RUBRICHE

Gli Europei di Atletica Leggera arrivano a un mese scarso dalle Olimpiadi di Rio. Si parte il 6 luglio, con conclusione il 10. Nonostante la vicinanza con i Giochi brasiliani, ci sono molti big, che sfrutteranno la rassegna continentale per ‘fare la gamba’. E magari aggiungere qualche medaglia al palmares. Non solo: ci sono pure quelli che ancora devono strappare il tempo minimo per andarci, in Brasile.

Come da regolamento, mancheranno le prove di marcia e su strada si percorrerà soltanto la mezza maratona. La pattuglia italiana è composta da parecchi giovani e l’obiettivo è riscattare un Mondiale 2015 davvero deludente. Rai Sport ed Eurosport trasmetteranno l’intera competizione, con inizio mercoledì 6 luglio alle 10.45 con le qualificazioni del lancio del martello femminile.

Lavillenie

I FAVORITI D’OLTRALPE

Il più atteso è il francese Renaud Lavillenie, detentore del record mondiale del salto con l’asta e campione olimpico in carica. Ad Amsterdam cercherà l’ottava meraviglia europea (quattro indoor e tre all’aperto). Un altro transalpino sarà da seguire nei 100 metri: Jimmy Vicaut ha corso in 9”86, eguagliando per due volte il record europeo che fu del portoghese Francis Obikwelu. Amsterdam è l’occasione per diventare l’unico.

Tanta Francia tra i maschi. Negli 800 metri, favorito Pierre-Ambroise Bosse, nei 3 mila siepi Mahiedine Mekhissi-Benabbad. Due anni fa, incorse nella squalifica per essersi tolto la maglia prima del traguardo. Sulle distanze più lunghe mancherà il britannico Mohamed Farah, che preferisce prepararsi a Rio da solo. Un po’ d’Italia ‘favorita’ nel salto in alto, con Gianmarco Tamberi che guida in Europa con 2.36 metri. Anche perché non ci sarà l’ucraino Bohdan Bondarenko. Nel salto in lungo, favori del pronostico per il britannico Greg Rutherford, campione olimpico in carica.

Pawel Fajdek

LANCIO POLACCO – TEDESCO

Nei lanci, i polacchi e i tedeschi davanti a tutti. Pawel Fajdek è il favoritissimo nel martello (è campione mondiale in carica e protagonista di una divertente ‘parentesi’ post gara quando, ubriaco, prese il taxi a pagò con la medaglia appena vinta), mentre nel disco assenze pesanti quelle di Piotr Malachowski e del tedesco Robert Harting. Il tedesco Thomas Rohler, reduce dal 91.28 che è la miglior prestazione mondiale del 2016, morde il freno nel giavellotto. David Storl, anche lui tedesco, cerca la conferma nel peso.

Dafne Schippers

L’OLANDESINA VOLANTE

Dafne Schippers, olandese, è la numero uno davanti al pubblico di casa. Proverà a prendersi un altro oro, ma gareggerà solo nella staffetta veloce. Sui 100, quest’anno, è l’unica europea a essere scesa sotto gli 11 secondi (10 secondi e 83). Nei 200 ha fatto 21”93. L’Olanda avrà un’altra freccia al proprio arco nei 1.500, con Sifan Hassan, finora mai in gara nel 2016. Nel giro di pista, merita attenzione la francese Floria Guei.

Nel mezzofondo, ci si attende il dominio della kenyana naturalizzata turca, la 19enne Yasemin Can. Chi riuscirà a fermarla nei 5 mila e nei 10 mila? Nel salto in lungo, riflettori per la serba Ivana Spanovic, che approfitta dell’assenza della numero uno 2016, Sosthene Taroum Moguenara (l’unica sopra ai sette metri quest’anno).

Christina Swanitz

LANCIO MADE IN GERMANY

Parla tedesco pure tra le donne il lancio. Christina Schwanitz è esperta e punta al peso. Nel disco, invece, viene considerata praticamente imbattibile la croata Sandra Perkovic. La primatista del martello, la polacca Anita Wlodarczyk, e la ceca Barbora Spotakova, nel giavellotto, sono le altre sicure protagoniste ad Amsterdam.

Gianmarco Tamberi

L’ITALIA PER LA RIVINCITA

L’Italia presenta una selezione giovane. Con alcune punte di diamante e, soprattutto, ben 75 atleti presenti (40 uomini e 35 donne). Detto di Tamberi nell’alto, i tecnici azzurri parlano bene dei nostri. Massimo Magnani, il direttore tecnico: “Ad Amsterdam portiamo tutti quelli che se lo sono guadagnato, che hanno dimostrato capacità di battersi sul campo. Questi Europei segneranno la nascita di una nuova generazione”. Gli fa eco il presidente federale, Alfio Giomi: “Sarà un’esperienza formativa”.

Due anni fa a Zurigo fu un flop, con due medaglie d’oro – Meucci nella maratona e Grenot nei 400 – e una d’argento – Straneo nella maratona. Fare meglio non appare impossibile.

Lamont Marcell Jacobs

UOMINI E SORPRESE

Ci si attende molto da Lamont Marcell Jacobs, classe 1994, texano ma arrivato in Italia da bambino. Nel lungo, ha un personale di 8,03 e un 8.48 con un po’ troppo vento (2,8). È veloce, 10”23 nei 100, è allenato da Paolo Camossi. Tutte cose che fanno credere che stupirà agli Europei.

Nello sprint, l’Italia lancia segnali di risveglio. Filippo Tortu, classe 1998, ha il primato italiano nei 100 Allievi (10”33) e Juniores (10”24). Un anno fa, a Nanchino, cadde fratturandosi radio e ulna di entrambe le braccia. Ha ripreso a combattere. Nei 200 c’è Eseosa Desalu, famiglia nigeriana. Ha 22 anni. Agli Assoluti di Rieti, una settimana fa, si è preso il pass per i Giochi con 20”31 ed è diventato il terzo italiano più veloce di sempre dopo Mennea e Howe. Due anni fa, a Zurigo, si fermò in semifinale. Nella mezza maratona, Daniele Meucci proverà a confermarsi. Nei 400 speranze affidate a Matteo Galvan.

