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Scegliere 10 partite, tra tutte quelle che sono state disputate nell’anno che volge al termine, non è un’impresa semplice. Abbiamo scelto tra i principali campionati, la Champions League, l’Europa League e i Mondiali del Brasile. Il criterio di scelta non è solo legato alla spettacolarità della gara, ma anche alla tensione, ai protagonisti, ai significati che spesso una partita porta con sé accrescendone perciò il fascino. Succede quando una squadra come l’Atletico Madrid è chiamata a fare l’impresa andandosi a prendere lo scudetto al Camp Nou, o quando il Liverpool supera il Manchester City e pensa di essersi assicurato lo scudetto. Di queste e altre storie parleremo nel post, ma andiamo per ordine:

23 marzo, Real Madrid-Barcellona (3-4)

El Clàsico. La partita della partite in versione deluxe. Messi contro Ronaldo, Ancelotti contro Martino in un Santiago Bernabeu vestito di bianco. Apre Iniesta segnando il suo primo gol al Bernabeu. Poi un uno-due tremendo di Benzema, finché Messi non va ad agganciare Di Stefano segnando il gol del pareggio. È solo il primo tempo. Cristiano Ronaldo si procura un rigore e lo trasforma ma Neymar sfugge a Ramos e si fa atterrare. Rigore ed espulsione che Messi trasforma. C’è ancora il tempo per un palo clamoroso di Dani Alves ma soprattutto per un altro rigore, che Messi trasforma mandando in estasi il popolo catalano.

8 aprile, Chelsea-Paris Saint Germain (2-0)

Non una partita altamente spettacolare, ma piena di significati. Il Paris Saint Germain ha battuto il Chelsea in casa, all’andata dei quarti di finale di Champions, con il risultato di 3 a 1. Un risultato che non lascia molte speranze agli uomini di Mourinho. Già, se solo non fossero allenati dal vate di Setubal. Inoltre il PSG, che investe da anni per conquistare un prestigioso trofeo internazionale, sembra finalmente pronto a superare l’esame di maturità. Ma forse è proprio per questo che scende in campo con sufficienza e si fa schiacciare dal Chelsea che ha preparato benissimo la partita. Segna Schürrle alla mezz’ora, poi è arrembaggio ma il PSG sembra poter uscire indenne. Fino a quando non scatta Ba, non proprio una prima scelta di Mourinho, e raddoppia, a due minuti dalla fine, regalando la qualificazione ai Blues. La corsa di Mourinho, per andare ad abbracciare i propri giocatori, è una delle immagini sportive più belle del 2014. 

13 aprile, Liverpool-Manchester City (3-2)

Dopo 25 anni il Liverpool torna a giocare un match valido per il titolo. L’ultima volta che i Reds si sono laureati campioni il torneo di sua maestà si chiamava Big League e Gerrard era poco più di un bambino. Lo stadio è stracolmo, ma ad Anfield non è una novità. Ma quando Sturridge sblocca la gara si sente, eccome, la differenza tra una partita normale e una che vale la Premier. Qualche minuto dopo raddoppia Skrtel ma il City di Pellegrino è un osso durissimo. Che presto torna in partita.

Nel secondo tempo prima Silva e poi un’autorete di Mignolet riportano il risultato in parità. Sembra addirittura che il City possa vincerla la partita. Ha più gamba e l’inerzia dalla propria parte. Ma un mezzo liscio di Kompany mette Coutinho nella condizione di calciare. L’ex oggetto misterioso dell’Inter la piazza all’angolino. Tre a due. A fine partita il discorso epico di Gerrard, che raduna i compagni a centrocampo “Mancano ancora poche partite, manteniamo i piedi per terra“. Peccato che gli dei del calcio, spietati come non mai, destineranno a lui un pesantissimo errore la settimana dopo contro il Chelsea. Errore che costerà di fatto il titolo ai Reds.

1 maggio, Valencia-Siviglia (3-1)

Semifinale di Europa League, derby di Spagna, partita apparentemente chiusa perché il Siviglia ha già vinto la gara di andata per 2 a 0. Ma a Valencia nella remuntada ci credono eccome. Pronti via e il Valencia va in vantaggio nella bolgia del Mestalla. Bastano 25 minuti alla squadra di Pizzi per rimettere tutto in discussione con un colpo di testa prepotente di Jonas. Si, se puede, recita uno striscione in curva. E a Pizzi, allenatore del Valencia, non sembra vero. A venti minuti dalla fine arriva addirittura il 3 a 0 di Mathieu, che manderebbe il Valencia direttamente in finale evitando i supplementari.

Ma qui inizia un’altra partita. Quella della tensione e della paura. Il Valencia arretra, adesso è il Siviglia, impaurito fino ad un minuto primo a non aver nulla da perdere. Minuto 95: da un fallo laterale a difesa schierata nasce un rimpallo che porta il pallone sulla testa di M’Bia. Mentre il pallone termina il rete potete vedere i giocatori del Valencia cadere a terra, come colpiti a morte, uno dopo l’altro. E quelli del Siviglia correre all’impazzata verso Torino, dove andranno a prendersi una coppa incredibile.

