QUOTE OF THE WEEK

Hi Paolo, I’m Alex Ferguson
Ma và…

Deve essere andata più o meno così quella sera di Natale, come raccontato dallo stesso Paolo Di Canio, quando nientemeno che Sir Alex Ferguson lo chiamò per fargli gli auguri e dichiarargli senza troppe indecisioni che lo avrebbe visto bene nel suo Manchester United. Paolo pensava si trattasse di uno scherzo, di qualche amico con molta fantasia e tanta voglia di giocare. E invece no, Sir Alex stava cercando proprio lui. Dopo essersi chiariti – l’italiano Ferguson non lo capisce – la risposta del giocatore del Quarticciolo, zona della periferia romana, fu piuttosto decisa:

No Sir, io sono un tifoso del West Ham, non potrei mai cambiare squadra.”

Paolo Di Canio: un uomo ancor prima di un giocatore che ha sempre messo al primo posto il suo codice morale. Il suo essere signore in un calcio troppo virile e poco galante. Lo hanno scoperto i supporter del West Ham e quelli dell’Everton, nel 2000, quando a pochi secondi dalla fine della partita, con il risultato fermo sull’1-1, blocca con le mani il pallone crossato dal compagno Sinclair che gli avrebbe regalato un goal vittoria, per sincerarsi delle condizioni del portiere avversario. Infortunatosi poco prima.

Un uomo sopra le righe: “Di destra sì, razzista no“. Testa rasata, tatuaggi che mettono in bella mostra la sua romanità e tanta voglia di spaccare il mondo con un calcio al pallone.

La carriera di Di Canio inizia a metà degli anni ’80, quando dalle giovanili della Lazio viene mandato in prestito alla Ternana dove incontra tra i tanti un certo Vincenzo D’Amico, ma è solamente dopo il ritorno alla Lazio e con il successivo inserimento i prima squadra che comincerà a dimostrare veramente il suo valore.
15 gennaio 1989, una Lazio che veniva da altalenanti anni di Serie A e Serie B si trova davanti la Roma di Voeller, Conti e Giannini.

Se segno sotto la Sud gli vado ad esultare sotto con il dito alzato, proprio come ha fatto Chinaglia“.

Palla che sfila dentro l’area giallorossa su un cross ormai perso, da dietro Paolo Di Canio che insacca la palla in rete e che con il dito puntato verso la Curva Sud corre a sfidare l’intera tifoseria romanista. Come fece Chinaglia nel ’74. Un altro che di certo non si faceva parlare dietro. Paolo è questo, un Ultras tra gli undici titolari. Passa alla Juve, dove Maifredi può contare su una batteria di attaccanti fortissimi: Di Canio, Casiraghi, Baggio e Schillaci. Si parla di calcio champagne, non ci si qualifica nemmeno per la Coppa Uefa. Trapattoni non lo vede di buon occhio e così Paolo passa, per una stagione, al Napoli di Marcello Lippi.

Con i partenopei mette a segno cinque reti e si toglie la soddisfazione di far impazzire la difesa del Milan Campione d’Italia con Panucci che probabilmente si sta ancora chiedendo dove sia passato quel pallone. Portiere spiazzato sul primo palo, San Paolo in delirio e Di Canio ancora sotto la Curva. La sua, questa volta, a prendersi gli abbracci di un intero stadio.

L’amore con i tifosi del Napoli scatta, definitivamente, all’ultima giornata. Si gioca a Foggia e la partita vale la qualificazione in Europa. Lo stadio è strapieno, i satanelli ci credono. Attaccano, come farebbe una squadra di Zeman. Il Napoli di Lippi tiene, arretra e riparte. Aspetta un errore che arriva a pochi minuti dalla fine. È del portiere Bacchin che si fa anticipare da Di Canio su un retropassaggio. Gol, Europa, Amore. Poi Lippi va alla Juve, Di Canio segue altre strade.

