EURO 2016

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I più ricchi, i più forti, i più attesi. Amici da luglio a maggio, nemici-sul campo-per un mese. Questa sera sarà Portogallo-Galles, per molti Cristiano Ronaldo contro Gareth Bale: il talento cristallino come le acque di Madeira, l’isola dove il mito di CR7 affonda le sua basi, contro l’atleta bionico che dalle parti di Cardiff è per tutti “il principe”.

Nel Real Madrid edizione 2015/2016 hanno dato vita a due terzi delle reti dei Blancos tra assist, tocchi vincenti e reti: a parlare per loro sono i numeri, a tutto campo. Si tratta dei protagonisti dei due trasferimenti più cari nella storia del calcio: 101 milioni sborsati per Bale, 93 per Cristiano Ronaldo. Nelle tre annate insieme a Madrid, i due hanno realizzato 221 reti, 163 Cristiano Ronaldo e 58 Bale. Ma questa sera, nell’avveniristico Stade des Lumières di Lione, tutto sarà azzerato e, oltre alla finale, probabilmente in palio c’è una fetta di supremazia nello spogliatoio delle Merengues.

Nov. 15, 2013 - Lisbon, Portugal - CRISTIANO RONALDO celebrates scoring Portugal's first goal during Portugal v Sweden 2014 World Cup Qualifying European Zone Play-Off First Leg at Estadio da Luz. (Credit Image: © Alex Morton/Action Images/ZUMA24.com)

Si guarderanno nel tunnel che conduce al rettangolo di gioco, si saluteranno e si abbracceranno, ma dalle 21 saranno due poli opposti e altrettanto capaci di attrarre su di sé telecamere e avversari. A Cristiano, già recordman di presenze (131) e di reti (60) con la selezione lusitana, il compito di dimenticare quella finale-beffa di Euro 2004, quando la Grecia di Nikopolidis fece piangere Lisbona nell’edizione delle sorprese. Le pressioni? Tutte, o quasi, per CR7. Perché a 31 anni forse ha l’ultima – e la prima – occasione per alzare un trofeo con la sua nazionale, perché – nonostante la doppietta contro l’Ungheria – non ha ancora inciso come sa, perché CR7 è un marchio, intaccabile nemmeno dopo la devastante accelerazione di Bale su Bartra nella finale di Copa del Rey 2014 contro il Barcellona. Da un lato il Portogallo dei cinque pareggi nei tempi regolamentari e del pass per gli ottavi grazie all’ingresso nel novero delle migliori terze, dall’altra parte un Galles che ha sorprendentemente conquistato il primo posto nel girone davanti all’Inghilterra alla prima qualificazione a un Europeo ed è reduce dalla vittoria in rimonta sul Belgio, la selezione più accreditata da quel lato del tabellone.

Cristiano Ronaldo e Bale con la maglia del Real Madrid

«Il sogno si avvicina e ora tutto può succedere. Non penso che mi manchino titoli e anche se la mia carriera finisse oggi mi sentirei privilegiato, ma non nascondo che mi piacerebbe vincere un trofeo con la nazionale. Siamo sulla strada giusta» ha tuonato Cristiano all’alba della semifinale. «Quello che conta è il gruppo. Ma non dirò mai chi è meglio tra noi due. E non penso al Pallone d’Oro» ha ribadito Bale alla vigilia della partita.

La carriera di quest’ultimo è stata un climax ascendente: da terzino a esterno ad attaccante, passando per il Southampton e il Tottenham prima dell’arrivo in casa Real. Dai piedi alla testa, quella che è la nuova specialità: il 42% delle reti stagionali le ha segnate di cabeza, mentre in Euro 2016 ha ripreso confidenza con il “tiro con la izquierda”. Chiedere conferme a Slovacchia, Inghiterra e Russia, vittime del numero 11 nel girone eliminatorio. In Francia il fuoriclasse gallese è sembrato libero da freni, come quelli che Cristiano Ronaldo spesso gli impone sui calci piazzati al Bernabeu.

