Sappiate amare la Bari, sappiatela custodire e guardatela sempre da innamorati

Le parole di Floriano Ludwig, imprenditore oriundo di origine austriaca e appassionato di sport, sono quelle che hanno accompagnato la nascita del Foot-ball club Bari, 110 anni fa,  con la sola luce di un lume a petrolio a illuminare il retrobottega in cui i soci si erano riuniti.

Parole che esprimono quel sentimento che poi ha accompagnato la storia di una squadra come poche altre, una storia di cadute e rinascite, di grandi delusioni e di passione indistruttibile. Parole che in qualche modo sembravano già presagire quel destino travagliato che la squadra ha vissuto, quasi un invito a non mollarla e a non abbandonarla, neanche nei momenti più difficili. La Bari (nell’accezione femminile, riportata in auge negli ultimi tempi, che si fa preferire per quel retrogusto un po’ romantico) si deve amare, senza condizioni, anche nei momenti bui, anche con i continui saliscendi tra una categoria e l’altra che l’hanno sempre contraddistinta e portata ad essere definita una “squadra ascensore”.

Tifare La Bari è un “mestiere” difficile, che ha abituato i tifosi a una specie di cronica rassegnazione. Anche quando la gloria è a portata di mano c’è sempre l’impressione che sia frutto di un bel sogno e che, al risveglio, tutto sarà svanito come neve al sole. Una concezione difficile da cancellare, perché legata a un vissuto in cui la gioia è solo un momento passeggero che precede quasi sempre una grande delusione.

Le ultime due stagioni in Serie A in questo senso sono paradigmatiche: al San Nicola e a San Siro i biancorossi hanno fermato due volte l’Inter di Mourinho nell’anno del triplete, ricevendo apprezzamenti per il gioco mostrato in tutta Europa (e chiudendo il campionato con 50 punti, risultato incredibile visti i presupposti), e all’inizio del campionato 2010/2011 hanno battuto la Juventus 3-1.

Poi però nella stagione seguente è arrivata la tempesta calcioscommesse e quei risultati eccezionali sono svaniti, sotterrati dalla vergogna. Una parentesi nera del nostro calcio in una stagione horribilis, che non poteva che terminare con la retrocessione in B da ultima in classifica.

Quella brutta storia di partite vendute però non può cancellare le storie che Bari ha regalato al calcio. Storie di grandi imprese e di un tifo che ha pochi eguali in Italia, storie di talenti che hanno fatto emozionare e di squadre che contro ogni pronostico hanno saputo regalare momenti straordinari.

1984 – Bye bye Juve, nel segno di Totò Lopez

La prima grande impresa moderna risale al 1984. L’avversario è la Juve di Platini, quella con Boniek, Tardelli, Paolo Rossi e altri campioni che avrebbe poi vinto il campionato e la Coppa delle Coppe a fine anno. Una sfida impari, troppa la differenza di valori. Poi però c’è il campo, e a Torino Antonio Lopez detto Totò si prese il palcoscenico e segnò un’incredibile doppietta (alla fine la partita finì 1-2). Al ritorno i bianconeri tentarono in tutti i modi di ribaltare il risultato, ma un rigore all’ultimo minuto del solito Lopez li ricaccia indietro. Se chiedete a un barese il primo calciatore che gli viene in mente che si chiami Totò, probabilmente non risponderà Schillaci.

 

Joao Paulo, il tunnel e la Mitropa Cup

Per molti baresi Sérgio Luís Donizetti, meglio conosciuto come Joao Paulo, è ancora oggi l’idolo prediletto. Nazionale brasiliano, mancino dal talento abbacinante, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 ha illuminato la scena con giocate da fenomeno insieme a Pietro Maiellaro. Due dalla classe superiore, che si intendevano naturalmente, e che hanno trascinato La Bari alla vittoria del suo unico trofeo, quella Mitropa Cup vinta in finale col Genoa. Il gol al Milan, con tanto di tunnel a Costacurta, è ancora lì tra i momenti più indimenticabili della storia biancorossa. Peccato poi che un grave infortunio ne abbia accorciato la carriera, ma i suoi numeri resteranno per sempre nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare.

