10 COSE 10

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Quattro milioni e mezzo. È il prezzo di uno spot al Super Bowl: un’enormità se pensiamo alle cifre di uno spot per la finale di Champions League, che può valere fino a 10 volte meno. Nemmeno uno spot durante la finale dei campionati Mondiali di calcio vale così tanto, anzi, può valere cinque volte meno. Come si spiega questo fenomeno? Innanzi tutto, il Super Bowl, non è solo un evento televisivo. Un biglietto per assistere alla partita costa fino a quattro mila dollari. Il motivo è molto semplice: gli americani non si curano, come noi italiani con il calcio, di vendere diritti televisivi e basta.

Gli americani vendono uno spettacolo nel quale il pubblico è parte integrante dello show. Tanto per fare un esempio pratico, è come se Sky offrisse più soldi alla Roma perché ha lo stadio pieno rispetto ad un’altra squadra che, al colpo d’occhio, offre il desolante spettacolo (sempre più frequente dalle nostre parti) degli spalti vuoti. Insomma, non solo tv: per la cronaca, ad aggiudicarsi il quarto Super Bowl della loro storia sono stati i New England Patriots battendo 28 a 24 i Seattle Seahawks. I brand hanno fatto a gara, tra un touchdown e un concerto di Kate Perry, a sfornare spot televisivi meravigliosi inaugurati per l’occasione. Ecco quelli che secondo noi sono stati i 10 migliori spot andati in onda durante il Super Bowl 2015!

Fiat 500x – The Fiat blue pill

Spot che molti di noi già conosceranno perché va in onda sui nostri schermi da un po’ di tempo. E vedere un pezzo di Italia tra gli spot trasmessi durante la manifestazione sportiva, la più importante d’America, ci riempie un po’ d’orgoglio. E poi, diciamocelo, questo spot ha il suo perché: ironia, splendida fotografia e scenari meravigliosi. Promosso, anche dagli americani.

Budweiser – Lost Dog

Come da qualche anno a questa parte, Budweiser si ripresenta al pubblico del Super Bowl con un nuovo episodio sul cavallo e il cucciolo di golden retriver. Una straordinaria ed emozionante storia di amicizia tra animali. Nello spot intitolato “Lost Dog” il cagnolino si perde e nel fare ritorno, a pochi metri da casa si imbatte in un lupo. Cosa succederà poi non vogliamo svelarvelo. Guardatelo direttamente voi. Budweiser si conferma protagonista dell’evento più atteso d’America, soldi ben investiti, a quanto pare.

P&G – Like a girl

Durante lo spot viene chiesto a persone, diverse per sesso ed età, “Cosa vuol dire fare qualcosa di simile a una ragazza?”. Il messaggio trasmesso è dare all’espressione “like a girl” (nell’accezione negativa di “come una femminuccia”) un significato di forza e femminile determinazione. Sorprendente.

T-MOBILE – Kim’s Data Stash

Chi meglio di Kim Kardashian, tra le attrici più conosciute a livello internazionale per la sua attiva sul web e sui social network, poteva essere la testimonial dello spot T-MOBILE che pubblicizza il salvataggio dei dati su Cloud? Un tripudio di selfie e foto in bikini, della serie “E se un giorno perdesse tutto ciò che avete salvato online”? Ironico.

McDonald’s – Pay with loving

Vi ricordate il vecchio slogan della catena di fast food “I’m lovin it”? Su questo concetto si basa il nuovo spot di McDonald che, realizzato come fosse una sorta di candid camera, ha deciso di proporre una una nuova forma di pagamento dai suoi clienti: l’amore. Uno spot emozionante e divertente allo stesso tempo, sebbene il tema centrale (l’amore) è qualcosa di già visto. Ma mai passato di moda. Evergreen (come l’azienda).

Mercedes-Benz AMG GT – The big race

Dopo un anno di assenza Mercedes torna al Super Bowl con uno spot costruito attorno al classico racconto per bambini : “La lepre e la tartaruga”, che racconta la sfida di velocità tra questi due animali. L’esito della sfida sarebbe facile da immaginare se non fosse che la tartaruga decide di cambiare le carte in tavola. Metaforico.

Carl’s Junior – Au naturel

Carl’s Junior, catena di fast food statunitense: siamo al classico binomio, un po’ becero e bislacco, della metafora tra bella ragazza – godimento. Ma lo spot nasconde una sorpresa alla fine, come nello stile dell’azienda, da sempre impegnata nel comunicare la genuinità dei propri prodotti. Sexy, ma con la morale.

Doritos – Middle seat

Nello spot delle patatine Doritos, per i telespettatori del Super Bowl, la scelta non è stata quella di concentrarsi particolarmente sul prodotto ma bensì quella di scherzare su un momento di “vita quotidiana”. La scena avviene in aereo e la protagonista è (probabilmente) una ragazza madre. E il suo rapporto con i bambini. Che in questo caso sono anche grandi. Intrigante.

Dove Men+Care – Forza reale

Cosa rende un uomo forte? Questa è la domanda a cui Dove risponde in questo spot. A differenza di quello che si potrebbe pensare la forza di cui si parla non è quella fisica ma la personalità. Aspetti come l’integrità, l’autenticità, e la cura di se stessi e delle persone intorno a lui sono parte integrante di come un uomo percepisce la propria virilità oggi. Lo spot celebra i papà che abbracciano il loro lato premuroso, che non è più in antitesi all’essere forte, ma è il segno distintivo della moderna virilità, a tutto tondo. Anti-maschilista.