Desirée Rossit

DONNE D’ITALIA

Spesso le donne portano medaglie e onori al nostro Paese. E allora sarà il caso di seguire Desirée Rossit, friulana doc, che ha fatto tanti sport prima di dedicarsi al salto in alto. Ha 22 anni e ai campionati nazionali Promesse di Bressanone ha superato l’1,97, quinta misura italiana di sempre. Con lei, in pedana ci saranno Alessia Trost (23 anni) ed Erika Furlani (20). La prima punta in alto.

Nella mezza maratona spariamo i colpi Anna Incerti e Valeria Straneo, medaglia d’oro sulla distanza doppia a Zurigo. In Germania, dopo una lunga assenza dalle gare, è tornata a vincere con un tempo piuttosto alto. Incerti, palermitana, ha in bacheca un oro europeo nel 2010.

Nei 400 c’è Libania Grenot, campionessa in carica nei 400 e con una stagione di alto livello alle spalle.

Il 2 luglio scatta il Tour de France, l’appuntamento a tappe più atteso nel mondo del ciclismo. Il via dalla caratteristica isola di Mont Saint Michel, con una tappa in linea. È la 103esima edizione della Grande Boucle, quest’anno composta da nove tappe di pianura e nove di montagna, a cui vanno aggiunte due cronometro individuali e una frazione collinare.

L’arrivo a Parigi è previsto il 24 luglio, dopo 3.535 di chilometri percorsi. In totale, i corridori troveranno 28 salite (tre in più dell’ultima edizione) e quattro arrivi su cui arrampicarsi, tra i quali il Mont Ventoux, che torna dopo tre anni.

 

NIBALI C’È

Vincenzo Nibali guida la pattuglia italiana al Tour. L’ultima doppietta Giro d’Italia–Grande Boucle appartiene proprio a un azzurro, l’indimenticato Marco Pantani, nel 1998. Sarà difficile, per il siciliano dell’Astana, trionfare pure sulle strade francesi. Tra l’altro, lui stesso ha detto a più riprese di essere qui per preparare i Giochi di Rio. Ma potrebbe mentire per rimanere nascosto. Oppure, davvero, lavorare da gregario per Fabio Aru.

Per Nibali sarà importante non perdere terreno all’inizio, quando il Tour spesso fa segnare sorprese tra gruppo spaccato, vento, cadute e fughe che partono da lontano. Con il passare dei giorni, però, potrebbe risentire la gamba, un po’ come successo al Giro. Vincere le due grandi corse a tappe, però, resta un’impresa. Ci provò l’anno scorso, senza successo, Alberto Contador. L’Astana, con due punte frecce al suo arco, potrebbe fare gioco di squadra. Puntando pure su Jakob Fuglsang e Tanel Kangert, già presenti al Giro, e Luis Leòn Sànchez, vincitore di due edizioni della Clàsica di San Sebastian e di frazioni di alta montagna al Tour. Nel 2015, ha aiutato Aru a vincere la Vuelta.

Aru

SKY CONTRO ASTANA

Che sia un Tour Sky contro Astana? Effettivamente, la squadra del campione in carica, Chris Froome, fa davvero paura. Ha già vinto due volte la corsa gialla, al Delfinato ha destato ottime impressioni (terza vittoria in carriera), e può contare su ‘gregari’ di altissimo livello. In salita, si appoggerà a Mikel Landa, ritiratosi al Giro per un virus intestinale, ma terzo due anni fa. Su Mikel Nieve, vincitore a Cividale del Friuli e maglia azzurra di miglior scalatore. E ancora: su Sergio Luis Henao, nono al giro del 2012, il più forte in montagna alla Vuelta al Paìs Vasco.

La Sky annovera tra le sue fila anche Geraint Thomas, a lungo tra i primi cinque al Tour 2015, il vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi Wout Poels e il campione del mondo in carica della cronometro, Vasil Kiriyenka. I più ‘scarsi’, pensate, sono Ian Stannard e Luke Rowe, terzo alla Parigi-Roubaix e quinto al Giro delle Fiandre quest’anno.

Valverde

ATTENTI ALLA MOVISTAR

Merita attenzione pure la Movistar. Gli spagnoli schierano Nairo Quintana e Alejandro Valverde per la classifica. Ma pure i fratelli Gorka e Jon Izagirre, già sul podio ai Giri di Romandia e Svizzera, Imanol Erviti (due volte nei primi dieci a Fiandre e Roubaix), il cronoman Nelson Oliveira e l’uomo delle salite Daniel Moreno. Infine, Winner Anacona (altro stambecco) e Jesùs Herrada, vincitore di una tappa all’ultimo Delfinato.

Alberto Contador

LE ALTRE

Citiamo la Bmc, con la coppia Richie PorteTejan Van Garderen e l’italiano Damiano Caruso; l’Ag2r con Romain Bardet, Alexis Vuillermoz e Jan Bakelants e Domenico Pozzovivo; la Tinkoff di Contador, Rafal Majka e Roman Kreuziger. Per le volate, questa squadra potrà contare sul campione del mondo Peter Sagan. E scusate se è poco. Oscar Gatto e Matteo Tosatto (42 anni) sono i due corridori nostrani che fanno parte della squadra. Se Contador correrà per la classifica, gli altri paiono più propensi a fare gara da soli, nel tentativo di conquistare almeno una tappa o una maglia.

