10 COSE 10

1 2734

Il gol è l’essenza del calcio, e da sempre ogni rete viene accompagnata da una determinata esultanza. C’è chi è passato alla storia per una ben precisa celebrazione, come il famoso urlo di Marco Tardelli dopo aver segnato il momentaneo 2-0 nella finale dei Mondiali del 1982 tra Italia e Germania Ovest, e chi si è creato un festeggiamento caratteristico utilizzato in ogni circostanza, come la mitragliata di Gabriel Omar Batistuta. Poi però ci sono altre esultanze che gli autori non ricordano con particolare piacere: sono quelle “finite male” con una figuraccia o peggio ancora un infortunio. Eccone alcune più o meno conosciute.

ANTONIO CANDREVA

La più recente in ordine di tempo è quella del centrocampista della Lazio, che dopo aver realizzato il 2-1 al Cesena nell’ultima giornata di campionato ha superato la pista d’atletica dello Stadio Olimpico ed è andato a festeggiare sotto la Curva Nord assieme ai tifosi, inciampando nel tentativo di aggrapparsi alla recinzione e cadendo a terra. I compagni inizialmente l’hanno sommerso in un abbraccio collettivo, ma poi il giocatore ha chiesto il cambio proprio per essersi fatto male nella caduta, fortunatamente per lui le conseguenze non sembrano gravi.

JAN KOLLER

Il possente centravanti della Repubblica Ceca, noto per i suoi duecentodue centimetri d’altezza, ai tempi del Borussia Dortmund fu protagonista di un divertente siparietto dopo una rete: andando a festeggiare a bordocampo si incamminò verso un fotografo e, più o meno alla pari di Candreva, inciampò a causa del terreno scivoloso finendo a terra. Non ebbe niente di particolare e si rialzò subito ridendo, ma all’epoca la scena fece molto ridere e si diffuse rapidamente anche fuori dalla Germania.

ILARIO CASTAGNER

Molto peggio andò a Ilario Castagner, attuale commentatore televisivo ed ex allenatore. Spareggio promozione della Serie B 97-98 fra Perugia e Torino, gara tesissima finita ai calci di rigore: il tiro decisivo lo mette a segno Sandro Tovalieri e gli umbri salgono in Serie A, Castagner per esultare fa un salto dalla panchina verso il campo e si procura una lesione al tendine d’Achille, tanto da dover abbandonare lo stadio di Reggio Emilia con un tutore. Nelle interviste successive alla partita dichiarerà, con un po’ di ironia, di essere contento perché preferiva il dolore fisico per l’infortunio a quello morale per la mancata promozione.

MAREK HAMŠÍK

Figuraccia e beffa successiva per il centrocampista del Napoli, che il 29 novembre 2011 nella sfida del San Paolo contro la Juventus andò a festeggiare un rigore scendendo le scale per gli spogliatoi senza essersi accorto che nel frattempo l’arbitro Paolo Tagliavento non aveva convalidato il gol, per via dell’ingresso in area da parte di alcuni giocatori azzurri prima della battuta. Dopo diversi secondi di esultanza lo slovacco si rese conto che doveva ribattere il tiro dagli undici metri e la seconda esecuzione finì alta sopra la traversa, forse anche a causa della deconcentrazione dovuta all’episodio.

HANS-JÖRG BUTT

Il portiere tedesco è uno dei più famosi esempi di numeri uno goleador (vedi articolo), ma una volta la sua fama gli costò caro. Il 17 aprile 2004, nel match di Bundesliga tra lo Schalke 04 e il suo Bayer Leverkusen, segnò dal dischetto e festeggiò assieme ai compagni rientrando in porta. Dopo aver superato la linea di metà campo non si rese conto che nel frattempo gli avversari avevano riposizionato la palla al centro, e quindi mentre lui ancora tornava verso i suoi pali Mike Hanke dello Schalke 04 tirò da centrocampo superandolo con un pallonetto e mandando la palla in rete. Gol ovviamente valido perché ingenuamente nessun giocatore del Bayer Leverkusen aveva ritardato la battuta, per sua fortuna il suo club vinse lo stesso per 2-3.

KHALID ASKRI

Altro portiere, anche se qui non si tratta di un gol segnato. L’ex estremo difensore del FAR Rabat commise un errore di valutazione clamoroso nella gara di Coppa del Marocco contro il Maghreb de Fès: nei calci di rigore conclusivi parò uno dei tiri dal dischetto e si girò verso il pubblico per esultare senza interessarsi del rimbalzo del pallone, che nel frattempo lentamente entrava in porta. Non essendo stato successivamente toccato ulteriormente il gol era valido da regolamento, e quindi i suoi festeggiamenti furono inutili, anche perché poi la sua squadra perse 6-7.

DIEDERRICK JOEL

Brasileirão 2014, Coritiba-São Paulo: l’attaccante della squadra di casa Joel salta il portiere avversario, mette in rete, salta i cartelloni pubblicitari dietro la porta e poi improvvisamente scompare dall’inquadratura televisiva. Cos’era successo? Semplicissimo, dietro i tabelloni c’era l’ingresso che porta agli spogliatoi, coperto da un telo, e il giocatore del Coritiba c’era finito sopra cadendo inevitabilmente nel tunnel sottostante.

ZINÉDINE ZIDANE

Udinese-Juventus della stagione 98-99 viene tuttora ricordata dai tifosi juventini per il gravissimo infortunio occorso ad Alessandro Del Piero, che rimase fuori per quasi un anno. Nella stessa partita Zinédine Zidane segnò il momentaneo 0-1 (la gara finì 2-2) e scivolò cercando di superare i tabelloni pubblicitari, cadendo a terra per poi essere comunque festeggiato dai compagni. Caso analogo è successo di recente a un altro giocatore bianconero, Leonardo Bonucci, che ha casualmente ripetuto la scena dopo aver fatto gol contro il Milan.

JACOPO VIOLANI

Se mai esistesse un premio per l’esultanza meno intelligente se lo aggiudicherebbe senza dubbio questo attaccante del Riolo Terme, che dopo aver segnato al Ponticelli in un match di Seconda Categoria pensò bene di andare a esultare dando una testata alla parte laterale della panchina e rompendo il plexiglas. La bravata gli si è ritorta contro, perché pochi secondi dopo l’arbitro gli ha mostrato il cartellino rosso. Decisamente da non imitare…

MARTÍN PALERMO

Chiusura dedicata a uno dei bomber più famosi del calcio sudamericano, Martín Palermo. El Loco, quando giocava in Spagna con il Villarreal, si procurò un infortunio molto serio (doppia frattura di tibia e perone) a causa di un’esultanza neanche troppo esagerata. In Copa del Rey, contro il Levante, segnò uno dei tantissimi gol della sua carriera e andò ad abbracciare i tifosi presenti nel settore ospiti posizionato dietro la porta. La pressione dei sostenitori del Villarreal fu tale che crollò il muro che separava il campo dagli spalti, e Palermo fu travolto riportando la lesione alla gamba sinistra: costretto a uscire in barella rimase ben sei mesi fuori.

