Marco è nato nel 1994, ha 22 anni e da piccolo andava allo stadio Bentegodi a vedere il Chievo, in serie A. Marco è un ragazzo di Verona che ha scelto di tifare per la seconda squadra della città, perché per la maggior parte dei veronesi non contano i risultati del campo, c’è una sola squadra ed è l’Hellas; il Chievo è una simpatica alternativa. Già, peccato che negli ultimi 20 anni l’alternativa abbia ottenuto risultati prestigiosi, a fronte delle ondivaghe stagioni del Verona, che è transitato dalla Serie C, dalla B, ha vissuto due bellissime stagioni in A (una con Prandelli, l’altra con il primo Mandorlini) e poco altro.

Marco è uno dei 7.500 abbonati del Chievo, un dato che ha poco a che vedere con la classifica degli uomini di Maran, ma che da queste parti considerano molto soddisfacente, anche perché il record è quello del secondo anno di serie A, quando con Gigi Del Neri si arrivò a 10.000 unità. Quella squadra aveva stupito l’Italia vincendo persino in casa dell’Inter di Vieri e Ronaldo. Giocavano Perrotta, Eriberto-Luciano, Marazzina e Corradi, qualcuno lo chiamò miracolo, ma era un progetto ben ragionato a tavolino, iniziato da Malesani e completato, splendidamente, da Del Neri.

Proprio Malesani ha rappresentato il massimo momento tra le due squadre di Verona. È impossibile dimenticare la sua esultanza al termine del primo storico derby in serie A tra Verona e Chievo, vinto dai primi 3-2 in rimonta. Malesani, all’epoca tecnico dell’Hellas, reagì alla vittoria in un modo tutto suo, rappresentando probabilmente lo spirito dei tifosi dell’Hellas, in quel momento stufi dell’operazione simpatia che per dieci anni aveva portato molti veronesi a seguire con interesse e trasporto anche il Chievo, la seconda squadra di Verona.

Perché se è vero che Chievo resta un quartiere di 4000 anime, è altrettanto vero che, come Marco, sono cresciuti tantissimi ragazzi nati tra gli anni ’90 e gli anni 2000. Ragazzi che oggi hanno dai 15 ai 25 anni, e che potrebbero riempire una curva. Il Chievo ha lavorato molto su progetti legati alle scuole o affilandosi a società di calcio giovanili, ma i dati sono chiari. Gli abbonati sono sempre 7.500, nonostante i risultati, nonostante la retrocessione del Verona ed il consolidarsi di un “modello Chievo“, distante dall’Hellas.

Indubbiamente la tradizione cittadina è troppo forte, il Verona è una passione che si tramanda da padre in figlio, e che non dipende dai risultati del campo. Un argomento sul quale riflettere è sicuramente il marketing, la politica che il Chievo ha attuato per costruirsi una propria identità, un proprio brand e quindi una sua community di tifosi, anche in città. Vale la pena fare una considerazione: in qualunque rivalità cittadina, anche le meno “equilibrate” (pensiamo a Barcellona ed Espanyol o al Bayern Monaco conto il Monaco 1860) spiccano colori diversi, simboli anche in contrasto tra di loro, nomi molto significativi: l’Espanyol ad esempio si contrappone al catalanismo del Barca.

I tifosi del Monaco 1860

Senza scomodare Partizan e Stella Rossa, è evidente che qualunque rivalità che si rispetti nasce anche dai simboli. Il Chievo gioca dagli anni ’60 in maglia gialloblu, ha adottato il simbolo del Cangrande, che è lo stesso del Verona, e questa scelta ha creato non poche polemiche in città. In un derby, i tifosi dell’Hellas non le hanno certamente mandate a dire ai cugini, rei di aver “tradito” la loro squadra, l’unica della città. Lo striscione recitava: “Per sentirti accettato, le tue origini hai rinnegato. La scala bisogna averla nel cuore, non sopra una maglia dello stesso colore“. Eppure negli anni ’30, agli albori dell’avventura clivense, il Chievo utilizzava il bianco-blu. Imitare il Verona è stata una scelta (che risale agli anni ’60) dettata dal fatto che i tifosi dell’Hellas seguivano con simpatia la scalata dei cugini. Ma nessuno poteva immaginare che questa rivalità sarebbe sfociata un giorno nella corsa di Malesani sotto la Sud.

Simone Antolini, giornalista de L’Arena e grande conoscitore del mondo Chievo, ci racconta: “Quello era il prima derby, si respirava un’atmosfera frizzante ma sempre molto corretta. Fu forse il maggior picco di rivalità, se così la vogliamo definire, anche se più enfatizzata fuori città, che non a Verona. Gli ultimi derby sono stati tranquillissimi, la polemica sui colori comuni e sul simbolo del Cangrande si è affievolita diventando quasi inesistente. Il Chievo ha una sua identità precisa, e la dimostra in campo“.

Gli chiedo se a livello di marketing non sarebbe stato più sensato fare altre scelte, magari tornare al bianco-blu, o utilizzare un simbolo di forte contrasto come l’asino volante, proprio in contrasto con una delle profezie meno riuscite del calcio moderno: e quando i mussi i volarà faremo el derby in serie A!

Il Presidente Campedelli – spiega Antolini – si occupa personalmente di disegnare le maglie del Chievo: è vero che il gialloblu resta il colore principale, ma negli ultimi anni c’è stato un ritorno al bianco-blu, così come sono state realizzate bellissime maglie in grigio antracite o le edizioni natalizie in rosso o in verde. Chissà che nel futuro del Chievo non ci sia una differenziazione ancora più marcata, ma per il momento le attenzioni della società mi sembrano giustamente rivolte verso il campo“.

Il campo, lì dove Maran sta guidando una squadra validissima, a modo suo. Aziendalista ma non troppo, il tecnico porta sul terreno di gioco lo stesso equilibrio che gli ha permesso di gestire al meglio due piazze profondamente diverse tra loro, come Catania e Verona. Poi c’è Campedelli, l’uomo che tiene unito tutto il gruppo, il Presidente che dopo aver raggiunto l’Europa è retrocesso ma ha saputo subito ricostruire, in un anno, ed era complicatissimo. E infine il giocatore simbolo, che non può che essere Sergio Pellissier, l’uomo che non si arrende mai.

Per il marketing c’è tempo, per crescere nuovi tifosi evidentemente pure. Marco, 22 anni, continuerà a condividere i suoi discorsi sul calcio con amici tifosi dell’Hellas. Evidentemente non bastano 20 anni di grande calcio per costruire uno zoccolo duro di tifosi. Non bastano in un contesto fedele all’Hellas, al di là dei risultati del campo. Ma è chiaro a tutti, che il Chievo non è più l’alternativa. Il Chievo è l’altra metà del cielo. Un cielo bellissimo, come un pomeriggio a Verona.

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