Peter Sagan

INIZIO PER I VELOCISTI

Le prime quattro tappe del Tour 2016 sono adatte ai velocisti. La quinta propone l’arrivo al Massiccio Centrale, a Le Lioran. Sei le salite di giornata, quattro negli ultimi 45 chilometri. È il primo vero test per gli uomini di classifica. Venerdì 8 luglio c’è la prima delle tre tappe pirenaiche (7a, 8a e 9a). Giovedì 14 luglio, ecco il Mont Ventoux. Qui, nel 2000, Marco Pantani fece una delle sue imprese. Il giorno dopo, la prima cronometro individuale. Mercoledì 20 luglio iniziano le Alpi, il giorno dopo seconda crono, non proprio una cronoscalata. Sabato 23 luglio, con l’arrivo a Morzine, per gli scalatori è l’ultima occasione. E pure per chi punta alla vittoria finale. Il 24 luglio la parata parigina. Il percorso parigino viene affrontano nove volte. Chi indossa la maglia gialla, finalmente può rilassarsi e attendere la premiazione finale.

Nairo Quintana

LE QUATTRO MAGLIE DEL TOUR

Se la maglia gialla identifica il primo nella classifica generale, al Tour ci sono altre tre maglie che valgono. La maglia verde va al detentore della classifica a punti per traguardi volanti e arrivi; quella a pois va al migliore scalatore; quella bianca è destinata al migliore under 25 della classifica generale, insomma, la maglia del miglior giovane. Sarà anche quest’anno ‘Le Coq Sportif’ a firmare queste maglie colorate. Quella gialla prende ispirazione dalle prime confezionate dal gruppo nel 1951.

L’anno scorso Froome vinse il Tour davanti a Nairo Quintana e ad Alejandro Valverde. Lo slovacco Peter Sagan dominò la graduatoria a punti, con 432, davanti ad Andrè Greipel e John Dagenkolb (366 e 298 punti). Il britannico Froome spadroneggiò pure nella classifica degli scalatori, mentre Quintana arrivò a Parigi con la maglia bianca addosso.

Marco Pantani

TECNOLOGIA DA TOUR

Tecnologia di alto livello per l’edizione 2016 della Grande Boucle. Ci saranno importanti miglioramenti alla piattaforma di analytics dei big data generati durante la corsa. Ci saranno dunque informazioni in tempo reale a spettatori, cronisti e alle varie squadre. Merito di Dimensione Data e Amaury Sport Organisation.

La principale novità è il Race Center, applicazione web-based che combina i dati, i video, le foto, i social media feed e la radiocronaca live della gara, con un nuovo sito web di tracciamento in tempo reale. Gli spettatori avranno dunque l’opportunità di avere a disposizione velocità, distanza tra i ciclisti, composizione dei gruppi in gara, direzione del vento e condizioni atmosferiche a tappa in corso. I corridori, sotto i sellini, hanno sensori di telemetria che permettono la trasmissione in tempo reale, con una raggio di copertura dieci volte superiore all’anno scorso.

L’erba del vicino è sempre più verde. Se poi è quella sacra dei campi di Church Road, a Wimbledon, lo è anche di più. Un po’ perché da queste parti piove sempre, un po’ perché questo è considerato il campionato del mondo di tennis sull’erba. Lunedì 27 inizia la 130esima edizione, che ci dovrà dire se Novak Djokovic potrà puntare davvero al Grande Slam, se Andy Murray saprà contrastarlo adeguatamente, se Serena Williams sarà ancora regina sui campi britannici o se la spagnola di 22 anni, Garbine Muguruza, è davvero la nuova stella dopo aver trionfato a Parigi proprio contro la statunitense.

 

NEL 2015 ANDÒ COSÌ

Djokovic portò a casa il secondo Wimbledon consecutivo (terzo in carriera, dopo quello del 2011), superando in finale lo svizzero Roger Federer. Serena Williams si impose tra le donne. Mettono in palio i loro titoli contro avversari molto agguerriti. In campo maschile, infatti, va considerato pure lo svizzero Roger Federer, che si arrese dodici mesi fa in finale a Nole dopo quattro set. Tra le donne, probabilmente, sarà un testa a testa tra Williams e Muguruza.

I RITI DI WIMBLEDON

Wimbledon non è semplicemente un importante torneo di tennis. È un rituale. Che va avanti da 130 anni, appunto. C’è il palco reale, dove non è raro vedere seduti personaggi della famiglia reale. E dove il gossip si concentra in particolare sui cappellini della Regina o sulle gonne di Kate Middleton. C’è l’immancabile pioggia, che spesso stravolge i programmi. C’è il dress code e guai a sgarrare. In particolare le tenniste devono stare attente ad abbigliamenti troppo bizzarri o a far verdere …troppo. E le tenute devono essere rigorosamente bianche.

C’è il giorno di riposo, che capiterebbe domenica 3 luglio. Usiamo il condizionale perché, l’anno passato, proprio il maltempo costrinse gli organizzatori a far giocare gli incontri rinviati proprio in quella domenica. C’è la consuetudine che vede in campo prima i maschi, lunedì 27, e solo dopo le femmine, martedì 28. Per tutti, la chiusura è prevista il 10 luglio.

 

NIKE E GLI ABITI TROPPO CORTI

A proposito di dress code, la Nike ha dovuto ritirare gli abiti cuciti appositamente per le donne che parteciperanno a Wimbledon. Il motivo? Erano troppo corti. In realtà, però, questa volta non sarebbero stati gli organizzatori del torneo a protestare, ma le stesse giocatrici, una ventina, che hanno rimandato al mittente le tenute perché scomode e succinte.

In particolare, sotto accusa sarebbero le ‘Nike Premier Slam’. Recentemente, la 31enne ceca Lucie Hradeckà ha dovuto indossare dei leggings per evitare che la gonna le scoprisse le parti intime. La 19enne britannica Katie Boulter ha improvvisato una cintura con fascia pur di tenere giù il vestitino.

DJOKOVIC, IL LOGICO FAVORITO

Djokovic ha vinto il Roland Garros, sciogliendo i dubbi sulla forma fisica. Evidentemente, proprio questo è il periodo in cui è al top. Vuole avvicinare Roger Federer, che vinse cinque volte di seguito in Gran Bretagna tra il 2003 e il 2007. Vincendo nel 2016, sarebbe a tre. Djokovic potrebbe diventare il primo a vincere cinque Major consecutivi in era Open. Ultimo stimolo: la possibilità di far suo il Grande Slam del 2016 dopo che l’anno passato gli sfuggì per poco.