Bud Light – Real life PacMan

Ispirato al celebre videogame della Namco, quelli della Bud Light hanno realizzato uno spot dove un gruppo di ragazzi dopo aver consumato la birra in un bar si ritrovano a giocare. Ma attenzione, sono proprio loro i protagonisti che dovranno muoversi all’interno del famoso labirinto cercando di “mangiare” tutti i punti disseminati lungo il percorso evitando di farsi prendere dai fantasmi. Insomma geniale questo PacMan in versione vita reale. Vintage.

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Zeman e Juventus di nuovo uno contro l’altra. In campo, dove i due nemici si sono affrontati spesso e volentieri, quasi quanto fuori dal rettangolo di gioco. È una guerra sacra, di religione quasi, quella tra il tecnico boemo e la società bianconera. C’è chi dice che uno porti la bandiera dell’onestà del calcio contro il club che – anche prima di Calciopoli – in molti additavano come la strega cattiva, in grado di condizionare arbitri e Palazzo pur di vincere. Più prosaicamente, c’è chi parla di invidia da parte di Zeman nei confronti di una squadra che non è mai riuscito ad allenare. Pur essendo stato suo tifoso – così dice – da piccolo, quando lo zio Vycpalek allenava proprio la Signora. Infine, c’è chi è convinto che tra l’allenatore e la Juve non corra buon sangue a causa di Luciano Moggi, che avrebbe fatto di tutto per distruggere la carriera di Zdenek. Le frasi graffianti indirizzate ai campioni d’Italia sono tante. E alcune sono vecchie di 20 anni.

1. Il calcio deve uscire dalle farmacie

Quando si parla di doping, con Guariniello che punta il dito contro la Juventus, per Zeman è il momento di entrare in azione. Perentorio nel dire che “il calcio deve uscire dalle farmacie” nel 1998. Ma in relazione al presunto uso di creatina da parte della Juve di Marcello Lippi, il tecnico boemo è incontenibile e ne ha per tutti. Per Peruzzi: “Se un portiere di 28 anni deve cambiare misura dei guanti perché gli sono cresciute le mani, vuol dire che c’era qualcosa che non andava”. Su Del Piero e Vialli: “Sono fin troppo misteriosi i muscoli di Vialli e Del Piero”. E ancora su Vialli e i suoi “non so” in udienza: “Spero che a Vialli torna presto memoria”. Infine: “Le esplosioni muscolari di alcuni giocatori? E’ uno sbalordimento che comincia con Vialli e arriva fino a Del Piero. Io che ho praticato diversi sport, pensavo che certi risultati si potessero ottenere solo con il culturismo, dopo anni e anni di lavoro specifico”. 

2. Togliere i trofei vinti alla Juventus

Ancora doping. Sono passati sei anni, Zeman torna sul processo che, poi, vedrà gli imputati assolti per prescrizione. “Se la Juve è colpevole, bisogna toglierle i trofei vinti in questi anni perché non le spetterebbero”. Come mai negli ultimi anni non ci sono più giocatori risultati positivi al nandrolone gli chiedono le Iene nel 2004: “Perché hanno cambiato shampoo, sono finiti i cinghiali”.

3. Moggi vuole distruggermi

Zeman viene esonerato dal Napoli e racconta ai magistrati: Corrado Ferlaino, l’ex presidente del Napoli, affermò che il mio ingaggio, con preordinata decisione di esonero, era stato in realtà architettato dallo stesso Luciano Moggi per distruggermi anche sul piano squisitamente tecnico”. “Se l’essenza del calcio è il doping o il comprare gli arbitri, allora io sono molto lontano da questo”.

4. Sentenze della giustizia sportiva non adeguate

Zeman torna in panchina dopo il ciclone Calciopoli. E subito dice: A mio giudizio le sentenze della giustizia sportiva non sono state adeguate a quello che è successo, a uno scandalo che era stato descritto come il più grave del calcio mondiale”. La Juve in serie B e penalizzata non basta al boemo. E ancora: “Non è colpa mia se la Juve è in serie B, evidentemente è stata guidata male”.

5. Io faccio ancora calcio, Moggi no

Moggi è l’avversario storico. Dopo che l’ex direttore generale bianconero viene radiato dal mondo del calcio, Zeman esulta a modo suo: “Io faccio ancora calcio, lui no. Credo che questo vorrà pur dire qualcosa”.

6. Scudetti della Juve? 22 o 23

Scudetti bianconeri, terza stella sul petto. Zeman, naturalmente, è di parere opposto: “Se voglio, anche io posso mettermi due stelle sul petto. Quanti sono gli scudetti della Juve? Al massimo 22 o 23. Poi, ognuno fa come vuole”. E poi: “Quanti sono gli scudetti della Juventus? Per me sono tanti quanti quelli assegnati. Certo, se mi leggo alcuni libri e alcune dichiarazioni, penso che anche 28 sono troppi”.

7. Allenatore squalificato non dovrebbe allenare

Sempre la Juve e Zeman contro. Zdenek questa volta se la prende con Antonio Conte, squalificato per le partite dalla Federazione, ma autorizzato durante la settimana a dirigere gli allenamenti: Se è giusto che un allenatore squalificato alleni? Anche i giocatori squalificati si allenano. Ma se c’è una squalifica per un tempo lungo, dai tre mesi in poi, un allenatore non dovrebbe allenare”.

8. Un pronostico? Chiedetelo a Buffon

Si gioca Juventus-Roma e Zeman ironizza: “Un pronostico per la partita? No so, chiedetelo a Buffon. Io vado solo in tabaccheria, è lui quello che passa in sala scommesse”.  Sempre su Buffon, capitano e quindi simbolo della Juve, dopo le dichiarazioni del portiere sul gol fantasma di Muntari: Di solito durante una partita nessuno direbbe se il pallone è entrato in porta o no, dopo la gara però si deve ammetterlo. E chi lo fa è solo onesto. Buffon è anche capitano e portiere della Nazionale: credo che debba dare l’esempio e dimostrare onestà”.

