QUOTE OF THE WEEK

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Non è Inzaghi ad essere innamorato del gol, è il gol ad essere innamorato di Inzaghi” disse una volta Emiliano Mondonico. E ce ne siamo accorti. Tutti, anche Pirlo quando con una deviazione più che fortuita ad opera di Inzaghi vide finire in rete il pallone calciato poco prima. In una finale di Champions League.
SuperPippo è stato il supereroe senza superpoteri, la dimostrazione che su un campo di calcio in fin dei conti la cosa veramente importante è una: metterla dentro. Il come, poi, è roba per le statistiche. Che nessuno controlla mai.

Tecnicamente scarso rispetto a molti suoi colleghi (“Non saprebbe dribblare nemmeno una sedia” disse un suo vecchio allenatore) un dribbling ed una finta uguali per vent’anni, eppure drammaticamente efficaci negli ultimi 16 metri. Sempre. In ogni competizione e ad ogni partita. Ci sono attaccanti che hanno il fiuto del gol, ci sono giocatori con il piede educato. E poi c’è Pippo Inzaghi che gonfia la rete. C’è Pippo Inzaghi perennemente in fuorigioco. C’è Pippo Inzaghi che dentro l’area non passerebbe una bottiglia d’acqua nemmeno a sua madre assetata, figuriamoci un pallone ad un compagno di squadra. Figuriamoci a Simone Barone in una partita di un Mondiale.

La carriera di Inzaghi è tutta racchiusa in quella corsa e nella successiva esultanza: istinto, cattiveria agonistica, sfrontatezza ed un pallone che tra quelle gambe sembra quasi una corda che vuole farlo inciampare. Pronta a tradirlo in qualsiasi momento ma che lo ama troppo per farlo veramente. Il risultato, sempre lo stesso. Ed il portiere non può farci nulla.

Cresciuto nelle province tra Albinoleffe, Piacenza, Verona, fino all’approdo al Parma delle meraviglie nel ’95 e all’Atalanta nel ’96. Un comune denominatore in tutte le esperienze: il goal. La linea del fuorigioco a fare da spartiacque tra la delusione e la gloria. Un grido liberatorio dopo ogni marcatura.

L’esperienza alla Juve, i grandi palcoscenici europei, 90 minuti vissuti sempre, costantemente, sul filo del fuorigioco. Il rapporto con Del Piero. Due giocatori capaci di andare contemporaneamente in doppia cifra senza mai passarsi il pallone. I litigi, le gioie, e le grandi delusioni come la finale di Champions persa contro il Real Madrid nel ’98 dopo aver sfiorato più volte il goal. Il passaggio al Milan con la delusione di Euro 2000 nel mezzo: un’esclusione dagli 11 titolari nella finale che non digerirà mai.

19 Dec 1999: Alessandro Del Piero and Filippo Inzaghi of Juventus during the Italian Serie A match against Parma played at the Stadio Communale in Florence, Italy. The game ended in a 1-1 draw. Mandatory Credit: Claudio Villa /Allsport

Con la squadra di Berlusconi poi avviene qualcosa di più di una consacrazione, nasce un’ossessione onirica. Un menage a trois tra Pippo, la maglia rossonera e il gol. L’infinita sfida con Raul per il titolo di capocannoniere più prolifico della Champions League e la sua firma messa in tutte competizioni continentali alle quali ha partecipato. Una partentesi da allenatore finita troppo presto e che non gli ha restituito tutto quello che ha dato per quei colori. Soprattutto da allenatore. Ma questa è un’altra storia.

Per oggi ci basta raccontare quella in cui un Supereroe senza superpoteri riesce a sconfiggere i nemici. In un mondo fatto di fisici imponenti, tiqui taca, e tecnica pura, Pippo Inzaghi ha semplicemente fatto la cosa più bella del mondo: gol.

C’è stato un 7, prima di Cristiano. Un 7 che se solo avesse avuto accanto, in nazionale, un centravanti con la percentuale realizzativa di Ronaldo, probabilmente avrebbe conquistato il mondo. Invece ha dovuto suggerire per Nuno Gomez e no, non è proprio la stessa cosa. C’è stato un 7 per il quale a Barcellona avrebbero fatto follie. La sua maglia era più venduta di quella di un altro Ronaldo, il Fenomeno, e la sua stella sembrava destinata a diventare uno dei simboli del futuro Tiqui Taka che si sarebbe ammirato al Camp Nou. Lui, che più che dedito ai passaggi rasoterra, era innamorato del pallone. O magari era il pallone ad essere innamorato di lui, tanto da restargli incollato al piede nelle discese a testa altissima.

