È stato – o almeno è sembrato – a un passo dall’esonero Antonio Conte, lo scorso 24 settembre, quando il decano degli allenatori della Premier League, Arsene Wenger (da 20 anni sulla stessa panchina dei Gunners), ha rischiato di piazzare prematuramente una pietra tombale sulla sua esperienza oltre i confini italici. Tutta colpa di quel 3-0 inflitto dall’Arsenal e arrivato a margine di un periodo in cui i Blues avevano già pareggiato a sorpresa contro lo Swansea (2-2) del poi esonerato Guidolin e perso a Stamford Bridge col Liverpool (1-2) di Klopp.

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Un periodo buio, dal quale, però, il tecnico salentino ha saputo prontamente rialzarsi, proprio quando sembrava troppo tardi. E lo ha fatto da vero condottiero e grande allenatore, come del resto si era confermato in estate anche sulla panchina della Nazionale. Con le sue idee, il carattere, la sicurezza, il coraggio e la voglia di andare dritto per la sua strada evitando di snaturarsi. Come ha probabilmente fatto nelle prime giornate di Premier. Magari per conoscere meglio il materiale a disposizione, o forse per provare a entrare in punta di piedi in un ambiente e una realtà a lui sconosciuti e per certi versi diffidenti verso metodi nuovi e atteggiamenti sopra le righe.

Ma atteggiamenti morbidi e basso profilo non fanno per Conte. Al contrario. E così dopo le delusioni di un primo mese in altalena, ha gettato via la maschera mandando un segnale ai suoi e all’ambiente britannico: da adesso si fa come dico io, se cado lo farò in piedi, sbagliando con la mia testa. Risultato: squadra trasformata in men che non si dica e in pochi semplici passaggi. Primo: cambio di modulo con l’introduzione della difesa a tre. Secondo: lancio dei volti nuovi del mercato, a cominciare da Moses e Alonso (ma anche Kanté), rivelatisi chiave nella transizione verso il nuovo sistema. Terzo: conquista dei senatori del gruppo attraverso un fine lavoro psicologico (specie su Hazard, mai visto così concreto e leader), che non ha lesinato anche maniere forti e rimbrotti a brutto muso (e per informazioni chiedere a Diego Costa, o alle mura dello spogliatoio del Chelsea).

hazard

In quaranta giorni la vita è così cambiata in un clic. La squadra ha sviluppato sicurezze e punti di riferimento poggiando su un reparto arretrato composto da Azpilicueta, Cahill e David Luiz; si è lasciata trasportare dalla vitalità e dalla corsa di Moses e Alonso; si è cementata attorno ai guardiani del faro Matic e Kanté; ed è esplosa grazie alla fantasia di Hazard e Pedro e ai muscoli di Costa, ritrovato su medie realizzative che non si vedevano ormai da tempo. Un cambio di paradigma che si è tradotto in quattro vittorie di fila – con la ciliegina del 4-0 inflitto al Manchester United di Mourinho – per undici gol realizzati, zero subiti e una distanza dalla vetta ridotta a un solo punto.

Conte è tornato, insomma. O forse non è mai andato via. E il 3-4-2-1 (o 3-4-3) che i Blues ormai mandano a memoria, variazione sul tema del 3-5-2 juventino o del 3-4-1-2 della Nazionale, si prepara a diventare ormai il suo marchio di fabbrica. Un marchio che è un’incoronazione. Come il 4-4-2 per Sacchi.

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