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Milano e Reggio Emilia sono le due sfidanti scudetto per la stagione 2015-2016 di basket. Per entrambe, è il momento della rivincita. L’Armani dopo una stagione con più ombre che luci (ma una Coppa Italia vinta), vuole il tricolore come due anni fa e ha i favori del pronostico (oltre che il fattore campo a favore), ma la Grissin Bon per il secondo anno consecutivo arriva all’ultimo atto. Sperando, questa volta, che l’esito sia diverso rispetto a dodici mesi fa quando, fu Sassari ad alzare il trofeo.

Rakim Sanders

SANDERS, DOPPIETTA NEL MIRINO

Uno dei motivi di principale interesse della finale – che può durare da un minimo di quattro a un massimo di sette match – è scoprire se Rakim Sanders farà bis. L’anno passato giocava infatti per la Dinamo di Meo Sacchetti e fu eletto Mvp; in questa stagione, invece, ha vestito la casacca Armani e ora sarà uno dei principali incubi per gli emiliani. La guardia di Rhode Island è stato uno dei trascinatori dei milanesi: inutile dire che non vuole fermarsi proprio adesso.

GRISSIN BON, LA BENZINA

Milano non ha dalla sua solo i favori e il fattore campo, ma anche giorni in più di riposo. L’Ea7, infatti, ha avuto la meglio sulla Reyer Venezia in sei incontri, mentre la Grissin Bon ha dovuto sudarsi la finale fino alla settima sfida, contro un orgoglioso Avellino. Peserà la differenza di benzina ancora nel serbatoio, ma difficilmente sarà una finale scontata: si affrontano infatti la prima e la seconda della regular season, che si sono divise le vittorie in questo 2015-2016, con Reggio Emilia capace di piegare Milano in casa per 74-72, Armani ok al Mediolanum Forum per 84-80.

VENERDÌ PRIMO MATCH A MILANO

L’Armani inizia in casa, venerdì 3 giugno, e spera di mettere subito in discesa la contesa, replicando ancora al Forum due giorni dopo. Poi la serie si sposta a Reggio Emilia (martedì 7 e giovedì 9). A questo punto, se nessuna delle due avrà fatto filotto (4 su 4), si giocherà ancora sabato 11, lunedì 13 e mercoledì 15. Ogni volta, appena 48 ore di tempo per ricaricarsi in quella che è una vera e propria maratona. Le prime quattro gare si giocheranno alle 20.45. Rai Sport e Sky Sport trasmetteranno tutta la serie.

VETERANI CONTRO MATRICOLE

Veterani contro matricole, ovvero le Scarpette Rosse titolatissime contro la Grissin Bon che mai ha vinto uno scudetto nella sua storia. Due anni fa, l’Olimpia superò la Mens Sana Siena per 4-3. Da una parte, una bacheca con 26 scudetti, 5 Coppe Italia, 3 Coppe dei Campioni, 3 Coppe delle Coppe, 2 Coppe Korac e una Coppa Intercontinentale. Dall’altra parte, una Supercoppa italiana, 1 EuroChallenge e due titoli di Lega A2. Ma questi numeri potrebbero non pesare in finale, soprattutto perché nella finale di Supercoppa italiana, gli uomini di Max Menetti hanno già ribaltato il pronostico contro l’Armani, vincendo 80-68.

LA ‘DOPPIA CIFRA’ EMILIANA

Attenti a quei …cinque. La Grissin Bon, nel 4-3 ad Avellino, ha dimostrato quanto sia importante il collettivo, mandando cinque uomini in doppia cifra proprio nella settima decisiva sfida. Su tutti Rimantas Kaukenas, 39enne che pare non voler mai smettere: 17 punti, cinque assist, 19 di valutazione e i cinque punti che hanno piegato definitivamente i campani. Gli altri? Aradori con 10 punti, Polonara con 13, Lavrinovic con 13 e Della Valle con 14. Attenzione a quei cinque e all’anima italiana della Reggiana Basket.

FOCUS SU KAUKENAS

Il lituano ha giocato nella sua storia 28 partite di finale, 21 con Siena e sette con Reggio Emilia, collezionando 731 minuti, 359 punti (12.8 di media a incontro) e 48 assist. In questa speciale classifica è sesto. Primo c’è Riccardo Pittis (38 finali), poi Ress (36), Carraretto (30), Dino Meneghin e Marconato (29). Nella classifica di punti nelle finali è quarto, preceduto da Danilovic (374), Premier (425) e Myers (604). È sesto come minuti giocati, preceduto da Gracis (741), Dino Meneghin (827), Pittis (953), Myers (955) e D’Antoni (1041). Il miglior bottino in una finale scudetto, per Kaukenas, sono i 25 punti segnati con Siena in gara 2 della finale scudetto 2006/2007 contro la Virtus Bologna.

CAPITAN GENTILE… MICA TANTO

L’Armani sarà guidata dal suo capitano, Gentile, l’uomo che mette sempre il cuore oltre l’ostacolo e che quando c’è da combattere, sa indossare la tuta da operaio. Ma il roster è da Eurolega: c’è Cerella, l’eroe della semifinale, ci sono i play Andrea Cinciarini e Oliver Lafayette, le guardie Charles Jenkins e Krunoslav Simon, le ali Robbie Hummel e Jamel McLean. E ancora: i centri Milan Macvan, Stanko Barac e Rakim Sanders, di cui abbiamo già parlato, arrivato a stagione in corso.

