QUOTE OF THE WEEK

La Roma in cui gioca Carlet­to è un capolavoro in divenire, ispirato dalla creatività del Barone Liedholm. Passato il primo attimo di sbandamento, normale in un ragazzo che ha radici solide nel mondo contadino e non è mai uscito da una realtà di provincia, il pragmatismo del ragazzo si fa
strada. Era stato il barone a volere a tutti i costi il gioiellino del Parma, ma non era il solo. Anche l’Inter, aveva adocchiato il ragazzo, tanto da vestirlo di nerazzurro per un’amichevole contro l’Hertha Berlino. Ma mentre a Mi­lano temporeggiano, la Roma va avanti. Trattativa estenuante, il presidente del Parma Ceresini e il Ds Borea vorrebbero portarsi il campioncino tra i cadetti, ma Viola dà carta bianca a Moggi che spara alto: valutazione un miliardo e mezzo, per l’appena ventenne Ancelotti. Nelle casse del Parma finiscono 750 milioni per la metà del cartellino. Sem­bra una follia, sarà un colpo vin­cente.
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Carletto ci mette meno di dodici mesi a en­trare nei meccanismi del gruppo, a farsi voler bene dai tifosi.
Lo spettacolo è completo quando dal Brasile atterra a Fiumicino il di­vino Falcao, che diventerà
presto l’ottavo re nei sogni della Capita­le. E i sogni, insieme a Pruzzo e Conti, a Vierchowod e allo
stes­so Ancelotti, li trasformerà in realtà nella stagione ’82-83, quando la squadra vincerà uno
scudetto storico dopo aver sfiora­to il successo nell’81 e chiuso al terzo posto il campionato ’81-82. Nel frattempo, Ancelotti si fa più forte anche attraverso l’esperienza del dolore. Il primo muro contro cui sbatte il ragazzo di Reggiolo si alza, gigantesco, il 25 ottobre dell’81.
Un contrasto con Casagrande, mediano della Fiorenti­na, gli provoca una distorsione al ginocchio destro, con interessa­mento dei legamenti. Finisce sot­to i ferri, avvia la fase di recupe­ro e nel gennaio dell’82, durante un allenamento, ripiomba nella trappola: di nuovo i legamenti crociati che saltano, altra opera­zione. Il Ct azzurro Bearzot, che sta allestendo la squadra per la memorabile spedizione di Spa­gna ’82, non può attender­lo. E Carlo, che aveva debuttato in Nazionale strabiliando nella finale di consolazione del Mundialito (subito in gol contro l’O­landa quel 6 maggio’81) perde una grande occasione. Che non ricapiterà mia più. O meglio, giocherà un grandissimo Mondiale ’90, ma non riuscirà ad alzare la coppa a causa di un’assurda semifinale persa al San Paolo contro Maradona.
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La sosta è interminabile, ma quando rientra Ancelotti è quello di prima, sem­mai più forte dentro.
Più equili­brato, se possibile. «Ero stato troppo fortunato: la Roma, la Nazionale, mi sembrava di
vivere dentro un sogno. Ora mi sono svegliato. E dimostrerò che sono tornato». Ci riesce. E
mette la sua firma e la sua impronta sul secondo scudetto della storia giallorossa. Si dice che gli infortuni allunghino la carriera, ma il credito di Ancelotti con la sorte è an­cora aperto. 4 dicembre 1983, c’è Juventus-Roma, sfida tra regine degli anni Ottanta, Ancelotti con­tro Cabrini è uno scontro tra campioni concreti e leali. La bot­ta è fortuita, l’esito disastroso: questa volta è saltato il ginocchio sinistro, la prospettiva è un altro anno d’inattività, se non di una carriera da chiudere anzitempo.
La Roma va in finale di Coppa dei Campioni senza Carletto. In una serata stregata, quasi quanto la carriera dell’Ancelotti giallorosso, il Liverpool vince ai rigori e apre una ferita profonda nel cuo­re del tifo. Ancelotti non molla, ma chissà che nella sua testa non sia balenato il pensiero “Chissà se mi ricapita l’occasione di giocare una finale di Coppa dei Campioni“. E in fondo la vita è tutta qui. In un’occasione persa e poi riconquistata, perché Carlo, da quel giorno, ne disputerà parecchie di finali, da giocatore e da allenatore.
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Intanto, dietro le quin­te, Ancelotti sta molto semplice­mente preparando l’ennnesima rinascita
personale. Alla faccia di chi non ci credeva, è di nuovo in campo nella stagione ’83-84, e da
protagonista. In panchina Sven Goran Eriksson ha preso il posto di Liedholm, in campo Carletto, che
comincia a fare da chioccia all’erede naturale, Giu­seppe Giannini, è il leader di sempre.
I giallorossi arrivano an­cora a un passo dal titolo nella stagione ’85-86, cadono contro il Lecce e
perdono il passo. Ancora un anno nella Capitale e arriva il momento de­gli addii.
Il presidente Viola pen­sa probabilmente di aver già spremuto il meglio dall’Ancelot­ti giocatore; a
Milano, sponda rossonera, c’è chi la vede diver­samente. Arrigo Sacchi chiede al Presidente Berlusconi di cedere il suo pupillo, Borghi, e comprare questo centrocampista cresciuto a pane e zona, l’unico in grado di poter entrare nei suoi meccanismi, tattici e mentali, senza alcuna difficoltà. Il vecchio guerriero diventa l’uomo nuovo del calcio totale sacchiano, il suo miglior interprete e il perfetto collante tra tecnico e squadra. E, una volta di più, rinasce. Nella semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni, contro il Real Madrid favorito, è semplicemente maestoso, e segna un gol da antologia che sblocca un incontro che resterà negli annali del calcio. Il Milan vince 5-0 e si andrà prendere la coppa contro la Steaua.
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Dietro i successi del Milan olandese, ci sono un paio di cer­tezze tutte italiane. Lo confessa lo stesso
Sacchi, quando è in ve­na di confidenze. I pilastri della stagione della gloria si chiamano Franco
Baresi e Carlo Ancelotti. Ovviamente, la sorte continua ad accanirsi contro di lui: nell’88, dopo un campionato europeo vissuto da protagonista con la Nazionale di Vicini, si blocca di nuovo per l’asportazio­ne del menisco del ginocchio de­stro e salta l’appuntamento con le Olimpiadi di Seul. Un anno più tardi tocca al ginocchio sinistro, infortunatosi nel corso di Milan-Malines, quarti di finale della Coppa dei Campioni. Questa volta la sfortuna gli dà tregua: salta le semifinali ma fa in tempo a presentarsi in campo per la fi­nale vittoriosa contro il Benfica, a Vienna.
Carattere semplice, forte, temprato dalle sofferenze e votato al sacrificio: quello che occorre a una squadra che va di corsa. Ancelotti si immola con passione alla causa, non va in cerca di gloria personale, gioca per il collettivo, aggredisce l’avversario che porta avanti il pallo­ne: Sacchi confeziona le idee, Carletto le trasferisce sul campo e divulga il verbo in mezzo alla truppa.
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Continuerà a divulgarle come allenatore, in un’esperienza che unirà il Barone e Sacchi, ma anche Eriksson e Capello, trasformandolo di fatto in uno dei migliori al mondo, di certo il più vincente in Europa. All’alba della sua nuova avventura al Bayern Monaco chissà se si chiede ancora se gli ricapita di disputare una finale di Coppa dei Campioni.