Una breve parentesi al Milan: Capello piuttosto che prendere goal da lui preferì averlo in squadra. Non sarà un idillio, né un’esperienza indimenticabile, ma Di Canio dirà di aver imparato molto, quasi tutto da Fabio Capello: “Il mio modo di gestire la squadra è simile a quello di Fabio Capello. Mi ha insegnato un concetto: non amatemi, ma seguitemi. Molti giocatori non mi amano, ma sono contenti di lavorare con me“. Con i rossoneri le cose non vanno bene: non c’è nulla di male a constatare che ci sono giocatori che non sopportano le regole troppo rigide, il collettivo che viene sempre prima, specialmente quando sei abituato ad essere una primadonna.

Con l’Italia chiude e vola oltremanica, luogo ideale per far emergere il suo animo british. Celtic prima e Sheffield dopo. Stagioni ricche di goal ed eccessi. Come la squalifica per aver spintonato un arbitro. La svolta arriva però con l’approdo a Londra, sponda West Ham, dove diventa un vero idolo per tutto il popolo Hammer. Vince il premio Fair Play per il gesto contro l’Everton (la vita è strana, a volte) e viene eletto nella stessa stagione giocatore dell’anno della squadra. Fino al ritorno al suo primo amore: 6 gennaio 2005, Paolo è tornato alla Lazio, la sua Lazio. Derby contro la Roma. Risultato ancora imballato sullo 0-0 quando Liverani con un lancio a scavalcare la difesa mette Di Canio in condizione di battere Pellizzoli. Tiro di destro al volo, e goal. Ancora una volta sotto la curva Sud: “Io, sono stato io, sono stato ancora io

Dal Napoli alla Juve fino alla coppa del Mondo e al Pallone d’Oro giocando sempre d’anticipo, storia di un difensore simbolo e orgoglio di una nazione.

C’è un preciso momento della sua carriera in cui Fabio Cannavaro ha conferito al ruolo di difensore un significato più ampio del termine calcistico. È accaduto una sera di inizio luglio 2006 a Dortmund. Ad un minuto dalla fine del secondo tempo supplementare contro la Germania svetta su un cross dalla sinistra rinviando sui piedi di Podolski ma il tedesco non ha nemmeno il tempo di controllarla che Cannavaro lo anticipa, avviando il contropiede che Del Piero trasformerà nel 2-0. Tre giorni dopo in una dolcissima notte berlinese Fabio Cannavaro alzerà la Coppa del Mondo tenendosela stretta anche la notte: «Mi sono portato la coppa a letto insieme a mio figlio Christian, quello di 7 anni, glielo avevo promesso. Si è addormentato prima che arrivassi, ma quando si è svegliato ha visto la coppa e mi ha fatto un sorriso che mi ha detto tutto».

E pensare che tutto era cominciato quasi per caso, con un destino, ormai scritto, da barista accanto a quello che sarebbe diventato il suocero, Antonio Arenoso, titolare del bar “Monnalisa” a due passi dallo stadio San Paolo. Ma Fabio Cannavaro non ci sta e fa quello che sa fare meglio: giocare d’anticipo. Si fa luce nelle giovanili azzurre e finisce per esordire in serie A proprio a Torino contro la Juventus il 7 Marzo del 1993. Ottavio Bianchi però quel giorno non fu contento di lui. «Oggi non hai fatto bene – gli spiega il mister a fine partita – ma farai grandi cose». Lui non fa una piega e gli sorride.

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Da questo punto di vista Cannavaro è stato sempre esemplare. Un leader naturale e un giocatore leale, un difensore che non ha mai amato usare le maniere forti, nonostante il magazziniere Tonino Albano gli ripeteva: «Ricordati Fabio che tu sei un difensore e quindi devi picchiare, non farti picchiare». A lui però non interessava perché sapeva di poter fermare gli attaccanti con l’anticipo, una dote, che sembra avergli inculcato Cesare Maldini ai tempi della nazionale under 21: «Un difensore che fa rimbalzare il pallone per terra è un uomo morto», gli diceva il triestino.

La maglia bianconera se la ritrova a contatto sulla pelle nel 2004. Da quel pomeriggio dell’esordio al Delle Alpi sono passati 11 anni e tanta acqua sotto i ponti. Fabio è andato prima a Parma, permettendo con i soldi della sua cessione la sopravvivenza del club, e poi all’Inter, due stagioni sofferte, forse le peggiori della sua carriera.