GENTILE MEGLIO DI MORSE E MCADOO

Alessandro Gentile, in gara 5 contro Venezia, ha superato un grande del basket, Bob Morse, nella classifica totale di punti nei play off: 831 con le maglie dell’Armani e di Treviso contro gli 813 dell’americano in 28 gare. Non si è fermato qui, naturalmente, Ale: in gara 6 ha messo a referto altri 11 punti e ora a -4 da Dan Gay, al 24esimo posto assoluto. Superato Bob McAdoo, altra leggenda per Milano, per punti segnati solo con la maglia lombarda: 736 in 55 match contro 732 in 29).

PERCORSI DELLE DUE BIG

Nella stagione regolare l’Ea7 ha chiuso al primo posto con 44 punti, 22 vittorie e otto sconfitte. Nei quarti di finale dei playoff, è arrivato il facile 3-0 contro l’Aquila Trento, in semifinale il sudato 4-2 a Venezia in rimonta. Reggio Emilia, che era stata campione d’inverno in regular season, ha chiuso seconda don 42 punti (21 successi e 9 sconfitte). Ai play off, ecco Sassari ai quarti, fatta fuori 3-0. Rivincita servita su un piatto d’argento, quindi le semifinali ben più dure contro Avellino (4-3).

SERIE A ‘BEKO’

Chi vince, porta a casa la serie A ‘Beko’, lo sponsor di oggi del campionato, che nella sua storia ha avuto molte denominazioni. Fino al 1955 si è chiamata semplicemente serie A, dal 1955 al 1965 è stata ‘Campionato Elette’; con la riforma del 1974, si è stabilita la divisione tra A1 e A2. Dal 1976-77, lo scudetto viene assegnato dopo i play off. Dalla stagione 2001-2002, dopo un’altra riforma, è stato riproposto il nome Serie A. Beko è un marchio turco di elettrodomestici, di proprietà del gruppo Arçelik.

MILANO, POI BOLOGNA

Detto di Milano, che con 26 titoli guarda tutti dall’alto, al secondo posto nell’albo d’oro c’è la Virtus Bologna con 15 scudetti. Sul podio anche i nemici storici delle Scarpette Rosse, la Pallacanestro Varese, con 10. Sono 17, in totale, i club che hanno vinto almeno una volta lo scudetto del campionato italiano di basket e Milano ne ha altre due di squadre che hanno assaporato questa gioia: Assi Milano con 5 e Internazionale con 1.

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San Siro è pronto a ospitare la finale di Champions League. Avversarie, come due anni fa, sono le due formazioni di Madrid, il Real e l’Atletico. Gli uomini di Diego Simeone sono a caccia della rivincita, visto che nel 2014 a Lisbona, fino a un minuto dalla fine, erano avanti per 1-0. Il pari di Sergio Ramos arrivò esattamente al 92’48” e poi ai supplementari non ci fu storia, con i gol di Bale, Marcelo e Cristiano Ronaldo. Una vittoria che, per le Merengues di Carlo Ancelotti, significava portare a casa la Decima Champions/Coppa Campioni della storia.

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IL CHOLISMO O ZIDANE

Alle 22.30, ma potrebbe anche slittare il finale, voleranno alti in cielo i peana per uno tra Diego Simeone, detto il Cholo, o per Zinedine Zidane. Due filosofie di gioco assolutamente opposte: da una parte, l’argentino catenacciaro, che gioca un calcio molto fisico e che quasi sempre lascia il pallino del gioco all’avversario: difficile, quasi impossibile, fare gol ai colchoneros; dall’altra parte, com’è nelle corde del Real, ci si affida allo spettacolo degli attaccanti, con CR7, Gareth Bale e James Rodriguez pronti a far valere la tecnica.

Il Barcellona alza la Champions League vinta il 6 giugno 2015.

SPAGNA PADRONA

In ogni caso, per la terza stagione consecutiva, la Champions League finirà in Spagna, dopo che già l’Europa League è stata appannaggio del Siviglia (che vince da tre anni). Nel 2014 vinse il Real Madrid, l’anno passato il Barcellona (a Berlino contro la Juventus). Chi sperava che gli inciampi della Nazionale iberica potessero essere il preludio alla fine del ciclo dei club spagnoli, si è dovuto presto ricredere. Neanche l’addio di Pep Guardiola ha cambiato le carte in tavola.

Pallone Champions

EVENTO PLANETARIO

La Champions League, in termini di audience, supera persino il Super Bowl: parliamo di 180 milioni di persone davanti ai teleschermi. Le immagini di Mediaset – si potrà vedere in chiaro, su Canale 5, l’ultimo atto – arriveranno in 200 Paesi, grazie al lavoro 41 telecamere dentro lo stadio Meazza e immediatamente fuori. Ci saranno anche la Spydercam, che attraversa in diagonale il campo da gioco e una camera piazzata sull’elicottero.