E in patria qualcuno ha le idee già chiare: un paesino nel nord del Galles ha deciso di cambiare temporaneamente nome, da Bala a Bale. L’idea è stata del sindaco, che ha poi inviato la Nazionale a conoscere gli abitanti (appena 2mila anime) del piccolo centro. Nella speranza che ci tornino dopo il 10 luglio, data della finale parigina. La bilancia della dea vittoria appare squilibrata, con i gallesi privi del faro Ramsey per squalifica, ma Euro 2016 ha già ribaltato diversi pronostici. Per i lusitani all’orizzonte c’è l’ombra di un secondo fallimento dopo la sanguinosa sconfitta del 2004 contro la Grecia al Da Luz. Per i dragoni, invece, è già un momento irripetibile: prima qualificazione della storia e primo, clamoroso assalto all’ultimo atto della manifestazione.

Gareth Bale con la maglia del Galles

Quasi amici ogni giorno, rivali acerrimi per una sera. Chissà se ripenseranno al loro primo incrocio, risalente all’estate 2013 nel parcheggio delle auto riservato ai calciatori madrileni nel centro sportivo di Valdebebas: Bale con una borsa griffata Vuitton e una valigia alquanto anonima, Cristiano con un Rolex in bella vista e occhiali all’ultimo grido di Dolce&Gabbana. L’incontro tra la stella del Paese e il ragazzo della porta accanto, che lentamente gli ha eroso una piccola fetta di celebrità, senza mai guardare la vetta.

Nemmeno l’acquisto record dal Tottenham ha portato il gallese in vetta alle attenzioni della Casa Blanca. Ronaldo ha mantenuto la sua egemonia grazie al Pallone d’Oro del 2013 e al bis dell’anno dopo. Oggi guida un Portogallo che ha due record da far crollare: fra le squadre che non hanno mai vinto l’Europeo è quella che ha disputato più semifinali, e fra le rimaste in Francia è l’unica a non aver mai vinto nei tempi regolamentari. Bale ne detiene uno più venale: 101 milioni a 93, a Florentino è costato più lui, unico primato in cui ha battuto il compagno di squadra. Il 28 maggio hanno sollevato una Champions League insieme, 40 giorni dopo c’è spazio solo per un sorriso. Gli universi paralleli si incontrano a Lione.

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Alle urne ha vinto il “Leave”, ma ad Euro 2016 domina il “Remain”. In tempi di Brexit e di analisi delle conseguenze della vittoria del fronte che ha sostenuto l’addio all’Europa e in tempi molto lenti anche agli accordi commerciali e i principi attualmente in vigore, nei giorni che avevano preceduto la scelta lo storico passaggio agli ottavi di finale di Inghilterra, Galles, Irlanda e Irlanda del Nord era suonato quasi come un invito alla riflessione ai cittadini del Regno Unito: vani sono stati gli appelli di personalità dello sport come Lewis Hamilton e David Beckham. E dire che, secondo uno schema semplificato, a preferire l’uscita dall’Europa sono state le fasce più povere e le aree più depresse del Nord-Est, quelle che però nel calcio sono i principali componenti del tifo: un paradosso, per gli inventori del dio pallone, in queste ore protagoniste di un contropiede che fa storia. Così, da oggi in poi, 62 milioni di tifosi (53 in Inghilterra, 5 in Irlanda, 1.8 in Irlanda del Nord e 3 in Galles) si troveranno a concorrere per un traguardo sportivo che molti dei loro abitanti non sentono entro i propri confini. Ma l’armata britannica in un grande torneo non è una novità. Al mondiale svedese del 1958 erano in quattro, Scozia compresa. Galles e Irlanda del Nord superarono la fase a gironi, ma furono eliminate nei quarti da Brasile e Francia; inglesi e scozzesi invece dissero addio al torneo dopo il primo turno.