17 maggio, Barcellona-Atletico Madrid (1-1)

Ci sono partite che sono meravigliose anche se non sono bellissime. Perché sono talmente piene di pathos che la bellezza è nei volti dei protagonisti. Eroi come Simeone, Godin, Arda Turan, che restituiscono ai colchoneros un titolo che manca da più di 15 anni. L’Atletico arriva all’appuntamento decisivo con la consapevolezza che si può vincere tutto (Liga e Champions) o si può restare con un pugno di mosche dopo una cavalcata mostruosa. E l’inizio della partita non lascia presagire nulla di buono. Pronti via e si fa male Diego Costa, dopo qualche minuto Simeone e costretto a perdere anche Turan.

A fine primo tempo Sanchez porta il vantaggio il Barcellona che sarebbe, a quel punto, campione di Spagna. Quando tutto sembra perduto arriva l’intervallo. Mi piace immaginare Simeone che guarda in faccia i suoi e dice soltanto “Siamo arrivati fino a qui, non mi importa come ma questa partita non possiamo proprio perderla”. È di Godin, ad inizio ripresa, il gol che vale il decimo titolo della Liga.

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15 giugno, Italia-Inghilterra (2-1)

In un Mondiale da dimenticare anche noi abbiamo vissuto la nostra notte di gloria. Un’illusione, come certe sere d’estate. La sensazione di aver superato l’ostacolo più difficile, mentre presto ci accorgeremo di essere noi e l’Inghilterra le vere cenerentole del girone. Ma quella notte sembra di assistere ad una partita di altri tempi con i nostri azzurri disposti a patire l’umidità di Manaus pur di portare a casa la vittoria. Pirlo gioca una gara sontuosa mettendo in scena il meglio del suo repertorio compreso un assist senza toccare il pallone. È la finta con la quale fa scorrere il pallone verso Marchisio, che porta in vantaggio l’Italia.

L’Inghilterra di Hodgson non ci sta, e dopo qualche minuto pareggia con Sturridge. I nostri appaiono provati, ci pensa Paletta, in maniera sgraziata ma efficace, a togliere i grattacapi alla difesa. Nel secondo tempo Candreva trova con un cross millimetrico, la testa di Balotelli, che segna il suo primo (e ultimo) gol al Mondiale. È anche l’ultima volta che abbiamo avuto notizie di Mario, nel 2014.

8 luglio, Brasile-Germania (1-7)

Cosa c’è di bello in una partita che finisce con un risultato così netto? Ve lo dico subito: l’incredulità. Novanta minuti di incredulità che avrebbero fatto felice qualunque regista. L’incredulità di Lowe, allenatore tedesco, nel vedere la sua Germania passeggiare in casa del Brasile. Quella dei giocatori tedeschi, ogni qualvolta vedono la rete gonfiarsi. Quella di chi, da casa, sta vedendo la Germania giocare con la maglia del Flamengo a Belo Horizonte. L’incredulità di Julio Cesar, portiere del Brasile passato da eroe a vittima sacrificale in meno di quattro giorni.

Le sue lacrime iniziano a scendere ben prima del novantesimo. Come quelle di David Luiz ma soprattutto quelle dei tifosi brasiliani inquadrati dalle telecamere. A turno si vedono piangere anziani, giovani, donne e bambini. Il tutto mentre la Germania impone una delle più umilianti lezioni di calcio che il Brasile ricordi. Sotto gli occhi di uno Scolari che, a differenza di tutti gli altri protagonisti di questa storia, a ciò che sta accadendo ci crede eccome. Forse era proprio lui, il mister brasiliano, l’unico a conoscere i limiti di quel Brasile.

14 settembre, Parma-Milan (4-5)

Il campionato italiano non offre certo spunti epici negli ultimi tempi, eppure il Milan di Inzaghi nelle prime giornate ha dato spettacolo, offrendo prove più vincenti che convincenti, ma comunque divertenti, come quella di Parma. Una partita dove in realtà si è visto di tutto: giocate, errori (alcuni grossolani come quelli del portiere Diego Lopez), decisioni arbitrali dubbie, sanzioni disciplinari. Ma soprattutto si è visto uno dei gol più belli del 2014: il colpo di tacco di Menez che, in corsa su un campo bagnato, riesce persino ad alzare il pallone quel tanto che basta per eludere l’intervento in scivolata del difensore. La faccia di Galliani dice tutto.