Per far capire la portata dell’evento, c’è da ricordare che durante l’anno una partita di Champions League viene seguita mediamente da 14-16 telecamere e che, nel 2001, quando Milano ospitò per l’ultima volta una finale della Coppa dalle grandi orecchie, di telecamere ce n’erano ‘appena’ 21. Saranno solo otto, in realtà, quelle che manderanno in onda le immagini principali che vedremo. Le altre 33 postazioni serviranno per garantire contenuti esclusivi.

Lo stadio Giuseppe Meazza di Milano, teatro della finale di Champions League 2015-2016.

FINALE IN 4K ULTRA HD

Per il secondo anno, la finale sarà trasmessa con tecnologia 4K Ultra Hd. Bisogna naturalmente avere un device abilitato per godersi lo spettacolo. Niente paura, comunque, perché Real Madrid–Atletico Madrid sarà a disposizione pure in Alta Definizione e in Definizione Standard. Per chi però avrà il piacere del 4K, ci saranno ben 13 telecamere dedicate. Lavoreranno 400 persone per confezionare il prodotto tv.

Champions Festival 2016

500MILA A MILANO

A Berlino, in occasione di Barcellona-Juventus, nella settimana della finale erano arrivate 350 mila persone. A Milano saranno mezzo milione. E potranno partecipare a una vera e propria festa, con il cuore pulsante rappresentato dal Champions Festival Milan 2016. Da piazza Duomo al Palazzo Sforzesco, si aprirà giovedì alle 10:00 con una vera e propria cerimonia dedicata. L’ingresso è gratuito e si potrà visitare la Champions Gallery, una mostra di 150 immagini sulla storia della manifestazione, oppure ammirare le maglie delle 32 formazioni che hanno partecipato ai gironi. Non mancano i video che di sicuro regaleranno emozioni ai tifosi.

Javier Zanetti nel sorteggio della Champions League.

IL TROFEO IN PIAZZA DUOMO

Selfie, ma non solo. In piazza Duomo ci si potrà fotografare con lo sfondo delle guglie e il trofeo della Champions al proprio fianco. Si possono vincere pure due biglietti per entrare a San Siro e vedersi dal vivo la finale. Star del passato garantiranno autografi e quant’altro e si organizzerà pure una gigantesca caccia al tesoro, con la musica a fare da contorno e la presenza di Gaizka Mendieta, ex calciatore, ora disc jockey.

Juventus Turin jubelt über das Tor zum 1 1 Ausgleich durch Alvaro Morata verdeckt ganz oben Artu

 

L’ITALIA NEL DECENNIO

Quest’anno ci dobbiamo accontentare di organizzare la finalissima, ma l’Italia nell’ultimo decennio è stata protagonista della Champions League, vincendola due volte. Se l’anno passato è andata male alla Juventus, nel 2007 ad Atene andò benissimo al Milan di Pippo Inzaghi, che piegò per 2-1 il Liverpool ad Atene. Nel 2009 fu Roma il teatro dell’ultimo atto e il Barcellona di Leo Messi vinse per 2-0 contro il Manchester United.

Indimenticabile per gli interisti l’edizione 2010. La formazione di Josè Mourinho sconfisse in finale 2-0 il Bayern Monaco e conquistò il triplete, trasformando quella nella notte di Milito. Juve a parte, poi abbiamo fatto solo da spettatori: nel 2006, il Barcellona vinse 2-1 a Parigi contro l’Arsenal, mentre nel 2008 a Mosca alzò il trofeo il Manchester United, prevalendo ai rigori contro il Chelsea. Nel 2011, ancora Barça: 3-1 al Manchester United a Londra e nel 2012, a Monaco, Chelsea ai rigori sul Bayern Monaco; nel 2013, infine, rivincita per i bavaresi: 2-1 al Borussia Dortmund a Londra.

Real Madrid Forward Cristiano Ronaldo dos Santos RONALDO number 7 Round 27 of the BBVA league

GLI HOTEL

L’Atletico Madrid ha scelto l’hotel ‘Melià‘ per il suo soggiorno a Milano, il Real Madrid andrà invece al ‘Radisson Blu‘: tra di loro, la distanza è di soli tre chilometri, mentre per gli allenamenti il Cholo Simeone avrebbe voluto scegliere Appiano Gentile o Milanello, ma distano circa due ore dal ritiro. Non ci sono particolari scaramanzie per i due tecnici, che non hanno scelto hotel che li avevano ospitati in occasione di vittorie (entrambi hanno giocato nel nostro Paese).

Florentino Pérez con Zinédine Zidane, nuovo allenatore del Real Madrid.

CR7 NON AL MEGLIO

Sabato sera ci sarà, ma non è al meglio, Cristiano Ronaldo, che si sottoporrà ad allenamenti personalizzati fino al giorno della finale. Mancherà sicuramente il difensore francese Varane, ci sono dubbi su Albiol e James Rodriguez, ma forse è più che altro pretattica da parte del Real Madrid. Zidane, dovesse alzare al cielo la Champions, potrebbe guadagnarsi la conferma sulla panchina della Casa Blanca pure per la prossima stagione.

Saúl Ñíguez festeggia con Koke e Griezmann il gol in Atlético Madrid-Bayern Monaco, semifinale di Champions League.

