QUOTE OF THE WEEK

C’è una sera, della vita di Gianluca, più difficile delle altre. Una sera di festa e di gloria, che almeno sarebbe dovuta diventare tale. No, certe cose non si dimenticano. Anche se hai guadagnato tanti soldi e ti sei preso le migliori soddisfazioni. C’è una notte, della vita di Vialli, in cui l’uomo vince sul calciatore, e sente la pressione. Il sapere di dover lasciare nel miglior modo possibile, anzi nell’unico: il trionfo. È la notte in cui Gianluca Vialli gioca con due maglie addosso, quella in cui la porta avversaria diventa inspiegabilmente più piccola e anche le cose più semplici diventano impossibili. Come quel pallonetto a Zubizarreta. La porta spalancata, la Coppa dalle grandi orecchie che aspetta solo di essere addobbata, per la prima volta, con quattro colori. Quelli blucerchati. E chissà che emozione sarebbe stata quella.


Chissà se Gianluca Vialli ci pensa ancora a quella notte. Wembley, 20 maggio 1992. Sui piedi del centravanti della Sampdoria altre due occasioni nitide per alzare la più bella delle coppe. Poi arriva un fischio insensato, una punizione inventata di quelle che ti fanno imbestialire, perché al 120′ quella è una sentenza troppo ingiusta. E infatti Koeman non perdona e la Coppa dei Campioni va per la prima volta al Barcellona, anche se Pagliuca ci prova ad arrivarci su quel tiro. Una mera questione di centimetri. Tra il guanto e il palo. Una lacrima da asciugare col polsino. Quando Vialli racconta di quella notte, gli occhi diventano ancora lucidi, per quella che sarebbe stata un’impresa irripetibile. Vialli sapeva che sarebbe andato alla Juventus. Che quella sarebbe stata la sua ultima partita in blucerchiato. Ci riuscirà con i bianconeri, e non sarà impresa da poco. Perché prima bisogna riportare lo scudetto, a Torino, e a metà anni ’90 non è certo un gioco da ragazzi.

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Il titolo manca dai tempi di Trapattoni, ed è proprio il Trap il primo a godere, si fa per dire, del Vialli bianconero. Sì, perché Gianluca è rimasto chissà dove, forse a quegli errori di Wembley o alla ricerca del compagno perfetto che non c’è più. Perché il Mancio, come le migliori rockstar, si è messo in proprio e porta avanti, non senza frustrazione, la sua Samp. Mentre Vialli soffre maledettamente la maglia numero 9. Tanto che ad un certo punto, si gioca contro il Parma e siamo nel 1992, Trapattoni decide di schierarlo come centrocampista. Sembra una provocazione. È una partita sola, forse il Trap lo fa per levargli l’assillo del gol a tutti i costi, quell’ansia da prestazione che mai prima di allora aveva avuto in carriera, nemmeno ai Mondiali.

A proposito, i Mondiali. Quello che gli almanacchi non dicono è che Vialli disputa un gran Mondiale ’90. Di sacrificio, dispensando assist e occasioni da rete. Come quando un suo tiro caparbio viene respinto da Goycochea e finisce sullo stinco di Totò Schillaci che porta in vantaggio gli azzurri contro l’Argentina. Mentre Vialli lo insegue per abbracciarlo arriva il principe Giannini che in romanesco gli urla “Ah, Totò, che culo che c’hai!!“. Vialli no. Anzi, sbaglia persino un rigore alla seconda partita, quella contro gli Stati Uniti, infortunandosi ad un piede. Il Mondiale si concluderà con un’ola beffarda al San Nicola di Bari, una delusione enorme mascherata da festa.

Ad un certo punto della carriera di Gianluca Vialli arriva Lippi. L’allenatore del Napoli, quello che aveva fatto bene a Cesena e a Bergamo. Quello che dà il via ad un ciclo, mettendo al centro proprio il centravanti.

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Vialli è la punta di diamante di un tridente completato dal famelico Ravanelli, che corre come un terzino e fa gol alla Di Stefano, e dall’astro nascente Del Piero. Nella prima stagione Pinturicchio si alterna con Baggio, come decidi non sbagli, ma si capisce subito che tra i due, Lippi, preferisce quello più giovane. Dopo lo scudetto arriva una cavalcata entusiasmante in Champions ma in finale, ancora una volta, entra in gioco la paura. Dopo il vantaggio firmato Ravanelli l’Ajax di Van Gaal, un fortissimo Ajax, torna in partita. Pareggia e arriva fino ai calci di rigore. Ma il calcio si sa, dà e toglie, e questa volta Vialli può alzare (e con quanto vigore lo farà) La Coppa. Un’emozione troppo grande, un bacio sulla bocca all’amico Ferrara, un abbraccio fraterno, un modo per dire “Non potevo perdere anche questa“.