Un caratteraccio, quello di Luis Figo, bilanciato dall’eleganza dentro e fuori dal campo. Non è un tipo da polemiche, Luis. Non è un ruffiano, bacia raramente la maglia. Ha i capelli sempre a posto e il faccia lucida di dopobarba. Il suo portamento è quello di un ambasciatore del calcio, anche se di malefatte, il buon Luis, ne ha fatte eccome. Quando giocava con lo Sporting Lisbona firmò due contratti contemporaneamente, pur di venire a giocare in Italia. Scelse la squadra più blasonata, e quella più ricca. Non si fece mancare niente e firmò per le due società che si giocavano lo scudetto quell’anno: la Juventus e il Parma. Un giorno sì e uno no veniva presentato sui giornali con entrambe le maglie, alla fine scelse l’UEFA che gli impedì di venire a giocare in Italia, e annullò entrambi i contratti.

A guadagnarci fu il calcio spagnolo, che allora era un movimento in ascesa, ma ancora inferiore al nostro. Se il Parma poteva più del Barcellona e l’Inter poteva soffiare Ronaldo alla Liga, un motivo doveva pur esserci, e Figo questo lo sapeva benissimo. Si accontentò del Barça, dove con Robson conquistò la Coppa delle Coppe e dove poteva parlare nella sua lingua con il traduttore dell’allenatore inglese. Il traduttore si chiamava José Mourinho. Quando Figo scelse di lasciare la Catalogna per i Blancos di Madrid si gridò al tradimento. In pochi avevano osato passare dagli Azulgrana ai Blancos senza stazioni intermedie. Quando tornò al Camp Nou Figo trovò una testa di maiale pronta ad attenderlo, proprio vicino alla bandierina del corner. Tutt’altro che un atto di cavalleria.

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A Madrid vinse tutto, compreso un Pallone d’Oro. Mancò forse il più importante degli appuntamenti: il rigore che consegnò alla Juventus la finale del 2003: al Delle Alpi di Torino, il Real appare intimidito, quasi tramortito, senza la forza per reagire all’uno-due della Juventus. Al 67′ Montero atterra in area Ronaldo. Rigore. Va Figo sul dischetto ma Gigi Buffon è Super e para. Qualche anno più tardi, siamo nell’estate del 2005, Figo sceglie che è il momento di misurarsi con il calcio italiano. Non è più il campione brillante visto qualche anno prima a Barcellona e Madrid ma ha ancora colpi da regalare. È anche più saggio e Mancini lo fa diventare subito uno dei pilastri dello spogliatoio. Sarà decisivo nella ricostruzione interista, nella bozza di progetto che porterà, cinque anni dopo al triplete. C’è chi la chiama mentalità vincente, ma quella di Luis possiamo definirla tranquillamente classe. Eleganza calcistica allo stato puro.

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D’altronde il nome aiuta, e l’aspetto pure. Ti fa dimenticare tutto il resto: le sanzioni, le teste di porco, gli ululati di disapprovazione dei vecchi tifosi. Essere Figo, è una questione di classa.

“Un biglietto di sola andata per Roma, grazie”.

Avrebbe parlato così Marco Delvecchio, se solo avesse previsto il futuro. Ma uno nato a Milano e cresciuto nelle giovanili dell’inter pensa solo a tornare il prima possibile a casa sua. L‘Inter lo ha appena ceduto alla Roma, in cambio di Marco Branca. Lui è poco più di una contropartita, ci rimane male, lo dice ai suoi genitori che gli rispondono “A Roma? Ma un milanese a Roma non si ambienterà mai!“. Il milanese non è più tornato, e quando pensa alla nebbia sorride, come se si trattasse di un ricordo lontano.

Come l’esordio in Serie A con l’Inter, contro la Fiorentina, o come quel gol salva stagione segnato al 91′ contro il Padova, il 4 giugno del 1995, che vale la qualificazione in Coppa Uefa. Forse è in quel momento che Marco pensa di essersi conquistato l’Inter. Moratti lo stima, e i nerazzurri, che già iniziano a investire pesantemente sugli stranieri, hanno bisogno di valorizzare un ragazzo del vivaio. La favola sembra ben sceneggiata, ma a volte il destino ha molta più fantasia di noi. Nel mercato d’autunno della stagione successiva, Delvecchio finisce quasi controvoglia in giallorosso.