9. Ce l’ho con chi fa il male del calcio, quindi contro chi ha lavorato per la Juve

Zdenek Zeman a volte cerca di non apparire smaccatamente anti – bianconero, ma non gli riesce molto bene. “Io non ce l’ho con la Juve, anche perché sono nato juventino. Io ce l’ho con chi ha fatto il male del calcio e quelle persone lavoravano per la Juve”.

10. Tifosi Juve, leggete le sentenze

Quando Zeman torna ad affrontare la Juve, dopo la sentenza sul doping, dice “Penso che qualche juventino ce l’avrà con me, ma penso anche che se leggessero le motivazioni della sentenza, capirebbero anche loro che questa è una storia triste. Io sono un uomo di calcio e voglio che si rispettino le regole. Chi lo fa è mio amico, chi imbroglia è mio nemico”. Sono passati 9 anni da allora.

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Nella settimana del compleanno di Vinnie Jones (50 anni), eletto da “The Sun” come il cattivo per eccellenza del calcio, abbiamo stilato una formazione di Cattivi con la C la maiuscola. Perdonateci per i numeri dall’uno all’undici, ma siamo dei nostalgici.

1. René Higuita

Famoso per lo scorpione (la parata che lui effettuava di tacco tuffandosi in avanti) e per i dribbling con i quali irrideva gli attaccanti avversari. Nel 1990, agli ottavi di finale dei Mondiali fu Milla a irridere lui, soffiandogli il pallone e portando il Camerun ai quarti. Un altro portiere non sarebbe tornato in Colombia, lui sì, perché aveva molti amici importanti tra i narcotrafficanti. Ai Mondiali del 1994 non partecipò perché fu arrestato, resta comunque un personaggio incredibile del calcio di inizio anni ’90.

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2. Pasquale Bruno

Passò dalla Juventus al Torino e ne abbracciò la causa, diventando un idolo della curva Maratona. In un derby fu espulso e si prese 8 giornate di squalifica. Voleva mettere le mani addosso all’arbitro e solo l’intervento di tutta la squadra, in special modo di Tarzan Annoni, gli impedirono di farlo. Bruno resta nei cuori della gente per quelle entrate un po’ irruenti e qualche caviglia saltata, ma incarnava perfettamente lo spirito delle squadre per le quali giocava.

3. Andoni Goicoechea

Goicoechea o Goikoetxea in basco, per il “The Sun” il secondo giocatore più cattivo di tutti i tempi. Dopo Vinnie Jones, appunto. Per conferma chiedere informazioni a Maradona, che per poco non ci rimetteva la carriera contro “El carnicero de Bilbao“. Quando un fallo basta per entrare nella storia. Dei macellai del calcio.

4. Roy Keane

Mediano tanto falloso quanto vincente del Manchester United. Mediano è riduttivo per quello che ha fatto in carriera, ma Roy Keane aveva un caratterino niente male. Famoso il suo fallaccio sul norvegese Haaland, dopo una lunga serie di incontri non proprio amichevoli tra i due. Lo stesso Halland affermò dopo l’incontro che si sarebbe fatto fare una seconda assicurazione contro Keane.

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5. Marco Materazzi

Una carriera generosa quella di Marco Materazzi, che ha raccolto il meglio dopo i 30 anni. All’inizio molta gavetta e provincia, da Trapani a Perugia, e in provincia si sa, si lotta come si può. Marco impara da affondare il tackle, a volte sferra qualche gomitata, ma tra una rudezza e l’altra si prende la soddisfazione di diventare campione del mondo, da protagonista, e campione d’Europa con l’Inter. Poi scoppia a piangere, quando viene a sapere che quella è l’ultima partita di Mourinho. Cattivi con il cuore d’oro.

6. Paolo Montero

La pigna di Montero era il pungo che il centrale uruguagio appoggiava con delicatezza sul volto dell’avversario. Luigi Di Biagio, in un Inter – Juve ne ricevette una, bella assestata. Montero era in buona compagnia. Il suo compare di reparto, Mark Iuliano, oggi allenatore del Latina, era un difensore altrettanto delicato. Eppure Montero era di una generosità epica. Nel 2006, appresa la notizia delle condizioni di Pessotto, suo compagno nella Juventus, prese il primo aereo da Montevideo e si recò da lui in ospedale, solo per stargli vicino.

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7. Eric Cantona

Specialità della casa: il kung fu. Cantona è stato uno dei calciatori meno vincenti del secolo, in proporzione a ciò che avrebbe potuto con quei mezzi tecnici. Movenze da campione assoluto, piglio da leader, ma un tantino irascibile. Una volta, quella volta, si lanciò a kamikaze su un tifoso reo di avergli detto qualche parola di troppo. Un anno di squalifica e lavori sociali. Lo voleva Moratti, ma non arrivò mai in Italia. Ai Mondiali del ’94 non ci andò perché lui e il suo compare di reparto Ginolà persero incredibilmente, in casa, lo scontro diretto contro la Bulgaria di Stoichkov.

8. Frank Rijkaard

Passo elegante, movenze feline, gol decisivi. Su tutti quello segnato al Benfica nella finale di Coppa dei Campioni del 1990. Ma Frank Rijkaard sapeva farsi rispettare e sapeva anche come non farsi ammonire. Solo una volta l’impresa non riuscì. Siamo ai Mondiali del 1990 e l’Olanda affronta la Germania a Milano. Una sfida che sa di derby perché i tre olandesi supportati dai milanisti, affrontano i tre tedeschi, incitati dagli interisti. Frank perde la testa e si fa espellere per uno sputo a Voeller, che viene a sua volta espulso per reazione. Pare che i due non abbiano mai fatto pace da quel giorno. Certo è che quello sputo costò carissimo agli orange che uscirono dal Mondiale.