Tra le immagini della storica finale di Berlino tutti gli italiani ricordano ancora le istantanee di un cerchio al centro del campo. Pochi avevano capito cosa stesse succedendo, ma proprio in quel momento Mauro German Camoranesi stava tagliando la sua coda in mondovisione.

Attirò l’attenzione degli osservatori del calcio italiano nell’estate del 2000, quando venne acquistato in comproprietà dal Verona. Deve tantissimo ad un allenatore, oggi direttore tecnico, preparatissimo e silenzioso: Attilio Perotti. “È stato un personaggio fondamentale per la mia carriera, con me ha usato rispetto e pazienza e gran parte del mio rendimento a Verona lo devo a lui. Una grande persona, al di là del tecnico comunque molto valido“.

Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT
Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Della sua carriera veronese restano ben impresse due immagini: il gol decisivo in un derby in rimonta, contro il Chievo (quello della folle corsa di Alberto Malesani, che gli costerà un litigio in diretta con Giorgio Tosatti) e poi il pallonetto contro la Reggina, nello spareggio salvezza al Granillo, che varrà al Verona la permanenza in Serie A. Nella stagione 2001/02, nonostante il Verona retroceda in Serie B, continua a dimostrare ottime doti tecniche attirando l’attenzione della Juventus, che lo acquista in comproprietà per 4 milioni di euro nell’estate del 2002 per sostituire l’infortunato Zambrotta, dopo che gli scaligeri hanno riscattato l’intero cartellino dal Cruz Azul.