Inghilterra, gol Jamie Vardy contro Galles

Inghilterra: un digiuno di 50 anni, isole contro

Per chi vanta una storia ultracentenaria nel calcio, il paradosso nel paradosso: al di là della Coppa Rimet 1966, vinta non senza polemiche in terra amica, e la semifinale raggiunta nell’Europeo 1996, gli inglesi raramente hanno recitato un ruolo da protagonista nelle competizioni “che contano”. Il girone eliminatorio li ha visti arrancare, al contrario di un campionato nazionale – per quanto ricco di stranieri – che per molti è il più bello del mondo. Lenti e spreconi contro la Russia, destati dalle sostituzioni contro il Galles, timorosi e sfortunati contro la Slovacchia. Due pareggi e una vittoria in extremis: magro bottino, valso il secondo posto. Ci si affida all’orgoglio di Jamie Vardy, fresco di rinnovo con il Leicester, e alla classe di Wayne Rooney, tuttocampista negli schemi di Hodgson: quasi 800 partite ufficiali non sono state sufficienti alla nazionale d’Albione per fregiarsi di un titolo continentale. Ora di fronte ci sarà l’Islanda: l’isola inquieta contro l’isoletta felice. 53 milioni di abitanti contro 300 mila, ma il calcio è una livella. Appuntamento lunedì alle 21 a Nizza.

Galles: indiavolati come pochi, con dedica

Alzino le mani quanti credevano che il Galles potesse chiudere in vetta il girone completato dai cugini ricchi dell’Inghilterra, dall’emergente Slovacchia e da una Russia vogliosa di mettersi in mostra verso il Mondiale 2018. Bene, avete vinto! Organizzati, affamati e compatti, gli uomini di Coleman, capeggiati da un Gareth Bale in forma olimpica (tre centri in altrettante partite) hanno superato le Colonne d’Ercole della loro storia. 5-3-2 votato alla ripartenza, un Ramsey faro e fabbro al tempo stesso e una difesa molto “british” capeggiata dal colosso Williams hanno rappresentato gli ingredienti di un cocktail che ha ubriacato gli avversari. La chiave del Galles è la leggerezza, caratteristica dell’angolo più sorridente del Regno Unito. E la dedica è speciale: è tutta per Gary Speed, l’allenatore sconfitto dalla depressione nel novembre 2011, quando fu trovato morto nel garage della sua casa di Huntington, dove viveva con la moglie Louise e i due figli, Edward e Thomas (14 e 13 anni): 42 anni, una carriera eccellente da calciatore e ben cinque vittorie in dieci incontri, l’ultima il 4-1 sulla Norvegia due settimane prima del suo suicidio, alla guida dei Dragoni. Bale e compagni corrono anche per lui, e domani al Parco dei Principi (ore 18) non vorranno farsi fermare dai cugini nordirlandesi.

Irlanda del Nord, festa

Irlanda del Nord: tanta lotta e McGovern

Tutti si aspettavano Kyle Lafferty, il gigante buono che durante le qualificazioni a Euro 2016 aveva indossato i panni del corpulento eroe: invece a portare “On fire” e tra le prime 16 della competizione Belfast e dintorni è stato un portiere 32enne, onesto gregario con un passato nell’Hamilton (Scottish League) e con sole 13 presenze all’attivo con la Green & White Army. È stato lui a permettere di limitare i danni stoppando Muller, Gomez e compagnia cantante nello 0-1 contro la Germania, sconfitta con distacco minimo decisiva per l’accesso tra le migliori terze. Un perfetto sconosciuto che approda in copertina, quasi una costante in questo Europeo a frontiere allargate: il presente di McGovern è da free agent, privo di contratto, ma qualche chiamata dalla Premier League è già arrivata, come il suo agente Andrew Evans ha raccontato alla Bbc. Una coppia da romanzo verghiano con il centrale McAuley, prossimo al ritiro e autore della prima storica rete nordirlandese nella manifestazione in apertura del 2-0 inflitto all’Ucraina. In migliaia hanno vissuto nei pub che circondano il Parco dei Principi la fine di Croazia-Spagna e Repubblica Ceca-Turchia: alla fine hanno festeggiato con litri di birra e cantando Will Grigg’s on fire, vera e propria colonna sonora della manifestazione. E chissà se in Galles conoscono Gala Rizzato…

Francia-Irlanda 2009

Repubblica d’Irlanda, lo ricordi quel 2009?