9. Zlatan Ibrahimovic

Più che per la cattiveria è famoso per la naturalezza con la quale passa da una squadra all’altra, dimenticando il suo passato. Avete presente i giocatori che non esultano quando segnano contro le ex? Dimenticateli, con Ibra. Padre putativo di Suarez, suo erede nell’Ajax. Certo che anche i morsi dell’uruguagio avrebbero meritato una maglia da titolare… imago18277260h

10. George Hagi

Futbolista de raza, dicevano i romeni. Ma Hagi non è stato solo un grande fantasista, un altro che ha raccolto probabilmente meno di quello che avrebbe meritato per le sue qualità. Piedi da numero 10 e piglio da mediano, passava con naturalezza dal Real Madrid al Brescia senza snaturare il suo calcio. Nel 2000 mise fine alla carriera di Antonio Conte in nazionale con un intervento ai limiti del codice penale. Idolo del dittatore Ceasescu, Hagi era il prototipo del fantasista dell’est. Genio, sregolatezza e qualche legnata. Come Detari, il suo alter ego ungherese passato da Ancona e Bologna.

11. Edmundo

Basterebbe il soprannome, O’Animal, per capire di chi stiamo parlando. Ma a parte un elenco infinito di espulsioni resta un carattere che nemmeno Giovanni Trapattoni è mai riuscito a domare. Lo scudetto del 1999 sarebbe probabilmente andato a Firenze se nel cuore del campionato e con Batistuta infortunato Edmundo avesse rinunciato a partecipare al Carnevale di Rio. Ma non ci fu modo di fargli cambiare idea. Qualche genio aveva inserito questa clausola nel contratto, e O’Animal partì con la samba mentre il Milan di Zaccheroni dava il là alla rimonta. E voi chi inserireste nella formazione dei cattivi?

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1. James Milner, Manchester City

Classe ’86, nazionale inglese, giocatore molto rapido e prezioso per gli schemi del City, quindi conoscitore di calcio ai massimi livelli. Dotato di un gran tiro dalla distanza, può essere schierato come centrale o su entrambe le fasce. Molto stimato da Fabio Capello e Roberto Mancini, ha il contratto in scadenza e non lo rinnoverà. Sulle sue tracce ci sono diverse squadre della Premier, ma in Italia, uno così farebbe comodo a molte squadre.

2. Yevhen Konoplyanka, Dnipro

Calciatore ucraino del 1989, attualmente in forza al Dnipro. È un’ala sinistra ma può giocare anche come seconda punta, titolare della sua nazionale. Non chiamatelo il nuovo Shevchenko, perché con l’ex milanista ha in comune solamente la nazionalità e il forte spirito di appartenenza alla ‘sua’ Ucraina. Stella indiscussa del calcio ucraino e uno dei talenti più cristallini del calcio dell’est. È un destro naturale che ama però partire da sinistra per poi accentrarsi ed esplodere un tiro tanto potente quanto preciso. Tassello perfetto in un ipotetico 4-2-3-1 a occupare la corsia sinistra d’attacco, ma in grado di agire anche come raccordo tra centrocampo e attacco dietro uno o due attaccanti.

3. Andrea Caracciolo, Brescia

Non è bello approfittare delle disgrazie altrui, ma in questa finestra di mercato il Brescia, squadra con grandi problemi societari, potrebbe aver bisogno di cedere i propri talenti. Caracciolo non ha il contratto in scadenza ma è il giocatore delle Rondinelle con l’ingaggio più alto. Ingaggio assolutamente sostenibile per una squadra di serie A. Caracciolo fa reparto da solo, fa salire la squadra, porta esperienza e non ha certo dimenticato come si fa gol. Ottimo come punta di scorta di una squadra di medio alta classifica o come titolare di una squadra che deve salvarsi. È un 1981, non giovanissimo ma nemmeno finito.

4. Glen Johnson, Liverpool

Trent’anni, in scadenza di contratto con il Liverpool, può essere un’occasione interessante considerando il profilo e l’esperienza del calciatore: Johnson, tornato titolare con Brendan Rodgers ma in rotta con la società, è un terzino di spinta destro che si trova a suo agio anche sul lato mancino. Accostato in questa finestra di mercato alla Roma:  Sarebbe dunque un valido ricambio per Maicon o un’alternativa a Holebas. Segna anche gol pesanti. Ottimo affare, considerata l’esperienza e le capacità tecniche.

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5. Andre-Pierre Gignac, Olimpique Marsiglia

Attaccante nel giro della nazionale francese, non dovrebbe rinnovare con l’Olimpique Marsiglia. Anzi, ha già dichiarato che, nonostante l’ottimo rapporto con il loco Bielsa, a giugno andrà via. Tanto vale provarlo a prendere già a gennaio. Nel corso degli anni ha arretrato il suo raggio d’azione trasformandosi in ala, ma non perdendo mai le capacità nel gioco aereo. È un giocatore internazionale a tutti gli effetti ed essere allenato dal Loco non può che avergli giovato.

6. Alexander Pato, San Paolo

Bollito, finito, innamorato, deluso, malato di saudage. Delicato e perennemente infortunato. È tutto vero? Oppure Alexander Pato, classe 1989, quindi ancora giovane, può ancora dire la sua nel calcio europeo e nel campionato italiano? Il contratto con il San Paolo è in scadenza e il papero ha una gran voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. La classe è quella di un tempo, la rabbia è tutta nuova. Sembra interessi alla Fiorentina: una scommessa che non preoccupa Montella, deciso a rilanciarlo. In fondo non c’è molto da perdere.