MURRAY, PIÙ DI UNO SFIDANTE

Andy Murray è qualcosa più di uno sfidante semplice. È l’ultimo ad aver vinto Wimbledon, nel 2013, prima della dittatura di Nole. Quell’anno, riportò il trofeo in Gran Bretagna dopo ben 77 anni (Fred Perry era stato l’ultimo). È quello che ha i colpi migliori per mettere in difficoltà Djokovic, numero 1 Atp. Anche perché, proprio nella classifica Atp, è subito dietro il serbo. Ha di nuovo al suo fianco Ivan Lendl dopo la separazione, il che la dice lunga sulla voglia di Murray di tornare alla vittoria tra le mura amiche. Infine, Murray – arrivasse in finale – sarebbe alla terza consecutiva del 2016 contro l’eterno avversario.

FEDERER, L’ERBIVORO

Erbivoro per eccellenza, Roger Feder di Wimbledon ne ha già vinti sette. Ha saltato Parigi, forse proprio per concentrarsi meglio su Londra. L’elvetico punta la terza finale consecutiva in Gran Bretagna, sperando questa volta in un epilogo diverso. Pur non essendo più lui il top del tennis mondiale – e una spanna sotto a Nole – quando si ritrova sulla verde erba di Church Road ritrova come per magia smalto. Il dritto in chop è l’arma che nessuno pare in grado di controbattere.

GLI OUTSIDER

Chi potrebbe fare la sorpresa a Wimbledon? Stan Wawrinka è la vera e propria mina vagante, Nicolas Mahut e Florian Mayer (tornato però nel circuito solo ad aprile dopo un lungo infortunio) sono esperti di erba e capaci di dare il 100% proprio su questa superficie. Juan Manuel Del Potro ci metterà il cuore e chissà che non riesca a superare gli ostacoli che, da qualche tempo a questa parte, lo hanno relegato alla seconda o terza fila del tennis. Difficile che arrivino altre sorprese in campo maschile.

WILLIAMS, MUGURUZA E…

Come già detto, tra le donne è più difficile ampliare troppo il novero delle possibili vincitrici. Sarà quasi sicuramente un duello Williams–Muguruza, una rivincita del Roland Garros dove l’iberica ha avuto la meglio. Se proprio vogliamo cercare il terzo incomodo, ecco Petra Kvitova. Serena Williams, 34 anni, dicono sia al crepuscolo della carriera, ma nelle ultime sei finali dello Slam c’è sempre stata, vincendo tre volte e perdendo le altre tre (le ultime).

La sorpresa è il forfait dell’ultimo momento di Victoria Azarenka, testa di serie numero 6, messa ko dal ginocchio. Lo stesso infortunio l’aveva costretta al ritiro al Roland Garros. La ragazza nel 2011 e nel 2012 raggiunse le semifinali a Wimbledon, suo miglior risultato. In questa stagione, aveva vinto a Brisbane, Indian Wells e Miami.

GLI ITALIANI DI WIMBLEDON

L’Italia di Wimbledon si presenta agguerrita in campo femminile. Non così in quello maschile, dove Andreas Seppi è chiamato almeno a difendere il terzo turno dell’anno scorso che gli permetterebbe di non perdere i 90 punti conquistati dodici mesi fa. Difficile nutrire speranze di sorprese azzurre tra gli uomini da Lorenzi, Cecchinato e Bolelli.

Tra le donne, Roberta Vinci è la numero 7 e Sara Errani la numero 21. Loro guidano la nostra spedizione inglesi, essendosi ritirata dal circuito Flavia Pennetta. Camila Giorgi è l’incognita.

BIGLIETTI E TV

I biglietti per Wimbledon sono andati a ruba come al solito. Alcuni tour operator organizzano la trasferta, ma i prezzi sono piuttosto proibitivi. Si va da 700 euro a oltre 1000 per i match in programma sul Centrale.

Converrà mettersi in poltrona e, se si ha Sky, guardare tutte le partite in diretta. Due i canali dedicati: Sky Wimbledon 1 Hd (201) e Sky Wimbledon 2 Hd (202). C’è anche la possibilità di guardare Wimbledon dal proprio dispositivo mobile scaricanddo l’applicazione Sky Go.

COMBINE, MAI PIÙ

Le voci su vecchie combine, anche su tornei di alto livello, hanno fatto muovere gli organizzatori. I campi sono iper blindati, con telecamere di sicurezza a circuito chiuso. Controlli accurati in borse e zaini degli spettatori, identificazione frontale di chiunque sia seduto sugli spalti. Si affianca, naturalmente, il consueto lavoro sui flussi di scommesse e sulle variazioni di quote. Verranno analizzati pure i dati forniti elettronicamente dagli arbitri e le credenziali di chiunque intenda partecipare all’evento (il rischio terrorismo c’è).

Wimbledon potrebbe essere immune alla combine perché assegna grossi premi anche a chi arriva al secondo turno delle qualificazioni (7.500 sterline), per chi gioca il terzo ce ne sono 15 mila. Il tabellone principale porta a 30 mila l’incasso.

Infine, gli organizzatori di Wimbledon intendono monitorare sempre meglio l’eventuale doping degli atleti. Un’agenzia indipendente si occuperà di ulteriori test oltre a quelli di routine, durante le qualificazioni e durante il torneo.

Gli Us Open di Golf sono in partenza – dal 16 al 19 giugno – senza uno dei protagonisti, Tiger Woods, costretto al forfait. Ma lo spettacolo è assicurato dai primi tre nella classifica mondiale: il campione in carica Jordan Spieth (numero due), l’australiano Jason Day (numero uno) e il nordirlandese Rory McIlroy (numero tre). Per l’Italia, un unico rappresentante, Matteo Manassero.