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5 ottobre, Juventus-Roma (3-2)

Se questo scontro al vertice fosse stato giocato in un altro campionato o in Champions League a quest’ora staremmo ancora parlando di quanto è stato appassionante e staremmo commentando le magie di Pjanic e Pirlo anziché parlare dei presunti errori di Rocchi. Presunti, perché rivisti alla moviola dopo quasi tre mesi non si riesce a capire se quel fallo avviene dentro o fuori dall’area e se la trattenuta su Totti procura danno o meno. In compenso l’IFAB (l’ente che detta le regole nel mondo) ci ha informato che il gol di Bonucci è valido e che Vidal non è da considerare in posizione punibile di fuorigioco.

Della partita resta poco, eppure è stata un gran partita, con continui ribaltamenti e il risultato sempre in bilico. E allora non ci resta che una preghiera: Bonucci, ti prego, la prossima volta mandala in tribuna (cit. Fabio Fanelli).

1 novembre, Bayern Monaco-Borussia Dortmund (2-1)

Le partite tra bavaresi e gialloneri di Dortmund non sono mai banali. Lo scontro del 1 novembre però non è un match al vertice, ma una partita apparentemente senza storia. Primo il Bayern schiacciasassi di Guardiola, che ha appena triturato la Roma a domicilio, terzultimo il Borussia di Klopp. Che però ha un grande pregio: non si da mai per vinto. Campioni di Germania contro detentori della Coppa, un Clasico anche qui. È Marco Reus a portare in vantaggio il Borussia con un colpo di testa che beffa Neuer facendo esplodere il gremitissimo (e rumorosissimo) settore ospiti.

Poi il Bayern inizia a schiacciare l’avversario sbagliando però le più elementari delle occasioni per la disperazione di Guardiola. Weidenfeller chiude la porta a Muller, a Robben e a Lewandowski. Ma è proprio lui, l’ex centravanti del Dortmund, a pareggiare i conti ad inizio ripresa per la gioia di Guardiola e di un altro grande ex: Matthias Sammer, ultimo pallone d’oro tedesco. A cinque minuti dalla fine, dopo una pressione spaventosa, Ribery si fa atterrare da Subotic procurandosi un rigore fondamentale. Rigore che Robben trasforma allontanando gli incubi di un titolo svanito contro il Dortmund proprio a causa di un suo errore dal dischetto. E per voi quali sono le partite indimenticabili del 2014?

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Se Fiorentina-Empoli fosse una tratta di un volo aereo, le differenze si noterebbero sin dal controllo dei passaporti al check-in. La squadra di Montella infatti è tra le più internazionali della Serie A, spesso scende in campo con il solo Aquilani come giocatore italiano e in campionato cerca ancora un gol azzurro. L’Empoli, che dell’azzurro ne ha fatto anche colore sociale, sta lanciando diversi giovani italiani dal futuro interessante come Rugani, Tonelli e Pucciarelli, anche se spesso si affida ai più esperti Valdifiori e Maccarone. Due modi diversi di gioco, spesso ad alto tasso spettacolare, e per adesso entrambi di successo.

QUI FIORENTINA – Non sarà un derby storico ma resta pur sempre una sfida stracittadina e Montella  contro l’Empoli vuole a tutti i costi una vittoria, per sperare di recuperare sul Napoli e sul terzo posto lontano solo quattro punti. I principali dubbi di formazione per il tecnico campano riguardano la posizione di Cuadrado. Il colombiano, al rientro dalla squalifica, dovrebbe agire da seconda punta alle spalle di Gomez, ma in quel ruolo si candida per una maglia da titolare anche Mati Fernandez, che sta facendo molto bene. L’alternativa di Montella potrebbe essere quella di spostare il cileno in mezzo al campo, sacrificando uno tra Borja Valero e Aquilani.

QUI EMPOLI – Per la sfida di domenica al Franchi, Sarri ha davvero pochi dubbi. Con lo squalificato Vecino si candida per un posto da titolare Laxalt, anche se nelle ultime ore il tecnico sta pensando di inserire Pucciarelli dietro le punte Tavano e Maccarone. Difesa confermatissima con Hysaj e Mario Rui ai lati di Tonelli e Rugani. Curiosità: l’Empoli ha vinto una sola volta a Firenze, il 28 settembre del 1997, ed è questa anche l’ultima vittoria contro la Fiorentina. Da allora nove successi viola e due pareggi.


Articolo scritto da Roberto Pinna per la rubrica #giornalistaviola.

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Una volta andava di moda il riporto alla Charlton, poi è stata la volta delle treccine alla Gullit e alla Davids. I calciatori hanno sempre ispirato le mode nelle acconciature. Che si tratti di una partita, di una ricorrenza o di una stagione: la loro chioma ha attratto quasi quanto i loro piedi. C’è chi è diventato famoso più per il parrucchiere da cui andava che per i gol e le giocate da applausi. Abbiamo cercato di stilare un elenco delle dieci acconciature più pazze dei giocatori. Molti sono passati dal campionato italiano, altri hanno fatto la storia fuori dalla serie A, alcuni neanche si conoscono, ma vale la pena ricordarli per come si sono ac(conciati) e per come hanno ispirato i teenagers.