7. Yoann Gourcuff, Lione

Altro ex milanista che non ha lasciato grandi ricordi in Italia, rispetto alla sua classe e al talento cristallino. Avrà ventinove anni quando la Francia ospiterà il prossimo Europeo, eppure le probabilità che partecipi a una di queste due competizioni sono prossime allo zero. Tormentato dagli infortuni, messo in ombra dall’esplosione recente della generazione di Alexandre Lacazette e Clément Grenier, prodotti del vivaio lionese. Può stupire ancora. O quantomeno fare la differenza in una squadra della seconda fascia del campionato italiano. A Lione non vedono l’ora di venderlo. Anche subito.

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8. Dani Alves, Barcellona

Terzino che non ha bisogno di grandi presentazioni: un vincente, un leader, un trattore sulla fascia. Famoso per aver raccolto una banana a lui indirizzata e averla mangiata prima di battere un calcio d’angolo, ma non solo. Tra l’altro è un ragazzo molto sensibile, ha chiesto di ridare lavoro al ragazzo licenziato dopo il lancio della banana. A fine stagione sarà divorzio e partirà una vera e propria asta per il catalano. Premier League, Liga, Ligue 1, Serie A, quale sarà il prossimo campionato di Dani Alves? L’unico problema, che potrebbe far intimorire gli interessati, sarà la trattativa per l’ingaggio, al momento percepisce 7 milioni di euro annui. 

9. Sami Khedira, Real Madrid

Chiariamolo subito: l’ingaggio è altissimo, forse non alla portata delle squadre della nostra serie A. Tra l’altro rumors di mercato parlano di un pre-accordo con il Bayern Monaco. Il contratto di Khedira con il Madrid scade a giugno del 2015 ma l’anno scorso, quando era ancora infortunato a causa della rottura del legamento crociato che lo ha tenuto fuori circa cinque mesi, il club blanco gli ha offerto il rinnovo, come gesto di fiducia nei suoi confronti, nonostante non si conoscevano ancora i tempi di recupero. L’agente del calciatore non ha risposto positivamente alla proposta del club madrileno per cui la questione è stata momentaneamente accantonata. Può inserirsi la Juventus se vende Vidal.

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10. Fabian Shar, Basilea

Difensore svizzero, classe 1991, interessa alla Juventus. Può arrivare a parametro zero a giugno oppure già a gennaio, in stile Marotta, visti anche i problemi di Barzagli. Gioca nel Basilea e nella nazionale svizzera. È uno dei centrali europei più forti, in prospettiva, è cresciuto tantissimo con Paulo Sousa, attuale allenatore degli elvetici. Viene utilizzato sempre sul centro-destra, nel 4-4-2, ma Schär ha le qualità giuste per adattarsi anche a una linea a tre. Colpisce per la personalità, si disimpegna con freddezza nelle situazioni più complicate, è svelto e ha uno spiccato senso della posizione che gli consente di leggere le situazioni in anticipo. 

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Scegliere 10 partite, tra tutte quelle che sono state disputate nell’anno che volge al termine, non è un’impresa semplice. Abbiamo scelto tra i principali campionati, la Champions League, l’Europa League e i Mondiali del Brasile. Il criterio di scelta non è solo legato alla spettacolarità della gara, ma anche alla tensione, ai protagonisti, ai significati che spesso una partita porta con sé accrescendone perciò il fascino. Succede quando una squadra come l’Atletico Madrid è chiamata a fare l’impresa andandosi a prendere lo scudetto al Camp Nou, o quando il Liverpool supera il Manchester City e pensa di essersi assicurato lo scudetto. Di queste e altre storie parleremo nel post, ma andiamo per ordine:

23 marzo, Real Madrid-Barcellona (3-4)

El Clàsico. La partita della partite in versione deluxe. Messi contro Ronaldo, Ancelotti contro Martino in un Santiago Bernabeu vestito di bianco. Apre Iniesta segnando il suo primo gol al Bernabeu. Poi un uno-due tremendo di Benzema, finché Messi non va ad agganciare Di Stefano segnando il gol del pareggio. È solo il primo tempo. Cristiano Ronaldo si procura un rigore e lo trasforma ma Neymar sfugge a Ramos e si fa atterrare. Rigore ed espulsione che Messi trasforma. C’è ancora il tempo per un palo clamoroso di Dani Alves ma soprattutto per un altro rigore, che Messi trasforma mandando in estasi il popolo catalano.

8 aprile, Chelsea-Paris Saint Germain (2-0)

Non una partita altamente spettacolare, ma piena di significati. Il Paris Saint Germain ha battuto il Chelsea in casa, all’andata dei quarti di finale di Champions, con il risultato di 3 a 1. Un risultato che non lascia molte speranze agli uomini di Mourinho. Già, se solo non fossero allenati dal vate di Setubal. Inoltre il PSG, che investe da anni per conquistare un prestigioso trofeo internazionale, sembra finalmente pronto a superare l’esame di maturità. Ma forse è proprio per questo che scende in campo con sufficienza e si fa schiacciare dal Chelsea che ha preparato benissimo la partita. Segna Schürrle alla mezz’ora, poi è arrembaggio ma il PSG sembra poter uscire indenne. Fino a quando non scatta Ba, non proprio una prima scelta di Mourinho, e raddoppia, a due minuti dalla fine, regalando la qualificazione ai Blues. La corsa di Mourinho, per andare ad abbracciare i propri giocatori, è una delle immagini sportive più belle del 2014. 

13 aprile, Liverpool-Manchester City (3-2)

Dopo 25 anni il Liverpool torna a giocare un match valido per il titolo. L’ultima volta che i Reds si sono laureati campioni il torneo di sua maestà si chiamava Big League e Gerrard era poco più di un bambino. Lo stadio è stracolmo, ma ad Anfield non è una novità. Ma quando Sturridge sblocca la gara si sente, eccome, la differenza tra una partita normale e una che vale la Premier. Qualche minuto dopo raddoppia Skrtel ma il City di Pellegrino è un osso durissimo. Che presto torna in partita.