Ad ospitare il secondo major della stagione dopo l’Augusta Masters è il percorso di Oakmont Country Club, in Pennsylvania. Sul green si presentano in 156, provenienti da 23 nazioni. L’azzurro Manassero era assente dal 2013, ma ha trovato posto arrivando nono alla qualifica disputata al Walton Health Golf Club inglese.

Rory McIlroy

I FAVORITI

Spieth non avrà vita facile perché non è nelle condizioni spumeggianti dell’anno passato. La rosa dei vincitori non si ferma ai tre di cui abbiamo già parlato: qui non mancano mai le sorprese, che spesso nulla hanno a che fare con la posizione nel ranking mondiale. Già al Masters, del resto, ha prevalso Danny Willett, inglese che ha sorpreso lo stesso Spieth e il connazionale Lee Westwood, secondo a tre colpi di distanza. Quel Willett che, dopo però, non si è ripetuto su altissimi livelli. È uscito al taglio nel The Players Championship, è arrivato terzo nel Bmw Pga Championship. È nono nel ranking mondiale e in questi casi si parla di mina vagante.

Bubba Watson

GLI OUTSIDER

In una situazione di grande incertezza, è difficile parlare di veri e propri favoriti e di outsider. Proviamoci. Gli altri sei golfisti nella top ten avranno tutte le carte per prendersi la corona. Ma partono in seconda fila: Bubba Watson, Rickie Fowler, Dustin Johnson (quinto nel Fedex St. Jude), Henrik Stenson, Adam Scott e Justin Rose. Atteso al varco pure Phil Mickelson, secondo nel Fedex St. Jude. Così come lo spagnolo Sergio Garcia, il tedesco Martin Kaymer, i sudafricani Charl Schwartzel e Louis Oosthuizen.

Bryson DeChambeau

QUELLI CHE...

Infine, perché non puntare su Bryson Dechambeau, neo pro, 21esimo prima di cambiare categoria? E ancora: Keagan Bradley, Patrick Reed, Zach Johnson, Matt Kuchar, Jim Furyk, Graeme McDowell e Hideki Matsuyama. Tutto il mondo, da occidente a oriente, è rappresentato. E un po’ tutti aspirano, se non a vincere, a fare molta strada sul prato statunitense.

Oakmont-Country-Club

IL MAJOR TORNA DOPO 9 ANNI

Era dal 2007 che il major non faceva tappa qui a Oakmont. Allora vinse l’argentino Angel Cabrera (che sorprese Tiger Woods). Quello fu l’ottavo e ultimo anno che gli Us Open si disputarono su un green impegnativo, adatto a mettere in difficoltà pure il più scafato dei partecipanti. Il percorso: par 70, yards 7.219. Attenzione alla buca 12, che ha una particolarità: è un par 5 di 632 yard ed è la seconda più lunga buca dove si sia mai giocato il torneo.

Mike Davis, direttore esecutivo e Ceo della United States Golf Association, conferma di aver voluto ricalcare l’edizione del 2007: “Ci saranno un sacco di analogie, anche per quanto riguarda le yard. Ogni buca avrà esattamente la stessa lunghezza e larghezza del 2007. Avremo anche la stessa altezza dell’erba. Davvero, cambieremo soltanto delle cose minime”.

oakmont_CC_map

IL PERCORSO

E vediamolo questo percorso! Ideato e progettato dallo scozzese Henry C. Fownes. Nel 1960 furono piantati diversi alberi che modificarono aspetto e caratteristiche. Tra il 1994 e il 2007 quegli stessi alberi sono stati abbattuti, erano 12 mila circa, per rendere meno improbo il compito dei golfisti, ma anche per una questione di ambiente: gli appassionati del Country Club, infatti, possono seguire molto meglio tutto il campo gara.

Già alla buca uno, i partecipanti hanno le loro difficoltà: è una delle più lunghe dell’intero panorama golfistico. Un par 4 dove bisogna avere pazienza e tirare lontano. La buca 7 misura 479 yards e si rischia di perdere la strada giusta. In quella successiva, attenzione al bunker sotterraneo ‘Sahara’, di 100 yards. Della buca 12 già abbiamo detto. L’ultima, la 18, è quella più maestosa dell’intero panorama internazionale. Qui si possono interrompere i sogni di gloria. Ma anche concretizzarsi.

Tiger Woods

IL NO DI WOODS

Fa rumore il forfait di Tiger Woods, ex numero uno al mondo con 14 Major in carriera. Dopo l’intervento chirurgico di settembre, ha fatto sapere di non essere pronto per tornare alle competizioni. Salterà anche lo Us Pga Tour Quicken Loans, evento benefico organizzato dalla sua fondazione, in programma settimana prossima. Sicuramente, non avrebbe potuto lottare per il primo posto, ma la Tigre resta la Tigre. L’ultima sua apparizione in circuito è dell’agosto scorso, al Wyndham Championship, decimo posto e miglior risultato del 2015. Poi la terza operazione alla schiena negli ultimi due anni.

Oggi Tiger Woods è il numero 559 del ranking mondiale. Nel 2008 l’ultimo Major vinto, proprio gli Us Open. Ma non intende mollare, nonostante i segnali siano abbastanza chiari: “Il traguardo è quello di stare meglio. Se ci riuscirò la settimana prossima o fra un anno, questo non lo so”.

Matteo Manassero

L’ITALIA NON S’È DESTA

Golf italiano in crisi? Chissà. Fatto sta che Manassero è stato l’unico a staccare il pass per il Major. Sognavano la partecipazione Renato Paratore ed Edoardo Molinari, ma in Inghilterra sono naufragati. Il primo ha terminato il percorso in 68esima posizione, Molinari addirittura si è ritirato durante il secondo giro.

Franco Chimenti, presidente di Coni Servizi e della Federazione italiana golf, ha commentato la qualificazione del veronese: “Conferma che si sta verificando quello che tutti eravamo certi avvenisse. Il recupero di questo giovanissimo giocatore è fondamentale non solo per il golf, ma per tutto lo sport italiano”.