Il calcio è galantuomo, perché offre sempre una seconda chance. Chiedere conferme ai tifosi della Repubblica d’Irlanda, che grazie alla zuccata di Brady hanno agganciato in extremis il treno per gli ottavi anche gli uomini in verde che ora si toglieranno la soddisfazione di andare a sfidare i padroni di casa della Francia. Partita mai banale: ricordate quel 2009? Giovanni Trapattoni in panchina e un collettivo di qualità e quantità in campo. Gli spareggi per il Mondiale sudafricano oppongono gli irlandesi ai galletti francesi. Nella partita di andata successo Bleus per 0-1: nella partita di ritorno a Parigi capitan Robbie Keane buca i padroni di casa. Si va ai supplementari, e al minuto 13 del primo tempo spunta la mano de (a)dieu, come quella con la quale Titì Henry regalò l’assist per il pareggio a Gallas e il pass per i Mondiali sudafricani alla Francia in uno spareggio che ha fatto la storia, scritta da un arbitro e un guardalinee gabbati. Martin O’Neill, ex stregone sulla panchina del Celtic, ha allestito un collettivo solido ma povero di classe: questa volta non ci sarà l’acqua santa del Trap, ma a fischiare sarà un quintetto italiano guidato da Nicola Rizzoli. Si gioca a Lione, domenica alle 15. Per dimenticare quell’ultimo tango a Parigi?

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Ruvidi, sgraziati, arcigni: chi più ne ha, più ne metta. Se siete inguaribili nostalgici del calcio anni ’70, quello con il libero e il marcatore, beh, Vedran Corluka e Shkodran Mustafi sono compagni immancabili nelle vostre tavole rotonde sul dio pallone che fu: divisi da sei anni sulla carta d’identità (classe 1986 il croato, nato nel 1992 il ragazzo nato nell’Assia) ma uniti dalle origini balcaniche (i genitori di Mustafi sono albanesi) e uno spirito da lottatori che gli permette di supplire a una tecnica non eccezionale e di guadagnarsi la copertina nella prima domenica di Euro 2016.

Mustafi festeggiato dai compagni

Il minimo comune denominatore? La testa. Come quella che Mustafi ha utilizzato per sbloccare dopo 19 minuti la sfida tra Germania e Ucraina, irrompendo su un cross da destra, prendendo il tempo a Khacheridi e battendo Pyatov. Abbracciato da Ozil, Khedira, Boateng e Hector, manifesto della Germania che qualche “tedesco” (vedi alla voce Alexander Gauland, politico del partito AfD, autore di uscite peggiori di quelle di alcuni portieri visti all’opera in Francia in questi giorni) non desidererebbe con la fascia da capitano della propria nazionale al braccio. Ma anche quella che l’ex difensore della Sampdoria, oggi al Valencia, ha saputo usare due anni fa, quando era in vacanza a Ibiza e l’infortunio occorso a Reus lo portò a rifare le valigie, abbandonare le spiagge spagnole e vivere un Mondiale in Brasile, trovando anche la maglia da titolare prima dell’infortunio negli ottavi contro l’Algeria. Una costante, ribadita 24 mesi dopo, ancora nel segno della “R”: non più Reus, ma Rudiger e il suo crociato a fargli posto. Il soldato Shkodran risponde “presente” e, complice un altro infortunio, questa volta di Hummels, si trova nel pacchetto difensivo davanti a Neuer: un salto in alto, come quello che ha sbloccato la notte di Lille.