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Quando pensiamo a Vialli pensiamo alle rovesciate, quelle che faceva dai tempi di Cremona e che ha replicato a colori in blucerchiato e in azzurro, ma anche in bianco e nero. Pensiamo ai suoi strani look, dai capelli biondi per festeggiare lo scudetto, ai vistosi orecchini che andavano negli anni ’80, ai polsini per asciugare il sudore con cui scendeva in campo. A due centravanti: quello esile ed opportunista di Cremona, quello potente e caparbio degli ultimi anni di carriera. Ad un rapporto in chiaroscuro con la nazionale: dopo il Mondiale di casa nostra arriva quello del ’94 ma Sacchi non lo vede, nonostante una grande stagione. Il mister di Fusignano gli preferisce Massaro, che al Milan fa la riserva, ma quando entra fa gol e poi sa benissimo cosa vuole lui. O Signori che farà il terzino fino alla finale, quando dirà “No, grazie mister, meglio un altro al posto mio“.

Vialli uno dei primi italiani ad approdare al Chelsea ante-litteram (e ante-Abramovich) di fine anni ’90, quello con cui conquisterà persino una Coppa delle Coppe, da allenatore. La stessa Coppa in cui ha spadroneggiato con la Samp da giocatore. E poi cosa è successo? Chissà perché non ha più allenato. Non ce l’ha mai spiegato, ma è evidente che oggi si trovi più a suo agio nelle vesti di commentatore. Lui che ha vinto tanto, ha fatto godere molto, ma sa cos’è la sconfitta. E l’ha sublimata, come in un meraviglioso gesto tecnico, come in una rovesciata da appendere alla parete. Come in una lacrima, da asciugare rigorosamente col fedele polsino, per poi ripartire ancora.

 

Moratti avrebbe fatto carte false per fare giocare assieme, ovviamente nella sua Inter, Gascoigne, Scholes, Cantona e quello che reputava il più grande talento italiano. Magari avrebbe tenuto anche il Chino Recoba, perché lui a quel sinistro, non avrebbe rinunciato mai, tanto da regalargli un ingaggio che mai e poi mai avrebbe immaginato Alvaro. Lui, il più grande talento italiano secondo Moratti, non riuscirà mai a vestire la casacca nerazzurra da calciatore. Moratti sceglierà Ronaldo, affare di cuore e di marketing assieme, campione inarrivabile, soprattutto a cavallo tra la stagione al Barcellona e la prima nerazzurra. Lui, Roberto Mancini, andrà alla Lazio, per andarsi a prendere uno scudetto che manca da quasi 30 anni.

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Strana storia quella di Roberto, uno dei pochi calciatori italiani ad aver vinto due scudetti difficili. Pochi trionfi, ma memorabili. Sampdoria e Lazio, più unico (quello blucerchiato) che raro (quello laziale). In Europa il nome del Mancio fa rima con Coppa delle Coppe (vinta sia con la Samp che con la Lazio), il che rende tutto più romantico dal momento che quella manifestazione, oggi, non esiste più. La Champions si chiamava Coppa dei Campioni, e Roberto non riesce ancora a darsi pace per quella punizione che non c’era, al 120°, a Wembley. Che beffa, quella fucilata di Koeman. Un colpo al cuore. Mancini che gira per il campo con le mani ai fianchi e lo sguardo deluso. Alla fine raccoglie una sciarpa della Samp e se la mette al collo come a dire “Abbiamo perso, ma avete visto che coraggio?

Il coraggio di osare, di non provare mai la soluzione più semplice. Di avvitarsi e andare di tacco su un pallone che poteva essere stoppato e appoggiato all’indietro. E invece no, lui beffa Buffon con un colpo di tacco da antologia, di quelli da tramandare ai posteri. Roberto Mancini quello che non ha mai avuto un buon rapporto con la stampa, con la nazionale e con gli arbitri. Epica la sua corsa contro la tribuna, dopo il gol che aveva portato in vantaggio l’Italia contro la Germania su punizione. Fu uno dei primi, siamo nel 1988, a chiedere alla stampa di tacere, dopo un’esultanza. Vicini l’ha sempre portato con sé, eppure ai Mondiali non è riuscito a giocare un minuto perché, nonostante la presenza del suo gemello Vialli (disputerà un Mondiale di grande sacrificio) esploderà quel ragazzo con la faccia da scappato di casa, quello che ogni volta che tocca un pallone, anche di stinco, la butta dentro: Totò Schillaci.

Questione di momenti, e di fortuna. La fortuna di Roberto Mancini è stata quella di nascere leader. Non patirà più di tanto il fatto di essere stato il più grande talento a non aver lasciato il segno in nazionale. La sua carriera prosegue da allenatore ma il Mancio che sedeva sulla panchina della Lazio e per i primi anni sulla panchina dell’Inter è molto diverso da questo. All’inizio badava molto di più allo spettacolo, al barocco, al gioco d’attacco. Oggi è un allenatore che mette la solidità davanti a tutto. Ha lavorato sulla leadership e sulla valorizzazione del gruppo, lui che è spesso stato accusato di essere un solista, anche in campo. Ha accumulato esperienza internazionale e oggi sa trasformare le sconfitte nei momenti chiave della stagione. Non a caso le partite più importanti dell’Inter sono state quella con la Fiorentina e quella con il Napoli. Entrambe perse, entrambe fondamentali per ripartire. Per crescere. A Genova, Roma e Milano ha costruito tre modi diversi di essere vincente e Moratti, oggi, se lo coccola da tifoso. Senza Roberto non mi diverto, diceva un vecchio striscione. Oggi Roberto pensa che vincere, in fondo, venga prima di tutto.