Nel secondo tempo prima Silva e poi un’autorete di Mignolet riportano il risultato in parità. Sembra addirittura che il City possa vincerla la partita. Ha più gamba e l’inerzia dalla propria parte. Ma un mezzo liscio di Kompany mette Coutinho nella condizione di calciare. L’ex oggetto misterioso dell’Inter la piazza all’angolino. Tre a due. A fine partita il discorso epico di Gerrard, che raduna i compagni a centrocampo “Mancano ancora poche partite, manteniamo i piedi per terra“. Peccato che gli dei del calcio, spietati come non mai, destineranno a lui un pesantissimo errore la settimana dopo contro il Chelsea. Errore che costerà di fatto il titolo ai Reds.

1 maggio, Valencia-Siviglia (3-1)

Semifinale di Europa League, derby di Spagna, partita apparentemente chiusa perché il Siviglia ha già vinto la gara di andata per 2 a 0. Ma a Valencia nella remuntada ci credono eccome. Pronti via e il Valencia va in vantaggio nella bolgia del Mestalla. Bastano 25 minuti alla squadra di Pizzi per rimettere tutto in discussione con un colpo di testa prepotente di Jonas. Si, se puede, recita uno striscione in curva. E a Pizzi, allenatore del Valencia, non sembra vero. A venti minuti dalla fine arriva addirittura il 3 a 0 di Mathieu, che manderebbe il Valencia direttamente in finale evitando i supplementari.

Ma qui inizia un’altra partita. Quella della tensione e della paura. Il Valencia arretra, adesso è il Siviglia, impaurito fino ad un minuto primo a non aver nulla da perdere. Minuto 95: da un fallo laterale a difesa schierata nasce un rimpallo che porta il pallone sulla testa di M’Bia. Mentre il pallone termina il rete potete vedere i giocatori del Valencia cadere a terra, come colpiti a morte, uno dopo l’altro. E quelli del Siviglia correre all’impazzata verso Torino, dove andranno a prendersi una coppa incredibile.

17 maggio, Barcellona-Atletico Madrid (1-1)

Ci sono partite che sono meravigliose anche se non sono bellissime. Perché sono talmente piene di pathos che la bellezza è nei volti dei protagonisti. Eroi come Simeone, Godin, Arda Turan, che restituiscono ai colchoneros un titolo che manca da più di 15 anni. L’Atletico arriva all’appuntamento decisivo con la consapevolezza che si può vincere tutto (Liga e Champions) o si può restare con un pugno di mosche dopo una cavalcata mostruosa. E l’inizio della partita non lascia presagire nulla di buono. Pronti via e si fa male Diego Costa, dopo qualche minuto Simeone e costretto a perdere anche Turan.

A fine primo tempo Sanchez porta il vantaggio il Barcellona che sarebbe, a quel punto, campione di Spagna. Quando tutto sembra perduto arriva l’intervallo. Mi piace immaginare Simeone che guarda in faccia i suoi e dice soltanto “Siamo arrivati fino a qui, non mi importa come ma questa partita non possiamo proprio perderla”. È di Godin, ad inizio ripresa, il gol che vale il decimo titolo della Liga.

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15 giugno, Italia-Inghilterra (2-1)

In un Mondiale da dimenticare anche noi abbiamo vissuto la nostra notte di gloria. Un’illusione, come certe sere d’estate. La sensazione di aver superato l’ostacolo più difficile, mentre presto ci accorgeremo di essere noi e l’Inghilterra le vere cenerentole del girone. Ma quella notte sembra di assistere ad una partita di altri tempi con i nostri azzurri disposti a patire l’umidità di Manaus pur di portare a casa la vittoria. Pirlo gioca una gara sontuosa mettendo in scena il meglio del suo repertorio compreso un assist senza toccare il pallone. È la finta con la quale fa scorrere il pallone verso Marchisio, che porta in vantaggio l’Italia.

L’Inghilterra di Hodgson non ci sta, e dopo qualche minuto pareggia con Sturridge. I nostri appaiono provati, ci pensa Paletta, in maniera sgraziata ma efficace, a togliere i grattacapi alla difesa. Nel secondo tempo Candreva trova con un cross millimetrico, la testa di Balotelli, che segna il suo primo (e ultimo) gol al Mondiale. È anche l’ultima volta che abbiamo avuto notizie di Mario, nel 2014.

8 luglio, Brasile-Germania (1-7)

Cosa c’è di bello in una partita che finisce con un risultato così netto? Ve lo dico subito: l’incredulità. Novanta minuti di incredulità che avrebbero fatto felice qualunque regista. L’incredulità di Lowe, allenatore tedesco, nel vedere la sua Germania passeggiare in casa del Brasile. Quella dei giocatori tedeschi, ogni qualvolta vedono la rete gonfiarsi. Quella di chi, da casa, sta vedendo la Germania giocare con la maglia del Flamengo a Belo Horizonte. L’incredulità di Julio Cesar, portiere del Brasile passato da eroe a vittima sacrificale in meno di quattro giorni.

Le sue lacrime iniziano a scendere ben prima del novantesimo. Come quelle di David Luiz ma soprattutto quelle dei tifosi brasiliani inquadrati dalle telecamere. A turno si vedono piangere anziani, giovani, donne e bambini. Il tutto mentre la Germania impone una delle più umilianti lezioni di calcio che il Brasile ricordi. Sotto gli occhi di uno Scolari che, a differenza di tutti gli altri protagonisti di questa storia, a ciò che sta accadendo ci crede eccome. Forse era proprio lui, il mister brasiliano, l’unico a conoscere i limiti di quel Brasile.

