Se un banale gol all’Azerbaijan diventa una corsa infinita, a squarciagola, in stile Tardelli ’82, è chiaro che non sei uno come gli altri. Ecco, Antonio Conte non è uno come gli altri. Se l’Italia, dopo la vergogna del Brasile, è ritornata una squadra credibile, un collettivo importante, pur in assenza di nuove stelle e straordinari talenti, è perché il top player ce l’ha in panchina.

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Di solito le nazionali non brillano per la carriera funambolica dei loro allenatori. Ad eccezione di pochi (Deschamps, Del Bosque), chi allena le nazionali non è proprio l’allenatore a cui uno sceicco miliardario si affiderebbe per conquistare il triplete, anzi. L’Italia ha invece un’arma in più, perché questo è Conte: il valore aggiunto. Potrà non essere simpatico a chi non lo conosce da vicino, qualcuno potrà discuterne l’eccesso di esultanze o la quasi malattia per metodologie, lavoro e allenamento, ma se una nazionale che nella sua storia ha avuto Vieri, Inzaghi, Del Piero e Totti, oggi dipende da Pellè o pesca in panchina Giovinco per risollevarsi, se questa nazionale ha delle chances di combattere per l’europeo francese, lo deve al CT. Che non molla mai, che convoca senza guardare lo stipendio ma i chilometri percorsi, che non guarda in faccia a nessuno.

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Complimenti a chi lo ha scelto e difeso, chi ha trovato il modo di pagarlo e non importa il come. Mi pare impossibile pensare a Conte senza un club fino al 2018, ma questo ciclo sarebbe giusto finisse in Russia tra 3 anni. Provare a convincerlo deve essere il primo punto sull’agenda di Tavecchio.