La Roma in cui gioca Carlet­to è un capolavoro in divenire, ispirato dalla creatività del Barone Liedholm. Passato il primo attimo di sbandamento, normale in un ragazzo che ha radici solide nel mondo contadino e non è mai uscito da una realtà di provincia, il pragmatismo del ragazzo si fa
strada. Era stato il barone a volere a tutti i costi il gioiellino del Parma, ma non era il solo. Anche l’Inter, aveva adocchiato il ragazzo, tanto da vestirlo di nerazzurro per un’amichevole contro l’Hertha Berlino. Ma mentre a Mi­lano temporeggiano, la Roma va avanti. Trattativa estenuante, il presidente del Parma Ceresini e il Ds Borea vorrebbero portarsi il campioncino tra i cadetti, ma Viola dà carta bianca a Moggi che spara alto: valutazione un miliardo e mezzo, per l’appena ventenne Ancelotti. Nelle casse del Parma finiscono 750 milioni per la metà del cartellino. Sem­bra una follia, sarà un colpo vin­cente.
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Carletto ci mette meno di dodici mesi a en­trare nei meccanismi del gruppo, a farsi voler bene dai tifosi.
Lo spettacolo è completo quando dal Brasile atterra a Fiumicino il di­vino Falcao, che diventerà
presto l’ottavo re nei sogni della Capita­le. E i sogni, insieme a Pruzzo e Conti, a Vierchowod e allo
stes­so Ancelotti, li trasformerà in realtà nella stagione ’82-83, quando la squadra vincerà uno
scudetto storico dopo aver sfiora­to il successo nell’81 e chiuso al terzo posto il campionato ’81-82. Nel frattempo, Ancelotti si fa più forte anche attraverso l’esperienza del dolore. Il primo muro contro cui sbatte il ragazzo di Reggiolo si alza, gigantesco, il 25 ottobre dell’81.
Un contrasto con Casagrande, mediano della Fiorenti­na, gli provoca una distorsione al ginocchio destro, con interessa­mento dei legamenti. Finisce sot­to i ferri, avvia la fase di recupe­ro e nel gennaio dell’82, durante un allenamento, ripiomba nella trappola: di nuovo i legamenti crociati che saltano, altra opera­zione. Il Ct azzurro Bearzot, che sta allestendo la squadra per la memorabile spedizione di Spa­gna ’82, non può attender­lo. E Carlo, che aveva debuttato in Nazionale strabiliando nella finale di consolazione del Mundialito (subito in gol contro l’O­landa quel 6 maggio’81) perde una grande occasione. Che non ricapiterà mia più. O meglio, giocherà un grandissimo Mondiale ’90, ma non riuscirà ad alzare la coppa a causa di un’assurda semifinale persa al San Paolo contro Maradona.
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La sosta è interminabile, ma quando rientra Ancelotti è quello di prima, sem­mai più forte dentro.
Più equili­brato, se possibile. «Ero stato troppo fortunato: la Roma, la Nazionale, mi sembrava di
vivere dentro un sogno. Ora mi sono svegliato. E dimostrerò che sono tornato». Ci riesce. E
mette la sua firma e la sua impronta sul secondo scudetto della storia giallorossa. Si dice che gli infortuni allunghino la carriera, ma il credito di Ancelotti con la sorte è an­cora aperto. 4 dicembre 1983, c’è Juventus-Roma, sfida tra regine degli anni Ottanta, Ancelotti con­tro Cabrini è uno scontro tra campioni concreti e leali. La bot­ta è fortuita, l’esito disastroso: questa volta è saltato il ginocchio sinistro, la prospettiva è un altro anno d’inattività, se non di una carriera da chiudere anzitempo.
La Roma va in finale di Coppa dei Campioni senza Carletto. In una serata stregata, quasi quanto la carriera dell’Ancelotti giallorosso, il Liverpool vince ai rigori e apre una ferita profonda nel cuo­re del tifo. Ancelotti non molla, ma chissà che nella sua testa non sia balenato il pensiero “Chissà se mi ricapita l’occasione di giocare una finale di Coppa dei Campioni“. E in fondo la vita è tutta qui. In un’occasione persa e poi riconquistata, perché Carlo, da quel giorno, ne disputerà parecchie di finali, da giocatore e da allenatore.
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Intanto, dietro le quin­te, Ancelotti sta molto semplice­mente preparando l’ennnesima rinascita
personale. Alla faccia di chi non ci credeva, è di nuovo in campo nella stagione ’83-84, e da
protagonista. In panchina Sven Goran Eriksson ha preso il posto di Liedholm, in campo Carletto, che
comincia a fare da chioccia all’erede naturale, Giu­seppe Giannini, è il leader di sempre.
I giallorossi arrivano an­cora a un passo dal titolo nella stagione ’85-86, cadono contro il Lecce e
perdono il passo. Ancora un anno nella Capitale e arriva il momento de­gli addii.
Il presidente Viola pen­sa probabilmente di aver già spremuto il meglio dall’Ancelot­ti giocatore; a
Milano, sponda rossonera, c’è chi la vede diver­samente. Arrigo Sacchi chiede al Presidente Berlusconi di cedere il suo pupillo, Borghi, e comprare questo centrocampista cresciuto a pane e zona, l’unico in grado di poter entrare nei suoi meccanismi, tattici e mentali, senza alcuna difficoltà. Il vecchio guerriero diventa l’uomo nuovo del calcio totale sacchiano, il suo miglior interprete e il perfetto collante tra tecnico e squadra. E, una volta di più, rinasce. Nella semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni, contro il Real Madrid favorito, è semplicemente maestoso, e segna un gol da antologia che sblocca un incontro che resterà negli annali del calcio. Il Milan vince 5-0 e si andrà prendere la coppa contro la Steaua.
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Dietro i successi del Milan olandese, ci sono un paio di cer­tezze tutte italiane. Lo confessa lo stesso
Sacchi, quando è in ve­na di confidenze. I pilastri della stagione della gloria si chiamano Franco
Baresi e Carlo Ancelotti. Ovviamente, la sorte continua ad accanirsi contro di lui: nell’88, dopo un campionato europeo vissuto da protagonista con la Nazionale di Vicini, si blocca di nuovo per l’asportazio­ne del menisco del ginocchio de­stro e salta l’appuntamento con le Olimpiadi di Seul. Un anno più tardi tocca al ginocchio sinistro, infortunatosi nel corso di Milan-Malines, quarti di finale della Coppa dei Campioni. Questa volta la sfortuna gli dà tregua: salta le semifinali ma fa in tempo a presentarsi in campo per la fi­nale vittoriosa contro il Benfica, a Vienna.
Carattere semplice, forte, temprato dalle sofferenze e votato al sacrificio: quello che occorre a una squadra che va di corsa. Ancelotti si immola con passione alla causa, non va in cerca di gloria personale, gioca per il collettivo, aggredisce l’avversario che porta avanti il pallo­ne: Sacchi confeziona le idee, Carletto le trasferisce sul campo e divulga il verbo in mezzo alla truppa.
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Continuerà a divulgarle come allenatore, in un’esperienza che unirà il Barone e Sacchi, ma anche Eriksson e Capello, trasformandolo di fatto in uno dei migliori al mondo, di certo il più vincente in Europa. All’alba della sua nuova avventura al Bayern Monaco chissà se si chiede ancora se gli ricapita di disputare una finale di Coppa dei Campioni.