30 maggio 2010: Cesare Prandelli, all’epoca 53enne sulla cresta dell’onda degli allenatori europei, firma con la Figc il contratto che lo lega alla panchina della Nazionale di calcio italiana a partire dall’estate successiva alla sciagurata spedizione nel mondiale sudafricano con Marcello Lippi alla guida.

Gennaio 2017: Cesare Prandelli inizia l’anno da disoccupato, dopo essersi dimesso dalla guida del Valencia “con la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile”.

Per raccontare la parabola discendente di Cesare, spesso accompagnata dalla nequizia delle società che l’hanno accolto, non serve però sfogliare un album dei ricordi lungo sei anni e mezzo: è sufficiente riavvolgere il filo al Mondiale 2014, quello dell’eliminazione contro l’Uruguay e del morso di Suarez, che raggiunse Chiellini ma ferì tutti gli Azzurri.

cesare prandelli esulta con mario suarez

Dica 26

Dall’estate brasiliana, con annessa separazione dalla Figc, Prandelli ha collezionato infatti appena 26 panchine, coppe comprese, tra Galatasaray (16) e Valencia (10). L’addio agli spagnoli è maturato dopo poco meno di tre mesi, il 30 dicembre: “Non aveva senso continuare, così ho rinunciato” il manifesto, quello di Cesare, che la dirigenza ha rispedito al mittente.

“Cerca scuse per mettere in secondo piano i pochi punti conquistati: che tipo di persona è una che decide che non può fare niente di più per migliorare le prestazioni della squadra?” la replica del consigliere esecutivo del club del Mestalla, Anil Murthy, secondo il quale i due si sarebbero incontrati 24 ore prima che l’allenatore rassegnasse le dimissioni. Una dose rincarata dal direttore sportivo, Jesus Garcia Pitarch: “Non ha mai dato nomi, ma ha chiesto solo cinque giocatori sotto i 26 anni”. La matematica certo non aiuta il nostro: sei punti in tre mesi, una sola vittoria nella Liga – all’esordio il 16 ottobre, 2-1 sul campo dello Sporting Gijon – e due successi nei sedicesimi di Copa del Rey alla voce “gioie”.

cesare prandelli ai tempi dell'italia

Dove sta Zaza?

La decisione è stata comunicata alla presidentessa del Valencia Layhoon Chan e al ds Suso García Pitarch, e le ragioni dell’addio sono da individuare in garanzie sul mercato pretese da Prandelli ma non rispettate dalla società. Aveva chiesto almeno quattro o cinque innesti di esperienza, tra cui Simone Zaza per l’attacco, ma dopo aver capito che i suoi desideri non sarebbero stati esauditi, ha detto addio.

Al 27 dicembre, le prime avvisaglie che qualcosa non andava: di Zaza, uno di quei giocatori “di carattere che in organico non abbiamo” (Cesare dixit) nemmeno l’ombra. Anzi. A spiegarlo è stato lo stesso Prandelli in conferenza stampa: “Il 29 Zaza non c’era ancora, ma non è tutto perché lo stesso giorno la società mi ha chiesto di scegliere tra un attaccante e un centrocampista, dimenticando i quattro che mi erano stati promessi”. Zaza, lo stesso calciatore che con Prandelli Ct aveva assaporato i colori azzurri in due stage tra marzo a aprile 2014.

cesare prandelli galatasaray

“Quien no esté aquí con ganas, ¡fuera!”

È il tormentone che ha accompagnato gli ultimi 21 giorni di Cesare sulla panchina del club presieduto da Peter Lim, la cui longa manus si agitava da Singapore. “Fuori chi non ha voglia e amore per la maglia”: un appello urlato a gran voce nella conferenza stampa successiva alla sconfitta contro la Real Sociedad. Quello sfogo resterà l’ultima immagine della sua avventura spagnola. Un’accusa manifesta di scarso impegno all’indirizzo di alcuni calciatori: avrebbe voluto fare piazza pulita, Prandelli, nello spirito prima ancora che nel gioco, missione difficile per una società alla ricerca d’identità da anni, in una corsa iniziata nel 2008, quando la crisi finanziaria iniziò a farsi sentire dalle parti del “Mestalla”.

La fallimentare campagna acquisti allestita in estate, con l’addio di Paco Alcacer e l’arrivo di un manipolo di buoni calciatori in cerca d’autore (da Mangala a Mario Suarez, passando per Nani) ha snaturato l’anima di una squadra che da ormai un anno ha preso residenza nella parte destra della classifica.  E che ora sarà affidata alle mani di Salvador “Voro” Gonzalez, chiamato alla terza esperienza da allenatore ad interim sulla panchina dei Los Murciélagos (i pipistrelli): non è partito al meglio, 1-4 in Copa del Rey contro il Celta Vigo.

cesare prandelli galatasaray

Ave atque vale

E sin qui abbiamo raccontato delle difficoltà del Valencia, inteso come società e organico. Sarebbe però poco onesto non ricordare quelle di Prandelli: il suo calcio frizzante, quello che aveva fatto innamorare i tifosi di Parma e Fiorentina, capace di aggredire le fasce e avvolgere l’avversario, nell’anno ha ceduto il passo a un gioco compassato, spesso prevedibile. Quasi che gli manchi sempre una lira per fare un soldo, come quando da calciatore in sei anni con la maglia della Juventus era stato capace di vincere tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe ed una Supercoppa Uefa, senza però mai giocare con continuità. “Me ne vado emozionato, ma anche triste, perché si è chiuso un sogno. Avevo accettato una sfida difficile, ma sono venuto qui con la convinzione di poter aiutare il Valencia a uscire dalle difficoltà, purtroppo non è andata così” ha spiegato emozionato nel giorno dell’addio: salute e addio. Ma solo per ora.

cesare prandelli esordio con valencia

E ora?

Non c’è due senza tre, dicono. Così, dopo l’Italia, la Turchia e la Spagna, per Cesare sarà tempo di scegliere con attenzione il prossimo porto nel quale attraccare. L’aria di provincia gli ha sempre fatto bene, da Verona a Venezia fino a Parma. Chissà che un ritorno in quella dimensione non possa essere salvifico: radiomercato ha accarezzato una suggestione, quella di un clamoroso ritorno alla Fiorentina, dove l’esperienza di Paulo Sousa non sembra destinata a protrarsi oltre l’estate 2017. Il rapporto con i Della Valle è sempre stato all’insegna dell’odi et amo. Già nel 2010, anno di separazione tra le parti, Diego Della Valle attaccò Prandelli tirando fuori la storia di una presunta trattativa con la Juventus da parte del tecnico, il quale rispose dicendosi pronto a firmare in bianco in ogni momento.

Vendetta verbale rafforzata al tramonto del Mondiale 2014: “Riesce a costruire rapporti mediatici molto forti, ma quando c’è da dimostrare i fatti con la sostanza vera, manca sempre all’appello” spiegò il patron viola. Prandelli ha spesso scelto la via del silenzio come migliore replica. Ora tocca tornare a produrre: con i fatti. Quelli che a Orzinuovi, provincia bresciana nella quale Cesare è cresciuto, fanno rima con classe operaia. Ansiosa di tornare in Paradiso, dopo due anni e mezzo calcistici d’inferno.

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