A Torino, con Marcello Lippi, si guadagna subito un posto da titolare: nonostante a Verona fosse schierato come punta esterna, il tecnico viareggino lo piazza sulla fascia destra, valorizzando le sue doti tecniche ed il dribbling secco. Disputa, tra campionato e coppe, 45 partite, mettendo a segno quattro reti e vincendo il suo primo scudetto. Purtroppo, la grande delusione arriva dalla finale di Champions League di Manchester: Pavel Nedved, autentico trascinatore della Juventus di quegli anni, è squalificato e Lippi decide di schierare Mauro al suo posto, come trequartista. La prestazione dell’argentino è deludente e la “Coppa dalle grandi orecchie” è vinta dal Milan. Al termine della stagione è riscattata la seconda metà del cartellino per 4,5 milioni di euro e Mauro diventa totalmente di proprietà bianconera.

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Non è mai stato tenero con i giornalisti italiani, sopratutto quelli che gli chiedono perché non canti l’inno nazionale: “Sono tre anni che mi rompono con la storia dell’inno italiano, fanno la solita domanda per provocarmi. Inizialmente rispondevo che da dieci anni non canto l’inno argentino, figuriamoci quello italiano, ma loro mi stuzzicano per farmi dire cose che non voglio“.  Non è stato facile, in realtà, dimenticare l’ostracismo di Marcelo Bielsa, allora selezionatore dell’Argentina, nei suoi confronti, ma la sera di un freddo 12 febbraio 2003 iniziò l’avventura che avrebbe fatto di lui il settimo oriundo capace di sollevare la Coppa del Mondo con la maglia azzurra dopo Raimundo Orsi, Enrique Guaita, Michele Andreolo, Anfilogino Guarisi, Luis Monti e Atilio De Maria nel 1934 e nel 1938. Era dai tempi di Angelo Benedicto Sormani (Mondiali in Cile del 1962) che non si vedeva un oriundo vestire la maglia della Nazionale italiana.

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L’immagine che ricordo di più – dirà Mauro, a coronamento di questa esperienza – è l’ingresso in campo, con la Coppa sul tavolo ed al mio fianco, tra gli avversari, tre amici come Trézéguet, Thuram e Vieira. Ed a fine partita, nella gioia della vittoria, sono andato a consolare sul campo i miei compagni sconfitti. C’è una grande distanza tra la felicità e lo sconforto, tra il vincitore ed il vinto“.

La notte prima della partita con la Francia nessuno riusciva a dormire. Fu allora che Ciro Ferrara entrò nella stanza di Camoranesi con il cellulare in mano: Stai tranquillo che domani diventi Campione del Mondo, dormi sereno” si sente dall’altra parte del telefono. “Era Maradona, non ci potevo credere. Io Diego non lo conoscevo, non gli avevo neanche mai parlato. È stata una dell’emozioni più grandi che abbia provato”

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L’anno successivo inciderà il suo nome nella storia della Juventus. Non per un trofeo, non per l’ennesima vittoria, ma per essere stato uno dei pochi a restare dopo la diaspora di Calciopoli, sebbene un po’ a malincuore. “Non volevo restare, ma non mi hanno lasciato andare. Ero d’accordo con il Lione, ma sono stato obbligato a restare. Ho trent’anni anni e sto giocando in B, diciamo che non è proprio quello che sognavo a questo punto della carriera. C’è una cosa buona, almeno. Abbiamo tutte le domeniche libere“. Ma i tifosi non dimenticano certe cose. È per questo che Buffon, Trézéguet e Del Piero sono inattaccabili per i tifosi bianconeri. E Camoranesi anche. Fosse anche solo per le domeniche libere. Segnò due gol contro l’Inter nel 2007-2008: per quella Juve, provinciale, erano le partite dell’anno. Segnò all’andata e al ritorno. Non era un fenomeno, ma se in giornata ti faceva divertire.

Mauro Camoranesi – dice Giuseppe Andriani, editor di blogdicalcio e juventino – non è stato uno che è passato inosservato. Taglio di capelli da rocker, estro da trequartista per un esterno puro, che da centrale di metà campo avrebbe dato tanto anche negli ultimi anni di carriera. Un italiano con il dna di un sudamericano, o viceversa. Non ha mai cantato l’inno di Mameli prima di giocare in nazionale, non l’ha mai saputo. Ma non sapeva nemmeno quello argentino. Magari è il suo modo di intendere la vita, la nazionale: non conoscere l’inno. Non lo sarà, ma sarà uno di quei calciatori che rimangono nella mente, oltre che in una parte remota e irrazionale di cuore”