14 settembre, Parma-Milan (4-5)

Il campionato italiano non offre certo spunti epici negli ultimi tempi, eppure il Milan di Inzaghi nelle prime giornate ha dato spettacolo, offrendo prove più vincenti che convincenti, ma comunque divertenti, come quella di Parma. Una partita dove in realtà si è visto di tutto: giocate, errori (alcuni grossolani come quelli del portiere Diego Lopez), decisioni arbitrali dubbie, sanzioni disciplinari. Ma soprattutto si è visto uno dei gol più belli del 2014: il colpo di tacco di Menez che, in corsa su un campo bagnato, riesce persino ad alzare il pallone quel tanto che basta per eludere l’intervento in scivolata del difensore. La faccia di Galliani dice tutto.

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5 ottobre, Juventus-Roma (3-2)

Se questo scontro al vertice fosse stato giocato in un altro campionato o in Champions League a quest’ora staremmo ancora parlando di quanto è stato appassionante e staremmo commentando le magie di Pjanic e Pirlo anziché parlare dei presunti errori di Rocchi. Presunti, perché rivisti alla moviola dopo quasi tre mesi non si riesce a capire se quel fallo avviene dentro o fuori dall’area e se la trattenuta su Totti procura danno o meno. In compenso l’IFAB (l’ente che detta le regole nel mondo) ci ha informato che il gol di Bonucci è valido e che Vidal non è da considerare in posizione punibile di fuorigioco.

Della partita resta poco, eppure è stata un gran partita, con continui ribaltamenti e il risultato sempre in bilico. E allora non ci resta che una preghiera: Bonucci, ti prego, la prossima volta mandala in tribuna (cit. Fabio Fanelli).

1 novembre, Bayern Monaco-Borussia Dortmund (2-1)

Le partite tra bavaresi e gialloneri di Dortmund non sono mai banali. Lo scontro del 1 novembre però non è un match al vertice, ma una partita apparentemente senza storia. Primo il Bayern schiacciasassi di Guardiola, che ha appena triturato la Roma a domicilio, terzultimo il Borussia di Klopp. Che però ha un grande pregio: non si da mai per vinto. Campioni di Germania contro detentori della Coppa, un Clasico anche qui. È Marco Reus a portare in vantaggio il Borussia con un colpo di testa che beffa Neuer facendo esplodere il gremitissimo (e rumorosissimo) settore ospiti.

Poi il Bayern inizia a schiacciare l’avversario sbagliando però le più elementari delle occasioni per la disperazione di Guardiola. Weidenfeller chiude la porta a Muller, a Robben e a Lewandowski. Ma è proprio lui, l’ex centravanti del Dortmund, a pareggiare i conti ad inizio ripresa per la gioia di Guardiola e di un altro grande ex: Matthias Sammer, ultimo pallone d’oro tedesco. A cinque minuti dalla fine, dopo una pressione spaventosa, Ribery si fa atterrare da Subotic procurandosi un rigore fondamentale. Rigore che Robben trasforma allontanando gli incubi di un titolo svanito contro il Dortmund proprio a causa di un suo errore dal dischetto. E per voi quali sono le partite indimenticabili del 2014?

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Una volta andava di moda il riporto alla Charlton, poi è stata la volta delle treccine alla Gullit e alla Davids. I calciatori hanno sempre ispirato le mode nelle acconciature. Che si tratti di una partita, di una ricorrenza o di una stagione: la loro chioma ha attratto quasi quanto i loro piedi. C’è chi è diventato famoso più per il parrucchiere da cui andava che per i gol e le giocate da applausi. Abbiamo cercato di stilare un elenco delle dieci acconciature più pazze dei giocatori. Molti sono passati dal campionato italiano, altri hanno fatto la storia fuori dalla serie A, alcuni neanche si conoscono, ma vale la pena ricordarli per come si sono ac(conciati) e per come hanno ispirato i teenagers.

1. Stephan El Shaarawy

È appena tornato in Nazionale, in contemporanea con il ritorno al gol nel Milan. Stephan El Shaarawy è per tutti il Faraone. Il ragazzo con la cresta più famosa del nostro campionato. Un inizio da predestinato, dopo il Padova, con l’approdo in rossonero e una prima parte di stagione – quella scorsa – da autentico trascinatore. Poi, la magia finisce con l’arrivo di Mario Balotelli, un altro che in quanto a capigliature non è secondo a nessuno. SuperMario oscura il Faraone in tutto, capelli compresi. E pensare che in tanti si erano fatti la cresta in onore di El Sha. Cosa strana: Balotelli e i suoi capelli emigrano in Inghilterra, la Cresta di El Shaarawy riprende da dove aveva lasciato.

2. Ronaldo

Parliamo del Fenomeno, il brasiliano che all’Inter ha sedotto e abbandonato i suoi tifosi. La capigliatura più strana in assoluto, probabilmente, in occasione dei Mondiali del 2002, quelli che il Brasile avrebbe vinto proprio grazie alle sue prodezze. Per il tabloid inglese The Sun, in realtà, quella è stata l’acconciatura peggiore della storia. Ma a Ronaldo ha portato fortuna. Ricordate? Ciuffo triangolare e resto dei capelli rasati. Per lui, il Fenomeno, sarà indimenticabile come il campionato mondiale, conquistato dopo la grande delusione di quattro anni prima in Francia.

Ronaldo

3. Siphiwe Tshabalala

Alzi la mano chi conosce Siphiwe Tshabalala. Trattasi di un calciatore sudafricano, centrocampista classe 1984. Non certo un fenomeno con i piedi, ma istrionico e originale quanto basta. Da farsi i capelli come il suo grande mito musicale, Bob Marley, per i Mondiali disputati in casa, quelli del 2010. La sua acconciatura campeggiava sulle prime pagine di diversi quotidiani sportivi il 12 giugno di quell’anno: era stato lui, infatti, a segnare il primo gol ai Mondiali contro il Messico. Al termine dell’incontro, la Fifa lo premiò come uomo del match.