1. Stephan El Shaarawy

È appena tornato in Nazionale, in contemporanea con il ritorno al gol nel Milan. Stephan El Shaarawy è per tutti il Faraone. Il ragazzo con la cresta più famosa del nostro campionato. Un inizio da predestinato, dopo il Padova, con l’approdo in rossonero e una prima parte di stagione – quella scorsa – da autentico trascinatore. Poi, la magia finisce con l’arrivo di Mario Balotelli, un altro che in quanto a capigliature non è secondo a nessuno. SuperMario oscura il Faraone in tutto, capelli compresi. E pensare che in tanti si erano fatti la cresta in onore di El Sha. Cosa strana: Balotelli e i suoi capelli emigrano in Inghilterra, la Cresta di El Shaarawy riprende da dove aveva lasciato.

2. Ronaldo

Parliamo del Fenomeno, il brasiliano che all’Inter ha sedotto e abbandonato i suoi tifosi. La capigliatura più strana in assoluto, probabilmente, in occasione dei Mondiali del 2002, quelli che il Brasile avrebbe vinto proprio grazie alle sue prodezze. Per il tabloid inglese The Sun, in realtà, quella è stata l’acconciatura peggiore della storia. Ma a Ronaldo ha portato fortuna. Ricordate? Ciuffo triangolare e resto dei capelli rasati. Per lui, il Fenomeno, sarà indimenticabile come il campionato mondiale, conquistato dopo la grande delusione di quattro anni prima in Francia.

Ronaldo

3. Siphiwe Tshabalala

Alzi la mano chi conosce Siphiwe Tshabalala. Trattasi di un calciatore sudafricano, centrocampista classe 1984. Non certo un fenomeno con i piedi, ma istrionico e originale quanto basta. Da farsi i capelli come il suo grande mito musicale, Bob Marley, per i Mondiali disputati in casa, quelli del 2010. La sua acconciatura campeggiava sulle prime pagine di diversi quotidiani sportivi il 12 giugno di quell’anno: era stato lui, infatti, a segnare il primo gol ai Mondiali contro il Messico. Al termine dell’incontro, la Fifa lo premiò come uomo del match.

4. Marek Hamsik

In questa classifica dei ‘belli capelli’ non può mancare Marek Hamsik, per tutti i napoletani semplicemente Marechiaro. Anche lui con la cresta. Su Facebook è nato da un gruppo: “Scommettiamo che la cresta di Marek Hamsik avrà più fan della Juventus”. Nei vicoli della città partenopea, dai folti riccioli di Maradona si è passati al minimal del centrocampista slovacco. A chi somiglia Marek? A un gallo. A proposito, lo sapevate che prima degli appuntamenti davvero importanti, Hamsik dà sempre una piccola spuntatina alla sua cresta? Pare gli porti fortuna.

5. Carlos Valderrama

Quando andavano di moda i capelloni anni ’80, il simbolo di chi seguiva il calcio era il colombiano Carlos Valderrama. Considerato uno degli elementi migliori del suo Paese, era un centrocampista dotato di grande inventiva. Due volte ha vinto il premio di miglior giocatore sudamericano (1987 e 1993). Con 111 presenze, è il recordman della sua Nazionale. Il suo look era studiato nei minimi dettagli: collanine, braccialetti, baffi biondi e riccioli dello stesso colore. Anche quando si prendeva qualche pausa, sul rettangolo di gioco lo vedevi sempre. Portare i “capelli alla Valderrama” è diventato un modo di dire in Sudamerica e in Europa. Per promuovere la campagna contro il tumore al seno, la famosa chioma bionda è diventata rosa. E tutti, ancora una volta, ne hanno parlato.

Carlos Valderrama

6. Kyle Beckerman

Centrocampista statunitense, è stato capitano del Real Salt Lake. Pochi lo conoscono, ma nel 2009 ha conquistato un record, diventando il giocatore più giovane ad aver giocato 200 gare nella Mls. Il 29 luglio di quell’anno, disputò pure l’Mls All-Star Game. Negli States, insomma, non è assolutamente un pellegrino. E poi ci sono le sue acconciature. Nel 2014 si diceva che non tagliasse i capelli da nove anni. Un giornalista lo aveva inserito tra i 10 calciatori più brutti del Mondiale, ma fu costretto a toglierlo dall’elenco dopo l’insurrezione del popolo femminile del web. Le treccine sono sempre state il suo segno distintivo, fin da quando faceva lotta da bambino. Manco a dirlo: è un cultore del reggae e ama Bob Marley.

7. Bas Savage

Bas Savage, attaccante che ha frequentato la Terza Lega inglese, è stato promosso recentemente dal Daily Mail a calciatore con la pettinatura più pazza. Solitamente va in giro con i capelli ossigenati di blu, ma ha stupito quando si è disegnato una sorta di rete nera su sfondo rosso. Alla Uomo Ragno. Classe 1982, è proprio il caso di dire che la sua carriera nel rettangolo di gioco sta passando inosservata, ma il suo parrucchiere probabilmente riceve moltissimi clienti.