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Un giocatore lo vedi dal coraggio e dall’altruismo. Nel suo caso sostituite la parola “fantasia” con “attaccamento alla maglia” inteso come professionalità che sfocia quasi nella devozione e avrete il ritratto perfetto di Diego Pablo “El Cholo” Simeone. Senza scomodare aggettivi abusati, potrebbe bastare un fotogramma a raccontare la sua carriera da calciatore. È il 5 maggio del 2002 e l’Inter è ancora ferma, inchiodata, sul 2 a 2 contro la Lazio. Mentre ti aspetti il gol dell’Inter è lui a rovesciare partita, pronostico e scudetto con un ferale gol di testa. Non esulta, anzi qualcuno racconterà di averlo visto piangere. Ma nessun interista lo ha mai accusato di aver messo fine ad un sogno.

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Perché quando dai tutto per una maglia, nessuno ti rinfaccerà mai nulla, e potrai sempre camminare a testa alta. Come El Cholo, uno che adesso che fa l’allenatore, chiede ai propri giocatori di innamorarsi della maglia, come lui ha sempre fatto con le sue. Inter, Lazio, Atletico Madrid. E non è un caso che proprio l’altra sera, dopo il match di Champions contro il Bayern, Simeone abbia dichiarato di voler tornare a Milano, un giorno. Magari non troppo lontano. In fondo l’Inter e il Cholo si sono lasciati senza rancori. Pedina di scambio di un affare che avrebbe portato sì lo scudetto, ma alla Lazio. Novanta miliardi (di vecchie lire) più Simeone per Vieri. Lippi che avalla l’affare, perché in fondo a centrocampo bastano le geometrie di Jugovic.


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Ma il dinamismo di Simeone è un’altra cosa, se ne accorgerà la Lazio quando batterà la Juventus con un suo colpo di testa al Delle Alpi e riaprirà il campionato, che poi andrà a vincere. Eppure il primo ad accorgersi di lui, in Italia, era stato Romeo Anconetani. Con la maglia del Pisa disputerà una stagione, retrocedendo, e alla fine dovrà liberare il posto da straniero. All’epoca, siamo nel 1992, in serie A si poteva giocare con tre stranieri, in B con due. La vita di Simeone è fatta di metropoli e provincia, di scelte radicali e legami indissolubili. Milano è l’Inter, Roma è la Lazio, Madrid è solo colchonera. L’altra metà della città nemmeno si nomina. Il Cholismo è una religione fatta di astuzia, garra e sangre. Chi non lotta può tornare a casa.

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Perché Diego, le ossa, se l’è fatte a Pisa, da giocatore, e a Catania da allenatore. Quando Pietro Lo Monaco ebbe la geniale intuizione di farlo sedere su una panchina di Serie A. Fu amore a prima vista con la città, la squadra, il campionato. Ma lui, che a Madrid aveva già vinto uno scudetto da giocatore, aveva una missione. Riportare lo scudetto al Calderòn. Lo stadio dove non si fanno selfie, ma si canta e si tifa, senza fischiare. Uno dei pochi allenatori in grado, al momento, di spostare gli equilibri di una semifinale di Champions. Le sue squadre sono simili a lui. Corrano e lottano, si sacrificano, come lui fece per Ronaldo e Djorkaeff nell’anno della Coppa Uefa nerazzurra, quando si prese perfino la briga di segnare una doppietta al Milan emulando il fenomeno in un dribbling a Sebastiano Rossi.

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A Milano lo aspettano, prima o poi. A Roma, sponda Lazio, lo riaccoglieranno sempre a braccia aperte. A Madrid sarà per sempre un simbolo, un’icona, un’istituzione, al di là del risultato. Sempre amato dai propri tifosi, mai odiato da quelli avversari. Perché chi dà il cuore si rispetta, e El Cholo, in questo, è un hombre vertical. Lo stesso che pur di onorare la maglia che indossava ferì a morte il suo vecchio amore. Piangendo, ma a testa altissima.

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Questa è la storia di un bambino e di un pallone di cuoio. Quel bambino si chiama Siniša e quel pallone lo ha ricevuto in regalo da suo padre. A Borovo, il suo paese, ogni pomeriggio Siniša prende quel pallone e calcia verso la saracinesca del suo garage. Prende la rincorsa, colpisce il pallone con il suo piede sinistro e il pallone sbatte rumorosamente nella porta a forma di saracinesca. Continua per ore, senza mai stancarsi nonostante le lamentele del suo povero vicino che invece avrebbe solo voluto riposare dopo una stancante giornata di lavoro. “Guarda se un giorno non diventi calciatore io non so cosa ti combino”, diceva così il vicino, ogni volta che incontrava quel bambino.