Horace Rawlins

US OPEN, LA STORIA

È il secondo dei quattro campionati più importanti di golf, si trova sia sul calendario ufficiale del Pga Tour che del Tour Europeo. È organizzato dalla United States Golf Association. Il primo Us Open risale al 4 ottobre 1895 su un campo da nove buche del Newport Country Club di Newport. Si giocò su un percorso totale di 36 buche e il tutto si concluse in una sola giornata. A sfidarsi dieci professionisti e un amatore. Il vincitore, l’inglese Horace Rawlins, portò a casa 150 dollari e un medaglia d’oro del valore di altri 50 dollari. Il suo club di iscrizione ricevette il trofeo Open Championship.

Dal 1911 al 1950 a vincere sono solo golfisti americani. Solo sei nazioni hanno conquistato il trofeo, il Sudafrica ben cinque volte dal 1965 in poi.

Il circuito di Montreal è magico. Non solo perché è intitolato all’indimenticato Gilles Villeneuve, ma perché spesso qui le Rosse hanno dato spettacolo. E la Ferrari di questo periodo ha bisogno di qualche aiutino dall’alto per tornare a insidiare Hamilton e Rosberg. E provare a vincere, anche se appare difficile.

Era il 1978 quando Villeneuve, qui, conquistò il suo primo successo in carriera. Era a bordo della Ferrari 312 T3, sulle tribune c’erano i suoi tifosi. L’Ile Notre Dame venne inaugurato proprio in quel 1978, oggi la pista è intitolata al grande e sfortunato pilota. Che nacque a 40 chilometri da qui, a Saint-Jean-sur-Richelieu.

Jean Alesi

CIRCUITO DA PRIME VOLTE

Stasera si corre qui, alle ore 20 italiane, tra ali di folla che faranno il tifo per la Ferrari. Forse da quel 1978, quando si sono innamorati dei bolidi di Maranello. Tifosi che hanno potuto vedere un’altra Rossa trionfare, nel 1995, con Jean Alesi, numero 27. Unica volta che il francese è finito sul gradino più alto del podio (e poi non dite che non è un percorso magico). Se il figlio di Gilles, Jacques, da queste parti ha conquistato al massimo un secondo posto – nel 1996, nella stagione d’esordio – il polacco Robert Kubica (Bmw Sauber) ricorda con piacere e con dolore questi tornanti per avere messo le ruote davanti a tutti nel 2008, ma anche per l’incidente del 2007 alla curva ‘Epingle‘: impatto contro la barriere a velocità altissima. Si salva miracolosamente, riportando solo un leggero trauma cranico e la distorsione della caviglia.

Come avrete capito, questa è soprattutto la pista delle ‘prime’ e spesso ‘uniche’ volte. Dobbiamo aspettarci una sorpresa anche questa volta?

Michael Schumacher

SCHUMACHER E I RECORD

Il primatista di successi, a Montreal, è il tedesco Michael Schumacher. In soli dieci anni, il ferrarista vinse sette volte, ma una volta era alla guida della Benetton (1994), chiudendo la serie impressionante di primi posti nel 2004, l’anno dell’ultimo titolo mondiale con la Ferrari. Ancora una volta, il circuito ‘Gilles Villeneuve‘ si lega indissolubilmente alla scuderia di Enzo Ferrari, un altro che dall’alto si spera dia un aiuto alla sua macchina. Sebastian Vettel, connazionale di Schumi, dovrà tirare fuori qualcosa in più perché, come si dice, “aiutati che il ciel ti aiuta”. Senza dimenticare che, naturalmente, c’è pure Raikkonen.

Lewis Hamilton

HAMILTON, CHI LO FERMA?

Gli ultimi anni di Formula Uno in Canada hanno rispecchiato la classifica finale. Lewis Hamilton ha ottenuto quattro vittorie, 2007, 2010, 2012 e 2015, conquistando pure quattro pole. Il campione del mondo in carica, quest’anno, deve inseguire il compagno di squadra Nico Rosberg (106 punti contro 82) prima che la scuderia decida di schierarsi apertamente con il primo, a scapito del secondo. A Montecarlo, però, Lewis ha dato spettacolo, arrivando alla vittoria numero 44 della sua carriera. E tra Barcellona e Monaco, Rosberg di punti ne ha guadagnati soltanto sei.

Sepang International Circuit Sepang Kuala Lumpur Malaysia Sunday 29 March 2015 Sebastian Vette

ALBO D’ORO, FERRARISTI CON ALTRE ‘DIVISE’

Vettel e Raikkonen una volta hanno esultato sotto la bandiera a scacchi qui in Canada. Ma per entrambi la ‘divisa’ non era quella Rossa. Il finlandese ha vinto nel 2005 con la McLaren, il tedesco nel 2013 con la Red Bull. Siccome non c’è due senza tre, non resta che sperare che pure la cabala sia dalla parte della Ferrari in questo 2016. Hai visto mai che gli interventi divini e la legge dei numeri non facciano da combinazione letale per gli avversari?

Rubens Barrichello

LA PISTA E BARRICHELLO

Il circuito canadese misura 4.361 metri, che si dovranno percorrere 70 volte, per un totale di 305,27 chilometri. Ci sono in totale 14 curve, di cui sei a sinistra. Il record della pista appartiene al brasiliano Rubens Barrichello, stabilito nel 2004: 1’13”622. Indovinate con chi correva il sudamericano? Esatto, proprio con la Ferrari. A conferma di quello che abbiamo detto finora, ma anche in ricordo di una macchina che in quel periodo andava che è un piacere più o meno su tutte le piste.

1970: PRIMA VOLTA FERRARI

Nel 1970, si correva in Canada, ma su un altro circuito, quello di Mont Tremblant. Ed è questo l’anno in cui la Ferrari ha colto la prima vittoria in questo Paese, grazie a Jacky Ickx. Solo tre anni prima, nel 1967, la prova era stata inserita nel Mondiale di F1. Nel 2005, il Gp canadese è stato la gara di Formula Uno più vista al mondo, terzo evento sportivo più visto in televisione nell’anno, dietro la finale del Super Bowl e della Champions League.