In patria Mustafi non ha molti estimatori: più di qualcuno a Genova lo definiva “il tedesco napoletano” per quella corsa poco sinuosa e i suoi modi sbrigativi accompagnata da un sorriso sempre sveglio.  Perché Mustafi è uno che non molla mai, è uno di cui (sportivamente) ti innamori. Loew gli riconosce grande autoconsapevolezza, lui ringrazia e resiste: senza pedigree si può andare lontano. La sua storia lo insegna: prima gli esordi all’Amburgo, per poi trasferirsi a diciassette anni all’Accademia dell’Everton, dalla quale giunse alla Sampdoria. Nell’estate 2014 la chiamata del Valencia di Lim, magnate di Singapore che voleva riportare i bianconeri ai fasti di un tempo. Costato otto milioni, al Mestalla è diventato ben presto un idolo: già tre reti in stagione, ad ogni gol mima l’aquila albanese, in omaggio ai genitori che vivono lì. Le radici non si dimenticano, in campo e fuori. E chi ha investito su di lui nel FantaEuropeo, guadagnando il sorriso beffardo del vicino di asta, ora se la ride con gli interessi.

Da una zuccata decisiva a una testata che per poco non ti mette fuori dai giochi: chiedere a Vedran Corluka, uno difficile da abbattere. L’eroe per un giorno della Croazia capace di superare la Turchia in una partita mai banale nel calcio ma ancor più nella vita -dagli Ottomani a Mostar- è uno che non ha paura: potrebbe essere altrimenti, per chi è scappato con la famiglia dalla Bosnia per la guerra? Marcantonio di 192 centimetri per 85 chili, chiamato agli straordinari per l’assenza del compagno di reparto Lovren in Francia, ha stabilito un piccolo record: quattro volte fuori dal campo per colpi al capo, mai sostituito. Per volere suo e del “comandante” Ante Čačić dalla panchina. Ha passato quasi più tempo fuori a farsi medicare che in campo a contrastare: ma non ha mai mollato. Chiaro il messaggio, per sé e per i compagni: la musica balcanica è cambiata, si vince solo da squadra. E dando l’esempio.

Tanta roba, quella Croazia per poca Turchia. Ma per resistere non basta il fioretto, è necessaria la spada. Tosun Cenk, centravanti ospite, si è rivelato sgraziato come pochi. Primo colpo alla mezz’ora: maschera di sangue e medicazione, con Vedran che quasi incredulo assiste alle mancate scuse dell’avversario. Allora ha inizio una doppia partita: quella con l’undici turco e con il turbante che ne avvolge il capo. Corluka resta in trincea, passa a una fasciatura blu, incassa un secondo colpo da Tosun, un terzo da Erkin. A 15’ dalla fine il cambio sembra necessario, ma “bloody mask” resiste: e al 92’ a frenare la conclusione a botta sicura di Hakan Balta, centrale difensivo trasformato in attaccante nell’assedio finale degli uomini di Terim, chi c’era? Esatto, proprio il piedone di Corluka. Otto anni fa era in quella Croazia che permise nei quarti di finale di Euro 2008 di pareggiare alla Turchia al 122’, prologo di una clamorosa eliminazione. Anche per questo non ha mollato la trincea ieri: e alla fine, se per l’Uefa l’uomo-partita è stato Luka Modric, match-winner, per noi amanti del calcio di periferia il trofeo va a lui, a quel volto barcollante e acciaccato ma orgoglioso per il risultato.