ATLETICO MADRID SENZA PENSIERI

Non ci sono infortunati o situazioni che mettano in pericolo la presenza di qualche giocatore dell’Atletico Madrid e, tutto sommato, manca pure la pressione dei favoriti, che spetta ai cugini. Simeone ha cercato di smorzare i toni del match, eliminando dal vocabolario la parola ‘vendetta’ dopo Lisbona: “È solo una fantastica opportunità di entrare nella storia”.

Il derby Real Madrid-Atlético Madrid 0-1 del 27 febbraio 2016.

REAL–ATLETICO 10-0

Non è il risultato della partita, ma il numero di Champions vinte dai due club: 10-0. Sergio Ramos e compagni sono abbondantemente in attivo, avendo perso solo tre finali. L’Atletico Madrid, invece, spera di smentire il detto del “non c’è due senza tre’: i colchoneros, infatti, hanno perso due finali di Champions/Coppa Campioni: nel 1974 e nel 2014.

La Spagna domina nell’albo d’oro, con 16 successi in tutto, ma l’Italia non è tanto lontana (è a quota 12). Gli iberici, nel curriculum, hanno pure 11 finali perse. L’Inghilterra è alla pari con il nostro Paese (ma noi abbiamo pure 15 finali perse, loro solo sette).

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È tutto pronto per la finalissima di Europa League, in programma domani tra il Siviglia e il Liverpool. Si gioca a Basilea, allo stadio St. Jakob-Park, con calcio d’inizio alle 20.45. Gli inglesi di Jurgen Klopp sono gli unici ancora in grado di evitare che la Spagna faccia filotto, considerato che in Champions League saranno i due club di Madrid a giocarsi il trofeo.

Siviglia 2015/2016

SIVIGLIA, ANIMALE DA EUROPA (LEAGUE)

Il Siviglia scende in campo per la storia. Nessuno, infatti, ha mai vinto per tre volte consecutivamente la Coppa. Due anni fa, a Torino, portarono a casa l’Europa League superando il Benfica ai rigori, l’anno passato si sono ripetuti in un rocambolesco ultimo atto, a Varsavia, contro la rivelazione ucraina Dnipro. Dovesse vincere pure a Basilea, la squadra di Unai Emery metterebbe in bacheca la quinta Coppa Uefa/Europa League (gli altri due successi sono del 2006 e del 2007).

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LIVERPOOL PER LA CHAMPIONS

Klopp punta a vincere per rendere bella una stagione così e così. Arrivato per sostituire Brendan Rodgers, l’ex Borussia Dortmund in Premier League non è riuscito a fare meglio dell’ottavo posto finale. Ma una vittoria in Europa League cancellerebbe la delusione perché permetterebbe ai Reds di qualificarsi per la prossima Champions League. Dal 2001, la squadra di Liverpool non festeggia questo trofeo, ma nel frattempo ha portato a casa una Champions a spese del Milan, nella notte di Istanbul. I britannici hanno vinto la Coppa Uefa/Europa League tre volte: 1973, 1976 e 2001. E cinque volte la Coppa Campioni/Champions League.

Jordan Henderson del Liverpool e Kevin Mirallas dell'Everton nel derby giocato ad Anfield nella Premier League 2014-2015.

GLI INGLESI DAL PEDIGREE SPAVENTOSO

Il Siviglia dovrà temere non solo la voglia di salvare la stagione da parte del Liverpool, ma anche l’abitudine a vincere quando si tratta di partita secca. Su 11 finali totali disputate, infatti, Henderson e compagni otto volte hanno brindato al fischio finale. Non altrettanto si può dire Jurgen Klopp, che proverà a interrompere una striscia negativa di quattro finali consecutive perse (una di Champions League, due di Coppa di Germania e una di Coppa di Lega proprio con il Liverpool, quest’anno, contro il Manchester City).

GAMEIRO, L’UOMO DA FERMARE

Klopp dovrà pensare a come bloccare Kevin Gameiro, il bomber del Siviglia. Ha messo lo zampino, direttamente (sette reti) o con assist (due), in nove delle 14 segnature della sua squadra in questa edizione di Europa League. Francese, ma di origine portoghese, è al Siviglia dal 2013 e ha segnato 39 gol in 92 presenze. Quest’anno ha segnato almeno una rete in tutte le competizioni a cui ha partecipato la formazione iberica.

Al contrario, il Liverpool è stata la cooperativa del gol in Europa League: sono andati a segno 11 giocatori diversi, record per il 2015/2016.

LIVERPOOL IMBATTUTO CON LE SPAGNOLE

Nelle finali europee contro squadre spagnole, la cabala è con il Liverpool. Nel 1981 ha battuto il Real Madrid in Coppa Campioni, a Parigi, per 1-0. Si è ripetuto nel 2001, in Coppa Uefa, contro l’Alaves. Coincidenza, si giocava a Dortmund, ex casa di Klopp, ed i Reds vinsero grazie al golden gol (5-4 il pirotecnico finale). In questa stagione di Europa League, solo un ko in 14 partite, ma guarda caso contro una formazione iberica, il Villarreal (1-0 nell’andata delle semifinali).

SPAGNA, SCORE DA PAURA

I club spagnoli non solo rischiano di vincere Champions ed Europa League, ma in quest’ultima competizione vantano sette affermazioni nelle ultime 12 edizioni (quattro il Siviglia, due l’Atletico Madrid, una il Valencia). Strapotere iberico che tanto fa bene pure al ranking europeo.

