Il mondo del ciclismo piange due morti, entrambi di nazionalità belga. Antoine Demoitiè, caduto durante la Gand-Wevelgem e travolto da una moto al seguito, e il suo connazionale Daan Myngheer, 22 anni, colpito da un infarto durante la prima tappa del Critérium International. Il primo incidente ha sollevato, di nuovo, forti dubbi sulla sicurezza. E sono stati gli stessi corridori a polemizzare, chiedendo supplementi d’indagine, ma soprattutto puntando il dito sulle troppe moto e sulle tante ammiraglie che ormai attorniano il gruppo durante tappe e classiche.

Antoine Demoitié Team Wanty-Groupe Gobert 2016 pre-season training camp Benidorm, Spain

Sulla ‘Stampa’ è apparso un editoriale molto significativo: una settimana prima delle due tragedie sulle due ruote, lo spagnolo Fernando Alonso era uscito illeso da un incidente che ha visto la McLaren letteralmente accartocciata. Il pilota, però, è stato protetto dalla cellula di sopravvivenza, senza neanche un graffio. Un miracolo? In un certo senso, ma soprattutto il grande lavoro che la Federazione internazionale dell’automobile ha fatto, salvando numerose vite umane. Da Robert Kubica nel 2007 in poi. Possibile che la Formula Uno sia diventato sport meno pericoloso del ciclismo? Vero che su quattro ruote hai numerose protezioni, pur correndo a più di 300 chilometri orari, mentre nel ciclismo a proteggerti c’è soltanto il casco, su strade spesso dissestate, a folle velocità in discesa. Tu e tutto il seguito: ammiraglie, auto della giuria, moto dei giornalisti, ma pure degli sponsor. Qualcosa, però, bisogna fare perché le vittime sono sempre di più. Nello sci si sta lavorando sugli airbag, il motociclismo sulle tute. I ciclisti si stanno facendo sentire dopo la morte di Demoitiè, passato pochi giorni prima della caduta dalla categoria Continental a quella Professional: che sia la volta buona?

Il corridore non può continuare a essere così vulnerabile. Il ciclista, lo stesso che vediamo sfrecciare pure da amatore della domenica sulle nostre strade e che, anche lui, deve difendersi da auto che lo sorpassano senza stare attente alla distanza di sicurezza e allo spostamento d’aria. Del resto, cosa pretendere se in Italia, nelle città, spesso mancano le piste ciclabili? Insomma, il problema è generale, ma diventa quasi insostenibile tra i professionisti, dove si corre per vincere e non per fare una gita.

I cinguettii dei protagonisti

L’allarme è stato lanciato sui social network da un campione come Alberto Contador. Cordoglio certo, ma anche parole che non lasciano spazio a dubbi: “È necessario controllare le moto che seguono le tappe”. Moreno Moser ha aggiunto: “Il ciclismo sta andando in una direzione troppo pericolosa da anni, purtroppo Antoine ha pagato più degli altri. Vogliamo più sicurezza”. Lo stesso Peter Sagan, il campione del mondo che ha vinto la Gand-Wevelgem, lo scorso anno fu scaraventato a terra da una moto del servizio di corsa durante la Vuelta di Spagna.

L’Unione ciclistica internazionale collaborerà per far luce sull’incidente avvenuto durante la classica, ma intanto: “I nostri pensieri sono rivolti alla famiglia, agli amici e al suo team. Sentiremo veramente la mancanza di Antoine” ha detto il presidente Brian Cookson. Bisogna assolutamente intervenire dopo aver giustamente pianto la perdita di un altro atleta. Non si può più temporeggiare.

L’Associazione internazionale dei ciclisti professionisti chiede appunto di intervenire al più presto. Possibilmente, subito: “Fare immediatamente luce sulla dinamica dell’incidente, sulle circostanze che lo hanno provocato nonché sulle eventuali responsabilità delle parti coinvolte”. Il presidente Gianni Bugno sottolinea: “In questo momento di tristezza e di dolore per la morte di Antoine, non vogliamo fare polemiche, ma è tanta la frustrazione che abbiamo dentro. Abbiamo sempre sostenuto che la sicurezza dei corridori deve essere al primo posto nelle discussioni delle alte sfere del ciclismo. All’ultima riunione del Consiglio del ciclismo professionistico, abbiamo espressamente chiesto che vengano comunicate in fretta le strategie elaborate per il miglioramento della sicurezza durante le corse”.

La chiosa dell’ex campione del mondo: “Non voglio accusare nessuno, ma far riflettere sulle responsabilità di ognuno nell’assicurare che sia sempre mantenuto altissimo il livello di attenzione, consapevolezza e controllo sulle norme di sicurezza durante ogni corsa ciclistica”.

Le bici leggere, le strade sconnesse

Da anni i ciclisti si lamentano per la presenza eccessiva di mezzi, auto e moto. Mentre le bici, per essere sempre più veloci, sono sempre più leggere e aerodinamiche. Su strade che, rispetto a decenni fa, in alcuni casi sono addirittura peggiorate. Giusto che la tecnologia faccia passi avanti anche nel ciclismo, ma non a scapito della sicurezza. Insomma, le ammiraglie e le moto sono tante, è vero, ma le cause degli incidenti sono anche altre. La Federazione dovrebbe vigilare su tutto, sulle discese troppo pericolose, sulle condizioni del tempo, sui tifosi che con eccessivo entusiasmo infastidiscono i corridori nelle salite epiche.

I precedenti

Dal 1937 in poi, il mondo del ciclismo piange le sue vittime. Il primo è André Raynaud, francese, campione del mondo degli stayer. Muore in pista ad Anversa. Nel 1951 tocca a Serse Coppi: cade all’ultimo chilometro del Giro del Piemonte, sbatte la testa sulle rotaie e muore il giorno dopo. Tragedia pure alle Olimpiadi di Roma del 1960: il danese Knud Jansen si sente male in gara e muore durante la 100 chilometri a squadre (aveva abusato di farmaci). Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 si contano ancora vittime sulle strade dei grandi giri: dal britannico Tommy Simpson, stroncato da un malore sul Mont Ventoux al Tour de France allo spagnolo Juan Manuel Santisteban, ucciso da una caduta in curva nella prima tappa del Giro d’Italia del 1976.

Ancora nella mente e negli occhi di tutti la morte dell’olimpionico di Barcellona 1992, Fabio Casartelli, che tre anni dopo perderà la vita cadendo lungo la discesa del Portet d’Aspet, 15esima tappa del Tour de France, picchiando la testa su un paracarro. Così come non si può dimenticare Thomas Casarotto, morto nel 2010 al Giro del Friuli: viene centrato da un’auto. L’ultimo prima di Demoitiè, nel 2011, è stato un altro belga, Wouter Weylandt. Anno 2011, Giro d’Italia, terza tappa. L’atleta cade e non si riprende più.

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