Ricordate quando ad Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, si rimproverava la costante, quasi ossessiva ricerca dell’affare a parametro zero? Bene, qualche rimbrotto in meno gli addetti ai lavori e i tifosi rossoneri dovranno rinfacciarlo al dirigente rossonero per l’arrivo di Jesús Joaquín Fernández Sáez de la Torre, meglio noto come Suso.

Come sembrano lontani quei primi giorni del 2015: 11 gennaio, allo scalo internazionale di Malpensa faceva capolino un esterno spagnolo nato nel 1993. Un volto nuovo per un Milan alla ricerca di identità e leader, accolto da un numero assai ristretto di giornalisti e telecamere. Chi l’avrebbe immaginato che 20 mesi dopo San Siro si sarebbe inchinato a due prodezze di Suso in un derby? Mancino a giro nel primo tempo, destro da attaccante consumato nella ripresa. Tutto perfetto, se non fosse stato per quel tocco di Perisic, valso il 2-2 dell’Inter.

Come Suarez (Luisito)

E dire che in caso di vittoria il 23enne di Cadice sarebbe tornato a piedi a casa, come promesso alla vigilia: «Io abito a Varese e avrei mantenuto la scommessa solo in caso di vittoria» ha precisato ai microfoni di Sky. La sua serata, però, resta assolutamente magica: è stato infatti il secondo spagnolo – il primo per il Milan – a firmare una doppietta nel derby della Madonnina dopo un certo Luisito Suarez, ma soprattutto ha finalmente svestito i panni di oggetto misterioso e nell’occasione più importante ha sfoderato una prestazione da grande.

Un regalo di compleanno in piena regola, per lui che aveva soffiato sulle candeline sabato, alla vigilia della stracittadina: la scoperta di Rocco Maiorino, occhio vigile del club berlusconiano, agli Europei under 19 in Estonia, è sempre più al centro del mondo di un Vincenzo Montella che lo cercava sin dai tempi del Liverpool. Ha partecipato attivamente, infatti, a 5 degli ultimi 6 gol del Milan in serie A, con tre reti e due assist. Vive ai margini del campo per stringere e colpire con il mancino: un timidone, dentro e fuori dal rettangolo verde.

 

Non ama le interviste, è poco social (centellina l’uso di Instagram), al contrario della sua compagna Alis Rodriguez, nelle ore successive al derby ha pubblicato uno scatto in compagnia del giocatore, definito “Il mio re”.

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Dalla nebbia ai riflettori

Le luci di Suso a San Siro, però, non si sono accese subito. Sono passate dai fari di Marassi e dalle nebbie dell’inverno milanese prima di illuminare la scena. Inusuale per chi nel calcio giovanile aveva subito bruciato le tappe, tanto da essere inserito nella lista dei migliori calciatori nati dopo il 1991 stilata da Don Balón: nel 2012 era già di proprietà del Liverpool, per esplicita volontà di Rafa Benitez. Parte bene, con un assist a Suarez nella vittoria sul Norwich, poi si perde nella fisicità della Premier League. Di lì torna in Spagna: prestito secco all’Almeria. Trova continuità, gioca 33 partite, con nove assist e tre reti. Dal 2007 al 2013, inoltre, viene convocato praticamente in tutte le rose giovanili della Spagna, dall’Under 17 all’Under 21.

Il ritorno ad Anfield Road è l’esito naturale della stagione: altri Reds, altro stop. Una sola presenza in League Cup (con gol decisivo ai rigori contro il Middlesbrough) e infortunio all’inguine che lo frena. Qui entrano in gioco i “giorni del condor”: Galliani presta ascolto all’amico Maiorino e lo acquista per appena 200mila euro. A far da gancio è Ernesto Bronzetti, il gran consigliere rossonero (e del Real) scomparso a febbraio dopo una lunga malattia. Chissà se Jurgen Klopp, allenatore oggi al Liverpool, che ha fatto della valorizzazione degli esterni offensivi un dogma, conosce questa storia.

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L’Italia nel destino, la Spagna nel futuro

L’Italia, in fondo era nel destino di Jesús Joaquín Fernández Sáez de la Torre: i suoi antenati materni sono originari di Rifreddo, provincia di Cuneo. Piemonte, terra di confine con Liguria e Lombardia: le due aree geografiche in cui Suso, chiamato così dai suoi compagni di squadra da quando aveva sei anni per motivi ignoti (“Chiamavano così anche mio padre – ha spiegato il diretto interessato – non so perché. Quando gli altri lo sentirono, iniziarono ad usarlo e da allora è rimasto”), ha costruito le sue zolle d’oro.

Dopo aver chiuso il primo anno con il Milan con otto presenze, zero reti e tanti punti interrogativi in dote, nel gennaio 2016 – utilizzato poco, praticamente mai da Mihajlovic – è passato al Genoa: la cura-Gasperini gli ha regalato 19 presenze, 6 reti – con doppietta nel Derby della Lanterna – e due assist. Numeri che hanno convinto Montella a richiamarlo alla base: subito titolare, largo a destra nel tridente completato da Bacca e Niang. In 13 apparizioni, il talento andaluso ha collezionato già un poker di reti e passaggi vincenti: non a caso nell’unico match in cui l’allenatore rossonero ha fatto a meno di lui, il Milan è letteralmente crollato sotto i colpi del Genoa. E il ct spagnolo Julen Lopetegui lo osserva da vicino ormai da settimane.

Il Cardellino e il patto con il Diavolo

Il patto con il Diavolo è ormai siglato. Le firme più pesanti sono arrivate nella serata più attesa. Al 42′ ha colpito l’Inter con il suo marchio di fabbrica: largo a destra, stop e classico movimento a rientrare sul sinistro concluso con un tiro a giro sul palo lungo, imprendibile per i quasi due metri di Handanovic. Al 58′, servito da Bacca ha ubriacato un signor difensore come Miranda e ha incrociato con il destro alle spalle del portiere nerazzurro.

La mezz’ala con tanto piede e poco fisico che Brendan Rogers aveva accantonato ai tempi di Liverpool si è trasformata in un esterno offensivo completo. E lui, viso da adolescente e consapevolezza da uomo, ci scherza su: “Mi chiamano bambino? Lo fanno con tutto l’amore del mondo, va bene così” ha dichiarato al termine del derby milanese. Sul volto lo stesso sorriso che aveva nel deserto di Malpensa. Il Cardellino (nulla a che vedere con il drammatico romanzo scritto da Donna Tartt) ha preso il volo, e lo urla forte: anche i parametri zero hanno un’anima. E valgono 20 milioni.

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