0 1508

Chi ama il calcio e il romanticismo delle storie che sa regalare, non può che rabbrividire all’idea di un movimento che segua solo logiche economiche. Decidere a tavolino vita, morte e miracoli di un campionato (o più) in funzione delle dimensioni di una piazza e dell’indotto che riesce produrre è quanto di più lontano dall’idea di sport e di sana competizione. È per questo che, dopo aver messo in fila le 10 squadre provinciali che hanno fatto la storia degli ultimi 30 anni (in barba a quel che pensa Lotito, diciamolo!), oggi vogliamo indicarvi i 10 talenti di provincia pronti al salto in una “big”. Prima di lasciarvi all’elenco, però, val la pena precisare che abbiamo evitato di proporre nomi “scontati” quali Zaza, Berardi, ma anche Darmian (con tutto il rispetto per il Torino che sta gradualmente tornando agli antichi fasti) che, di fatto, hanno già conquistato la Nazionale o hanno comunque un percorso segnato davanti a sé.

1. RUGANI (Empoli)

Classe ’94, ha bruciato le tappe alla velocità della luce. Sfornato dal florido vivaio toscano, ha disputato un intero campionato da titolare in B, lo scorso anno, alla prima esperienza da professionista e ora sta strappando applausi anche nella massima serie. Sempre titolare, sempre con quell’eleganza e quello stile che hanno fatto innamorare di lui la Juventus, prontissima a battere tutti sul tempo e ad acquistarne la comproprietà in vista della stagione 2015-2016. La Nazionale di Conte è il passo successivo.

2. ZAPPACOSTA (Atalanta)

Compagno di Rugani in Nazionale Under 21, di due anni più grande (’92), è alla prima esperienza in A, dopo essersi formato alla corte dell’Avellino tra Prima Divisione e Serie B (rispettivamente due e una stagione). A inizio campionato ha patito il salto di categoria, non ha reso come avrebbe potuto e si è fatto coinvolgere nel cattivo momento degli uomini di Colantuono. Poi la svolta: l’avanzamento a centrocampo, i primi gol (al momento sono tre)  e quella continuità di rendimento che lo aveva contraddistinto nelle passate stagioni. Si mormora che sulle sue tracce ci siano diverse big, non resterà che scegliere la migliore destinazione. In alternativa segnaliamo, nello stesso ruolo ma in B, il barese Sabelli (’93): scuola Roma, Under 21 anche lui, deve solo maturare ed evitare quelle punte caratteriali che lo portano a collezionare cartellini rossi; per il resto è uno dei migliori prospetti nel ruolo di esterno.

3. GONZÁLEZ (Palermo)

Non è più di primo pelo (classe ’88), ma alla prima esperienza fuori dal territorio americano (è un nazionale costaricano) ha sùbito rapito l’attenzione di numerosi osservatori. Centrale difensivo, dotato di anticipo, lettura di gioco, abilità in marcatura e buone capacità anche nel guidare l’intero reparto. Dopo la partenza di Munoz è l’unico punto fermo della retroguardia di Iachini.

4. DEFREL (Cesena)

Francesino tutto pepe, cresciuto alla scuola italiana. Gli esordi al Parma, poi il Foggia in Prima Divisione, quindi il Cesena dove ha spiccato il volo, contribuendo alla promozione in A dei romagnoli. Baricentro basso, ottima tecnica: evidente la predilezione per un calcio meno muscolare e più ragionato. Non sarà un caso che nella massima serie, disputando la metà delle partite, abbia già segnato più dello scorso anno in B (cinque reti al momento). In alternativa, nello stesso ruolo in B, puntiamo su Leonardo Spinazzola (’93), scuola Juventus, ora al Vicenza: attaccante esterno, brevilineo e con grande senso del dribbling; deve solo trovare maggiore continuità.

5. VALDIFIORI (Empoli)

È il più “anziano” della compagnia (’86), ci ha messo un po’ ad arrivare ad alti livelli, ma si è conquistato sul campo tutti i riconoscimenti che la critica gli sta tributando quest’anno. È stato ribattezzato il “Pirlo dei poveri”, per visione di gioco, capacità di essere un punto di riferimento costante per i compagni e per l’abilità nel dettare i ritmi e le giocate. Architrave del gioco di Sarri, è il terzo miglior assistman del campionato e il secondo per numero di azioni pericolose create a beneficio dei compagni. Può raggiungere palcoscenici importanti e magari affacciarsi anche in Europa.

6. ZUKANOVIĆ (Chievo)

Anche lui contribuisce ad innalzare l’età media della nostra top ten (classe ’87), ma merita a tutti gli effetti la menzione per l’impatto avuto nelle situazioni tattiche dei clivensi. Con serietà e buona predisposizione al sacrificio, è riuscito a conquistare una maglia titolare in una retroguardia che da anni sembrava cristallizzata sulle stesse facce. Bravo nelle due fasi, lungo la fascia destra è capace di spingere e rinculare offrendo maggiore copertura al reparto centrale. In aggiunta ha mostrato un sorprendente killer instinct sotto porta e capacità balistiche anche da calcio piazzato (per info chiedere al Parma).

7. JOSÉ MAURI (Parma)

È il più giovane della compagnia (’96), ma la stagione balorda del Parma ha fatto passare in secondo piano il suo exploit nel centrocampo emiliano. Promosso titolare sin dagli albori del campionato, è l’unico che tra i numerosi alti e bassi della squadra ha saputo mantenere la barra dritta. Mediano dotato di tecnica e capacità di inserimento, ha geometrie, visione di gioco e anche una discreta botta dalla distanza. Si ricollocherà in fretta sia che il Parma fallisca, sia che riesca a sopravvivere.

8. LARIBI (Bologna)

Ha già assaggiato la serie A con il Sassuolo proprietario del cartellino, ma dopo le esperienze con Latina e Bologna ci tornerà senza dubbio, adesso con un bagaglio di maggiore consapevolezza e cattiveria. Esterno sinistro, con buone propensioni offensive, lo scorso anno ha guidato i laziali sino alla finale playoff; a Bologna, invece, ha già realizzato sette gol, rivelandosi una delle realtà più belle della serie cadetta. Classe ’91, a fine stagione il suo valore di mercato sarà quanto meno raddoppiato. In alternativa suggeriamo il barese Galano, anche lui del ’91, quest’anno meno efficace dello scorso, sia perché coinvolto in una stagione poco felice della sua squadra, sia perché rimasto controvoglia in B. Esterno mancino con colpi da campione: 13 gol nel 2013-2014, solo due quest’anno. Pronto per il grande salto, ma caratterialmente ancora da inquadrare.

9. MBAKOGU (Carpi)

Classe ’91, nigeriano d’origine ma di formazione calcistica italiana, ha mosso i primi passi in provincia di Venezia, per poi approdare al Padova e quindi alla Juve Stabia dove, tra Prima Divisione e Serie B, ha messo insieme una media di 20 gare a stagione senza mai raggiungere la doppia cifra in termini di gol. Lo scorso anno a Carpi 7 reti (in 28 presenze) che quest’anno, con quattro gare in meno, ha quasi doppiato (quota 13). Questo, di fatto, è l’anno della sua consacrazione. Attaccante fisico, rapace d’area, capace di far gol in tutti i modi e di giocare per la squadra. Farà comodo a tanti.