Nel computo totale di vittorie per scuderia, la McLaren è a quota 13 e precede di due lunghezze la Ferrari, a 11. A quota 7 c’è poi la Williams. In tutto, sono 11 le Case che hanno trionfato, mentre i motori che hanno ottenuto almeno una volta il primo posto in Canada sono otto. E anche qui la Ferrari è seconda, con 11, dietro alla Ford – Cosworth, a quota 12.

Start zum GP von Deutschland 1981 Alain Prost Frankreich Renault vor Carlos Reutemann Argentin

L’EDIZIONE SALTATA

Il Gp del Canada non si è svolto nel 2009. Il 7 ottobre del 2008 venne infatti escluso dal calendario Fia (al suo posto la Turchia), salvo poi essere riammesso grazie a un accordo raggiunto tra gli organizzatori e Bernie Ecclestone già l’anno successivo. Un accordo da 15 milioni di dollari canadesi contro i 35 chiesti inizialmente da Ecclestone: fu firmato un contratto quinquennale su queste basi.

Jenson Button

LA GARA PIU’ LUNGA DELLA STORIA

Montreal detiene un altro record: la gara più lunga della storia. Nel 2011, infatti, ci fu una sospensione per pioggia; il gp riprese dopo 4 ore e quattro minuti. E vinse Jenson Button, su McLaren-Mercedes con la media più bassa di sempre, 74,864 Km/h. La safety car entrò sul tracciato sei volte, il numero di sorpassi fu 89: anche questi due ultimi numeri sono un record nel mondo della Formula Uno.

Renault

IL TABACCO IN CANADA

La legislazione canadese è particolarmente dura con il tabacco e ne proibisce qualsiasi pubblicità. Al punto che, nel 2004, il Gran Premio del Canada fu inizialmente eliminato dal Mondiale. Gli organizzatori, però, riuscirono a trovare lo stesso i fondi necessari e la gara si svolse regolarmente. Nel 2011, sempre a causa delle leggi del Paese nordamericano, la livrea della Renault R31 – che ricorda le John Player Special, marca di sigarette – sarebbe dovuta essere sostituita per la gara canadese. Così non fu: all’ultimo venne trovata l’intesa con il ministero della Sanità del Quebec.

0 864

Domani notte, alle 3.30 ora italiana, prenderà il via l’edizione speciale della Copa América, organizzata per celebrare il centenario della fondazione della CONMEBOL e della manifestazione che per la prima volta si sposterà dal Sud America agli Stati Uniti, con la presenza di sedici squadre anziché dodici. È il primo torneo della ricca estate di calcio che prende il via, e pur avendo dovuto registrare l’assenza di tanti giocatori importanti per infortuni o altri motivi (dalla preferenza data da Neymar e dal Brasile alle Olimpiadi fino alla mancata convocazione per scelta tecnica di Jorge Valdivia nel Cile campione in carica) il livello tecnico sarà comunque alto e le tante notti da passare svegli davanti alla TV non saranno certo buttate. Prima del via della manifestazione (gara inaugurale Stati Uniti-Colombia) ecco dieci giocatori, giovani o ancora poco conosciuti in Europa, da seguire con attenzione.

GABRIEL BARBOSA ALMEIDA “GABIGOL”

Brasile – attaccante – 30 agosto 1996

L’assenza di Neymar dai convocati del Brasile ha spalancato le porte della Seleção a chi ha preso il suo posto al Santos come principale promessa del club. Gabigol è il nome che potrebbe ridare qualità a una nazionale che di talento ne ha perso tantissimo, fra esclusioni e infortuni; magari non partirà titolare ma le aspettative su di lui in patria sono altissime. Più esterno offensivo che punta vera (ma ha fatto e sa fare anche il 9, quindi potrebbe entrare in ballottaggio con Jonas) con un senso del gol già sviluppato (ha chiuso lo scorso Brasileirão in doppia cifra a diciannove anni) e una richiesta economica da big del reparto (trenta milioni di euro). Alla sua prima ribalta internazionale dovrà dimostrare tutto il suo valore. Intanto ha debuttato con gol.

Gabigol, attaccante del Brasile.


MATÍAS KRANEVITTER

Atlético Madrid – centrocampista – 21 maggio 1993

Dal Brasile all’Argentina per segnalare uno dei pochi giovani chiamati da Gerardo Martino. Matías Kranevitter gioca già in Europa ed è stato finalista di Champions League con l’Atlético Madrid, ma da gennaio ha visto poche volte il campo con la maglia dei colchoneros e potrebbe sfruttare qualche minuto negli USA per convincere Simeone o un altro club. I problemi fisici di Lucas Biglia potrebbero dargli un po’ di spazio in mezzo al campo, dove si muove come un veterano, recupera palla e ha una visione di gioco superiore alla media. È un volante de contención di grande qualità e con una buona esperienza, avendo vissuto il grande ciclo vincente del River Plate.

Matías Kranevitter, centrocampista dell'Argentina.


JÜRGEN DAMM

Messico – centrocampista – 7 novembre 1992

Rispetto alle precedenti edizioni della Copa América quest’anno il Messico si presenta con una rosa che punta a vincere il torneo, anche perché stavolta non c’è la concomitanza con la Gold Cup. Forte di una crescita notevole della Liga MX, il campionato locale, El Tri ha diversi talenti in rosa: uno di questi è Jürgen Damm, esterno destro offensivo dei Tigres finalisti di Copa Libertadores e CONCACAF Champions League. È uno dei giocatori più veloci al mondo, praticamente imprendibile quando parte in progressione sulla fascia, arriva con facilità sul fondo per crossare e creare superiorità numerica. L’anno scorso lo voleva la Roma, chissà che non possa riprovarci adesso.

Jürgen Damm, centrocampista del Messico.


