Il più genoano di tutti è nato a Lipari, è stato osannato a Tripoli, ma è morto a casa sua, in quella Genova che lo ha amato come pochi, pur nella sua imperfezione. «Morirò parlando del Genoa», è la frase che tutti citano rievocando il modo spettacolare e crudelissimo con cui il Professore, al tempo Franco Scoglio, ha lasciato il calcio, e con lui la vita. Una morte in diretta, in pieno stile cinematografico. Nell’ ’88-’89 Spinelli lo vuole al Genoa, vince il campionato di B davanti al Bari per migliore differenza reti e non se ne andrà mai più. Non letteralmente. Ma in quel momento si segna un destino che lui stesso riconoscerà tale. L’anno dopo, il suo primo in A, chiude a metà classifica e saluta per quello che appare un salto di livello. Arriva al Bologna qualificato per la Coppa Uefa, a sostituire Gigi Maifredi passato alla Juve. Durerà sei giornate, l’inizio della traversata nel deserto. Lucchese, Udinese, l’Africa. Salvo tornare a Genova, in B, per salvare i rossoblu. Di quella stagione un po’ balorda resta un derby vinto e un giro di campo d’altri tempi. La gioia di bambino che arringa la folla allargando le braccia e gridando “Uè, uè, uè“.

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Il più sampdoriano di sempre è nato a Begec, in Serbia, ed ha girato il mondo prima di trovare casa in Liguria. Era un maestro di calcio. Sapeva che i giocatori non erano tutti uguali, lasciava Mancini libero di scegliersi il proprio ruolo in campo mentre chiedeva a gente come Fausto PariBeppe Dossena di correre anche per gli altri. A Genova aveva creato un gruppo eccezionale, affidandosi a professionisti come Mannini, Vierchowood e Tonino Cerezo. Tanto, prima o poi, ci avrebbero pensato quei due davanti: Vialli e Mancini. Così Boskov vinse uno degli scudetti più belli della storia del nostro campionato. E non solo. La Coppa delle Coppe, la Coppa Italia, la Supercoppa italiana e quella sfortunatissima finale. Oggi Roberto può raccontarvi come è diventato un signor allenatore. Grazie agli insegnamenti di quale grande maestro. Quello che sapeva benissimo chi doveva correre e chi doveva decidere le partite. Quando si doveva attaccare e quando si doveva difendere. Anche quello che sapeva quando andavo bene uno 0-0, che sembra essere diventata un’eresia.

FILE -- Un immagine d' archivio di Vujadin Boskov, atteso a Genova nel fine settimana per sostituire Menotti alla guida della Sampdoria. (AP Photo/Giulio Broglio)

Quando si pensa al derby della lanterna, non si può non pensare a loro due, al loro modo genuino di vivere il calcio, a quei pomeriggi di passione, a quelle stagioni di inizio anni ’90 in cui Genova si ritrovò, inaspettatamente, ad essere capitale d’Italia, con la Samp campione e il Genova semifinalista di Coppa Uefa. Anfield Road espugnato, il sogno che si infrange solo in semifinale, contro l’Ajax di Van Gaal. Un grandissimo Ajax, progenitore di una generazione di campioni. Il derby racconta anche la storia di Gianluca Signorini, capitano coraggioso che non ha mai lesinato una lacrima e una goccia di sudore per la maglia e per la fascia di capitano. Delle punizioni di Branco, le tre dita prima di Roberto Carlos. Di Eranio e del povero Fortunato, giovani promettenti che sarebbero diventati titolari fissi della nazionale, se il destino non avesse beffato il secondo. Sfortunata quella squadra, se ne andrà anche Signorini, a causa del morbo di Gehrig, a 42 anni. A far impazzire la nord una coppia canonica, eppure irripetibile: uno piccolo e sgusciante, l’altro con due spalle larghe e la chiama lunga. Eppure non capitava così di rado di vedere Skuhravy crossare per la testa di Aguilera, un Pato ante-litteram.

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Bisognerà aspettare Milito per rivedere un centravanti così forte, così amato, così decisivo nel derby. Alla Doria erano più imprevedibili in quegli anni, il derby era un terno al lotto perché spesso si affrontava da favoriti e capitava di perderli nonostante Mancini, Vialli, Pagliuca e Lombardo. Quella squadra arrivò ad un passo dal sogno, dalla storia, o forse nella storia ci è entrata lo stesso, nonostante la punizione di Koeman. A pensarci adesso ci si rende conto di quell’impresa. A quanti centimetri è passata. Dai guanti di Pagliuca. Uno, massimo due.

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Ma il derby si sa sfugge spesso ai pronostici, e sotto la lanterna capita di trovare un Maggio decisivo, imbeccato da Cassano, in uno dei derby più belli, per la Doria, degli ultimi 10 anni. Ma che vuol dire derby a Genova? Tutto. Basti pensare a quella volta in cui un Genoa appagato spinse la Samp verso la serie B con una rete al ’93, all’esultanza di Preziosi, incontenibile. O alla prima rete di Icardi, lanciato giovanissimo da Ferrara, nella partita che doveva decidere il suo destino e divenne quella dell’esplosione di una stella. C’è chi non resiste alla tentazione di giocarlo ancora, in anticipo. Non sarà il Luigi Ferraris, ma vedere sulla sabbia glorie genoane e sampdoriane come Marco Nappi, Claudio Onofri, Attilio Lombardo e Enrico Nicolini è sempre uno spettacolo, soprattutto se commentato da Gianni Vasino (voce storica di 90° minuto). Il risultato finale? Basta guardare il video.

Buon derby a tutti, chissà a chi toccherà accendere la lanterna.

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