Gli attaccanti sono Balbo e Fonseca, una coppia affiatata e molto ben collaudata. E poi c’è Totti, che prima o poi deve conquistarsi una maglia da titolare. Nelle gerarchie di Mazzone, Marco è la quarta punta. Ma ad aprile il giovane milanese inizia a trovare spazio, segna una tripletta a Napoli e si guadagna la conferma. Per trasformarsi da utile a fondamentale dovrà aspettare la fine del millennio e l’avvento di Zeman. Nel 4-3-3 del boemo lui è l’ago della bilancia. Se Totti scardina e Paulo Sergio si inserisce, Delvecchio copre e spinge all’occorrenza. Sono anni meravigliosi per lui: la Roma non vince, ma il sorriso di Marco è una costante, e i gol nei derby lo consacrano definitivamente.

Come in Fratelli d’Italia, il film con Massimo Boldi “rapito” da due ultrà giallorossi, Delvecchio diventa il simbolo del milanese che si converte alla romanità, prende casa nella capitale, canta Grazie Roma e preferisce la matriciana al risotto. Non c’è niente di più bello, per un romanista, della conversione di un milanese. Capello, invece, lo converte in un vincente. Gli chiede di arretrare ancora un po’, ma Delvecchio capisce subito che quello è il miglior modo per poter giocare al fianco di Totti e Batistuta nella stagione più bella, e di conquistare un posto da titolare a scapito di Vincenzo Montella. I tifosi lo apprezzano, e impazziscono quando segna nel derby e “fa vedè l’orecchio“.

Marco Delvecchio è stato un giocatore atipico: non una classica prima punta e nemmeno una seconda. Utile come pochi, ma non solo in copertura. Zoff sceglierà lui per giocarsi l’Europeo contro la Francia e sarà proprio Marco a regalare il successo agli azzurri, in finale. Sì, perché se gli chiedete come è andata quella partita lui vi risponderà che non l’ha mai persa, o forse vi dirà queste parole:

Ci sono partite che devono andare per forza in un modo, altrimenti non si spiega. Noi quella partita l’avevamo vinta. Non può succedere che un portiere rilancia, che Cannavaro sbaglia un anticipo e il pallone gli tocca la testa schizzando proprio sui piedi di Wiltord. E non può succedere che lo stesso pallone passa prima sotto le gambe di due difensori e poi sotto l’ascella di Toldo, in stato di grazia. Non mi sono mai arrabbiato, doveva andare così”.

Chiuderà la carriera con i Pescatori Ostia, in Eccellenza, dove finalmente potrà giocare da prima punta, dopo tanti anni di sacrifici e tanti chilometri sulla fascia. Lo farà realizzando 34 reti in 39 partite, una media da bomber consumato, altro che il lavoro oscuro. A Milano non è più tornato, perché ha scelto di restare per sempre a Roma. E quando vuole vedere i genitori, gli dice di lasciare Milano e prendere il treno, per vedere quant’è bella la sua Roma.

La Coppa Uefa ci riporta a pasti frettolosi e compiti finiti in fretta per potersi meritare il mercoledì di Coppa. All’inizio degli anni ’90 voleva dire fare zapping tra la Juventus e l’Inter ma anche tra il Genoa e il Torino, con l’immancabile Sampdoria a difendere l’Italia in Coppa delle Coppe e il Milan bello di notte a far conoscere pressing e fuorigioco in Coppa dei Campioni. All’epoca la Coppa Uefa era tutt’altro che una competizione di secondo piano. Prima di tutto perché in Coppa dei Campioni approdava solo una squadra per paese, e in secondo luogo perché l’Europa esigeva un rispetto che oggi molte squadre, chissà perché, non sentono più.

Quando Carlos Alberto Aguilera, una seconda punta agile, scattante e imprevedibile, con una passione sfrenata per dribbling e giocate ad effetto, arrivò a Genova, assieme agli altri due uruguagi, Perdomo (famoso più per le invettive di Boskov sul confronto tra le sue abilità e quelle di un cane che per il contributo in campo) e Ruben Paz, non immaginava minimamente che avrebbe giocato per l’Europa. Il Genoa di Spinelli era una neo-promossa e l’unica Europa immaginabile era la Mitropa Cup che sarebbe sfuggita a Bari nell’ultima partita in uno Stadio Della Vittoria stracolmo.

