“Ma quanto tempo è passato?”

La domanda, più che lecita, viene spontanea se si pensa ai rimbrotti della piazza di Roma, alle vignette che ironizzavano sull’assonanza tra il cognome di Edin e l’aggettivo “cieco”, ai fotomontaggi che ritraevano il lungagnone di Sarajevo con al guinzaglio un cane pastore nel mezzo di un campo di calcio. Oggi Dzeko fa paura solo ai suoi avversari, e i suoi numeri lo confermano. Il “bomber buono” è diventato cattivo al punto giusto e sta dimostrando di meritare la maglia numero 9 della Roma.

L'1-0 di Dzeko al Pescara

Edin-uovo lui

8 reti in 31 partite di campionato. I numeri con i quali Edin aveva archiviato la prima annata in giallorosso avevano addensato i cieli della Capitale di dubbi: il ritiro estivo lo ha consegnato a Spalletti tirato a lucido, l’eliminazione cocente incassata contro il Porto nei preliminari di Champions ne aveva ridestato gli interrogativi. “Reggerà le pressioni?” era la domanda più ricorrente a Trigoria e dintorni. La risposta, a tre mesi dall’avvio della stagione, è “sì”. Sarà merito della fiducia del mister o di un nuovo regime alimentare: di fatto, la Roma oggi non può fare a meno di Dzeko. Le sconfitte, sin qui (a Firenze, Torino sponda granata e Bergamo) son coincise sempre con giornate in cui il bosniaco è andato a secco.

Dzeko e Totti

A caccia di record

Del contributo di Edin, oltre alla classifica cannonieri e al monte-reti giallorosso, ora beneficiano anche i compagni di squadra: gli assist all’attivo sono già 4. A impressionare, però, è la freddezza davanti al portiere avversario: 17 reti in 20 apparizioni stagionali. Dopo 14 giornate di Serie A l’ex Manchester City conta già 12 gol, di cui ben 10 maturati quando la Roma ha portato a casa i tre punti. Tanti centri quanti ne aveva realizzato Gonzalo Higuain nella scorsa stagione, valsi il nuovo primato di gol in una sola stagione di Serie A dopo 56 lunghi anni: alla fine il Pipita arrivò a 36, numeri da record.

Edin li ha messi sicuramente nel mirino, ma lo tiene per sé: “squadra” è la parola d’ordine per il centravanti 30enne. Per ora, però, la stagione gli ha consegnato già una importante soddisfazione: quasi un centro a partita, per un avvio che non era riuscito nemmeno a Gabriel Omar Batistuta nell’anno del terzo scudetto giallorosso. Quell’anno, infatti, il Re Leone si fermò a 16. Davanti a tutti, ma non davanti a Totti: il capitano, ieri come oggi, c’è ancora e pennella palloni incantevoli per le sue punte.

D come diesel

D come Dzeko, D come diesel. Tende a carburare con il tempo, l’attaccante timido e riservato che ama postare su Instagram foto con la figlia Una, avuta in febbraio dalla compagna Amra, e limitare al minimo le incursioni nella vita mondana della Capitale. Il cigno timido e un po’ impacciato dello scorso anno ha ormai da tempo lasciato il posto a un avvoltoio con l’animo da killer, che non conosce differenze tra coppa e campionato, tra casa e trasferta. Un film già visto nella carriera di Edin: a Wolfsburg, 9 reti nella prima stagione  e 36 (26 in campionato, record in carriera) nell’anno successivo, quello del Meisterschale.

Di lì il volo in direzione Manchester, maglia City: la progressione delle reti, tra il 2011 e il 2015, segue la stessa crescita. 19, 15, 26.  E se due indizi non fanno una prova, Roma rappresenta l’evidenza, il noumeno: se a questo ci aggiungiamo che storicamente Dzeko carbura nella seconda parte della stagione, per i tifosi giallorossi (forse) il meglio deve ancora venire…

Dzeko e Pjanic in nazionale

Amico, ti tengo d’occhio

Domenica sera, la sua doppietta contro il Pescara ha permesso alla Roma di riagganciare il Milan al secondo posto ma soprattutto di avvicinare ulteriormente la Juventus, oggi distante soltanto quattro punti. Il tutto con un dicembre di fuoco all’orizzonte: Lazio, Milan e bianconeri sono i prossimi ostacoli nel cammino giallorosso.

E la sfida alla Juventus coincide con quella all’amico fraterno Miralem Pjanic, che non ha mai nascosto il suo ruolo di mediatore nell’arrivo di Edin in Italia. “Per una squadra un giocatore come lui fa bene: ha vinto tanto e mi farebbe piacere averlo sempre vicino” raccontava il centrocampista un anno e mezzo fa. Uniti in campo, compagni in nazionale, amici nella vita di tutti i giorni. A prova di questo il fatto che il figlio di Miralem si chiama Edin, come l’amico di papà. Ma in amore e in gioco tutto  è concesso: e chissà che Dzeko non voglia far rimpiangere all’amico di tante battaglie, che ha scelto Torino per “vincere di più”, la scelta fatta.

Luciano Spalletti con Dzeko a fine match

Leader da derby

Se un allenatore potesse creare al computer il prototipo di un attaccante, lo farebbe identico a Dzeko. Lui è perfetto: forte, alto, veloce per la sua taglia, combattivo, aggressivo e dotato di buona tecnica. Tuttavia “…manca ancora di cattiveria in fase realizzativa e deve dimostrare queste caratteristiche in campo…”. Parole di Luciano Spalletti in un’intervista concessa al portale bosniaco Oslobodjenje.

Probabilmente il suo attaccante lo ha ascoltato e nel post-partita del sofferto 3-2 sul Pescara ha ricordato davanti a microfoni e telecamere che giocando così non si vince un derby. Parole da leader, con la Lazio alle porte (si gioca domenica alle 15). E Spalletti? Ha risposto con il sorriso sornione da toscanaccio doc: “Beh, cominci a giocare meglio lui, così ci dà una mano”.

I compagni di squadra lo hanno accettato come un membro della famiglia quando in estate ha deciso di rimanere, lui sta ripagando con i gol. Raggiungere le vette toccate da Higuain non sarà facile. Ma una partita di calcio è come la vita: ci sono dei momenti in cui bisogna afferrare le opportunità che capitano con entrambe le mani. Ed Edin, che dalla Bosnia ne ha fatta di strada, lo sa bene. Ora sì che l’amore è Dzeko.

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