ÓSCAR DAVID ROMERO

Paraguay – centrocampista – 4 luglio 1992

Il Paraguay ha praticamente perso tutta la sua cerniera centrale in mezzo al campo, perché sia Richard Ortiz sia soprattutto Néstor Ortigoza hanno dovuto dare forfait per infortunio. Il peso nella zona nevralgica della squadra allenata da Ramón Díaz dovrà inevitabilmente ricadere su Óscar Romero, trequartista di grande classe del Racing che ha appena seguito gli ultimi scampoli di carriera di Diego Milito. Classico enganche sudamericano, non tanto alto ma con grande capacità di saltare l’uomo e un sinistro pericoloso anche dalla lunga distanza. Se l’albirroja vuol ripetere gli exploit delle ultime due edizioni di Copa América dovrà sfruttare al meglio il talento di Romerito.

Óscar Romero, centrocampista del Paraguay.


MILLER BOLAÑOS

Ecuador – attaccante – 1 giugno 1990

Nell’ultimo anno la sua crescita si è leggermente arrestata, complice anche una frattura alla mandibola riportata in una partita contro l’Internacional. A febbraio si è trasferito dall’Emelec, club che aveva guidato con valanghe di gol negli ultimi tre anni, al Grêmio, dove non si è ancora potuto mettere in luce come avrebbe voluto. L’anno scorso in Copa América è stato uno dei pochi a salvarsi della Tricolor, con due gol fra cui uno splendido da fuori area nella partita persa 2-3 contro la Bolivia; quest’anno la nazionale di Gustavo Quinteros sembra avere un po’ più di esperienza e dovrebbe poter fare ancora meglio, approfittando dell’ottima intesa con Enner Valencia.

Miller Bolaños, attaccante dell'Ecuador.


MARLOS MORENO

Colombia – attaccante – 20 settembre 1996

Il nuovo ciclo della Colombia riparte da questo attaccante rapidissimo che nell’ultimo anno è esploso, portando l’Atlético Nacional in semifinale di Copa Libertadores e risultando subito decisivo nel suo debutto con i Cafeteros, fornendo un assist in pieno recupero a Edwin Cardona per il gol del 2-3 in Bolivia due mesi fa, dopo essersi fatto metà campo palla al piede. Attaccante esterno con capacità di accentrarsi, molto difficile da arginare e con un bel tiro, probabilmente all’inizio non sarà titolare (anche se la Colombia non ha portato Radamel Falcao e Jackson Martínez) ma ha già fatto capire di poter essere molto utile anche giocando solo pochi scampoli di partita.

Marlos Moreno, attaccante della Colombia.


CHRISTIAN PULIŠIĆ

Stati Uniti – attaccante – 18 settembre 1998

Thomas Tuchel ha iniziato a impiegarlo nella seconda parte della stagione, quando la Bundesliga aveva già preso la via di Monaco, e libero da pressioni il ragazzo di origini croate è diventato in poche settimane una delle rivelazioni del Borussia Dortmund, tanto da convincere Jürgen Klinsmann a portarlo in Copa América pur avendo pochissima esperienza e nemmeno diciotto anni. Il ritorno negli States dopo l’inizio di carriera in Germania è stato indolore e in una recente amichevole contro la Bolivia, alla sua terza presenza con la nazionale maggiore, è diventato il più giovane americano a segnare con la maglia degli Yanks. Occhio: lui può sorprendere molto.

Christian Pulišić, attaccante degli Stati Uniti.


HIRVING LOZANO

Messico – attaccante – 30 luglio 1995

Ancora una segnalazione dal Messico, perché oltre a Jürgen Damm i centroamericani possono permettersi un’altra ala sulla fascia opposta con caratteristiche simili, ed è curioso che il debutto di Hirving Lozano da professionista (con gol) sia arrivato sostituendo proprio Damm, l’8 febbraio 2014 in Club América-Pachuca all’Estadio Azteca. Ambidestro che gioca a sinistra, sta crescendo molto dal punto di vista realizzativo e arriva in Copa América forte della vittoria nella Liga MX Clausura con i Tuzos, successo arrivato anche grazie a due gol nelle semifinali di Liguilla contro il León. Finalizza al meglio le azioni, è un talento di cui si sentirà parlare per molto tempo.

Hirving Lozano, attaccante del Messico.


ADALBERTO PEÑARANDA

Venezuela – 31 maggio 1997 – attaccante

È di proprietà della famiglia Pozzo, tanto da essere transitato solo formalmente dall’Udinese. Ora gioca nel Granada ma è di proprietà del Watford, e chissà che l’anno prossimo non possa diventare parte della squadra di Walter Mazzarri. Attaccante con buone prospettive perché al suo primo anno da professionista in Liga è stato molto utile per ottenere la salvezza con una giornata d’anticipo, anche grazie a cinque gol in ventitré presenze. Alto e forte fisicamente, deve migliorare ancora il suo gioco fuori dagli ultimi metri ma quest’esperienza con la Vinotinto, dove dovrebbe partire come primo cambio in avanti, sicuramente gli potrà tornare molto utile.

Adalberto Penaranda, attaccante del Venezuela.


CARLOS SÁNCHEZ

Uruguay – centrocampista – 2 dicembre 1984

Ha trentuno anni e mezzo, quindi non è certo un giocatore in fase di crescita o uno su cui puntare per il futuro, però in una rosa come quella dell’Uruguay, che fa della grinta e della determinazione una delle armi migliori, eccelle per capacità di leadership e sostegno della manovra. Dopo aver vinto tutto con il River Plate (decisivo per il trionfo in Copa Libertadores) ha lasciato l’Argentina per il Messico, ma non ha potuto giocare la finale col Pachuca per rispondere alla chiamata di Óscar Washington Tabárez, e forse non è un caso che il suo Monterrey abbia perso. Nel modulo del Maestro giocherà sulla destra in mezzo al campo, sa inserirsi e segna con regolarità.

Carlos Sánchez, centrocampista dell'Uruguay.