Nelle gare contro le inglesi, però, ha sofferto spesso il Siviglia, tanto è vero che ha vinto solo tre delle ultime otto uscite europee, con un bilancio di tre pareggi e due sconfitte. C’è il rotondo 4-0 al Middlesbrough nella finale di Coppa Uefa del 2006 che fa ben sperare gli amanti (e tifosi spagnoli) delle statistiche.

Manager of Liverpool Jurgen Klopp Jurgen Klopp

UN OCCHIO ALLE FORMAZIONI

Dai numeri ai giocatori. Il Liverpool recupera Jordan Henderson, centrocampista ma soprattutto capitano della squadra. Considerato sempre titolare, l’estate scorsa ha ereditato la fascia da un certo Gerrard, icona degli inglesi. Si era fatto male al ginocchio ad aprile, è tornato in campo nell’ultima di Premier League, domenica scorsa. Se non dovesse partire dall’inizio, probabilmente ci sarà Joe Allen. In attacco, c’è l’imbarazzo della scelta, con Benteke che dovrebbe cominciare dalla panchina.

Due assenze pesanti per Emery, costretto a rinunciare a Reyes e a Krohn-Dehli. Konoplyanka troverà sicuramente spazio nella ripresa per cercare di spaccare la partita. In porta, David Soria dovrebbe vincere il ballottaggio con Sergio Rico. Krychowiak, a centrocampo, si appresta a giocare la sua ultima con la maglia del Siviglia. Soprattutto sarà l’ultima per Ever Banega, che potrebbe arrivare all’Inter.

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ST. JAKOB, STADIO EUROPEO

Lo Stadio St. Jakob-Park di Basilea è il più grande della Svizzera. Qui, nel 2008, si giocarono alcune partite dei Campionati europei (tra cui due quarti di finale e una semifinale). La Uefa gli ha assegnato quattro stelle, il massimo riconoscimento per un impianto di almeno 30 mila posti a sedere (la capienza totale è di 42.500). È soprannominato dai tifosi ‘Joggeli’.

La sua costruzione è cominciata nel 1998, per concludersi nel 2001, sulle ceneri del vecchio St. Jakob Stadion, che ha ospitato le gare interne del Basilea fin dal lontano 1954, anno in cui venne costruito per il campionato mondiale. Sul vecchio prato, la Juventus di Giovanni Trapattoni conquistò la Coppa delle Coppe, in finale contro il Porto, nella stagione 1983/84.

LA PARTITA IN TV

La finale di Europa League sarà in diretta e in chiaro anche per chi non ha l’abbonamento a Sky (che ha l’esclusiva della competizione). Basterà sintonizzarsi su TV8 (canale 8 del digitale terrestre). Lo studio aprirà alle 20.10 con Alessandro Bonan, Federica Fontana e Alessandro Costacurta.

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Nella Top11 si segnalano il miglior portiere della stagione per media voto (Sorrentino), la sorpresa delle ultime giornate ancora in casa Palermo (Cionek), oltre a un attacco da mille e una notte con il recordman Higuain, l’aspirante Dybala – la cui performance è stata offuscata solo dalla stagione monstre del connazionale – e l’ottimo Salah, riscopertosi bomber alla corte di Spalletti (prima stagione in doppia cifra).

Mezza squadra Flop è formata da Inter e Milan, nettamente battute nella giornata di sabato, ma c’è spazio anche per altri giocatori che hanno fatto malissimo nelle gare di domenica, peraltro in situazioni dove non c’era granché in palio per loro. Il flop principale è anche uno dei peggiori del campionato…

 

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Gonzalo Higuain (Napoli)

36 gol in 35 partite di campionato, 12 nelle ultime 9, 25 le gare in cui ha trovato il gol, dieci le marcature multiple (9 doppiette e una tripletta). Basterebbero questi numeri per delineare una stagione con i fiocchi, ma il Pipita ci ha messo l’accento con quell’ultima gara da sogno contro il Frosinone.


Paulo Dybala (Juventus)

23 gol in 45 gare stagionali, 19 solo in campionato a cui ha aggiunto anche sei assist. Chiamato a sostituire un “mammasantissima” del calibro di Tevez, alla prima stagione in una big è riuscito a fare anche meglio del celebre connazionale. Miniera d’oro per questa Juve che sogna la Champions.


Matias Vecino (Fiorentina)

Ha chiuso con una doppietta decisiva alla Lazio e pensare che molti allenatori lo hanno spesso rimproverato di guardare poco la porta. Lanciato da Sarri l’anno scorso a Empoli (e fortemente richiesto dallo stesso una volta passato a Napoli), è un centrocampista versatile e con ancora ampi margini di miglioramento.


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Mario Balotelli (Milan)

Giocatore irrimediabilmente perso per i grandi palcoscenici. Brocchi gli dà l’ultima, ennesima, occasione di una stagione imbarazzante e lui come al solito non combina nulla. A ventisei anni sembra già un ex calciatore.


Michel Morganella (Palermo)

Se il Palermo si è salvato di certo non deve ringraziare lui, che anzi ha fatto di tutto per complicare i piani dei rosanero. Sull’1-0 si è fatto espellere per una serie di colpi proibiti al povero Wszołek, e la fortuna dello svizzero è che Irrati ha cacciato anche il polacco ex Sampdoria, nonostante non avesse commesso scorrettezze così gravi.


