Ciao Michele, sabato mattina il destino con te è stato davvero un gran bastardo. Ti stavi allenando a quattro passi da casa tua, con la tua bici e la maglia tecnica che indossavi di solito durante gli allenamenti. Quelle strade le conoscevi come le tue tasche, erano le tue strade, le hai percorse migliaia di volte. Stavolta ti stavi preparando al Giro del centenario, quello che avresti affrontato con i gradi di Capitano dell’Astana, dopo aver riassaporato la vittoria pochi giorni prima, al Giro delle Alpi, dopo 4 lunghi anni. A 37 anni forse non ti saresti aspettato di tornare ad essere la punta di diamante di una squadra, poi l’addio alla squadra di Nibali e l’infortunio di Aru avevano convinto i tuoi dirigenti a darti una possibilità. La meritavi, forse in fondo non ci speravi più, ma chi capisce un po’ di ciclismo lo sa. La chance te l’avevano data volentieri, perché quando si è trattato di aiutare i tuoi compagni ad ottenere un successo non ti sei mai tirato indietro, nonostante uno come te avesse il talento e la gamba per poter lottare con i migliori anche ora.

E qui stava la differenza tra te e gli altri: tu eri un campione vero, uno che ha vinto anche un Giro d’Italia, lottando spalla a spalla con Alberto Contador in un arrivo sull’Etna che ancora oggi emoziona a rivederlo, hai vinto un Giro del Trentino ed eri capace di volare tanto nelle corse a tappe quanto in quelle di un giorno (e i vari piazzamenti all’Amstel Gold Race e alla Liegi-Bastogne-Liegi stanno lì a dimostrarlo). Allo stesso tempo però erii
il miglior gregario
che si potesse avere, anzi, forse sei riuscito anche a ridefinire un po’ il significato di quella parola. Nell’immaginario collettivo il gregario è quello che non ha talento, che ha polmoni grandi ma poca classe e che accompagna il proprio capitano fin quando le gambe reggono. Tu di talento ne avevi in quantità industriale, ma al momento giusto hai dimostrato che si può essere campioni e gregari allo stesso tempo, senza mai snaturarti. Che si trattasse di gareggiare per la maglia rosa o per aiutare un compagno, lottavi sempre al 100%, su quelle salite in cui chi ha cuore non si nasconde mai.

Con Nibali siete stati anche rivali per un periodo, ma in squadra con lui sei sempre stato il primo a mettersi a disposizione. Lo hai aspettato, l’anno scorso, nella tappa forse più importante del Giro 2016, quella del 27 maggio da Pinerolo a Risoul. Eri andato in fuga, passando per primo sul Colle dell’Agnello, era chiaro che ne avevi più di tutti, ma non hai esitato ad aspettare il tuo amico/capitano per permettergli di recuperare le forze in vista dell’attacco decisivo a Chaves. Una vittoria di prestigio in una tappa come quella la sognano tutti i ciclisti, ma in quel momento la cosa giusta da fare era un’altra e tu l’hai fatta senza batter ciglio. Il tuo amico Vincenzo sapeva che un pezzo di quella maglia rosa era anche tuo.

Giro d'Italia 2016

Non dovevi morire così, nella tua terra, quelle Marche tanto martoriate dal terremoto a cui tu hai dedicato la tua ultima vittoria. Una tragedia simile a quella che ha ridotto Schumacher a vivere perennemente in un letto in stato vegetativo. Due grandi sportivi come voi, che per anni hanno rischiato la vita, hanno perso tutto o quasi, in modi assurdi. In tanti ti hanno pianto e ti piangeranno, anche perché oltre ad essere un gran compagno di squadra eri un uomo con pochi eguali, uno capace di farsi voler bene da tutti in un ambiente competitivo come quello del ciclismo, perché sapevi sdrammatizzare anche le situazioni più difficili con la purezza di chi viene dalla terra. Sui social i tuoi amici e tutti i tuoi più grandi avversari hanno speso una parola per te, anche Valverde (uno che non è mai stato apprezzato per il suo lato umano) non è riuscito a trattenere la commozione dopo la sua ultima vittoria. Mancherai ai tifosi delle due ruote, alla tua famiglia, ai tuoi bellissimi figli e anche a Frankie, il pappagallo che ti aspettava sempre lì a Filottrano per accompagnarti lungo quelle strade che ti sembravano tanto amiche.

pappagallo scarponi

Lui dopo due giorni è ancora lì, ad aspettarti, non sa che l’Aquila di Filottrano non passerà più. Un giorno magari volerà lì in alto, dove sei tu, per poggiarsi sulla tua spalla come faceva sempre. 

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