10. VIVIANI (Latina)

Under 21 scuola Roma, ancora di proprietà dei giallorossi, sta maturando preziose esperienze in serie B, dove ha esordito nel 2012 con il Padova, dopo aver collezionato anche sei gettoni nella massima serie alla corte di Luis Enrique, che si era calcisticamente invaghito di questo regista che deve a Stramaccioni (ai tempi degli Allievi della Roma) l’impostazione nel ruolo davanti alla difesa. Ottimo elemento, capace di dettare ritmi e giocate, ha un piede dolcissimo sui calci piazzati: quest’anno ha già realizzato cinque gol.

0 1460

La recente intercettazione tra il Presidente della Lazio Lotito e il DG dell’Ischia Iodice ha lasciato il segno, soprattutto in provincia. Lotito ha tirato in ballo il Carpi, primo in classifica in serie B, dicendosi preoccupato per un’eventuale promozione degli emiliani. Un altro miracolo in provincia di Modena (anche se i tifosi del Carpi ribadiscono con uno striscione ben visibile allo stadio che “Carpi è provincia di… Carpi”) dopo quello del Sassuolo. Nell’intercettazione si fa riferimento anche al Frosinone e ad altre compagini che rischierebbero di svalutare il campionato italiano agli occhi degli spettatori del resto del mondo. Eppure la storia, anche recente, del campionato italiano è ricca di belle storie costruite proprio in provincia.

Abbiamo analizzato solo gli ultimi 30 anni, pertanto non troverete in questa gallery il Perugia di Castagner (fine anni ’70) arrivato secondo senza mai perdere una partita o l’Ascoli di Mazzone (e Rozzi, inizio anni ’80) che realizzò il record di punti in serie B. Allo stesso modo non abbiamo considerato le imprese fin troppo recenti del Sassuolo e dell’Empoli che già aveva stupito tra 1984 e il 1986 con Salvemini, a metà anni ’90 con Spalletti e nel 2005/06 con Cagni. Una provincia rampante, non più una sorpresa. E se vi chiederete perché Bologna, Bari, Venezia, Cagliari e Palermo non rientrano in questa carrellata, la risposta è una sola: queste città non possono essere considerate province.

L’Atalanta di Mondonico

A Bergamo di Europa se ne intendono, almeno quanto di giovani talenti. Dalle parti di Zingonia infatti sono cresciuti giocatori come Morfeo, Tacchinardi, Zenoni e Orlandini. Nessun fenomeno, perché la forza dell’Atalanta è quella di formare giocatori da serie A, non campioni. Parola di Mino Favini. Ma nel 1988 molti di questi ragazzi sono bambini e a trascinare la Dea alla semifinale di Coppa delle Coppe furono il bomber Garlini e lo svedese Glenn Peter Strömberg, un vikingo con la barba ruvida e i capelli lunghi e biondi. L’Atalanta elimina lo Sporting Lisbona ai quarti di finale ma deve arrendersi di fronte ad una delle più belle realtà europee di fine anni ’80: il Malines (o Mechelen) di Preud’homme. Una squadra belga. Di provincia, tanto per restare in tema.

Il Pescara di Galeone

Prima del Pescara di Zeman c’è stato il Pescara di Galeone. Uno che a Pescara è più di un re, è un’istituzione. Se Sacchi sdoganò il socialismo calcistico Galeone lo sublimò portando i quattro difensori a giocare all’altezza della linea mediana. La sua squadra era un mix di palleggiatori di grande qualità, Junior su tutti (sì, quel Junior) e mestieranti del pallone come il centravanti Tita. Nel Pescara prima versione gioca Gasperini, che oggi è l’allenatore del Genoa, nel secondo mandato del Gale si fa largo un tale Max Allegri, fantasista troppo talentuoso per rientrare, troppo moderno per risolvere le partite da solo. Lui e Massara furono comunque gli artefici di un fantastico primo tempo, probabilmente il più bello mai visto all’Adriatico, contro il Milan di Capello. Con gli abbruzzesi in vantaggio per 3 a 1, Finirà 4 a 5, perché il Pescara di Galeone non sapeva cosa volesse dire difendere, e la leggenda narra che una volta in vantaggio continuasse ad attaccare per accontentare il suo mentore.

Il Parma di Scala

Ebbene sì, Parma è una provincia. Per la precisione la più vincente della storia del calcio italiano. A Parma ha iniziato a predicare Arrigo Sacchi, prima di far innamorare Berlusconi. Ma soprattutto, a Parma, ha regnato Nevio Scala. Quella squadra giocava con uno schema fisso, il 5-3-2. Due terzini di spinta che diventavano ali, Gambero e Di Chiara prima, Benarrivo e Mussi poi, tre centrali con licenza di attaccare. Minotti (il libero, numero 4) e Apolloni, con Grun uno dei primi numeri 6 che non giocavano da ultimo uomo. Centrocampo da corsa con Zoratto, Brolin, Cuoghi e il sindaco Osio, Melli davanti. Con questi interpreti Scala vinse una storica Coppa delle Coppe, eliminando l’Atletico Madrid in semi-finale. Da quel giorno il Parma non abbandonerà l’Europa per 10 anni, trionferà ancora con lo stesso Scala (Coppa Uefa, nel 1995) e poi con Malesani nel 1999. Ad oggi quella del Parma è l’ultima Coppa Uefa (oggi Europa League) conquistata da una squadra italiana.

Il Foggia di Zeman

Per i foggiani Zeman è semplicemente il boemo. Precursore della zona e del 4-3-3 offensivo, Zeman aveva fatto bene anche in altre piazze, ma mai in serie A. Casillo gli affidò un progetto ambizioso che andò oltre ogni previsione. Dopo la promozione il Foggia si presentò nella massima serie con il tridente composto da RambaudiBaianoSignori (tutto attaccato) e comprò due russi poco più che sconosciuti come Shalimov e Kolyvanov che si riveleranno utilissimi. Manon ci sarebbe stata Zemanlandia senza i fedelissimi: il portiere Franco Mancini, il terzino List, il centrocampista Manicone. Dopo l’exploit del primo anno, non si sa se dopo un accordo con la proprietà o meno, Zeman ricominciò con una squadra tutta nuova. Non fece una piega davanti alle innumerevoli cessioni e alle pesantissime contestazioni e ricominciò con Bresciani, Mandelli e Medford. Riuscì persino a farsi comprare Bryan Roy dall’Ajax. Non solo quel Foggia si salvò, ma rischiò anche di approdare in Europa. Fu una sconfitta all’ultima giornata contro il Napoli di Lippi a vanificare il sogno.