Pierluigi Gollini (Verona)

Dorme in occasione dei primi due gol del Palermo, sul tiro di Vázquez si tuffa in ritardo mentre sul colpo di testa di Maresca si fa sorprendere da una rimessa laterale che doveva essere sua. Il Verona ha lottato fino all’ultimo, lui un po’ meno.

 

Di seguito tutti i giocatori che in questa giornata si sono fatti notare, nel bene e nel male!

La Roma in cui gioca Carlet­to è un capolavoro in divenire, ispirato dalla creatività del Barone Liedholm. Passato il primo attimo di sbandamento, normale in un ragazzo che ha radici solide nel mondo contadino e non è mai uscito da una realtà di provincia, il pragmatismo del ragazzo si fa
strada. Era stato il barone a volere a tutti i costi il gioiellino del Parma, ma non era il solo. Anche l’Inter, aveva adocchiato il ragazzo, tanto da vestirlo di nerazzurro per un’amichevole contro l’Hertha Berlino. Ma mentre a Mi­lano temporeggiano, la Roma va avanti. Trattativa estenuante, il presidente del Parma Ceresini e il Ds Borea vorrebbero portarsi il campioncino tra i cadetti, ma Viola dà carta bianca a Moggi che spara alto: valutazione un miliardo e mezzo, per l’appena ventenne Ancelotti. Nelle casse del Parma finiscono 750 milioni per la metà del cartellino. Sem­bra una follia, sarà un colpo vin­cente.
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Carletto ci mette meno di dodici mesi a en­trare nei meccanismi del gruppo, a farsi voler bene dai tifosi.
Lo spettacolo è completo quando dal Brasile atterra a Fiumicino il di­vino Falcao, che diventerà
presto l’ottavo re nei sogni della Capita­le. E i sogni, insieme a Pruzzo e Conti, a Vierchowod e allo
stes­so Ancelotti, li trasformerà in realtà nella stagione ’82-83, quando la squadra vincerà uno
scudetto storico dopo aver sfiora­to il successo nell’81 e chiuso al terzo posto il campionato ’81-82. Nel frattempo, Ancelotti si fa più forte anche attraverso l’esperienza del dolore. Il primo muro contro cui sbatte il ragazzo di Reggiolo si alza, gigantesco, il 25 ottobre dell’81.
Un contrasto con Casagrande, mediano della Fiorenti­na, gli provoca una distorsione al ginocchio destro, con interessa­mento dei legamenti. Finisce sot­to i ferri, avvia la fase di recupe­ro e nel gennaio dell’82, durante un allenamento, ripiomba nella trappola: di nuovo i legamenti crociati che saltano, altra opera­zione. Il Ct azzurro Bearzot, che sta allestendo la squadra per la memorabile spedizione di Spa­gna ’82, non può attender­lo. E Carlo, che aveva debuttato in Nazionale strabiliando nella finale di consolazione del Mundialito (subito in gol contro l’O­landa quel 6 maggio’81) perde una grande occasione. Che non ricapiterà mia più. O meglio, giocherà un grandissimo Mondiale ’90, ma non riuscirà ad alzare la coppa a causa di un’assurda semifinale persa al San Paolo contro Maradona.
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La sosta è interminabile, ma quando rientra Ancelotti è quello di prima, sem­mai più forte dentro.
Più equili­brato, se possibile. «Ero stato troppo fortunato: la Roma, la Nazionale, mi sembrava di
vivere dentro un sogno. Ora mi sono svegliato. E dimostrerò che sono tornato». Ci riesce. E
mette la sua firma e la sua impronta sul secondo scudetto della storia giallorossa. Si dice che gli infortuni allunghino la carriera, ma il credito di Ancelotti con la sorte è an­cora aperto. 4 dicembre 1983, c’è Juventus-Roma, sfida tra regine degli anni Ottanta, Ancelotti con­tro Cabrini è uno scontro tra campioni concreti e leali. La bot­ta è fortuita, l’esito disastroso: questa volta è saltato il ginocchio sinistro, la prospettiva è un altro anno d’inattività, se non di una carriera da chiudere anzitempo.
La Roma va in finale di Coppa dei Campioni senza Carletto. In una serata stregata, quasi quanto la carriera dell’Ancelotti giallorosso, il Liverpool vince ai rigori e apre una ferita profonda nel cuo­re del tifo. Ancelotti non molla, ma chissà che nella sua testa non sia balenato il pensiero “Chissà se mi ricapita l’occasione di giocare una finale di Coppa dei Campioni“. E in fondo la vita è tutta qui. In un’occasione persa e poi riconquistata, perché Carlo, da quel giorno, ne disputerà parecchie di finali, da giocatore e da allenatore.
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Intanto, dietro le quin­te, Ancelotti sta molto semplice­mente preparando l’ennnesima rinascita
personale. Alla faccia di chi non ci credeva, è di nuovo in campo nella stagione ’83-84, e da
protagonista. In panchina Sven Goran Eriksson ha preso il posto di Liedholm, in campo Carletto, che
comincia a fare da chioccia all’erede naturale, Giu­seppe Giannini, è il leader di sempre.
I giallorossi arrivano an­cora a un passo dal titolo nella stagione ’85-86, cadono contro il Lecce e
perdono il passo. Ancora un anno nella Capitale e arriva il momento de­gli addii.
Il presidente Viola pen­sa probabilmente di aver già spremuto il meglio dall’Ancelot­ti giocatore; a
Milano, sponda rossonera, c’è chi la vede diver­samente. Arrigo Sacchi chiede al Presidente Berlusconi di cedere il suo pupillo, Borghi, e comprare questo centrocampista cresciuto a pane e zona, l’unico in grado di poter entrare nei suoi meccanismi, tattici e mentali, senza alcuna difficoltà. Il vecchio guerriero diventa l’uomo nuovo del calcio totale sacchiano, il suo miglior interprete e il perfetto collante tra tecnico e squadra. E, una volta di più, rinasce. Nella semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni, contro il Real Madrid favorito, è semplicemente maestoso, e segna un gol da antologia che sblocca un incontro che resterà negli annali del calcio. Il Milan vince 5-0 e si andrà prendere la coppa contro la Steaua.
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Dietro i successi del Milan olandese, ci sono un paio di cer­tezze tutte italiane. Lo confessa lo stesso
Sacchi, quando è in ve­na di confidenze. I pilastri della stagione della gloria si chiamano Franco
Baresi e Carlo Ancelotti. Ovviamente, la sorte continua ad accanirsi contro di lui: nell’88, dopo un campionato europeo vissuto da protagonista con la Nazionale di Vicini, si blocca di nuovo per l’asportazio­ne del menisco del ginocchio de­stro e salta l’appuntamento con le Olimpiadi di Seul. Un anno più tardi tocca al ginocchio sinistro, infortunatosi nel corso di Milan-Malines, quarti di finale della Coppa dei Campioni. Questa volta la sfortuna gli dà tregua: salta le semifinali ma fa in tempo a presentarsi in campo per la fi­nale vittoriosa contro il Benfica, a Vienna.
Carattere semplice, forte, temprato dalle sofferenze e votato al sacrificio: quello che occorre a una squadra che va di corsa. Ancelotti si immola con passione alla causa, non va in cerca di gloria personale, gioca per il collettivo, aggredisce l’avversario che porta avanti il pallo­ne: Sacchi confeziona le idee, Carletto le trasferisce sul campo e divulga il verbo in mezzo alla truppa.
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Continuerà a divulgarle come allenatore, in un’esperienza che unirà il Barone e Sacchi, ma anche Eriksson e Capello, trasformandolo di fatto in uno dei migliori al mondo, di certo il più vincente in Europa. All’alba della sua nuova avventura al Bayern Monaco chissà se si chiede ancora se gli ricapita di disputare una finale di Coppa dei Campioni.