8. Mario Balotelli

Eccoci a Mario Balotelli, forse il calciatore italiano dalle pettinature più stupefacenti. Volete un taglio tribale? Accontentati. Amos, il suo barbiere di fiducia, dall’attaccante del Liverpool è stato definito “il migliore al mondo”. Segue i suoi capricci. A volte, forse, lo consiglia anche. Cresta fino al collo e disegni tribali ai lati una delle più riuscite acconciature, di sicuro. Ma il Bad Boy ha sfoggiato anche la cresta ossigenata oppure tricolore (per lo scudetto dell’Inter), a seconda dell’occasione. Cambia taglio e colore dei capelli come si cambiano i vestiti. Ed è seguitissimo dai ragazzi alla moda. Quindi, occhio a dire che esagera.

Mario Balotelli

9. Abel Xavier

Il difensore portoghese Abel Xavier ha fatto parlare di sé quando si è convertito alla religione islamica cambiando nome in Feisal. Ritiratosi dal mondo del calcio nel 2009, ha sfoggiato sempre una capigliatura particolare. È passato anche dal nostro Paese, vestendo la maglia del Bari, è stato squalificato per doping e ha terminato la carriera negli Stati Uniti. Impossibile descrivere le acconciature del difensore, che ha portato i capelli bianchi, biondi, metà biondi e metà neri. Spesso accompagnati dalla barbetta intonata. Di lui non si può che dire: meglio guardare che descrivere.

10. Taribo West

All’Inter lo ricordano con simpatia Taribo West, il difensore arrivato dall’Africa. Come per molti calciatori arrivati dal Continente Nero, non è mai stato chiaro quanti anni avesse davvero. Per qualcuno, infatti, ne aveva dichiarati 12 in meno. Anche per lui treccine colorate, dal verde nigeriano al nerazzurro interista. Un vezzo. Un modo di essere. Di farsi notare. Di festeggiare il club di cui si fa parte. West è sempre stato un uomo – spogliatoio anche per questi atteggiamenti.

Ce ne sarebbero molti altri di giocatori dalle capigliature strane. Tipo Fellaini, Gervinho, Vagner Love e le sue treccine blu come la maglia del Cska Mosca, René Higuita, Alexy Lalas, Felice Centofanti, David Seaman, David Beckham, Neymar, Mohamed Zidan, Alex Song, Mohamed Sakho, Bacary Sagna, Djibril Cissé. Ci sarebbe da fare in futuro un’altra rubrica, a cui sicuramente si aggiungerà qualcun altro perché i calciatori sono così. Prendere o lasciare.

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Il glorioso Santiago Bernabeu di Madrid – quello dove l’Italia nel 1982 ha vinto il suo terzo titolo mondiale – l’anno prossimo probabilmente si chiamerà Abu Dhabi Bernabeu. Togliere del tutto il nome del mitico presidente del Real Madrid pare impossibile, ma davanti ci sarà il marchio del munifico sponsor degli Emirati che è pronto a pagare 500 milioni di petroldollari pur di ‘acquistare’ il diritto nominale. Cosa non si fa per soldi. Tantissimi gli impianti che hanno cambiato denominazione o che sono stati costruiti ex novo, finanziati dallo sponsor, che poi ha firmato l’opera. Vediamo i dieci più importanti, di club più o meno prestigiosi.

1. ALLIANZ ARENA (Monaco di Baviera)

Una volta c’era l’Olympiastadion, grande impianto dove giocavano il Bayern Monaco e i cugini poveri del Monaco 1860, poi è arrivata Allianz, la compagnia di assicurazione che ha costruito un autentico gioiello e che ne detiene i diritti di naming per i prossimi 30 anni. Si trova nel quartiere di Fröttmaning, alla periferia settentrionale della città bavarese. Poco dopo la sua costruzione, l’Allianz Arena – a causa della sua forma particolare, è stata soprannominata Schlauchboot (gommone). Nel 2011-2012 ha ospitato la finale di Champions League. È costato 340 milioni di euro.

Allianz Arena

2. SIGNAL IDUNA PARK (Dortmund)

La casa dei gialloneri del Borussia Dortmund. Nel 2005, per fronteggiare i problemi economici, il club tedesco accettò che il Westfalen Stadion prendesse il nome di un gigante delle assicurazioni, fino al 2021. Nel 2009 è stato inserito in vetta alla classifica degli stadi più belli al mondo stilata dal Times. Il costo è di 200 milioni di euro, la costruzione dell’impianto iniziò nel 1971 per concludersi il 2 aprile 1974 con l’inaugurazione. Ha una capacità di 80.552 spettatori (a sedere e in piedi), ridotta a 65.718 (a sedere) per le partite internazionali, per le quali valgono solo i posti a sedere.