Il Vicenza di Guidolin

Il Vicenza in Europa ci è arrivato, eccome. Lo ha fatto conquistando la Coppa Italia con un gruppo storico formato da giocatori come Lopez, Dal Canto, Otero, Mimmo Di Carlo, il bomber Murgita e Jimmy Maini, alcuni dei quali avevano inziato con Ulivieri un percorso che aveva portato la vecchia Lanerossi dalla serie C alla serie A. Fu Guidolin a mettere la ciliegina sulla torta creando una squadra umile, operaia, concreta come poche. Un certo Zidane, in una sua biografia, racconterà di non essere mai stato messo tanto in difficoltà in vita sua come da quel mediano pelato con il codino. Quel mediano era Mimmo Di Carlo interprete dei dettami di Guidolin in campo. Il Vicenza non stupì solo in campionato. Entusiasmò in Coppa delle Coppe arrivando fino alla semifinale. A Stamford Bridge il Chelsea di Gianluca Vialli deve sudare sette camice per avere la meglio sui biancorossi. Luiso, il Toro di Sora, si prende addirittura la briga di portare in vantaggio i veneti e zittire i tifosi blues. La regia internazionale scrive Chelsea 0-1 ViNcenza, sbagliando persino il nome della squadra italiana. Il sogno sfumerà nel secondo tempo, a causa delle magie di Zola che porterà i padroni di casa alla finale contro lo Stoccarda.

Il Piacenza di Cagni

È vero, il Piacenza non raggiungerà l’Europa come il Parma o il Vicenza, ma disputerà una serie di campionati entusiasmanti con una squadra tutta italiana. Con una sola macchia: una retrocessione avvenuta all’ultima giornata giocando non in contemporanea con la Reggiana che riuscirà a salvarsi battendo il Milan campione d’Italia a San Siro, a bocce ferme. Il Piacenza è una squadra che morde, come il suo allenatore. Durante gli anni cambiano i giocatori ma mai la fisionomia di una squadra votata alla difesa ma che riesce ad esaltare sempre le doti realizzative di un centravanti venuto dalle serie minori. È il caso proprio di Luiso, ma anche di Hubner successivamente. La differenza la fanno i centrocampisti: Angelo Carbone che avrebbe meritato di più (oltre ad un gol in Coppa dei Campioni col Milan) nella sua carriera, ma soprattutto Eusebio Di Francesco, polmoni d’acciaio e cervello sopraffino. Nonché futuro allenatore di un’altra provinciale terribile: il Sassuolo.

L’Udinese di Zaccheroni

Altro giro, altro tridente. Se Zeman amava cambiare gli interpreti per dimostrare che il modulo viene prima di tutto, Zaccheroni ha una fiducia cieca nei suoi tre moschettieri: il centravanti Oliver Bierhoff, gran colpitore di testa, giocatore intelligente in campo e fuori, difensore aggiunto al bisogno. Paolo Poggi, già suo giocatore al Venezia, in serie C, classica seconda punta, abile a rientrare sul destro partendo da sinistra. E Marcio Amoroso, brasiliano un po’ sacrificato dalla presenza del cannoniere tedesco, che in seguito diventerà fondamentale. Nel campionato 1997/1998, quello dello scontro tra Juve e Inter o tra Iuliano e Ronaldo, a seconda dei punti di vista, l’Udinese di Zac reciterà un ruolo importantissimo arrivando terza. Sarà anche la prima squadra a battere l’Inter di Simoni  (1 a 0, gol di Bierhoff al novantesimo) che fino a quel momento, poco prima di Natale, sembrava addirittura imbattibile. L’Udinese di Zac è una squadra molto concreta: gioca bene ma non rinuncia a difendere, sebbene lo faccia con tre uomini. I giocatori chiave sono il centrale Calori, il centrocampista Ametrano e l’esterno Helveg, un terzino che si prenderà anche la soddisfazione di vincere uno scudetto nel Milan e ritrovare Zaccheroni all’Inter. Da queste parti ha giocato Zico, ma questa è una squadra diversa, un meccanismo perfetto che esalta il singolo all’interno di un concetto di gruppo. L’attuale Udinese, ormai una realtà del calcio italiano inizia il suo percorso a fine anni ’90, con Zaccheroni.

Il Chievo di Del Neri

E quando i mussi i volarà, faremo el derby in Serie A“, dicevano i tifosi dell’Hellas Verona. I Mussi sono gli asini, simboli della seconda squadra di Verona. Precisamente di un quartiere di Verona, artefice di una vera e propria scalata dai dilettanti alla serie A. Gran parte del merito di questa prodezza sportiva è in realtà da attribuire ad un altro allenatore: Alberto Malesani che lavorava alla Canon e nel tempo libero si dilettava ad allenare il Chievo. Fu Gigi Del Neri, che qualche anno prima non si era sentito pronto per affrontare la serie A con l’Empoli, a trasformare questa matricola in una bellissima realtà. Del Neri gioca con un 4-4-2 talmente dispendioso per le ali, che ne alterna 4 a partita. Luciano Eriberto trova la sua annata di grazia, Marazzina e Corradi, davanti si integrano alla perfezione. Dopo qualche esperienza non proprio edificante in giro per l’Italia Simone Perrotta trova la propria dimensione: quella di centrocampista di livello internazionale. Dirige Eugenio Corini. Il Chievo stupisce e va a predicare il calcio in tutti gli stadi d’Italia, compreso San Siro dove batte l’Inter di Cuper. Al ritorno la ferma sul pareggio costringendola praticamente a vincere l’ultima partita con la Lazio. Il resto della storia lo conoscete sicuramente.

Il Brescia di Mazzone

Basterebbe un nome a raccontare questa storia: Roberto Baggio. Non che Carlo Mazzone non abbia importanza, o peso, nella bella favola della provincia lombarda. Ha anzi il merito di mettere insieme gente come Baggio, Toni, Guardiola, un giovane Pirlo e farli giocare con lo spirito giusto: quello da provinciale. Il suo Brescia è classe, ma anche e soprattutto corsa. È lo spunto di Baggio, ma anche la tenacia di Tare, è Pirlo arretrato per la prima volta davanti alla difesa, proprio per dare massima libertà al divin codino. Che ritrova una seconda giovinezza portando il Brescia in Europa attraverso l’Intertoto.  A correre ci pensano i gemelli Filippini, anima e cuore della squadra. Il ricordo indelebile è un derby con l’Atalanta: il Brescia perde 3 a 1 e Mazzone ne sente di tutti i colori dalla curva bergamasca. Sul 3 a 2 sbraccia e promette di andare sotto quella curva in caso di gol del pareggio. Che arriva due minuti dopo: Mazzone urla, si dimena, arriva ad un metro dai nemici storici dopo una corsa da centometrista. Lo portano via ma conoscendolo lo rifarebbe altre cento volte.

La Reggina di Mazzarri

La Reggina è forse la squadra (dopo la Juve) più penalizzata dalle vicende di Calciopoli. Quando Mazzarri però viene a sapere che la sua squadra partirà da una penalizzazione di 14 punti capisce che quella è l’occasione per compiere la più bella delle imprese. Lo scudetto di Reggio Calabria, così verrà celebrato sullo stretto, è frutto di un campionato stupendo, sempre sul filo del rasoio. Mazzarri riesce a compattare il gruppo, a tirar fuori il meglio dai suoi giocatori, a creare il clima che piace a lui: quello della battaglia all’ultimo respiro. Poi trova un grandissimo Taibi che disputa la più bella delle stagioni, segnando addirittura una rete, ma soprattutto una coppia d’attacco strepitosa: Nick Amoruso e Rolando Bianchi. In realtà giocano un campionato a livelli altissimi anche Mesto e Paredes. Ma la differenza la fa lui: Walter Mazzarri, che lascia Reggio per entrare nel giro dei grandi club.

