonista.

Non vi sembra una storia da grande schermo? E non lo è forse anche quella di Messi, arrivato dall’Argentina con tutta la famiglia, adottato dalla società che si accollò costosissime cure a base di ormoni, con più di un consigliere che spingeva per il suo taglio? “Stiamo spendendo un sacco di soldi per questo ragazzino, che non diventerà mai un calciatore. Manteniamo lui e la sua famiglia, l’unica cosa che possiamo fare per il bene del Barça è rimandarlo a casa” dicevano persone molto vicine al club, prima di essere smentite dal fuoriclasse argentino e dai suoi colpi. Il resto è raccontato nel bellissimo docu-film “Messi, storia di un campione”, pellicola che consigliamo non solo agli amanti di calcio, ma a tutti gli appassionati di belle storie. Il film vede alternarsi attori professionisti con giocatori ed ex protagonisti del Barcellona, tenendo un ritmo lento ma ricco di improvvise velocizzazioni, come le giocate di Leo, appunto.

Il Real risponde con la storia di Cristiano Ronaldo, un personaggio completamente diverso da Messi, ma ad esso complementare, tanto da meritare un film tutto suo. Non è un mistero infatti che i due siano i calciatori più famosi del pianeta e che dire “Cristiano” in qualunque parte del mondo significa far illuminare gli occhi ad un bambino. Ronaldo ha girato di più di Messi, non ha avuto mai grandi problemi con il suo fisico, ma viene dalla povertà, dal sacrificio, con il quale ha imparato a convivere. È un perfezionista, si sottopone a sedute di crioterapia per migliorare le prestazioni, ha chiesto a Usain Bolt di aiutarlo a migliorare lo stile di corsa. Ronaldo non ha tatuaggi (Messi sì, da poco), non è devoto a nessuno se non a se stesso e alla Vergine Maria. Ma è il professionista perfetto, una macchina da gol senza precedenti. Nel film si racconta l’uomo, quello che ha lasciato casa a 12 anni, tra le lacrime della mamma, quello che piangeva al telefono perché voleva tornare a casa, quello che ce l’ha fatta perché ha tenuto duro.

Chissà se vedremo in futuro altri film dedicati ad altri club europei, di certo sarebbe bello guardare sul grande schermo l’epopea di Ferguson, il Mourinho nerazzurro, il grande Milan di Berlusconi che, chissà come mai, non ha pensato di girare un film sugli anni di Sacchi, quando avrebbe avuto tutti i mezzi per farlo. Abbiamo visto pellicole su Maradona e Best, ma mai con l’egida dei club.

Chiudiamo con un film che magari non parla di coppe, vittorie e grandi campioni, ma di una meravigliosa stagione fallimentare. La stagione è quella del Bari 2013/2014 dal fallimento alla quasi serie A. Una storia non a lieto fine, che ha avuto molto successo sugli schermi e non solo. Raccontateci altre storie di calcio, non necessariamente a base di coppe, campioni e scudetti. Per il calcio avremo sempre un posto in prima fila.