A Torino arriva quando molti pensano che il meglio lo abbia già dato. Invece i trionfi veri devono ancora arrivare.  Finirà per vincere due scudetti sul campo, su cui si allungano le ombre di Calciopoli, formando con Ferrara e Thuram, e Buffon alle loro spalle, uno dei reparti difensivi più forti di sempre. Il 2006, annus mirabilis, si chiude con la conquista del Pallone d’Oro.

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«Vinsi nell’anno in cui Zidane fece la cosa che tutti sappiamo. Se in 57 anni sono stato l’unico difensore premiato un motivo ci sarà». Una onestà che non sorprende, perché Cannavaro in  fondo è stato sempre un personaggio vero. Un atleta dal fisico normale, con una famiglia normale e una moglie normale conosciuta per caso ad una festa, alla quale, come un innamorato qualunque, dedicava sulla panoramica di Fuorigrotta scritte con la bomboletta a spray “Fabio e Dany per sempre”. Forse proprio questa normalità è la ragione di quel modo di difendere così concreto: «Oggi al difensore viene inculcata l’idea che deve saper impostare il gioco. Ma il difensore deve saper difendere. Un attaccante può sbagliare ma un difensore no». E tanti saluti al tiki-taka.

Per questo Fabio Cannavaro non è solo un difensore ma un concetto di difesa che non a caso si è sublimato nelle notti di Germania 2006 e che coincide con una tradizione e con un orgoglio tutto italiano. Perché ci piace pensarci come un paese di santi, poeti e navigatori, ma le vittorie ce le ha regalate la difesa fatta di gente che si rimbocca le maniche e che non molla mai un centimetro. Gente come Fabio Cannavaro.

Montella, prima insacca poi decolla, se tocca la palla fa impazzì tutta la folla (Brusco, AS Roma)

Il primo aeroplano non è mai decollato. Di nome faceva Sebastian e di cognome Rambert. Arrivò in Italia assieme ad un altro argentino, un ragazzo timido, che indossava un’orrenda cravatta ed era poco propenso a rilasciare dichiarazioni alla stampa. Rambert, l’avioncito, lasciò l’Inter dopo qualche mese, dopo aver fatto imbestialire Luisito Suarez, e senza aver mai fatto vedere mai il suo marchio di fabbrica. L’altro argentino, invece ne divenne simbolo e capitano. Vive ancora a Milano e sembra non essere invecchiato. Si chiama Javier Zanetti.

Ma questa non è la loro storia, questa è la storia di un altro aeroplano, che di voli ne ha fatti tanti. Fin dai tempi di Empoli, allora come oggi fucina di talenti e piccoli campioni. Vincenzo Montella cresce lì, giocando al fianco di un vecchio marpione che nel frattempo sta perdendo i capelli, ma sta imparando, in campo, a guidare la squadra: Luciano Spalletti, il suo rivale di domenica. Vincenzo approda poi a Genova, ma in rossoblu. Un’esperienza in serie B, il tempo di lasciare in dote 21 gol. A fargli fare l’esordio in A è, però la Sampdoria. Strana storia: prima l’Empoli lo riscatta, poi lo vende per quasi nove miliardi ai doriani. Anche questa volta i gol sono tanti: 22 in 28 partite, tanto per non sbagliare.

Il primo gol in Serie A arriva proprio a Roma, il 21 settembre del 1996, poi ne segna 20 l’anno dopo e appena 12 quello successivo. Ma c’è di mezzo una pubalgia, una stagione sciagurata e un mancato assist del carneade Catè a San Siro in una incredibile partita contro il Milan. Il brasiliano e Montella sono soli davanti ad Abbiati, il risultato è fermo sul 2 a 2 e mancano pochi minuti. Catè non vede Montella e spreca il match point. Un minuto dopo Ganz si avventa su un pallone che cade dal cielo e porta sul 3-2 il Milan che vincerà un’incredibile scudetto in rimonta. La Sampdoria di Montella (e Spalletti), invece, retrocederà.

