La distanza tra Alessandria a Milano è di poco inferiore ai 100 km. Collega sì due regioni, Piemonte e Lombardia, ma tutto sommato è abbastanza breve. La via che porta da Alessandria a Milano è una strada che, tra il 1959 e il 1960, i dirigenti del Milan tracciarono diverse volte. Chissà se agevolati, proprio in quegli anni, dall’apertura del tratto A7 Milano-Serravalle. Era considerata una strada di affari, la chiamavano “la camionale” perché a quello serviva. A commercio e affari. E, infatti, l’affare lo fece il Milan. Ci provò anche l’Inter, ma arrivò tardi.

Eppure in quegli anni “la camionale” diventò sinonimo anche di poesia e magia applicata all’arte del pallone. Tra il 1959 e il 1960, i dirigenti rossoneri insistettero per portare a San Siro un giovane neanche sedicenne, nato proprio ad Alessandria e che in maglia grigia aveva già debuttato in serie A. Un ex giocatore, Pedroni, allenatore dell’Alessandria, lo segnalò a Viani, allora dt rossonero: Viani lo fece provare con Schiaffino, tutti assieme convinsero il presidente Rizzoli. Sulla strada del commercio tra Alessandria e Milano, allora, si mise in moto qualcosa e qualcuno. Perché Rizzoli si fece convincere: lo pagò, eccome, quel ragazzo ma non ne conosceva nemmeno il nome.

Rivera_Rocco

Anni dopo, il suo nome è noto a tutti, Gianni Rivera. Ed è ancora lui il simbolo della sfida di ritorno della semifinale di Coppa Italia tra Milan e Alessandria. Lui che con l’Alessandria è cresciuto, ed è diventato mito con il Milan in 19 stagioni da top player, diremmo oggi. Lui che in Coppa Italia con l’Alessandria non ci ha mai giocato, ma che al Milan l’ha vinta quattro volte. Il cuore, invece, è diviso a metà. In grigio vive la giovinezza: a 14 anni fu provato in prima squadra in un’amichevole con gli svedesi dell’Aek, a 15 ha debuttato in serie A contro l’Internazionale, a 16 infilò la sua prima stagione nel massimo campionato nazionale con 6 gol e il premio della convocazione all’Olimpiade del ’60.

In rossonero (e in azzurro poi) ha vissuto la maturità e la gioia dei risultati: tre scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, una Coppa Intercontinentale, un Europeo, un Pallone d’oro, una volta miglior realizzatore della Serie A, due volte Capocannoniere della Coppa Italia, un Mondiale epico tra la semifinale 4-3 con la Germania e i 6 minuti della finale con il Brasile. Trovare ancora oggi un calciatore italiano con questa storia e questo palmares è impresa ardua. E queste poche righe certificano, se ancora ce ne fosse bisogno, la grandezza di Gianni Rivera. Uno che ha determinato con la sua eleganza e con il suo tocco leggero un’epoca (e non solo per la ormai mitica staffetta con Mazzola). La sua storia ha lati formidabili: i debutti da minorenne, il grande calcio, il Milan vissuto come una bandiera fino alla fine.

Pallone d’oro che il giorno della finale di Coppa dei Campioni contro il Benfica regalò la sua maglia ad un avversario senza ricevere nulla in cambio e dovette salire i gradini di Wembley coperto con un orrendo spolverino prestato da chissà chi ma che ha girato il mondo nei secoli a venire.

GIANNI-RIVERA

Già alla vigilia della gara di Torino, Rivera parlò di sogno realizzato nel caso in cui l’Alessandria “fosse arrivata in finale di Coppa Italia e il Milan al terzo posto e quindi in Champions”. Un incrocio fantastico, reso ancora più difficile dal risultato dell’andata. Incroci. Attorno alla formazione piemontese ne girano diversi. Nel 1936 i grigi sono arrivati in finale di Coppa Italia, battendo il Milan in semifinale e perdendo 5-1 col Torino. Certo, all’epoca, l’Alessandria era in serie A: quella categoria che le manca proprio dal giorno della partenza di Gianni Rivera.

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Il Golden Boy del calcio italiano, acquistato in comproprietà nel ’59, partì per Milano proprio nel ’60 dopo la retrocessione in serie B: 100 km “sulla camionale” senza ritorno per Rivera, una discesa senza mai più risalita per l’Alessandria. Una strada di sogni e di incubi, oggi solo di sogni per i ragazzi di Gregucci e i loro tifosi. Che arriveranno a Milano, stadio San Siro, sulle orme di Rivera. Ma non hanno l’obiettivo di fare un affare, quanto quello di realizzare un’impresa. Che forse è stata già realizzata.

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