0 1812

L’eroe della finale di Coppa d’Africa è stato il portiere della Costa d’Avorio, Boubacar Barry. La partita contro il Ghana si è protratta fino ai tiri di rigore: il portiere ivoriano ha prima parato il penalty calciato dal collega ghanese Razak e subito dopo ha realizzato il tiro che è valso ai suoi la vittoria, fissando sul 9-8 la lunga serie dal dischetto. “Dio non fa mai nulla per caso. Venivo considerato un portiere senza talento, ero stato messo da parte“: queste le parole di Boubacar Barry dopo la conquista del trofeo, che in Costa d’Avorio sarà sempre accostata al suo nome. Una storia ancora più affascinante se si pensa che Barry s’è ritrovato in campo nella finale solo per l’infortunio del portiere titolare. Ma quello di Barry non è l’unico caso di portiere goleador. Ve ne abbiamo selezionati 10, ma ce ne sarebbero molti altri, compreso Preziuoso, il portiere di calcio a 5 del Cus Avellino reso famoso dalla pagina “Calciatori Brutti” ed Antony Innarilli, recentemente in gol con il Gubbio in Lega Pro.

1. Ricardo Ribeiro

Ricardo, portiere del Portogallo durante gli Europei giocati in casa, persi clamorosamente in finale contro la sorpresa Grecia, salì agli onori della cronaca ai quarti di quell’edizione della manifestazione. Il Portogallo gioca contro l’Inghilterra e si arriva ai calci di rigore. Ricardo si erge a eroe con un gesto a sensazione: dopo 5 rigori finiti alle sue spalle decide di togliersi i guanti per parare il rigore di Vassel. Poi segna il suo e spedisce i lusitani in semifinale.

2. Hans Jorg Butt

Un Neuer ante-litterem, un po’ più sgraziato e malvestito. Il portiere che il Bayern sceglie per il dopo Khan dopo qualche esperimento non proprio edificante con i portierini cresciuti in casa. Butt arriva dall’Amburgo, è famoso non solo per le parate, ma soprattutto perché calcia i rigori. Lo farà anche al Bayern, ma con meno frequenza. Arriva a giocare la finale di Champions, dopo viene beffato due volte da Milito. Verrà rimpiazzato da Neuer, il tempo di (non) vedere il Bayern più forte di tutti i tempi.

3. Massimo Taibi

Scuola Milan, Massimo Taibi si fa le ossa a Piacenza. E con Cagni diventa un portiere vero, un prospect importante del calcio italiano. Tanto da ritornare a casa nel giro di qualche anno. Ma la sua esperienza al Milan non va bene, e così Massimo ricomincia dalla provincia (calcistica) italiana: Venezia. Arriva la chiamata del Manchester United, a Ferguson non si può dire di no. Ma Massimo non si ambienta e l’esperienza si rivela talmente disastrosa che il Sun lo annovera tra i più grandi fallimenti dell’era Ferguson. Taibi torna in provincia, ancora una volta, la più bella. A Reggio Calabria scrive la storia diventando capitano della Reggina e segnando uno spettacolare gol di testa contro l’Udinese, all’ultimo minuto. Da bomber consumato.

Massimo_Taibi_1812676i

4. Jorge Campos

Campos è stato il portiere del Messico ad inizio anni ’90, la sua vetrina principale il Mondiale ’94, quando la Nike investì su di lui per uno spot che vedeva i calciatori del momento passarsi il pallone da una metropoli all’altra. Jorge aveva due ottimi piedi, avanzava per tirare le punizioni, batteva i rigori e indossava completini eccentrici a maniche corte (fu uno dei primi). Batteva i calci di rigore ma in porta sembrava tremendamente fuori luogo per via dell’altezza. Altezza si fa per dire.

5. Renè Higuita

René non è un portiere. È un istrionico, un genio del pallone, un personaggio complesso. Calcia punizioni (e le segna), rigori (famoso quello nella finale di Coppa Libertadores che gli varrà la scenda Intercontinentale contro il Milan di Sacchi), dribbla gli attaccanti avversari e si esibisce nel colpo del scorpione. Ha amici importanti, in Colombia, e non proprio raccomandabili. Quando il dribbling non gli riesce sono dolori, vedi agli ottavi di finale del Mondiale ’90, quando Milla del Camerun lo irride e porta i leoni d’Africa ad uno storico quarto di finale.

6. Rogerio Ceni
Ceni ha militato nel San Paolo dal 1990 al 2014, ha disputato 1.119 partite, superando il record di Pelé nel Santos come giocatore con più presenze in un club brasiliano. Il capitano paulista, due Mondiali con la Selecao ma mai da titolare, detiene il record come estremo difensore ad aver segnato più reti nella storia del calcio professionistico. Sono 113 le reti realizzate, tutte su rigore e calcio piazzato, tranne una su azione. Precisamente il record risale al 20 agosto 2006, nella gara di campionato contro il Cruzeiro, quando con una doppietta (su punizione e su rigore) superò i 62 centri di José Luis Chilavert.
rogerio-ceni
7. Marco Amelia

Che bella storia quella di Marco Amelia, portiere che ha appena firmato con il Perugia, in serie B. Rescisso il contratto con il Milan ha deciso di tornare a casa per un po’ e giocare in Promozione, nel Rocca Priora, squadra di cui è anche Presidente. Amelia salì alle cronache per un gol segnato con la maglia del Livorno, in Europa League, contro il Partizan Belgrado. Ragazzo umile e sensibile, ha anche vinto un Mondiale da terzo portiere.

8. José Luis Chilavert

Molto più che un portiere, un lider màximo del movimento calcistico sudamericano. Tanto da candidarsi come Presidente della Repubblica Paraguayna. Tanti gol, circa 60, ma soprattutto tanto carattere. Il Paraguay e il Velez (squadra argentina allenata da Bianchi) gli devono tantissimo, lo spettacolo anche. Il suo più grande rimpianto è il Mondiale 1998: dopo Higuita nel ’90 e Campos nel ’94 spettava a lui il ruolo di portiere istrionico. Arrivò agli ottavi di finale dove giocò una partita epica, resistendo per 120 minuti agli assalti dei favoritissimi padroni di casa. E per poco non beffa i francesi su punizione a 5 dalla fine. Lo manda a casa un gol di Blanc ad un minuto dai rigori, dove probabilmente, viste le sue capacità, avrebbe scritto la storia.

9. Michelangelo Rampulla

Il primo goleador è lui, in un’epoca in cui, almeno in Italia, i portieri uscivano a stento dall’area di rigore (altro che Neuer) e non sapevano giocare con i piedi. Era possibile infatti fermare con le mani un retropassaggio e pochi portieri si preoccupavano di affinare la tecnica dei piedi. Infatti Rampulla segnò di testa, in un Atalanta – Cremonese di inizio anni ’90, quando difendeva la porta dei grigiorossi. Quel gol all’ultimo secondo gli valse la gloria e forse la Juventus di cui divenne lo storico secondo portiere dell’era Lippi.

michelangelo rampulla

10. Manuel Neuer

Portiere unico nel suo genere. Un Higuita moderno ma molto più efficace. Non sbaglia un’uscita Manuel Neuer, permette alla sua squadra di giocare in 12, con un difensore in più. Calcia i rigori con naturalezza, tanto da prendersi la responsabilità di battere Cech nella finale di Champions League poi persa dal Bayern Monaco, in casa, contro il Chelsea. Ma Neuer non si da per vinto e vince la Coppa un anno dopo. Poi vince un Mondiale da grande protagonista e per poco non si porta a casa un meritatissimo pallone d’oro. Unico.