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Ma l’aeroplanino accetta la corte di Fabio Capello e finirà alla Roma, dove si prenderà una delle più grandi soddisfazioni della carriera: lo scudetto. Ma non è una convivenza facile quella con il tecnico friulano. Arrivato Batistuta la prima polemica riguarda la maglia numero 9, assegnata naturalmente al bomber argentino. Poi inizia il campionato della gloria, che in realtà è una stagione molto tormentata per Vincenzo che diventa, a tutti gli effetti, il dodicesimo uomo della squadra. Capello gli preferisce Delvecchio, perché si integra meglio con Totti e Batistuta. Più altruista, più uomo di corsa, si sacrifica più volentieri sulla fascia.

Segna, ovviamente, meno. Ma questo è un particolare che interessa più ai tifosi (che vogliono vedere Vincenzo sempre in campo) che il tecnico. Fatto sta che Montella trova comunque un modo per essere decisivo, eccome. Lo fa siglando i due pareggi più importanti della stagione: quello in casa contro il Milan in una partita che sembra stregata e quello a Torino contro la Juventus, il 2-2 che vale lo scudetto. Poi mette la firma sul 3-1 contro il Parma, all’ultima giornata, nel match che vale la matematica. Nella stagione successiva mette a segno un incredibile poker contro la Lazio, in un derby epico vinto per 5-1, quello in cui Totti si dichiara all’attuale moglie Ilary Blasi, a cui dedica la maglia “Sei unica”.

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In nazionale non sarà fortunatissimo: Dino Zoff, all’Europeo del 2000, la pensa esattamente come Capello e gli preferisce ancora Delvecchio, che segna nella finale, poi persa, contro la Francia. Del Mondiale coreano ricordiamo la sua disputa con il quarto uomo su una collanina da togliere prima di non entrare contro la Corea a causa di un Golden Gol amarissimo di Ahn. Il Montella allenatore ha bruciato le tappe tra Catania e Firenze, ha attirato su di sé le attenzioni di squadre come il Milan e la stessa Roma, dove ha iniziato con i giovanissimi, prima di lasciarsi non benissimo con i Della Valle a Firenze, tra comunicati stampa al veleno e dichiarazioni sui social. Non ha saputo dire di no al suo primo amore, la Sampdoria, e adesso deve tirarla fuori da una situazione, e da una classifica, che nessuno si aspettava. Per decollare c’è ancora tempo, adesso basterebbe riprendere la corsa.

Una volta ho visto un mediano argentino dribblare il portiere con la sfrontatezza di un centravanti brasiliano. Diego Pablo Simeone non era uno abituato a fare gol come quelli, piuttosto a dare grosse zuccate che sfondavano la rete. Luis Nazario da Lima, al secolo semplicemente Ronaldo, aveva una grande capacità: era uno di quei giocatori che potevano far diventare fenomeni tutti quelli che correvano intorno a lui. Nell’anno di grazia 1997-1998, Ronaldo ha reso campioni dei giocatori normali come Cauet, Winter e Ze Elias.

Il dribbling di Simeone e la sicurezza con cui gioca Moriero in quella stagione, sono le cartine tornasole di un’Inter dove persino Fresi e West e Ciccio Colonnese danno il meglio di se stessi. Di quella stagione rimangono impresse almeno tre immagini: il gol di potenza contro il Parma su punizione, con Buffon che resta esterrefatto da tanta potenza; poi la danza sul fango di Mosca, una semifinale di Coppa Uefa che Ronaldo gioca in calzamaglia. Infreddolito, le punte dei piedi ghiacciate, sbaglia persino un controllo nel primo tempo. Poi prende le misure del campo e segna un gol difficile da pensare, persino su un terreno sintetico. Lui si prende il lusso di irridere tre difensori russi, la melma, il ghiaccio e pure il generale inverno. E vince, da solo, una partita che si era fatta complicatissima.