Si va tutti a Berlino. Ma questa volta, sfortunatamente, non ci saranno squadre italiane. La capitale tedesca ospita la Final Four di Eurolega maschile di basket dal 13 al 15 maggio. A contendersi il trofeo due squadre russe, Lokomotiv Kuban e Cska Mosca, che si affronteranno per prime alle 18 di venerdì 13, e poi i turchi del Fenerbahce e gli spagnoli del Laboral Kutxa Vitoria (fischio d’inizio alle 21).

Noi italiani possiamo ‘consolarci’ con Gigi Datome, in campo con la maglia del Fenerbahce che sogna di portare la prima Eurolega in terra turca. Esaminiamo una per una le protagoniste della tre giorni di Berlino.

Fenerbahce

FENERBAHCE, L’ANNO GIUSTO?

Tutti ci credono a Istanbul. Il Fenerbahce può davvero fare la storia a Berlino? L’allenatore Zelimir Obradovic conta pure sulla cabala, con il Galatasaray che ha portato a casa l’Eurocup. Per Istanbul sarebbe un ‘double’ che metterebbe la città al centro del mondo della pallacanestro.

L’anno scorso, il Fener perse in semifinale contro il Real Madrid (e poi la finale del terzo posto con il Cska Mosca) e dovrebbe aver imparato la lezione. Solo che dodici mesi fa si presentava da outsider, mentre questa volta almeno in semifinale gioca con la pressione di dover vincere. La speranza principale per i turchi arriva proprio da Datome, autore di una stagione straordinaria dopo l’avventura non molto positiva in Nba.

Il Fenerbahce arriva condividendo il record, 22 vittorie e 5 sconfitte, con la corazzata russa del Cska Mosca. In casa, 14 successi a fronte di nessun ko. L’impresa, però, è arrivata a Madrid, contro i detentori del Real, per il punto del 3-0 della serie nei quarti di finale. Obradovic ritrova Jan Vesely, fermo da marzo a fine aprile per un problema al tendine d’Achille.

L’arma in più è la difesa, con una media di punti subiti (72,2) superiore solo a quella del Kuban, ma con la percentuale di tiro reale concessa all’avversario (44,4%) più bassa di tutta l’Eurolega. Da vedere le stoppate di Bogdanovic e compagni (109 in tutto, quattro di media).

Il roster è di valore ottimo. Le stelle sono Ekpe Udoh, miglior marcatore con 12.4 punti di media, poi Datome (12.2), Nikola Kalinic, l’unico ad aver giocato tutti e 27 i match (54,4% da due, 45,6% da tre, 4,3 rimbalzi e 1,8 assist). Oltre al già citato Bogdanovic.