3. VELTINS-ARENA (Gelsenkirchen)

Ancora Germania con il bellissimo stadio dello Schalke 04, la Veltins-Arena. Prima l’impianto era conosciuto con il nome di AufSchalke Arena, poi è arrivata la marca della birra a comprarsi il nome. Ha il tetto apribile. Inaugurato nel 2001, può contenere 61.481 spettatori. Ha ospitato la finale della Champions League 2003-2004, ma all’epoca si chiamava ancora AufSchalke Arena. È uno degli stadi più moderni che esistano.

Veltins-Arena

4. EMIRATES STADIUM (Londra)

Chi non ricorca lo storico Highbury, protagonista insieme all’Arsenal del libro “Febbre a 90”? Bene, i Gunners hanno salutato uno dei templi del calcio britannico sempre in nome dei soldi e dello sponsor. Emirates, la compagnia aerea, nel 2004 siglò un contratto di 15 anni per circa 100 milioni di sterline, diventando anche il marchio sulle maglie dell’Arsenal. È stato inaugurato nel luglio del 2006. Lo stadio ha una capienza di 60 338 posti, tutti a sedere. È il secondo più grande stadio in Premier League dopo l’Old Trafford di Manchester e il terzo più grande a Londra, dopo Wembley e Twickenham. Il progetto complessivo per la costruzione dello stadio è costato 390 milioni di sterline. Per via di un accordo con la Federazione brasiliana, questo stadio ospita sovente le amichevoli che il Brasile gioca in Europa.

5. MMARENA (Le Mans)

In Francia, è raro che uno stadio prenda il nome di uno sponsor. Il Le Mans è una della società che fanno eccezione con il suo MMArena. chiamato come un gruppo assicurativo della regione e costruito non lontano dal circuito. Il contratto di concessione ammonta a 102 milioni di euro, di cui tre milioni forniti dal Mutual du Mans Assurances (Mma), nell’ambito di un contratto di denominazione senza precedenti in Francia. La sua capacità è di 25 mila posti; oltre al calcio, può ospitare 40 mila persone per incontri di rugby o per ospitare concerti e altre rappresentazioni artistiche.

6. AVIVA STADIUM (Dublino)

A Dublino, dopo aver demolito Lansdowne Road, la Federazione di calcio ha fatto costruire un impianto da 50 mila spettatori, l’Avia Stadium. Qui si giocano sia partite di calcio, sia di rugby. Il nome sarà questo fino al 2019. E anche in questo caso parliamo di un’insurance company. Ha ospitato la finale di Uefa Europa League nel 2010-2011 (nell’occasione è stato chiamato Dublin Arena perché la Uefa vieta di chiamare gli stadi con nomi di sponsor). Il Lansdowne Road aveva ospitato le gare casalinghe della Nazionale di calcio dell’Irlanda e di quella di rugby fino al 2007. Dal 2010 hanno cominciato a giocare all’Aviva Stadium.

7. RED BULL ARENA (Salisburgo)

Ci spostiamo in Austria per parlare della casa del Red Bull Salisburgo. La multinazionale austriaca ha dato il suo nome a tre stadi: negli Usa, in Germania e appunto in Austria. Il primo è stato costruito ex novo, gli altri due (gli ex Wals-Sienzenheim e Zentralstadion) ribattezzati dopo l’acquisto dei club. L’inaugurazione dell’impianto austriaco è avvenuta nel 2003. Oggi è lo stadio più grande della Bundesliga austriaca e può ospitare 30.188 spettatori. È l’unico impianto in Austria con l’erba sintetica.

8. ETIHAD (Manchester)

Il Manchester City è diventato grande grazie agli investitori stranieri che hanno acquistato il club. Nel 2003, la squadra ha traslocato da Maine Road al City of Manchester, costruito per i Giochi del Commonwealth. Nel 2011 i Citizens hanno ceduto i diritti di naming alla compagnia aerea di Dubai, Etihad. Fu costruito nel 2002 al costo di 110 milioni di sterline. È classificato come impianto a quattro stelle Uefa, è il settimo più capiente d’Inghilterra con 47.726 posti. Nel 2007-2008 ha ospitato la finale della Coppa Uefa tra lo Zenit di San Pietroburgo e i Rangers di Glasgow.

9. TÜRK TELECOM ARENA (Istanbul)

La compagnia telefonica turca ha dato il suo nome allo stadio del Galatasaray quando, nel 2011, venne dato l’addio all’Ali Sami Yeb. Il nuovo impianto è polifunzionale e la compagnia di telecomunicazioni ha firmato un contratto decennale da 10,2 milioni di dollari con il club.

10. MAPEI STADIUM (Reggio Emilia)

Chiudiamo questa mini rassegna con l’unico stadio italiano che porta il nome di uno sponsor. Si trova a Reggio Emilia e qui gioca le sue gare interne il Sassuolo del proprietario Mapei Squinzi. Prima si chiamava Stadio Città del Tricolore e, prima ancora, Giglio. L’attuale denominazione è del 2013. In realtà, il Sassuolo – così come la Reggiana – sono qui in affitto ancora per quest’anno. La capienza attuale è di 23.717 posti. Il Sassuolo, al momento in cui è salito in serie A, ha riammodernato l’impianto.