4. Marek Hamsik

In questa classifica dei ‘belli capelli’ non può mancare Marek Hamsik, per tutti i napoletani semplicemente Marechiaro. Anche lui con la cresta. Su Facebook è nato da un gruppo: “Scommettiamo che la cresta di Marek Hamsik avrà più fan della Juventus”. Nei vicoli della città partenopea, dai folti riccioli di Maradona si è passati al minimal del centrocampista slovacco. A chi somiglia Marek? A un gallo. A proposito, lo sapevate che prima degli appuntamenti davvero importanti, Hamsik dà sempre una piccola spuntatina alla sua cresta? Pare gli porti fortuna.

5. Carlos Valderrama

Quando andavano di moda i capelloni anni ’80, il simbolo di chi seguiva il calcio era il colombiano Carlos Valderrama. Considerato uno degli elementi migliori del suo Paese, era un centrocampista dotato di grande inventiva. Due volte ha vinto il premio di miglior giocatore sudamericano (1987 e 1993). Con 111 presenze, è il recordman della sua Nazionale. Il suo look era studiato nei minimi dettagli: collanine, braccialetti, baffi biondi e riccioli dello stesso colore. Anche quando si prendeva qualche pausa, sul rettangolo di gioco lo vedevi sempre. Portare i “capelli alla Valderrama” è diventato un modo di dire in Sudamerica e in Europa. Per promuovere la campagna contro il tumore al seno, la famosa chioma bionda è diventata rosa. E tutti, ancora una volta, ne hanno parlato.

Carlos Valderrama

6. Kyle Beckerman

Centrocampista statunitense, è stato capitano del Real Salt Lake. Pochi lo conoscono, ma nel 2009 ha conquistato un record, diventando il giocatore più giovane ad aver giocato 200 gare nella Mls. Il 29 luglio di quell’anno, disputò pure l’Mls All-Star Game. Negli States, insomma, non è assolutamente un pellegrino. E poi ci sono le sue acconciature. Nel 2014 si diceva che non tagliasse i capelli da nove anni. Un giornalista lo aveva inserito tra i 10 calciatori più brutti del Mondiale, ma fu costretto a toglierlo dall’elenco dopo l’insurrezione del popolo femminile del web. Le treccine sono sempre state il suo segno distintivo, fin da quando faceva lotta da bambino. Manco a dirlo: è un cultore del reggae e ama Bob Marley.

7. Bas Savage

Bas Savage, attaccante che ha frequentato la Terza Lega inglese, è stato promosso recentemente dal Daily Mail a calciatore con la pettinatura più pazza. Solitamente va in giro con i capelli ossigenati di blu, ma ha stupito quando si è disegnato una sorta di rete nera su sfondo rosso. Alla Uomo Ragno. Classe 1982, è proprio il caso di dire che la sua carriera nel rettangolo di gioco sta passando inosservata, ma il suo parrucchiere probabilmente riceve moltissimi clienti.

8. Mario Balotelli

Eccoci a Mario Balotelli, forse il calciatore italiano dalle pettinature più stupefacenti. Volete un taglio tribale? Accontentati. Amos, il suo barbiere di fiducia, dall’attaccante del Liverpool è stato definito “il migliore al mondo”. Segue i suoi capricci. A volte, forse, lo consiglia anche. Cresta fino al collo e disegni tribali ai lati una delle più riuscite acconciature, di sicuro. Ma il Bad Boy ha sfoggiato anche la cresta ossigenata oppure tricolore (per lo scudetto dell’Inter), a seconda dell’occasione. Cambia taglio e colore dei capelli come si cambiano i vestiti. Ed è seguitissimo dai ragazzi alla moda. Quindi, occhio a dire che esagera.

Mario Balotelli

9. Abel Xavier

Il difensore portoghese Abel Xavier ha fatto parlare di sé quando si è convertito alla religione islamica cambiando nome in Feisal. Ritiratosi dal mondo del calcio nel 2009, ha sfoggiato sempre una capigliatura particolare. È passato anche dal nostro Paese, vestendo la maglia del Bari, è stato squalificato per doping e ha terminato la carriera negli Stati Uniti. Impossibile descrivere le acconciature del difensore, che ha portato i capelli bianchi, biondi, metà biondi e metà neri. Spesso accompagnati dalla barbetta intonata. Di lui non si può che dire: meglio guardare che descrivere.

10. Taribo West

All’Inter lo ricordano con simpatia Taribo West, il difensore arrivato dall’Africa. Come per molti calciatori arrivati dal Continente Nero, non è mai stato chiaro quanti anni avesse davvero. Per qualcuno, infatti, ne aveva dichiarati 12 in meno. Anche per lui treccine colorate, dal verde nigeriano al nerazzurro interista. Un vezzo. Un modo di essere. Di farsi notare. Di festeggiare il club di cui si fa parte. West è sempre stato un uomo – spogliatoio anche per questi atteggiamenti.

Ce ne sarebbero molti altri di giocatori dalle capigliature strane. Tipo Fellaini, Gervinho, Vagner Love e le sue treccine blu come la maglia del Cska Mosca, René Higuita, Alexy Lalas, Felice Centofanti, David Seaman, David Beckham, Neymar, Mohamed Zidan, Alex Song, Mohamed Sakho, Bacary Sagna, Djibril Cissé. Ci sarebbe da fare in futuro un’altra rubrica, a cui sicuramente si aggiungerà qualcun altro perché i calciatori sono così. Prendere o lasciare.