Il terzo episodio è la sublimazione del Ronaldo nerazzurro: finale di Coppa Uefa a Parigi contro la Lazio, minuto 77. Lancio in profondità di Moriero e scatto del fenomeno. Fermate il tempo. Perché la fisica non è ancora riuscita a spiegare come sia stato possibile con un solo movimento, e in meno di una frazione di secondo, far sedere Marchegiani da una parte, in maniera secca, inevitabile, e scivolare via dall’altra, senza il minimo sforzo. Poi accarezza il pallone in rete mentre un sorriso si stampa sul faccione di Moratti. Un sorriso che ho rivisto soltanto un decennio dopo, nella notte del Nou Camp, quando il presidente deve far finta di nascondere un entusiasmo da bambino, davanti al collega Laporta. 

Photo/Luca Bruno)

Ronaldo e il derby ci riporta ad pallonetto nella stessa notte in cui Simeone decide di fare il Ronaldo, ma anche un’inconsueta espulsione, sicuramente non voluta per una gomitata a Gattuso. Un paradosso: il fenomeno che dà una gomitata al mediano. Succede nell’anno di Lippi, un ciclo partito tra fanfare e proclami e finito, esattamente un anno dopo, a calci in culoL’Inter perde, qualcosa si rompe, lui e Vieri non riescono più a giocare insieme, e un giorno Bobo dirà che è questo il più grande rimpianto della sua vita. Non aver avuto abbastanza tempo per giocare con Ronaldo.  

Entrambi andranno a giocare dall’altra parte, il fenomeno dopo gli anni in chiaroscuro di Madrid: si ripresenta davanti ai suoi vecchi tifosi in un pomeriggio di primavera che per gli interisti vale lo scudetto. I suoi vecchi tifosi si presentano a San Siro con un fischietto. Sono fischi d’amore, persone innamorate che rivedono la propria ex con un’altro. Il fenomeno lo fa Cruz, ma non prima del colpo al cuore: Ronaldo fa gol, un gran gol, e si porta la mano all’orecchio. Non dirà mai di essersi pentito di quel gesto, ma nessun tifoso interista, da quel giorno ci penserà più. 

Il calcio perdona più di quanto pensiamo, e Ronaldo resterà sempre il giocatore che danza sul pallone e fa diventare campioni tutti gli altri. E se solo avesse avuto due ginocchia più resistenti e un metabolismo diverso, lui sarebbe lì, al piano di sopra, con gli altri due. Invece la sua leggenda è molto più simile a quella degli eroi dell’epica, che hanno avuto in dono una vita tanto gloriosa quanto breve. Oggi Luis Nazario da Lima divide il suo nome d’arte con un altro grandissimo campione. Ma se chiedete ad un ragazzo degli anni ’90 chi è Ronaldo, vi risponderà che di Fenomeno ne ha visto giocare solo uno. 

Un manager non deve essere simpatico a tutti i costi. Di solito, i manager si chiamano in azienda per raggiungere degli obiettivi e per farlo devono prendere decisioni. C’era una volta uno yuppie che è diventato un manager. Fabio Capello non è mai stato il classico allenatore da tuta. Al massimo è uno che si arrotola le maniche della camicia. Come 17 giugno del 2001, quella volta in cui si è ritrovato, da solo a fronteggiare l’entusiasmo di una città intera. È stata quella, forse, la sua impresa più difficile. In un pomeriggio in cui i suoi giocatori sapevano benissimo cosa fare. Ma lui, il manager, non si fida di nessuno. Sbraita quando la squadra si rilassa, argina le invasioni di campo, chiede ad una città intera di aspettare il fischio finale per non rovinare tutto. Nessuno, tra i tifosi della Roma, si è dimenticato di quel giorno. E se chiedete ad un tifoso giallorosso cosa ne pensa di Capello, sotto sotto vi dirà semplicemente che è stato l’uomo dello scudetto der giubileo.