Quel bambino cresce continuando a calciare quel pallone e si avvicina al mondo del calcio, quello serio, per un semplice motivo: ama calciare le punizioni. Si, perché a Siniša in realtà non piace molto il calcio ma preferisce la pallacanestro. Sarà stato l’amore per i calci piazzati, la paura per le parole del vicino o la sua forte tenacia ma il piccolo bambino di Borovo diventa davvero calciatore. Un calciatore che ha fatto di quella rincorsa e di quel tiro mancino un marchio di fabbrica. Siniša è il suo nome e Mihajlovic il suo cognome.

Passano gli anni e quel bambino diventa prima ragazzo e poi uomo. Da ragazzo, alla Stella Rossa, conquista prima a Bari la Coppa dei Campioni contro il Marsiglia e poi la Coppa Intercontinentale contro il Colo Colo. Una squadra, quella Stella Rossa, fatta di ragazzi che poi sarebbero diventati fenomeni dall’altra parte dell’Adriatico: Jugovic, Prosinečki, Savicevic e Mihajlovic tra tutti. Si perché quel ragazzo ancora non lo sa ma diventerà uno dei più forti difensori della storia del calcio. Non lo sa semplicemente perché deve ancora incontrare una persona speciale che segnerà per sempre la sua carriera.

Il 1992 è l’anno in cui arriva il momento di abbandonare il suo paese. In Jugoslavia non è un bel periodo, si è nel mezzo di una guerra etnica che vedrà poi nascere la Serbia, nazione a cui si legherà Siniša, e il grande calcio è dall’altra parte dell’Adriatico: in Italia. Siniša e l’Italia si rincontrano a Roma, sponda giallorossa. L’esperienza romana non è esaltante e dura solo due stagioni.

Credits: Ansa/Luca Zennaro

Nel 1994 infatti, Mihajlovic, si trasferisce a Genova, alla Sampdoria ed è qui che incontra quella famosa persona speciale: Sven-Göran Eriksson. Il tecnico svedese durante una partita di Coppa Italia, il 25 ottobre del 1995, ha un’intuizione e decide di spostare Mihajlovic come difensore centrale al posto dell’espulso Franceschetti. Senso della posizione, ottime doti difensive e capacità di lancio fuori dal normale, trasformano Siniša da buon centrocampista a ottimo difensore. Alla Sampdoria saranno 128 le presenze e 15 le reti dal 1994 al 1998.

Quando Eriksson va via dalla Sampdoria e si trasferisce alla Lazio di Cragnotti chiede una semplice cosa: “Prendimi Mancini, Mihajlovic e Veron e vinciamo lo scudetto”. Il patron laziale lo ascolta e prende prima Mancini nel 1997, poi Mihajlovic nel 1998 e poi Veron nel 1999. Detto fatto e la profezia del tecnico svedese di avvera nel 1999-2000 con lo scudetto cucito sulle maglie della Lazio. Quella di Eriksson e Cragnotti è una Lazio stellare: Mihajlovic, Nesta, Simeone, Nedved, Veron, Almeyda, Stankovic, Salas, Coincencao, Sensini, Couto ecc…capace di vincere solo una Coppa delle Coppe, uno scudetto, tre coppe Italia, una Supercoppa Europea e una italiana.

Siniša Mihahlovic: il bambino col pallone di cuoio

Durante la sua esperienza con i biancocelesti, Siniša stabilisce un particolare record. Il 13 dicembre 1998 all’Olimpico il serbo realizza una tripletta con tre calci di punizione. Ma il destino a volte è strano perché proprio quella domenica, a raccogliere inerme il pallone dalla propria porta per tre volte, è un portiere che conosce perfettamente i tiri di Mihajlovic. Il numero uno avversario è Fabrizio Ferron, ed è l’estremo difensore della Sampdoria, compagno di squadra del laziale nelle due stagioni precedenti in maglia blucerchiata. La Lazio supererà la Sampdoria per 5-2 con Stankovic, Salas e la doppietta di Palmieri per i blucerchiati a completare il tabellino dei marcatori.