Poi succede che durante i Mondiali del ’90, nel nuovo stadio di Bari, il San Nicola, Osvaldo Bagnoli si innamora di Skuhravy che rifila 5 gol al Costarica e convince il presidente ad acquistarlo per poterlo schierare al fianco di Aguilera e formare una coppia molto ben assortita. Dopo un avvio di stagione abbastanza complicato il tandem d’attacco inizia ad intendersi alla perfezione: il funambolo uruguaiano crea superiorità numerica e innesca il panzer cecoslovacco, che sottoporta si dimostra sempre preciso e letale. Insieme sono una coppia da fumetto, da narrativa calcistica: uno piccolo e sgusciante, abile nel dribbling, l’altro alto e potente, fortissimo di testa.

Il Grifone, grazie anche al rendimento dell’esterno mancino Branco -precursore del tiro delle tre dita che ha reso famoso Roberto Carlos –  riesce inaspettatamente ad esprimere un calcio concreto e piacevole, e grazie ai 15 gol a testa della coppia d’attacco conclude la stagione al quarto posto, conquistando una storica qualificazione alla Coppa Uefa ai danni della Juventus di Maifredi.

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La cavalcata sarà entusiasmante e Pato, un papero ante-litteram prima del centravanti brasiliano che vestirà la maglia del Milan, sarà il grande protagonista di quella storia che, dalla parti di Marassi, ancora viene tramandata. La partita eroica contro l’Oviedo al primo turno, con la rimonta avvenuta solo nei minuti finali, la grandissima impresa contro il Liverpool, una delle partite più belle della storia del Genoa, e non solo di quella recente. Nel match di ritorno ad Anfield, accompagnato da 4 mila supporters, il Grifone supera i Reds grazie ad una doppietta del Pato, diventando la prima squadra italiana della storia ad aver violato Anfield e conquistandosi la standing ovation del pubblico di casa, colpito dalla passione e dall’intensità messa in campo dalla squadra di Bagnoli. Ma bellissima fu anche la semifinale contro l’Ajax, una partita giocata splendidamente (e persa) sia a Marassi che ad Amsterdam contro una squadra che sarebbe diventata negli anni a seguire una delle più forti al mondo. La allenava Van Gaal e tra le giovani promesse c’erano ragazzini chiamati Overmars, Blind, Finidi, Winter e Seedorf.

L’Ajax troverà il Torino in finale. Sarà la partita della sedia di Mondonico, quella dei grandi rimpianti. Anche Aguilera, dopo 39 gol in 101 presenze, troverà il Toro, pare addirittura a causa delle pressioni di Bettino Craxi, grande tifoso granata. La prima stagione in granata fu ottima, con 16 reti in 43 presenze. Tre di queste furono segnate alla Roma il 9 maggio 1993: Aguilera è stato l’ultimo granata a segnare una tripletta in Serie A, prima che Ciro Immobile il 22 marzo 2014 contro il Livorno rompesse l’incantesimo. La stagione successiva invece fu opaca: solo una rete in 11 presenze, prima del ritorno in patria al Penarol.

Nel ’94, per sfuggire ad una accusa, poi diventata condanna per sfruttamento della prostituzione e spaccio di cocaina, sostanza da cui è stato dipendente per molti anni per sua stessa ammissione, si rifugia in patria nel Penarol, con il quale vince quattro campionati di fila da assoluto protagonista. Oggi, “Pato” ha superato i suoi problemi e lavora come commentatore televisivo in Uruguay. E quando è tornato a Marassi assieme al suo amico Thomas per fare un giro di campo, nessuno ha pensato ai chili di troppo e ai problemi. I suoi tifosi si sono alzati in piedi e l’hanno applaudito come avevano fatto i tifosi del Liverpool quella volta ad Anfield. Perché Pato è la storia del Grifone. È un mercoledì di coppa, un cross per la testa di Skuhravy, un dribbling a Marco Lanna e un abbraccio a Signorini.

 

Me la ricordo ancora quella scena. Batigol che segna una doppietta, poi si sdraia sul prato del Franchi e usa i cartelloni pubblicitari come una coperta. Era appena tornato da un viaggio intercontinentale e non avrebbe dovuto nemmeno giocare. Invece scese in campo, realizzò una doppietta e e dopo la partita disse che avrebbe solo voluto dormire un po’. Che professionista straordinario il Re Leone. La leggenda fiorentina narra che se Edmundo avesse avuto solo metà della sua voglia (sul talento c’è poco da dire) lo scudetto 1998/1999 sarebbe finito a Firenze. E invece, mentre uno si sobbarcava viaggi intercontinentali per non far mancare il suo apporto, l’altro partiva per il Carnevale di Rio, proprio nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno di lui. È per questo che a Firenze hanno un’idea molto estrema della differenza tra argentini e brasiliani.