Il tempo cancella le ferite. Ha cancellato il tradimento di Baggio ai tifosi viola, quello di Ronaldo agli interisti, e un giorno cancellerà persino quello di Fabio Capello, reo di aver detto “Io alla Juventus? Mai“. Ma sapeva che mentiva, perché Capello alla Juve ci ha giocato, e soprattutto perché un manager non si ferma in un posto per una mera questione di cuore. Altrimenti avrebbe allenato solo il Milan, la squadra che gli ha dato la possibilità di sedersi in panchina, per la prima volta a certi livelli. Berlusconi capisce che il giovane yuppie, che ha già allenato ma solo per sei giornate, ha stoffa e decide di “formarlo” in azienda facendogli fare il dirigente della Polisportiva Mediolanum in varie discipline tra cui hockey, baseball, pallavolo e rubgy. Poi nel 1991 gli affida la patata bollente: sostituire Arrigo Sacchi.

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Il Presidente capisce che Sacchi è insostituibile e che l’errore più grande sarebbe affidare la squadra ad un altro zonista convinto. Uno come Maifredi o come il professor Scoglio. E così mentre l’Inter ingaggia Orrico, il Milan sceglie “il dirigente della Polisportiva Mediolanum“: Fabio Capello. Che vince più di Sacchi perché guida la squadra su un sentiero in pianura, mentre il vate di Fusignano conosce solo l’Everest e gli altipiani del Tibet. Il resto gli sembra una scelta di retroguardia. Se Sacchi è quello che ha scambiato le sue regole per tavole sacre, dimenticando che i Dieci Comandamenti non sono un capolavoro di morale, ma semplici regole di buona convivenza, Capello ha capito che non c’è mai una regola sola, che l’uomo, e il calciatore, è un progetto singolo, c’è sempre un’alternativa.

Silenziosamente Capello trasforma una squadra stupenda di notte ma molto distratta di giorno (non per niente, in Italia quella di Sacchi vince solo uno scudetto) in una corazzata capace di non perdere per anni e non subire mai gol, tanto da permettere a Sebastiano Rossi di stabilire il record di imbattibilità. E di vincere anche la Champions, seppur dopo due finali perse contro Marsiglia e Ajax, umilando il Barcellona e Crujiff che, la mattina della finale dichiara “Per rinforzarsi loro hanno comprato Desailly, noi Romario“. Per la cronaca sarà proprio il francese a segnare uno dei quattro gol. Sebbene resti negli occhi di tutti la perla di Savicevic, che quella sera decide di sfidare la gravità risucchiando Zubizarreta in un turbine di frustrazione.

Alla Juventus Capello guida una delle squadre italiane più forti degli ultimi 20 anni, a memoria. Buffon, Cannavaro, Nedved, Del Piero, Trezeguet, Ibra, Viera, Emerson. Calciopoli, Moggi, o chi per loro hanno oscurato quella che poteva essere una delle squadre più forti del mondo, guidata appunto da un grande condottiero che però, in Europa, non trova il bandolo della matassa ed esce per due anni di fila ai quarti di finale contro una squadra inglese. In campionato domina, ma Capello non deve più arrotolarsi le maniche della camicia. Alla Juventus sono abituati a vincere, non ci sono invasioni da fronteggiare, e forse la festa più calorosa e anche quella più beffarda è quella di Bari, dove il 14 maggio 2006 i bianconeri sollevano, davanti agli occhi di 60.000 persone talmente innamorate da negare l’evidenza di una festa insensata, quella Coppa più per rivendicarla, che per mostrarla. E infatti qualche settimana più tardi quel titolo verrà revocato e assegnato a tavolino all’Inter.

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Che forse rimane il grande rimpianto di Capello. Perché a Fabio, il manager, sarebbe piaciuto vincere anche lì dove il titolo sembrava una maledizione. E magari far rodere il fegato a qualcuno. Ci è andato vicino più volte, a quella panchina, ma alla fine Moratti gli preferiva Cuper, Mancini, Zaccheroni. Nella sua carriera ci sono panchine di grandissimo prestigio come quella del Real Madrid e della nazionale inglese, e ingaggi faraonici come quello che percepisce in Russia dove, sotto sotto, sta facendo un gran lavoro con un materiale umano non eccelso, comunque non ai livelli del passato. Dopo un Mondiale molto deludente e dopo la sconfitta in casa contro l’Austria alle qualificazioni europee, Capello ha rivoltato la nazionale come un calzino e l’ha portata in Francia. Dove non lo vedremo con le maniche arrotolate perché non più sulla panchina russa, ma sicuramente con tanta voglia di dimostrare a tutti in futuro che il Manager ha ancora fame di successi.