Mapei Stadium

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L’Italia s’è desta? Non ancora. Ma minaccia (per gli avversari) di farlo se la generazione di campioncini in erba non si perderà cammin facendo. Già. Volevamo cercare i dieci migliori talenti giovani del nostro calcio, ne abbiamo trovati di più. Abbiamo dovuto fare una scelta, lasciando fuori quelli già noti alla grande platea, anche se giovani e in grado di diventare protagonisti a breve. O in futuro. Anche a loro potrà guardare Antonio Conte per costruire la Nazionale del futuro. Ecco perché qui non troverete notizie su Simone Scuffet, il portiere – studente dell’Udinese, cercato dall’Atletico Madrid. O su Daniele Rugani, il difensore dell’Empoli che già è stato chiamato nella Nazionale maggiore e che tanto piace ai grandi club. Non parliamo neanche di Nadir Minotti, che ha ‘già’ 22 anni, ma che pare pronto anche lui al grande salto. O di Mattia Politano, classe 1993. Esclusi, infine, Nicola Murru (classe 1994, Cagliari), Andrea Petagna, attaccante classe 1995 del Latina ma di scuola Milan, e Domenico Berardi, il talentuoso 1994 del Sassuolo. Esclusi in questa lista, non certo dalla meglio gioventù italiana.

1. GIANMARCO FIORE

Come Scuffet. Il giovanissimo Gianmarco Fiore è stato adocchiato dall’Atletico Madrid, che gli ha fatto fare un provino la settimana scorsa. Sedici anni, difensore del Manfredonia, già nel giro delle Nazionali e seguito da tanti club. Nei sogni del giocatore c’è la Juventus, come ha rivelato lui stesso recentemente in un’intervista: “Sono bianconero dentro, una passione fortissima”. Come capita per tutti i migliori talenti del nostro calcio, la Signora è vigile: “Ma se mi chiamasse un’altra big, ci andrei. Per un ragazzo, la prima cosa è giocare e divertirsi. Poi i soldi e tutto il resto”. Il suo idolo fin da bambino era Fabio Cannavaro, ma il suo preferito in assoluto è Sergio Ramos. E guarda caso gioca proprio in Spagna.

2. ALBERTO CERRI

Alberto Cerri è una punta centrale dotata di gran fisico, dall’alto dei suoi 194 centimetri. Scuola Parma anche lui, quest’anno sta disputando la stagione in serie B, con la maglia della Virtus Lanciano, dove è in prestito. Diciottenne, vale già 2 milioni e mezzo di euro. Ha fatto tutta la trafila delle Nazionali giovanili italiane, con questo curriculum. Italia U16: 8 presenze e 4 gol; Italia U17 30 (12); Italia U18 5(1), Italia U19 2 (1). Ha esordito già nell’Under 21. In serie B, segna al ritmo di un gol ogni 74′, visto che in sette presenze ha già firmato quattro reti. Dicono che assomigli a Mario Gomez e a Christian Vieri ed entrambi sono paralleli stimolanti. Al Parma, aveva esordito in serie A, passando direttamente dagli Allievi alla prima squadra. I suoi idoli? Van Basten e Ibrahimovic. Anche in questo caso, due che hanno fatto e stanno facendo la storia. Come lui farà?

3. JOSÉ MAURI

È già uno dei migliori centrocampisti centrali giovani del panorama calcistico italiano. José Mauri è alla prima esperienza da titolare nel Parma, dopo essere passato per il vivaio dei ducali, eppure ha già attirato l’attenzione delle grandi squadre. Su tutte la Juventus. Di nazionalità argentina, è stato naturalizzato italiano. È nato il 16 maggio del 1996 e ha già esordito nelle rappresentative azzurre, più esattamente nell’Under 17 di Daniele Zoratto (altro ex Parma), contro i pari età israeliani il 12 settembre del 2012. Due giorni dopo, ha siglato la prima rete contro la Germania. Vanta in tutto sei presenze con l’Under 17, condite da due segnature. Anche in serie A, è già comparso nel tabellino dei goleador, grazie alla segnatura contro l’Udinese, il 29 settembre del 2014. L’esordio in serie A era avvenuto il 26 gennaio 2014, sempre contro l’Udinese. Piccolino, 169 centimetri, ha nel piede destro la sua arma migliore. Il contratto è in scadenza il 30 giugno 2017, il suo cartellino oggi costa 600 mila euro circa, ma è possibile che cresca con il passare dei mesi.