Si sta giocando a ritmi serrati il primo Grande Slam dell’anno, sui campi veloci del Melbourne Court. Stiamo parlando degli Australian Open, il torneo più avveniristico tra i major dell’era moderna. Uomini e donne si danno battaglia per trovare il successore di Stanislas Wawrinka e di Li Na. I vincitori si conosceranno il prossimo 1° febbraio. Il torneo ha più di un secolo di vita, con alcuni periodi particolarmente tormentati a causa della data di svolgimento e della lontananza dell’Australia. Tanti gli aneddoti e le curiosità: ne abbiamo scelti 10, quelli che in qualche modo hanno segnato la storia.

1. LE DATE, TRA BRISBANE E MELBOURNE

Quella che si sta disputando nel 2015 è la 47ª edizione degli Australian Open, ma in realtà prima si chiamava Australasian Championships (primo torneo nel 1905) e Australian Championships (dal 1927). Solo dal 1969 ha preso l’attuale nome di Australian Open. E la prima edizione è stata disputata a Brisbane. Dal 1987 è tornato a essere il primo torneo della stagione del Grande Slam, anche se più di un top player ha proposto di posticiparlo. Prima di diventare, nel calendario, fisso a gennaio, l’Open australiano è stato spesso giocato a dicembre, come ultimo torneo dell’anno. E per questo motivo spesso veniva snobbato dai giocatori migliori. Dal 1905 è stato organizzato in cinque città australiane e due della Nuova Zelanda: Melbourne (54 volte), Sydney (17), Adelaide (14), Brisbane (7), Perth (3), Christchurch (1906) e Hastings (1912).

2. DALL’ERBA AL VELOCE

Nel 1972 si è deciso di disputare il torneo al Kooyong Lawn Tennis Club di Melbourne perché la località aveva attratto il maggior numero di proventi rispetto alle altre. Il Kooyong diventerà mitico fino al 1988, quando si deciderà di passare alla superficie veloce (Rebound Ace). Dal 2008 si gioca su Plexicushion, ancora più veloce della Rebound Ace.

3. MELBOURNE PARK, SI GIOCA AL COPERTO

Oggi il torneo si disputa al Melbourne Park, ex Flinders Park, che dispone di tre stadi da 10 mila posti: Rod Laver Arena, Margaret Court Arena e Hisense Arena. Hanno tutti il tetto scorrevole per permettere di giocare al coperto ed evitare le temperature calde di questo periodo e le prime gocce di pioggia. I servizi sono all’avanguardia, altro motivo per cui oggi i campioni amano venire a disputare il torneo australiano. La prima finale di un torneo dello Slam a giocarsi indoor è stata, nel 1988, quella tra Steffi Graf e Chris Evert.

4. I VIAGGI IN NAVE DEI PIONIERI

Nel 1920 il viaggio in nave dall’Europa all’Australia durava 45 giorni. Normale che i principali protagonisti della contesa fossero tennisti locali. I primi a usare l’aereo furono i giocatori della Nazionale di Coppa Davis degli Stati Uniti, nel novembre del 1946.  Quando il torneo si è disputato a Perth, nessun giocatore si era potuto spostare da Victoria e Nuovo Galles del Sud con il treno perché la distanza tra le coste est e ovest è di 3 mila chilometri circa. Quando si giocò a Christchurch, nel 1906, tra i dieci partecipanti, solo due erano australiani. Il vincitore fu un neozelandese.

5. NIENTE TORNEO, TORNEO DOPPIO

Gli Australian Open hanno avuto il privilegio di giocarsi addirittura due volte in dodici mesi. È successo nel 1977, quando si è scesi sull’erba sia a gennaio, sia a dicembre. Nel periodo di maggiore decadenza del torneo, invece, non si è proprio giocato. Stiamo parlando del 1986. Da qui la decisione, due anni dopo, di trasferirsi e di costruire impianti all’avanguardia. Oltre al cambio di data.

6. AUSTRALIANI PROFETI IN PATRIO. O NO?

Se è vero che gli australiani hanno fatto la parte del leone per buona parte del secolo scorso, è altrettanto vero che la carestia di vittorie sta diventando troppo lunga. Tra gli uomini, bisogna andare indietro al 1976 per trovare l’ultimo successo di un ‘canguro’, Mark Edmonson, che superò in finale il connazionale (e ben più noto) John Newcombe. L’ultima apparizione in finale, da parte di Lleyton Hewitt, è del 2005: sconfitta contro il russo Marat Safin. Nel singolare femminile, invece, è del 1978 l’ultima affermazione. Vittoria per Chris O’Neil. E dobbiamo andare al 1980 per applaudire l’ultima australiana in finale, Wendy Turnbull. E’ anche vero che è un’australiana a detenere il maggior numero di vittorie in singolare: Margareth Smith (a cui è stato intitolato un campo): 11, tra il 1960 e il 1973. E pure nel singolare maschile è un ‘aussie’ a essersi aggiudicato più volte il torneo: Roy Emerson (6, 1961 e 1963 – 67).

7. IL VECCHIO E IL GIOVANE

Il più giovane trionfatore in Australia è Ken Rosewall: alzò il trofeo nel 1953 a 18 anni e due mesi. Curiosamente, è anche il più anziano ad aver vinto, nel 1972, quando aveva 37 anni e due mesi. Tra le donne, invece, la svizzera Martina Hingis ha vinto a 16 anni e tre mesi nel 1997, l’australiana Thelma Long la più vecchia (a 35 anni e otto mesi nel 1954).

8. L’ITALIA AGLI AUSTRALIAN OPEN

L’Italia non ha mai vinto il singolare maschile agli Australian Open. Ci dobbiamo accontentare dei quarti di finale, raggiunti da Cristiano Caratti nel 1991 (ko con Patrick McEnroe), degli ottavi di Omar Camporese (1992, battuto da Ivan Lendl), Renzo Furlan (1996, Enqvist), Andreas Seppi (2013, Chardy) e Fabio Fognini (l’anno scorso, Djokovic). Negli anni d’oro del tennis azzurro c’era stata davvero poco gloria e Melbourne per Panatta & Co.

9. LE CHICHIS ITALIANE

Va molto meglio per quanto riguarda il settore femminile italiano. Se in singolare, dobbiamo sempre accontentarci dei quarti di finale (2014, Flavia Pennetta battuta da Li Na; 2011, Schiavone sconfitta da Wozniacki; 2002, Adriana Serra Zanetti ko con Hingis), in doppio siamo una potenza mondiale grazie alle cichis, ossia Sara ErraniRoberta Vinci. Sono reduci da una doppietta, 2013 e 2014. Nel 2011, Flavia Pennetta aveva vinto il doppio in coppia con l’argentina Gisele Dulko.

10. MONTEPREMI RECORD

Chiudiamo con il montepremi record che quest’anno l’organizzazione della manifestazione ha deciso di mettere a disposizione: quello totale è di 40 milioni di dollari australiani, sette in più della scorsa edizione. I vincitori del singolare maschile e femminile porteranno a casa un assegno da 3,1 milioni di dollari australiani.