 

 

Chiedete a Rui Costa quale sia stato il rimpianto più grosso: vi parlerà dell’aver lasciato gli studi prematuramente. Vi raccontiamo una storia che parla d’amore e leggerezza, d’assist e carezze, lacrime, sole d’Algarve, fedeltà e cuore. Rui, che con il cliché del calciatore non funziona, perché l’aria pacata, tranquilla, un po’ da intellettuale, è giustificata dai romanzi, dalle opere a teatro, dai manuali di storia che puntualmente campeggiano sul comodino del ragazzo. Lui che fa parte di una generazione di portoghesi eccezionali: Vitor Baia, Couto, Nuno Gomez, Figo, Paulo Sousa, Joao Pinto. Manca una punta vera, uno alla Cristiano Ronaldo, per capire. Il calcio sa essere strano e beffardo, alle volte. Paulo Futre non fece in tempo a predirgli un futuro roseo che il Benfica, la sua squadra del cuore, decise di cederlo.

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Estate ’94, la Fiorentina di Cecchi Gori sborsa 11 miliardi del vecchio conio per assicurarsi le prestazioni del portoghese ed affiancarlo a Toldo, Marcio Santos, Flachi, Robbiati e Batistuta: non solo gol e assist col Re Leone, sarà anche amicizia vera, vacanze insieme, sarà il passaggio della fascia da capitano e rimproveri al l’individualista Edmundo, reo di non fare gruppo e preferire il Carnavale allo scudetto. In Viola vincerà poco ma entrerà indelebilmente nel cuore della Fiesole al pari di mostri sacri quali Baggio ed Antognoni. Tatticamente, tutta Italia s’accorge di lui in un fragoroso climax ascendente passando da Ranieri, che spesso l’utilizzava sulla fascia, a Malesani, Trapattoni e Terim; proprio riguardo al turco, dirà: ‘se fossi un allenatore, vorrei essere come lui‘.

I gol a Firenze saranno 50 in sette stagioni e 276 presenze, ma la crisi del settimo anno, come nella più passionale delle storie d’amore, arriva a causa della società, costretta a vendere i pezzi pregiati per salvarsi dal fallimento (Batigol spedito a Roma la stagione precedente, Toldo all’Inter).

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Fu nel giugno del 2001 che Rui si vendette l’anima al diavolo. Rui di andarsene non ne vuol sapere, ma Cecchi Gori ha deciso, e non può fare altrimenti. Lo vorrebbero il Parma di Tanzi e la Lazio di Cragnotti, Rui risponde picche ai crociati accettando l’offerta laziale anche grazie all’intercessione, pare, di Simone Inzaghi. Alle 2 del mattino lo chiama GallianiRui firma il contratto più importante in carriera, facendo intascare alla Fiorentina ben 85 miliardi di lire, che però non eviteranno il fallimento alla viola. A San Siro Rui Costa farà fatica a segnare (solo 11 reti in 192 presenze), ma delizierà la Sud con quasi 70 assist in cinque anni fatti di dolori (Istanbul), gioie e passaggi di consegne (l’anno dello Scudetto con l’esplosione di Kakà e le continue staffette).


Nel maggio 2006 rescinde consensualmente col Milan e fa ritorno al Benfica: negli ultimi due anni di Liga Portoghese segnerà più reti rispetto ai cinque anni in Serie A coi rossoneri. Tornerà a San Siro, da avversario, il 18 settembre 2007, accolto come un eroe per una partita di Champions League. Dopo l’addio al calcio giocato Rui diventa direttore sportivo del club di Lisbona. In giacca e cravatta sta bene, ma nessuno dimenticherà mai le lacrime, la fantasia, gli assist, l’eleganza vintage, l’amicizia con Batistuta e le movenze da numero 10 senza muscoli e tatuaggi. Obrigado, Rui.