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Lo ammetto. Faccio parte di quella schiera di critici, appassionati e addetti ai lavori che fino a due anni fa riteneva Dimitri Payet un circense del calcio, divertente ma non affidabile, singolare ma inadatto al collettivo, tecnico ma poco tattico. L’ho visto dal vivo nel 2014 in un Bari-Olympique Marsiglia, amichevole estiva di fine luglio: era smaccatamente più forte dei suoi compagni e dei suoi avversari, ma dava l’impressione di volersi divertire più che di voler essere utile: qualche tunnel, due progressioni e una conclusione vincente inserite in un repertorio da viandante annoiato. Oggi, meno di due anni dopo, Payet è a tutti gli effetti l’eroe sportivo per una sera di una Francia che stava per accartocciarsi sul pronostico di favorita di turno al primo atto nell’Europeo 2016: proprio lui, l’ex commesso che fino a pochi mesi fa non era certo in cima alle idee di Deschamps, ha estratto dal cilindro un capolavoro, sciogliendo le ansie di Saint-Denis e lanciando un chiaro messaggio ai detrattori, lentamenti dispersi per strada da 12 mesi a questa parte.

Voi stupitevi pure, ma in allenamento faccio cose anche migliori…

frasi rimaste probabilmente nella mente di questo esterno con volto da romanzo picaresco e storia da film americano, di quelli in cui 15 minuti prima sei l’anonimo signor Smith di turno e 15 minuti dopo salvi la terra.

Davanti ai microfoni, invece, Dimitri ha predicato calma: «Questo gol è frutto di tanti sacrifici: vengo da lontano, questo gol è frutto di tanti sacrifici e adesso me lo gusto pienamente. Per me è stata una serata emotivamente molto forte. E anche per tutta la squadra che sentiva la pressione esterna». Parole pronunciate a denti stretti, ancora in preda a lacrime spontanee e difficili da frenare, come arrivate subito dopo la sostituzione con standing ovation negli ultimi attimi del 2-1 contro la Romania. Parigi ha riconosciuto il talento dell’autore di quel capolavoro di sinistro, capace di sciogliere la tensione e restituire fiducia a una squadra, a uno stadio e una nazione.

Dimitri Payet nel Marsiglia
Dimitri Payet nel Marsiglia

La storia del “leader che non ti aspetti” affonda le sue origini nel dipartimento d’oltremare di Riunione, un’isola dell’Oceano Indiano sotto l’egida francese abitata da persone di origine africana, europea, indiana, cinese e malgascia. Un paradiso naturale, dove però Payet non si era mai ambientato del tutto: così, 12enne era tornato in Francia. Lì la sua classe non passa inosservata: il Le Havre lo accoglie nel suo settore giovanile e Dimitri si fa notare, con quel destro vibrante, quei dribbling fulminei e dei numeri rari a quell’età e a quelle latitudini, dove eppure hanno visto passare “tale” Paul Pogba. All’inizio della stagione 2006-2007 firma il suo primo contratto da professionista con il Nantes e gioca stabilmente con la prima squadra mettendo a segno 4 reti in 31 presenze: di quel periodo è rimasta traccia in un documentario in 5 puntate prodotto da Arte France sulla vita di 4 giovani calciatori nel centro di formazione del Nantes, tra cui proprio Dimitri Payet.

L’anno dopo transita dal Saint Etienne e nel 2011 approda al Lille, dove lo vuole Rudi Garcia che lo trasforma in uomo squadra e uomo assist (12 gol e 12 assist). Nella seconda stagione nel Pas-de-Calais vive un periodo tribolato, con i Mastini in Champions e lui perde il posto in nazionale.  Appare sfiduciato, triste, malinconico: cambia aria, va a Marsiglia e su quel mare che da piccolo non aveva digerito, si ritrova. Merito di uno stregone della panchina come Marcelo Bielsa: gli dice “dimmi dove vuoi giocare, sarai il nostro faro” e Payet raccoglie il messaggio. 15 reti e 20 assist in due anni, fino a tornare sulle prime pagine nazionali. Nel 2014 mette a referto più passaggi decisivi di Pirlo, Modric, Ozil, altri grandi interpreti dai piedi buoni e svelti nella ricerca del compagno. Una fama derivante anche dei suoi calci di punizione telecomandati in porta, meraviglie che l’hanno proiettato nella gallerie d’arte dei migliori a calciare da fermo. Piccole opere d’arte, figlie di una rincorsa sempre uguale: piede d’appoggio fissato accanto al pallone, poi quattro, cinque passi indietro e uno di lato, piede aperto quasi a 180° e palla colpita con la parte interna del collo. Su Instagram, dove ha quasi 400mila followers, i post più cliccati sono quelli con le sue punizioni o i suoi tagli di capelli bislacchi (vedi l’incisone “We have got Payet” nello scorso settembre).

