Mentre agli Europei solo domani si partirà con gli ottavi di finale dall’altra parte dell’Oceano Atlantico è già arrivato il momento di individuare il campione. Alle 2 ora italiana della notte fra domenica e lunedì, al MetLife Stadium di East Rutherford (poco fuori New York), si giocherà la finale di Copa América Centenario fra Argentina e Cile, riedizione della sfida giocata il 4 luglio 2015 a Santiago e vinta dalla Roja 4-1 ai calci di rigore dopo lo 0-0 fra tempi regolamentari e supplementari. Anche l’edizione speciale del torneo, disputata negli Stati Uniti con l’allargamento a sedici squadre per celebrarare i cento anni della CONMEBOL (federazione sudamericana) e della manifestazione, ha confermato come le due migliori nazionali del continente americano siano Argentina e Cile, che già si erano sfidate nella prima giornata della fase a gironi con una vittoria per 2-1 dell’Albiceleste. Domenica notte non potrà però essere una sfida in fotocopia per diversi motivi, visto che in venti giorni di cose ne sono cambiate tante.

Ángel Di María festeggia il gol dell'1-0 in Argentina-Cile del 6 giugno 2016.

COME CI ARRIVA L’ARGENTINA

Cinque partite giocate, diciotto gol segnati e soltanto due subiti, peraltro ininfluenti. Che l’Argentina fosse la squadra più forte era chiaro fin da prima dell’inizio del torneo, ma in queste tre settimane la Selección ha confermato il suo status di leader con una serie di prestazioni molto convincenti, peraltro non potendo disporre di Lionel Messi al 100%. I poker rifilati a Venezuela e Stati Uniti fra quarti e semifinali dimostrano come l’Argentina abbia mantenuto una condizione di forma alta anche dopo la fase a gironi, migliorando il suo score con la ripresa di Gonzalo Higuaín (a secco nel gruppo) e il ritorno da titolare della Pulga (tripletta a Panama da subentrato, due gol e tre assist contro Venezuela e Stati Uniti giocando 90′), subendo peraltro pochissimo perché la difesa si è dimostrata affidabile e il centrocampo guidato da Éver Banega e Javier Mascherano ha retto bene. Fin qui sono tutte notizie positive, ma un rovescio della medaglia c’è ed è netto.

Tolto l’oro alle Olimpiadi del 2004, conquistato con l’Under-23 rinforzata da tre fuoriquota, l’Argentina non vince un titolo dalla Copa América 1993, quando una doppietta di Gabriel Omar Batistuta (appena superato da Messi come miglior marcatore assoluto) valse il 2-1 sul Messico, dopodiché ha perso tre finali di Copa América e quella dei Mondiali del 2014. Una maledizione vera e propria, confermata dall’unico punto debole visto negli States: gli infortuni. Per la finale non ci saranno di sicuro Ezequiel Lavezzi (frattura al braccio) e Augusto Fernández (muscolare), con Nicolás Gaitan, Javier Pastore, Marcos Rojo e soprattutto Ángel Di María in dubbio, quest’ultimo assenza chiave nelle ultime due finali perse. La Selección si appellerà alla voglia di rivincita di Banega e Higuaín, che hanno sbagliato i rigori un anno fa, per vendicarsi della Roja, cosa già fatta nelle qualificazioni ai Mondiali del 2018 vincendo 1-2 tre mesi fa. Un’altra sconfitta non può essere accettata.

Eduardo Vargas festeggia uno dei gol nello 0-7 fra Messico e Cile.

COME CI ARRIVA IL CILE

La Copa América cilena è stata caratterizzata da due fasi ben distinte. Una mediocre nei gironi, col passaggio del turno ottenuto con il minimo sindacabile senza mai esaltare, battendo 2-1 la Bolivia grazie a un rigore inventato all’ottavo minuto di recupero e col portiere Claudio Bravo protagonista in negativo per vari errori in tutte le tre le partite; una scintillante fra quarti e semifinali, con nove gol segnati senza subirne e il roboante 0-7 al Messico, favorita numero uno dopo l’Argentina alla vigilia. Il punto di svolta della marcia cilena è stato proprio il quarto di Santa Clara, dove la Roja ha messo in campo un’intensità mai vista in precedenza schiantando l’avversario, e lo 0-2 contro la Colombia, liquidata in dieci minuti senza soffrire nemmeno a causa dell’intervallo prolungato (oltre due ore a causa di un forte temporale scatenatosi su Chicago), ha confermato come la goleada ai messicani non sia stata un caso isolato. Ora l’Argentina deve avere paura.

Criticato per le scelte al momento della convocazione, su tutte la rinuncia a Jorge Valdivia, il CT Juan Antonio Pizzi ha messo a tacere tutti con le mosse fra quarti e semifinali, azzeccando sempre le decisioni corrette. Per entrare nel cuore dei tifosi cileni come i suoi predecessori Marcelo Bielsa e Jorge Sampaoli dovrà vincere la finale, ma dopo sei mesi fra tanti dubbi ora l’ex attaccante del Barcellona inizia ad avere un certo credito e i suoi giocatori cominciano ad assimilare gli schemi. Eduardo Vargas ha confermato ancora una volta di essere implacabile in nazionale tanto quanto sbiadito nei club, Arturo Vidal arriva alla finale riposato per via della squalifica scontata in semifinale e Alexis Sánchez ha migliorato il suo rendimento partita dopo partita. Gli uomini chiave della Roja sono tutti al 100%, così come Charles Aránguiz e Gary Medel, mentre Marcelo Díaz è sulla via del recupero. Condizione più che buona e seconde linee decisive: il Cile è pronto per ripetersi.

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