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Quando le partite andavano in scena tutte alla stessa ora, la domenica alle 15, capitava di sintonizzarsi su “Quelli che il Calcio” per seguirne l’andamento. Il canovaccio era sempre lo stesso e quando Beldì faceva partire la canzone “Oh Fiorentina” già sapevi che avresti visto la sua inconfondibile postura da statua vicino alla bandierina. Quell’esultanza così iconica, così rinascimentale, così fiorentina. L’anno dopo, Batigol sbancò San Siro. Prima con “L’Irina ti amo” che valse il trionfo in Supercoppa, poi con la mitraglia che inchiodò Lehmann e suggerì a Zaccheroni di cambiare strada. Una strada che valse lo scudetto, ai danni della Lazio e della stessa Viola.


Batigol decise che dopo tanti tentativi era l’ora di provare a vincere qualcosa, ma non scelse una piazza semplice. Trionfare a Roma è sempre difficile, farlo con Capello è possibile. In quella squadra il nove è di Montella, si arriva a discutere animatamente, alla fine Bati sceglie il 18 e la maglia da titolare. Insieme a Totti disputa una stagione straordinaria. Il tridente viene perfezionato da Marco Delvecchio che suda e corre come un gregario e all’occorrenza fa pure il terzino. Normale che Capello lo preferisca a Montella. Quando a metà stagione Bati affronta la sua Fiorentina, fulmina Toldo con il gol decisivo che vale lacrime e la consapevolezza che quel titolo si può vincere. Dall’altra parte Rui Costa si guarda attorno spaesato, cercando il suo compagno di sempre, sommerso dall’abbraccio di 10 maglie giallorosse e di uno stadio intero, mentre si nasconde, non vuole farsi vedere dai suoi vecchi tifosi. Annientando il Parma a domicilio, la Roma e Batistuta capiscono che quello scudetto non può sfuggire davvero.

In nazionale sarà decisivo per la conquista di due Copa America mentre ai Mondiali non avrà la fortuna che avrebbe meritato. Il Mondiale del 1994 è un flop, l’Argentina e Batigol iniziano la manifestazione distruggendo la Grecia, poi scoppia il caos: Maradona viene trovato positivo all’antidoping, gli argentini si distraggono, arrivano agli ottavi ma vengono eliminati agli ottavi dalla Romania di Hagi. Quello del 1998 è un’altra delusione, con l’albiceleste che termina la sua corsa ai quarti per opera di Bergkamp.

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Al Franchi non avranno mai il coraggio di fischiarlo davvero. Uno così, che ha sempre dato l’anima, non si critica, si ama. Bati doveva finire al Verona nel 1991, ma il patròn Mazza alla fine scelse la stella di Dragan Stojkovic. L’argentino alla fine andò a Firenze come alternativa a Latorre, l’altro sudamericano che avrebbe dovuto far innamorare la piazza. Invece ci pensò quel ragazzo dalla capigliatura folta e con gli occhi azzurri. Uno che avrebbe fatto innamorare le due città più belle di Italia. Uno che sarebbe diventato prima il simbolo del rinascimento fiorentino e poi quello dell’Impero romano. Un gladiatore che all’occorrenza sapeva essere elegante e sontuoso come una statua di Michelangelo.

Non nominate la parola bomber invano. Non chiamatelo in causa soltanto per parlare di festini, serate in discoteca e donne mozzafiato. Perché a distanza di anni si può facilmente cadere nell’errore di pensare che Bobo Vieri sia stato un giocatore normale. Invece è stato un attaccante fenomenale, un bomber capace di vincere le partite da solo, e di superare qualunque difensore. A spallate. Bobo simpatico, Bobo incazzato, Bobo geloso, quella volta che la Canalis fece distribuire il suo ultimo calendario a San Siro, Bobo giocherellone, quando si divertiva a imparare il barese con Cassano, in nazionale.