0 2779

Martin Ødegaard sembra nato per battere tutti i record. A sedici anni è infatti il teenager più ricco del calcio mondiale. Il Real Madrid l’ha acquistato dallo Stromgodeset per una cifra intorno ai quattro milioni di euro. Una quotazione enorme, considerata l’età del ragazzo che si farà le ossa nella squadra B del Castilla. Martin ha firmato un contratto da top player ancora prima di essere maggiorenne e di dimostrare di essere all’altezza di Cristiano Ronaldo e Bale. Roba da predestinati. Ma attenzione ai predestinati. Perché a quell’età ne abbiamo visti diversi, e le carriere di alcuni di loro si sono rivelate tutt’altro che all’altezza delle aspettative. Ma cosa è successo a questi ex giovani talenti? Ripercorriamo 10 storie di calcio, di campioni (o presunti tali) che non ce l’hanno fatta: 

1. Sebastian Rambert

Nato a Bernàl (come un certo Diego Milito), Rambert esordisce nella massima serie argentina nelle fila dell’Independiente, dove ha totalizzato 14 reti in 52 presenze, dal ’91 al ’95. Rambert, soprannominato “Avioncito”, per la sua esultanza dopo ogni gol è una seconda punta, non molto prolifica ma dotata di grande fantasia. Nel 1994 arriva la convocazione nella nazionale argentina, dove disputerà 8 presenze siglando 4 reti e partecipando alla Confederations Cup del 1995. Proprio nel ’95, ecco la sua grande chance: l’Inter è stata appena acquistata da Massimo Moratti, che preleva due 20enni argentini di belle speranze, Javier Zanetti dal Banfield e proprio Sebastiàn Rambert dall’Independiente. Rambert è quindi il primo acquisto di Moratti all’Inter, e arriva in Italia con grandi aspettative. Peccato che il tanto acclamato Rambert non esordisce nemmeno in campionato, mentre partecipa all’eliminazione prematura in Coppa Uefa per via del Lugano, e scende in campo nella gara di Coppa Italia contro la Fiorenzuola. Il celebre Bleacher report lo ricorda come “The Other Javier Zanetti”. Senza di lui, si narra, non sarebbe mai stato preso quel terzino argentino che giocherà “per qualche stagione” con la maglia dell’Inter.

2. Andrés D’Alessandro

Andrés D’Alessandro era il pezzo pregiato del calcio argentino, l’unico per il quale Maradona si sia pesantemente esposto in prima persona pur giocando il ragazzo nel River e avendo, Diego, il cuore Boca. «È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire guardando una partita di calcio», sentenziava allora il più grande di tutti. Dieci anni dopo la parabola del mancino di 20 anni (oggi quasi 30) finisce tra le «brevi» dei giornali sportivi per il suo passaggio in prestito dal Wolfsburg al Portsmouth, dalla quintultima squadra della Bundesliga alla penultima della Premier League. Il marchio di fabbrica di D’Alessandro, quella finta irridente e irriverente che faceva andare per le terre i suoi marcatori. La «Boba» (traduzione: la Tonta), era stata l’arma vincente dell’Argentina che nel 2001 aveva conquistato il campionato mondiale Under 20.

3. Pierluigi Orlandini

Pierluigi Orlandini ha giocato, tra le altre, con le maglie del Milan e dell’Inter ma viene dal fertile vivaio dell’Atalanta. Quello di Zingonia è l’ottavo settore giovanile più importante d’Europa, per numero di calciatori attualmente militanti nelle lege professionistiche europee. Il motto è crescere tanti buoni giocatori in grado di arrivare in A, non necessariamente dei campioni. Ma Pierluigi Orlandini, insieme a Morfeo e al compianto Federico Pisani, sembrava avere qualcosa di più. Lo dimostrò con Cesare Maldini, nell’Europeo Under 21 del 1994, vinto grazie ad un suo golden gol contro il Portogallo di Figo e Paulo Sousa, una squadra fortissima e piena di futuri campioni. Il Guerino scrisse che “È Orlandini il più Figo” e l’Inter lo comprò. Ala destra in grado di saltare l’uomo e crossare, fisico robusto, tendente al sovrappeso. Vinse il sovrappeso. La sua carriera non è stata all’altezza delle aspettative.

4. Andre Pinga

Forse, abbiamo trovato l’erede di Rivaldo“. Così parlò nientemeno che Felipe Scolari, decano degli allenatori brasiliani. Era il 2001, Felipão era c.t. della Seleçao durante il suo primo mandato. Pelle scura, piedi che parlano. Era André Luciano da Silva, meglio conosciuto come Pinga. Diverse società europee monitorano il ragazzo, fino a che è il Torino a prenderlo per la stagione 1999/2000. Un investimento non costosissimo per un prospetto del domani. I primi passi in Serie A sono minimi, in un’annata in cui il Toro retrocede. Nell’aprile del 2000 si regala una notte magica contro il Milan: doppietta strepitosa, con un gol di testa e un pallonetto di mancino. “Il Milan si inchina al fenomeno Pinga“, si legge sui quotidiani. Una bandana granata sempre in testa, inizialmente utilizzata per coprire le ferite di un tragico incidente stradale dell’anno precedente, poi diventata simbolo di questo brasiliano con tanta voglia di emergere. Nonostante le sue buone prestazioni, però, il ragazzo non esplode e fa la spola tra Siena e la casa madre, tra tanta serie B e poca serie A. E rimette nel cassetto la bandana, per sempre.

5. Lampros Choutos

Una carriera bruciata troppo in fretta o forse mai iniziata del tutto. Arriva in Italia giovanissimo, ha appena tredici anni quando entra a far parte del settore giovanile della Roma. In Primavera delizia tutti, segna tanto ed entra nell’orbita della prima squadra. In panchina c’è Carlo Mazzone, l’allenatore romano lo butta nella mischia in una domenica d’aprile del 1996, Choutos debutta in Serie A a soli sedici anni, prendendo il posto in campo di un certo Francesco Totti. Nei successivi quattro anni colleziona altre due presenze con la maglia giallorossa ma non lascia il segno, i capitolini non puntano più su di lui. Nel 1999, all’età di venti anni, la Roma lo lascia libero di trovarsi un’altra sistemazione, il ragazzo che impressionava in Primavera non convince più e lo cede all’Olympiakos per dieci miliardi di lire. In patria, l’ex baby prodigio, vede il campo con il contagocce: in quattro stagioni gioca solo 47 volte e realizza 22 reti. Le soddisfazioni però non mancano: quattro campionati conquistati e dieci presenze con la nazionale maggiore. Nonostante il poco utilizzo sembra il momento giusto per spiccare il volo in Europa, l’Inter ci crede e lo riporta nuovamente nel Bel Paese. Ma giocherà solo in amichevole, e di lui perderemo le tracce dopo una parentesi all’Atalanta.