 

La banda Materazzi e il trenino

Neopromossa, con poche possibilità di salvezza. Così veniva dipinta La Bari all’inizio della stagione 94/95. Tanti giocatori sconosciuti, qualche giovane promettente e nulla più. Sembrava già scritto il ritorno in B, ma dopo un inizio un po’ così le cose cambiano di colpo. Un pomeriggio a San Siro, contro l’Inter (che ritorna spesso nella storia biancorossa, spesso per cose positive) Guerrero porta in vantaggio i suoi battendo Pagliuca. Quel che viene dopo entra di diritto nell’amarcord barese: il colombiano si mette carponi e invita i compagni a seguirlo nella sua esultanza. Era nato il “trenino”, che diventa poi il simbolo di quella squadra che poi batterà anche il Milan di Capello e chiuderà salvandosi senza troppi patemi (a un certo punto era in zona Uefa). Protti (che l’anno dopo sarebbe diventato capocannoniere della Serie A, anche se poi la squadra tornò in B), Tovalieri, Guerrero, Lorenzo Amoruso, Gautieri, Barone. Quella squadra poi ha perso pezzi importanti e l’anno dopo è tornata in B (come da tradizione, per La Bari una grande gioia deve essere sempre compensata da una grande delusione), ma il trenino è rimasto un simbolo per la squadra, tanto da essere rievocato in più occasioni anche negli anni successivi.

La supernova Cassano e la meteora Enninaya

Ancora una volta l’Inter, ma stavolta i protagonisti principali sono due adolescenti buttati in campo da Fascetti per mancanza di alternative. I nerazzurri se li trovano davanti e forse prima della partita tirano un sospiro di sollievo, ma una volta in campo per loro inizia una serata da incubo. Per i ragazzini e per tutta Bari quella serata invece sarà indimenticabile. Prima Hugo Enninaya scarica una folgore da 35 metri nell’angolo dove Peruzzi non può arrivare, poi sale in cattedra Antonio Cassano.

Quello stop di tacco a seguire e poi sappiamo come è andata a finire. Uno stadio intero impazzito, decine di migliaia di tifosi in delirio, Cassano che si toglie la maglietta, Inter stesa al tappeto. Quell’azione è stata vista milioni di volte, a Bari e in tutto il mondo, ma rivederla ancora oggi mette sempre un brivido. Il talento infinito di “Fantantonio” non è mai riuscito ad esprimersi al massimo, per i limiti che tutti conosciamo, quello di Enninaya non è mai definitivamente sbocciato per tutta una serie di motivi. Quella notte perfetta però, per loro e per Bari, non verrà mai dimenticata.

 

Una meravigliosa stagione fallimentare

Come può una squadra sull’orlo del fallimento dare vita a una delle storie sportive più belle di sempre? Con La Bari è possibile anche questo. A inizio stagione 2013/2014, dopo il calcioscommesse è in procinto di subire anche l’onta del fallimento. La “dittatura illuminata” dei Matarrese sta per finire, mister Gautieri se ne va prima dell’inizio di campionato e il gruppo, giudicato da molti acerbo per la categoria, inizia il campionato senza certezze e con una serie di risultati altalenanti. La gente sembra aver abbandonato la squadra, ma quando a marzo viene dichiarato fallimento qualcosa cambia. Le parole di Floriano Ludwig, il suo appello ad amare La Bari e custodirla, in quel momento prendono forma e si trasformano in un miracolo sportivo. La gente torna allo stadio, il Bari (nel frattempo gestito da Gianluca Paparesta) inizia a volare e sembra non volersi più fermare. Il fallimento passa in secondo piano, con Capitan Sciaudone a fare da catalizzatore del grande amore della gente anche sui social.

La squadra che stava per scomparire arriva ai playoff grazie a un gol all’ultimo di Edgar Cani, uno che è sbarcato in Italia insieme a migliaia di connazionali albanesi proprio sulle coste pugliesi e che a Bari è stato accolto.

Alla fine il Latina metterà fine al sogno Serie A, ma le emozioni e l’unione creatasi in quei 3 mesi sono qualcosa che raramente si è vista nel calcio. Nessun fischio dopo la sconfitta, ma tutti i giocatori che vanno a salutare i 60.000 tifosi e ad intonare il coro “La Bari siete voi”. Sciaudone l’anno dopo va via, ma nessuno potrà dimenticare quella meravigliosa, incredibile stagione fallimentare.

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