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Bobo amicone, perché se c’è una cosa che rimpiango, da sportivo è non averlo visto duettare abbastanza con i suoi compagni preferiti. Alex Del Piero, con il quale avrebbe formato una coppia perfetta. Si sono conosciuti nella Juventus, il tempo di vincere uno scudetto (la partita più bella è quella che la Juventus vince a San Siro per 6-1 con una doppietta di Bobo) e poi si sono salutati. Li abbiamo ritrovati al Mondiale di Francia ’98. Il tempo di sedersi con le braccia incrociate a guardarsi negli occhi, dopo un gol di Bobo alla Norvegia, e poco altro. Alex troverà il suo compagno ideale nell’imperfetto Inzaghi. Uno che segna come e più di Vieri, è meno potente ma più letale negli ultimi 16 metri. Vieri va all’Altetico Madrid, ma si capisce subito che non basterà il titolo di pichichi (capocannoniere) e un gol incredibile dalla linea di fondo campo in Coppa Uefa a farlo restare in Spagna.

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Se il Mondiale di Francia è quello della consacrazione, è perché Vieri trova un allenatore che crede ciecamente in lui (Maldini lo preferisce a Chiesa e Inzaghi) e un Roberto Baggio in stato di grazia, che spiana la strada alle sue incursioni già dalla prima controversa partita contro il Cile. Sergio Cragnotti mette in campo tutte le forze finanziarie possibili, e anche qualcuna impossibile, per riportarlo in Italia. È una squadra fortissima quella Lazio. E Bobo disputa una stagione stratosferica. A Bari, sotto la neve, sembra un carrarmato. Segna un gol di mezza rovesciata e uno di testa volando più in altro delle mani del compianto Mancini. Vince una Coppa delle Coppe, perde uno scudetto in un modo balordo, facendosi beffare a due giornate dalla fine dal Milan di Zaccheroni.

È forse sull’onda di questa delusione che Moratti si mette in testa una strana idea. Un’idea senza alcun senso tattico e che forse non convince del tutto nemmeno il suo allenatore. L’idea è quella di far giocare assieme Vieri e Ronaldo. I due si capiscono subito. Non c’è bisogno di capire chi è la prima e chi la seconda punta, perché sono semplicemente Vieri e Ronaldo. Se gli dei del calcio fossero stati amanti dello spettacolo, dell’estetica e della bellezza, ci avrebbero permesso di vederli giocare insieme per un decennio, almeno. E invece abbiamo dovuto digerire infortuni, pianti, ginocchia malandate, tendini sfilacciati e ricadute. Lippi non se li è goduti mai, il povero Cuper ha rischiato di vincere uno scudetto giocando il girone di andata con Ventola e Kallon e recuperando i due, assieme, solo nelle ultime giornate.

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Ma il campionato che disputa Vieri è siderale. Segna dalla prima giornata utile all’ultima, contro la Lazio. Quando si toglie la maglia e mostra i muscoli e i tatuaggi, quelli dei primi anni 2000: stelle, cuori, tribali e forever friends. Il resto è storia. Non lo vedremo più con Ronaldo perché ad un certo punto di questa storia il brasiliano andrà da Moratti. Sarà proprio il presidente a dire a Vieri “Ronnie vuole andare al Real Madrid“. Bobo ci resta malissimo, chiede di andare via, ma alla fine si convince a restare. E lo fa ancora una volta a suon di gol. Un vizio che non perderà facilmente. Alcuni sono più belli di altri, altri sono da cineteca, pochi in fondo quelli davvero decisivi. Perché Vieri è stato un bomber strano, uno di quelli che ha vinto meno di quello che avrebbe meritato.

Nel 2003 in Champions segna i due gol qualificazione contro il Valencia, poi proprio al Mestalla si fa male al ginocchio e addio doppia sfida col Milan. Ancora oggi Bobo ci pensa e non perdona Materazzi e Carew: “mi cascarono addosso e mi ruppero. Incredibile, infortunio assurdo. Eravamo maturi per quella Coppa e io stavo benissimo. Con me potevamo vincerla”. 

Ma mentre gli altri vincevano gli scudetti, lui segnava valanghe di gol. Mentre i suoi compagni d’attacco alzavano coppe, lui raccoglieva delusioni. L’ultima, quella del Mondiale 2006. Lippi gli fa capire che se vuole andare in Germania, deve giocare. Vieri lascia il Milan e va in Francia al Monaco. Ma gli infortuni e un rendimento non più ai suoi livelli gli costano l’esclusione. Vedrà quel Mondiale in TV, anzi la spegnerà la TV pur di non pensare all’ennesima occasione persa. Che fatica la vita da bomber, Bobo.