6. Corrado Grabbi

L’esperienza di Corrado Grabbi nella prima squadra della Juventus durò appena una stagione, con esordio degno delle favole più belle, ed un futuro radioso all’orizzonte. L’11 dicembre del 1994, per la precisione, i bianconeri sono di scena all’Olimpico contro la Lazio. I biancocelesti passano in vantaggio, Lippi toglie Carrero e inserisce il giovane Grabbi, 19 anni. La Juve ribalta il risultato grazie anche ad una perla del giovane attaccante, la partita finisce 4 a 3 e sarà decisiva per lo scudetto bianconero.  A fine anno Grabbi viene ceduto dalla Juventus alla Lucchese, in prestito. Poi Chievo e Modena, dove segna, e molto. Dopo una deludente esperienza alla Ternana Grabbi si rifà a Ravenna. Torna quindi in rossoverde è l’anno 2000/2001 è quella che impone il nome di Grabbi all’attenzione di tutti: segna 20 goal in Serie B e la Ternana va vicinissima alla promozione, che sfuma in extremis. Nell’estate dopo arriva il trasferimento della vita per Grabbi, che firma con i Blackburn Rovers, per quello che deve essere per lui l’inizio della consacrazione in ambito europeo. La cifra sborsata dal suddetto club è da capogiro: l’assegno corrisposto agli umbri è di ben 20 miliardi di vecchie lire. In Inghilterra, tuttavia, le cose non vanno come previsto, e per Corrado è l’inizio della fine: 14 partite, 2 goal, e qualche critica di troppo gli valgono un immediato ritorno in Italia già nel gennaio del 2002. Grabbi è tuttora uno dei più accanito detrattori di Luciano Moggi, sul quale ha riversato parte delle colpe di una carriera finita sui binari sbagliati: “Hai rifiutato il Prato? Giocherai nel giardino di casa tua”, disse l’ex dg a Ciccio.

7. Hugo Enynnaya

“Contassero solo 90 minuti, la carriera di Hugo Enynnaya vanterebbe un diritto di prelazione. Segni per primo all’Inter, ti abbracciano tutti, ma poi, a differenza dell’altro, non vai alla Roma né al Real Madrid. Anzi, è proprio allora che scopri di avere un fisico tanto fragile da non reggere nemmeno l’emozione. Diventi ricco ad una settimana da Natale e poi, passata la festa, ti ritrovi più povero di prima” (Davide Giangaspero, La Bari Siete Voi). Quando lo prese il Bari era così veloce che correva i 200 metri in 22 secondi. Sempre scalzo, ovviamente. È il sesto minuto dell’ormai mitico Bari – inter del dicembre 1999 quando Jugovic perde il primo pallone. Enynnaya ci prova: un rimbalzo, due e poi dritto verso la porta con una fucilata da metà campo dalla traiettoria secca e potente. È gol. Era costato 200 milioni di vecchie lire e dopo quel gol vale già 5 volte tanto. A cinque minuti dalla fine però Cassano segna il gol della vittoria. E la stella di Enynnaya viene oscurata da quella del ragazzo di Bari Vecchia. Era destino. O forse è semplicemente più romantico pensare che sia così. Il campioncino si dissolve e finisce addirittura in Polonia. Tornerà in Italia per giocare in eccellenza, sempre con il ricordo di quella testa addormentata accanto alla bandierina del San Nicola, dopo il gol all’Inter.

8. Freddy Adu

Quanto siano pericolose le etichette – nella vita in genere ma nel calcio in particolare – lo dimostra la storia di Freddy Adu, che a 14 anni davano come “il nuovo Pelè” e undici anni dopo compare stabilmente nelle classifiche alla voce “fallimenti”. L’ultimo è di poche settimane fa, quando il 25enne centrocampista statunitense ha chiuso i rapporti con l’FK Jagodina, squadra della SuperLeague serba, senza aver mai giocato una partita (ha collezionato appena 14 minuti in Coppa di Serbia contro l’FK BSK Borca).  La realtà è che questo ex enfant prodige del pallone che solo pochi anni fa era sulla copertina del famoso gioco Fifa 2006, nel 2008 faceva parte della squadra Olimpica degli Stati Uniti si ritrova senza squadra per la settima volta negli ultimi sei anni (e per la seconda nel solo 2014): se non è un record, poco ci manca.

9. Pedro Manuel Torres “Mantorras”

Pedro Mantorras, figlio di una terra falcidiata dalla rivalità umana, l’Angola, e orfano di padre e madre, l’inferno l’ha già conosciuto. Il suo trasferimento dall’Alverca, società nella quale è professionalmente nato, al Benfica è stato un grande colpo nel 2001. Lo volevano anche il Milan e il Barcellona che provò ad intavolare una trattativa con l’Alverca nel 1998, ma era evidentemente troppo presto. Sia per volontà del calciatore (attaccatissimo ai colori della società che lo ha cresciuto), che per una certa distanza di vedute fra le parti, i catalani finirono per tirarsi indietro. Il presidente alvercano Luis Filipe Vieira affermò che “Pedro Mantorras sarà per l’Angola ciò che Eusebio fu per il Mozambico. E finirà per brillare nel firmamento del calcio mondiale”. Forse anche per questo Mantorras scelse il Banfica, ma Eusebio resterà una chimera, e l’Europa pure. Nel 2011, a seguito dei numerosi infortuni subiti, ha deciso di lasciare il calcio giocato. Si è presentato al Tribunale del Lavoro di Lisbona per chiedere la pensione di invalidità

10. Vincenzo Sarno

Enzino, puoi venire un momento?” A pronunciare questa frase è Bruno Vespa, il palcoscenico è quello di Porta a Porta. Vincenzo Sarno si ritrovò a palleggiare con Batistuta e Mancini, dato in pasto al pubblico di seconda serata come l’ennesimo nuovo, piccolo Maradona. Classe ’88, identificato come il fenomeno. Lotterà una vita sui campi di Serie C per togliersi di dosso un’altra etichetta, quella di fenomeno da baraccone. Molti lo ricorderanno: nel 1999, quando appunto aveva 11 anni, fu ingaggiato dal Torino per 120 milioni di lire. Una somma mica male, che servì per portarlo da Secondigliano in Piemonte, ad illuminare i riflettori sul suo “caso” e a scatenare le polemiche di chi ci vide un’esagerazione. Alla fine “Enzino” fu granata solo per tre mesi e tornò subito a Secondigliano. Fino al 2002, quando passò agli allievi della Roma, con meno clamore ma aspettative altissime. Nel 2005, la prima delusione: la Roma lo svincola e Sarno finisce alla Sangiovannese, dove esordisce, in Serie C1, in una domenica di dicembre. È l’inizio della discesa da predestinato a ragazzo qualunque. E di una gavetta che di fatto non è mai finita. Il Giulianova in C2, poi il Brescia per fare due presenze in Serie B, poi ancora C1 con il Potenza, Prima e Seconda Divisione con la Pro Patria, poi a gennaio 2011 di nuovo Serie B, con la Reggina. Ma non è ancora il momento e Sarno finisce in prestito al Lanciano in Prima Divisione. Lì le cose iniziano a girare e l’ex baby prodigio è autore di due gol decisivi nei play-off per la storica promozione in Serie B della squadra abruzzese. L’anno scorso ha contribuito alla promozione dell’Entella in B, oggi gioca a Foggia. Di certo l’Italia l’ha girata in lungo e in largo.