Durante la sua carriera italiana saranno 28 le volte che Siniša Mihajlovic trasformerà in rete un calcio di punizione, record raggiunto solo da Andrea Pirlo nella passata stagione. Il serbo ha segnato una rete con la Roma, 11 con la Sampdoria, 10 con la Lazio e 6 con l’Inter. 28 volte in cui ha eseguito a memoria lo stesso movimento alla perfezione: solita rincorsa, sguardo fisso sul portiere, l’ultimo passo decisivo per capire dove calciare e poi quel mancino educatissimo ma allo stesso tempo letale. Di precisione, di potenza, con le tre dita, all’incrocio, sul palo del portiere. 28 modi per stupire il mondo e diventare addirittura oggetto di studi da parte di alcuni ricercatori del Dipartimento di Fisica dell’Università di Belgrado che misurarono, ai tempi della Stella Rossa, come il tiro di Siniša sfiorasse i 165 Km/h.

Numero 11 sulle spalle, 42 di piede, in Italia giocherà dal 1992 al 2006 con Roma, Sampdoria, Lazio e Inter e poi da allenatore con Bologna, Catania, Fiorentina, Sampdoria e Milan e come vice di Roberto Mancini con l’Inter. Quel bambino che calciava le punizioni ora è cresciuto, è un uomo che ha vinto tanto, che ha dato tanto al calcio e che vuole ancora lasciare un segno. Ha deciso di fare l’allenatore da grande, ma quel vizio di tirare le punizioni di sicuro non se l’è tolto. Per conferma basta chiedere quante punizioni del loro mister raccolgono da dentro la porta.

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Biondo, mascella pronunciata tipica del lottatore fino alla fine, occhi tanto piccoli quanto penetranti: non fosse per l’altezza (poco più di 175 centimetri), Pavel Nedved sarebbe l’icona del guerriero. Uno che arriva dal freddo di Cheb, Repubblica Ceca. Un uomo d’acciaio, in grado di saltare pochissime partite per infortunio e percorrere milioni di chilometri in carriera. Uno che chiamavano Furia Ceca, uno che il pallone lo distruggeva per corsa, potenza, fisicità. Uno che fuori dal campo era tutto d’un pezzo: sposato da 25 anni con la stessa donna, Ivana, conosciuta prima della notorietà, per decenni ha saputo tenere testa a Mino Raiola, il procuratore dei big.

Ecco, presentata così, non si direbbe che la storia di Pavel Nedved sia una di quelle strappa-lacrime. Perché la commozione, le lacrime, le emozioni hanno segnato profondamente il cammino calcistico di uno dei più forti centrocampisti della storia del calcio, entrato di diritto nella FIFA 100, la hall of fame dei calciatori viventi secondo Pelé e la Fifa, nei 100 più forti di sempre secondo AFS dal punto di vista statistico e dei numeri. Chapeau.

Lui, Pavel ha conquistato tutti. E quasi tutto. Anche quel Pallone d’Oro che per il suo Paese è quasi rarità. Ci sono riusciti in due. Lui nel 2003 e Josef Masopust nel 1962. Un uomo d’acciaio che non ha potuto, però, dimenticare il cuore. E le lacrime le ha incrociate spesso nel suo destino e nella sua storia.

LACRIME D’ORO

L’Europeo inglese del 1996 lo ha fatto conoscere all’Italia e al continente. Ci è arrivato ragazzino, 23 anni, e capello corto. Le prime lacrime le ha fatte versare a Sacchi. Segna al 4’ minuto (finirà 2-1 per la Repubblica Ceca e costerà la qualificazione all’Italia) e fa scoprire fin da subito il pastrocchio nell’undici iniziale azzurro (fuori in un colpo solo rispetto all’esordio vincente con i russi Del Piero, Di Livio, Zola e Casiraghi, autore di entrambi gol nella prima partita, dentro Ravanelli, Chiesa, Donadoni e Dino Baggio). Le altre lacrime le verserà in finale, a Londra, quando la Germania ridimensiona l’impresa della sua nazionale e costringe Nedved all’argento europeo. Dolorosa sconfitta perché derivata dal quel pastrocchio regolamentare del golden gol (lo firma Bierhoff, ne è testimone l’arbitro italiano Pairetto, impareremo a conoscerlo quattro anni dopo con Trezeguet sempre all’Europeo).

Nedved si consola soltanto in estate. Zdenek Zeman, suo connazionale, lo convince ad accettare la Lazio. Inizia una storia importante, vincendo poi tantissimo in Italia e in Europa: 2 volte la Coppa Italia, due volte la Supercoppa Italiana, una volta lo scudetto, una Supercoppa Europea. E una Coppa delle Coppe, l’ultima della storia, e l’ultimo gol lo firma proprio Nedved. Quello decisivo, all’81’, per battere il Maiorca di Hector Cuper.