Jose Mauri Parma

4. ANTONIO BARRECA

Classe 1995, Antonio Barreca arriva dal Torino Primavera, ma quest’anno si sta facendo le ossa nel Cittadella. E’ un terzino sinistro che si sta gradatamente imponendo all’attenzione generale. L’anno passato spesso era stato convocato da Ventura per la prima squadra. Da giocatore moderno, si spinge spesso in avanti, ha un gran dribbling e un cross preciso. Tanto che ha già sfornato quattro assist per i compagni in questo primo scorcio di serie B. E’ un pilastro della Nazionale Under 20.

5. DIEGO FRUGOLI

Un altro 19enne di sicuro avvenire è Diego Frugoli, dell’Empoli ma in prestito alla Pistoiese. Il suo ruolo è quello di attaccante, l’anno passato si è messo in luce nel Torneo di Viareggio segnando tre volte in quattro apparizioni. E in campionato è arrivato a 18 gol. Tante volte si è allenato con la prima squadra dell’Empoli, cercando di carpire i segreti a Tavano e Maccarone. All’occorrenza, è in grado di ricoprire il ruolo di ala destra. Finora, nel campionato di Lega Pro ha disputato soltanto 9′. Con l’Italia Under 19 ha preso parte al campionato europeo di categoria. Alto 1 metro e 80, sfrutta la grande velocità per prendere di sorpresa le difese. È bravo di testa e dotato di buona tecnica. Viene considerato uno dei 4-5 prospetti offensivi più promettenti del nostro calcio.

6. DANILO CATALDI

Classe 1994, Danilo Cataldi è un centrocampista offensivo della Lazio Primavera. La sua arma è il tiro dalla distanza. Nato come trequartista, nel tempo si è adattato a ricoprire il ruolo di mezzala nel centrocampo a tre. Palla al piede, salta facilmente l’avversario, ha una grande visione di gioco. L’anno passato, nella Final Eight del campionato primavera, ha vinto il premio come miglior giocatore. In passato, molti club inglesi avevano mostrato interesse per Cataldi, ma Lotito ha tenuto duro. Fa naturalmente parte dell’Under 21 di Gigi Di Biagio, con cui ha già segnato un gol in due partite.

7. LUCA VIDO

Parliamo addirittura di un classe 1997, Luca Vido, prodotto del vivaio del Milan. Nato a Bassano del Grappa, di professione attaccante. Nella sua carriera, ha già vestito le maglie del Favaro Veneto e del Treviso, iniziando da terzino sinistro e poi da centrocampista centrale. Poi è passato al Padova (30 gol il primo anno, 30 pure il secondo). È nell’estate del 2011 che il Milan lo strappa alla concorrenza e lui ripaga la fiducia: 25 reti con i Giovanissimi Nazionali. Al Trofeo Annovazzi riceve il premio come miglior giocatore del torneo. Vido è bravissimo palla al piede, fisicamente è addirittura devastante. Può ricoprire tutti i ruoli nell’attacco. In questa stagione, è nella Primavera rossonera, dove non ha smesso di segnare.

8. AXEL GULIN

Classe 1995, attaccante esterno, di proprietà della Fiorentina. Axel Gulin quest’anno si sta facendo notare con la maglia del Feralpisalò. Ala brevilinea, è in possesso di un cambio di passo che gli permette di arrivare sul fondo senza problemi. È un mancino naturale, schierato spesso a destra per sfruttare al meglio le sue qualità tecniche. Axel è anche protagonista di un un programma di Mtv, “Giovani Speranze”, che racconta la vita dei giovani calciatori. Attualmente, il suo cartellino viene valutato 100 mila euro. Ha fatto parte dell’Under 17 italiana, esordendo il 21 febbraio del 2012.

9. LEONARDO CAPEZZI

Un altro 19enne destinato a far parlare di sé. Leonardo Capezzi è un centrocampista di proprietà pure lui della Fiorentina, prestato al Varese. In sei presenze con la squadra lombarda, già una rete e due assist. Preferibilmente mediano, non esita comunque a spingersi in avanti quando le condizioni della partita glielo permettono. Il 9 ottobre del 2014 ha esordito con la maglia dell’Italia Under 20. I tifosi della Fiorentina lo hanno soprannominato “capitan futuro”. Di lui parla benissimo un certo David Pizarro. E il Manchester United ci ha fatto un pensierino.

10. ALESSIO ROMAGNOLI

L’Italia è un Paese che ha grande tradizione nei difensori. E Alessio Romagnoli, scuola Roma, ora alla Sampdoria, pare destinato a continuare l’epopea dei vari Gentile e Baresi. Ha 19 anni, già sufficiente esperienza di serie A e di Nazionale (è titolare fisso nell’Under 21 di Di Biagio). È un difensore centrale, ma all’occorrenza si disimpegna pure sul lato sinistro. Il cartellino a oggi vale 3 milioni di euro. Ha già trovato la prima rete in serie A quest’anno, con la maglia blucerciata. Ma i giallorossi, avendo l’opzione di contro riscatto, sono pronti a riportarlo a casa appena potranno. Alto 188 centimetri, ha sufficiente velocità nonostante il fisicone.