Bourousis

VITORIA, L’OUTSIDER

Dopo otto anni riecco Vitoria in Final Four. L’impresa nei quarti contro il Panathinaikos, dopo una prima parte di Eurolega a fari spenti. È l’outsider perfetta di una Spagna che, negli ultimi 12 anni, ha sempre mandato almeno un club alle Final Four. Il roster lungo potrebbe essere l’arma in più, ma un po’ di debolezza lontano da casa (5 vittorie su 13 gare giocate) e la poca esperienza, Iounis Bourousis a parte, potrebbero fare da zavorra.

È la squadra che ha preso più rimbalzi (37.9). Coach Velimir Perasovic sa di poter contare su una difesa di ferro (seconda, 45.1% tiri concessi agli aversari) e su nervi saldi in volata: (4 su 4 all’overtime).

Il trascinatore? Neanche a dirlo, Iounis Bourousis. L’anno scorso aveva vinto, è vero, l’Eurolega con il Real Madrid, ma da comprimario. A Vitoria ha triplicato punti e rimbalzi (14.6 e 8.9), secondo per valutazione solo a Nando De Colo, del Cska (21.5 contro 24). E non è mai partito nel quintetto base.

Kuban Krasnodar

KUBAN, NIENTE PRESSIONE

A Krasnodar essere arrivati qui è probabilmente già un traguardo. Il che vorrà dire che, a Berlino, scenderà in campo senza pressione alcuna. Certo, arrivare per la prima volta così in alto proprio nel 70esimo anniversario della nascita darà una spinta in più. Attenzione, però, ai russi del Kuban, nel 2012-2013 capaci di vincere l’Eurocup.

Il budget di poco meno di 15 milioni di euro non lasciava presagire una stagione simile. Ma il greco Georgios Bartzokas, campione d’Europa nel 2013 con l’Olympiakos, è stato l’uomo in più. Con Malcolm Delaney e Anthony Randolph.

Il momento chiave è nei quarti di finale: sotto 2-1 nella serie, i russi hanno rovesciato il destino contro il Barcellona. Hanno un record globale di 20 vittorie e 9 sconfitte (13-2 in casa, 7-7 fuori casa) e la miglior difesa dell’intero torneo (70.5 di media concessi). Il Kuban fa giocare male gli avversari e da tre segna tanto (28.8 tentativi, 11 segnati). Delaney è l’unico a giocare più di 30′ a partita.

Anthony Randolph, con 17.4 punti di media e 6.6 rimbalzi, ha guidato i suoi nei quarti contro il Barcellona. Ma è Malcolm Delaney l’uomo che può decidere (15.8 e 6.4 falli subiti a partita). Ventisei volte su 29 è andato in doppia cifra. Ha vinto ovunque è andato: Francia, Ucraina e Germania.

CSKA MOSCA, LA CORAZZATA

Negli ultimi 14 anni, ha disputato 13 volte le Final Four. È questo il Cska Mosca, costruito per vincere. Eppure il trofeo manca alla Russia dal 2008, quando in panchina c’era Ettore Messina. Con un budget di 37 milioni di euro, anche solo arrivare secondi sarebbe un fallimento. Milos Teodosic (16.3 punti di media, 42.4% da tre) è uno dei due terribili terminali offensivi. Dalle sue mani passa la possibilità di farcela.

I russi hanno vinto 22 delle 27 gare giocate. Mancherà, a Berlino, il lungo britannico Joel Freeland, ma coach Dimitris Itoudis avrà di nuovo a disposizione il capitano Viktor Khryapa e Pavel Korobkov. A livello offensivo, il Cska è la migliore di Eurolega e una delle migliori quattro degli ultimi 15 anni. Segna 90.7 punti di media a partita, il 42.3% dalla lunga distanza. Il playmaker francese Nando De Colo è la stella luminosa, miglior marcatore di Eurolega (473 punti), in doppia cifra in 24 delle 25 partite giocate. Lui e Teodosic sono praticamente immarcabili.

L’ALBO DORO È ‘REAL’

Il Real Madrid è il club che ha vinto più volte l’Eurolega, portando a casa nove trofei. Con 6 ci sono Maccabi Tel Aviv, Cska Mosca e Panathinaikos. A 5 c’è anche Varese, che precede di due Milano. Le altre italiane che hanno vinto l’Eurolega sono: Virtus Bologna (2), Pallacanestro Cantù (2), Virtus Roma (1). Siamo però a digiuno dal 2000-2001, quando la Kinder Bologna mise le mani sul trofeo, dopo una serie di finale tiratissima contro il Tau Ceramica (3-2) e, soprattutto, dopo aver estromesso in semifinale l’altra squadra bolognese, la Fortitudo. In quella Kinder c’era un certo Manu Ginobili, Mvp della finale. L’Italia è oggi solo quattordicesima nel ranking per nazioni di Eurolega.

L’EUROLEGA IN TV

Potremo vedere l’intera manifestazione su Fox Sports, canale 204 della piattaforma Sky. Le finali sono previste per domenica 15 maggio: alle 17 quella per il terzo posto, alle 20 quella per il primo.