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LACRIME ROMANE

Dopo tanta gioia per uno scudetto storico per la Lazio l’anno successivo, dopo tanti gol (51 in oltre 200 partite), arriva l’estate 2001. E per Pavel sono ancora lacrime. Firma il rinnovo del contratto con la Lazio abbassandosi lo stipendio, ma i Cragnotti lo hanno già venduto alla Juve per 70 miliardi. Mentre i tifosi protestano a Formello additandolo come “mercenario”, lui prende l’aereo messogli a disposizione da Moggi per raggiungere Torino. Con tanta commozione e un futuro tutto nuovo. Fatica all’inizio nella Juve, poi si sblocca. Arrivano successi di squadra e individuali (4 scudetti, compresi i 2 poi revocati, il Pallone d’oro), ma non sempre sono gioie. Soprattutto in Europa.

LACRIME EUROPEE

È il 14 maggio 2003, allo Stadio delle Alpi. È la sua stagione migliore, è l’uomo simbolo della Juve, anche in Champions. Segna al Barcellona, segna al Real Madrid in semifinale. Nedved ha di fronte Zidane, un mito per gli juventini. Ma lui è già mito, gli manca una Coppa dalle grandi orecchie, quella sognata fin da bambino, per la definitiva consacrazione. Segna Trezeguet, segna Del Piero, Buffon para un rigore a Figo, segna lui con una fuga che lascia metri indietro i difensori blancos e un destro di collo pieno. È l’apoteosi. Ma c’è ancora tempo per le lacrime. Mancano pochi minuti alla fine, contatto ininfluente a centrocampo con McManaman, Meier arbitro svizzero di origini e di fatto non si commuove: giallo al diffidato Nedved. Ora in ginocchio a mani giunte, ora in lacrime. Salterà la finale di Manchester (poi persa), non perderà il Pallone d’Oro.

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LACRIME TORINESI

Nel 2009 saluta la Juve (e il calcio giocato) in un pomeriggio di sole: ancora lacrime, ancora commozione. È in questi anni che si consolida il rapporto con gli Agnelli. Nell’estate a seguire, Raiola prova a portarlo a Milano dall’amico Mourinho che lo vuole per l’Inter del Triplete al posto di Sneijder. Nella trattativa pesa il nuovo intenso rapporto con il mondo Juve. Con la promessa, quella di restare, anche fuori dal campo. Raiola spinge, Mourinho lo invita a cena, lui dice no: “La Champions la sogno da una vita, la voglio vincere, ma con la Juve”.

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Anche per questo, nel 2010, entra nel CdA dei bianconeri (dal 2015 è vicepresidente). Non solo perché a Torino ci è rimasto pure in serie B, non solo perché per la Juve ha rinunciato all’Inter, non solo perché è il giocatore straniero con più presenze in bianconero, ma anche e soprattutto perché lui, Pavel da Cheb, l’Uomo d’acciaio, la Champions la vuole ancora vincere. Per versare altre lacrime. Questa volta, di gioia.

Dreadlocks. Comunemente e forse impropriamente rasta. Sono trecce che nascono aggrovigliando i capelli su sé stessi. Si formano in diversi modi. Naturalmente, non pettinandosi a lungo e facendo sì che si possano creare dei nodi impossibili da sciogliere nel tempo. O artificialmente sfregando i capelli tra loro per contribuire a creare locks, intrecci. Ma se li forzi, anche con un uncinetto, non hai lo stesso effetto. Eppure, in un modo o nell’altro, i dreadlocks, comunemente e impropriamente chiamati rasta, si possono sciogliere quasi esclusivamente tagliandoli. Alla radice.

La storia di Clarence Seedorf, tra Sampdoria e Milan, parte da lì, dalle treccine che sfoggiò poco più che diciannovenne alla sua prima a Marassi. Arrivava dall’Ajax, fu pagato 7 miliardi di lire, era il 1995. Arrivava dal ‘’De Toekmost’’ (in olandese, Il Futuro in italiano) e già da ragazzo aveva nel destino e nella storia personale una miriade di intrecci. Nato a Paramaribo in Suriname, America Meridoniale, la Guyana Olandese, ex colonia oranje, figlio di uno schiavo di un padrone tedesco, in seguito si sarebbe sposato con una brasiliana, ha trovato fortuna (calcistica) in Europa, per chiudere ancora la carriera in Brasile, non prima di passare per la casata blanca del Real Madrid. In seguito è diventato imprenditore a Milano, prima di lavorare anche negli States al New York Times. Dreadlocks, appunto.