 

Per vederlo felice bastava un pallone tra i piedi. Ma gli occhi di Roberto Baggio hanno sempre avuto un velo di malinconia. Quel suo incedere a testa bassa, mentre esce dal campo, fa parte dell’immaginario popolare. Trovateci un altro giocatore capace di vestire le maglie delle tre squadre più scudettate d’Italia (Juventus, Milan, Inter) restando sempre nel cuore di tutti gli appassionati di calcio. Mai una parola fuori luogo, ma una frase buttata lì solo per diventare l’idolo temporaneo di una curva. Roberto Baggio è stato l’azzurro per antonomasia, il numero 10, il capitano, il giocatore di tutti. Non ha esitato a giocare in provincia e anche lì l’ha fatto in maniera unica, facendo diventare, per un paio di stagioni, Brescia la capitale della giocata sublime.

Non a caso Cesare Cremonini ha cantato che da quando Baggio non gioca più non è più domenica, perché nei suoi piedi, e soprattutto nella sua testa, c’era tutto: l’estro, la fantasia, la spensieratezza di quelle domeniche in cui dovevi necessariamente volare con l’immaginazione. I negozi erano chiusi, non c’erano i centri commerciali, le luci per strada erano più basse e le tv non trasmettevano il campionato in diretta. C’era la radio, e all’improvviso Ameri o Ciotti interrompevano da qualche parte d’Italia per dire che Roberto Baggio aveva portato in vantaggio la sua squadra, facendo irruzione nelle nostre case con metafore e superlativi. Una volta arrivò una notizia diversa da quelle che eravamo abituati a sentire. Non si parlava di prodezze, di slalom come quello con il quale Roberto aveva dribblato sia i cechi che gli slovacchi, per consegnare all’Italia il primo posto nel girone ai Mondiali.

Roberto Baggio

Si parlava di un rigore. Ma non era il solito rigore da segnare, era il rigore che Baggio non avrebbe mai voluto battere. E che non tirerà. Viola contro bianconeri, un odio spietato dei rispettivi tifosi come pubblici nemici in una battaglia senza tregua. È il 6 aprile 1991, quasi 25 anni fa, quando Roberto Baggio torna a Firenze per la prima volta con la maglia bianconera. La curva della Fiesole mette in scena delle coreografie più spettacolari di sempre, di certo un prodigio per l’epoca, rappresentando le figure dei monumenti della città. Vantaggio dei padroni di casa grazie ad una magistrale rete di Diego Fuser su calcio di punizione, ma l’incontro verrà ricordato per il grande rifiuto del Divin Codino. È da poco iniziato il secondo tempo quando il portiere Mareggini atterra in area proprio Baggio: calcio di rigore.

Dagli undici metri si presenta De Agostini, il quale si fa parare il sinistro da Mareggini. L’incontro termina 1-0 e Roby Baggio, fischiatissimo e contestatissimo forse per la prima e unica volta nella sua carriera, raccoglie da terra una sciarpa della Fiorentina che gli era stata lanciata contro. Lui la prende e la mette al collo: “È stata una cosa naturale, quasi un commiato ad un pubblico che pur fischiandomi per tutta la partita, mi aveva voluto bene”, dirà il Divin Codino a margine del gesto. Un gesto sobrio, umile, che lo consegnerà alla storia.

A Firenze Baggio ci tornerà più volte, e verrà sempre applaudito. Forse la volta più bella è una partita di solidarietà per il suo amico Borgonovo, a pochi mesi dalla sua scomparsa. Alla fine degli anni ’80 sono stati semplicemente B&B per la Fiesole e per tutta la città. Lo stadio li acclama, anche se uno ha ormai i capelli bianchi e spinge la sedia a rotelle dell’altro, per un ultimo grandissimo giro di campo.

Non c’è nulla di forzato, sono semplicemente due eroi. Straordinariamente umani. È l’epica del calcio che si concretizza in quelle lacrime, in quel sorriso, in un caldo abbraccio. Forse è ancora troppo presto per capire a fondo come ha fatto Roberto Baggio ad essere amato ovunque, in maniera incondizionata. Ma un giorno questa storia verrà raccontata e varrà più di mille prodezze. Di certo la classe immensa non è una spiegazione sufficiente. Forse nel suo poema calcistico c’è la grandezza di un giocatore che ha vinto meno di quello che avrebbe meritato: non una Coppa del Mondo, non una Champions, e che ha collezionato più soddisfazioni personali che trofei di squadra. Intanto, da quando Baggio non gioca più, non è più domenica.