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Marassi è stato il primo palcoscenico italiano ad applaudire un grande personaggio: l’Italia era ancora in grado di attirare campioni, e lui già lo era nonostante l’età grazie alla Coppa dei Campioni vinta nella primavera del 1995 (1-0 a Vienna contro quello che diventerà il suo Milan). A Genova, sponda blucerchiata, infilerà 32 presenze e 3 gol. Era la Samp di Mantovani presidente (Enrico, non più Paolo), Karembeu (anche lui preso quell’anno, anche lui con le treccine, anche lui per 7 miliardi), Mihajlovic, Eriksson direttore tecnico, Dossena team manager e Chiesa bomber (22 gol quell’anno). Firma con un gol uno storico 0-3 della Samp a Torino contro la Juventus. È una vittoria pesante perché apre le porte allo scudetto del Milan, il suo Milan.

A fine stagione è il Real Madrid a portarlo via dall’Italia. Il nuovo Real di Capello, lo stesso allenatore che l’anno prima aveva vinto lo scudetto in Italia. Anche grazie al suo gol a Torino. Dopo l’Ajax (5 titoli nazionali e una Champions), il Real (2 titoli nazionali, una Champions e una Intercontinentale), prima del Milan.
L’esperienza rossonera è indimenticabile. In positivo da giocatore: 10 stagioni, 5 titoli nazionali, 2 Champions, 2 Supercoppe Europee, 1 Coppa del Mondo per club, 432 presenze e 62 reti.  Per chiarire la grandezza: unico straniero, all’ottavo posto, tra i dieci giocatori con più presenze nel Milan, da tempo nella hall of fame rossonera. In negativo da allenatore. E non c’è da aggiungere null’altro perché è storia recentissima.

Seedorf-1

Seedorf è l’unico calciatore ad aver vinto la Champions League – il più importante trofeo continentale di squadra nel calcio – con tre squadre diverse: la vinse con l’Ajax a 19 anni, con il Real Madrid a 22, con il Milan a 27 e a 31. Jack Lang, giornalista di ESPN, nel descrivere il Seedorf degli ultimi anni al Botafogo, scrisse: «Gioca più avanti di quanto faceva nel Milan. Ha già fatto otto gol, ed è entrato in una quantità innumerevole di altri. Sulla palla è incredibilmente calmo, come ti aspetteresti da uno al 21esimo anno della propria carriera. Non cerca il grande gesto tecnico, ma di economizzare i movimenti e di limitare gli scatti brucia-polmoni. In un paese così famoso per i giocatori incredibilmente dotati, è sorprendente notare quanto l’astuzia tattica possa fare la differenza».

gullit

Sull’asse Milano-Genova ha viaggiato, pur facendo il percorso inverso, anche un altro olandese, made in Suriname (anche se oranje dalla nascita): Ruud Gullit, l’uomo del Pallone d’Oro 1987, l’uomo dei trionfi di Sacchi. Nel 1993 era passato alla Samp, diventandone subito un’icona e un fattore. Prima di un’altra stagione al Milan e di un altro mezzo anno a Genova. Il tempo di cambiare ruolo (Eriksson, maestro nell’allungare le carriere ad alcuni giocatori, per informazioni chiedere a Sinisa Mihajlovic, lo farà giocare da libero) e segnare il gol del 3 a 2 contro il Milan, con tanto di esultanza, in una partita epica. Altro che gli ex di oggi. Qualche mese dopo sarebbe arrivato Seedorf. Quando Berlusconi comprò il Milan nel 1986 volle subito Gullit: la trattativa durò di fatto un anno. E fu epocale: 13 miliardi più diritti sportivi, più 3 miliardi in spot televisivi alla Philips (proprietaria del Psv). Il Cavaliere i primi soldi li recuperò proprio grazie ai cappellini con le treccine di Gullit e fu subito affascinato da quel modo di portare i capelli e dalla filosofia di vita dell’olandese. Poi furono trionfi. La prima grande era Milan.

Quando Berlusconi comprò Seedorf, invece, si trattò di una trattativa beffa con i cugini dell’Inter (scambio con Coco all’Inter): anche lui arrivò al Milan con i dread. Nell’intenso rapporto con Berlusconi, pare ci fosse stato, ad inizio 2004, anche il consiglio di tagliare le lunghe treccine. Gullit era il passato, era ora di iniziare un’altra grande era per il Milan. Seedorf e Gullit, ma anche Karembeu e Rijkaard. Milano e Genova, vittorie e Berlusconi, Milan vincenti e Samp da ricordare: intrecci, nodi, prima forti, poi sciolti. Sia con Gullit che con Seedorf. Dreadlocks appunto.