 

Nella scorsa estate, l’ultima “sliding door”: addio al porto di Marsiglia, benvenuto a Boleyn Ground, casa del West Ham. Dalle ancore ai martelli: 15 milioni sull’asse Inghilterra-Francia certificano il passaggio. Un’anima punk come quella di Slaven Bilic incontra i picchi di classe del 29enne che ai tempi del Nantes si divideva tra gli allenamenti e il negozio dove lavorava come commesso: esordisce in campionato il 9 agosto 2015, nella vittoria all’Emirates contro l’Arsenal per 0-2, mettendo a referto l’assist per il gol di Kouyate. Nelle successive 11 partite di campionato disputate con la sua nuova squadra colleziona 6 gol e altri 2 assist, diventando subito il beniamino dei tifosi. L’8 novembre 2015 si procura un infortunio che lo tiene lontano dai campi di calcio per tre mesi.

La sorte toglie, la sorte restituisce: la storiaccia del sex tape di Valbuena, col ricatto avallato da Benzema, gli riapre le porte Bleus, quelle socchiuse e contestate senza mezzi termini da Payet verso il Ct Deschamps. A febbraio è arrivato il rinnovo di contratto fino al 2021, con uno stipendio di 120.000 sterline a settimana che fanno più di cinque milioni di euro annui. La società londinese valuta Payet almeno 60 milioni di sterline, circa 70 milioni di euro. Aveva inaugurato il cammino verso Euro 2016 con una punizione vincente contro il Camerun nell’ultima amichevole, ieri sera si è rivelato. Ma solo a chi già non lo conosceva. Non è particolarmente veloce, non è particolarmente forte. Non è neppure giovanissimo (classe 1987). Eppure sembra il momento buono per reinventarsi ancora e sbocciare sul serio. E chissà che ricordando i tempi da commesso in un negozio di vestiti, non possa tirare fuori dagli archivi del calcio un altro capitolo vincente. E come un cambio di stagione, un’altra vita calcistica è alle porte.

Dimitri Payet esulta dopo il 2-1 alla Romania

 

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Il calcio. Magnifico dio pagano che classifica le virtù e le insolenze degli atleti, unisce i popoli e divide i parenti: il tutto per 90 minuti, prima di tornare alla realtà. Vale per la partitella di quartiere, a maggior ragione quando si parla di competizioni nazionali: Euro 2016 è anche la storia, scritta con la s minuscola, di incroci che hanno fatto la Storia, quella in maiuscolo, che studiamo sui libri. Abbiamo selezionato quattro degli incroci in cantiere nei gironi eliminatori, da non perdere e cerchiare in rosso sul calendario. Ecco perchè:

Una sfida tra Germania e Polonia

GERMANIA-POLONIA (16 giugno, ore 21, Stade de France, Parigi, girone C, 2^ giornata): È una lunga storia, di calciatori “contesi”, radici geopolitiche da difendere e capitoli che l’umanità cerca di dimenticare.  Anche agli Europei la Germania è la nazionale più multiculturale del calcio mondiale, specchio fedele di uno dei paesi con la maggior presenza di stranieri del mondo: in tanti affondano le proprie origini a Est, laddove a cavallo del fiume Oder spuntano Francoforte e Słubice, sorella minore situata di là dal confine e unita alla maggiore attraverso un ponte. Fino al 1945 le due entità costituivano un’unica città, separata dal fiume ma interamente compresa nei limiti del Reich: a seguito degli accordi post-bellici e della definizione della linea Oder-Neiße come nuovo confine fra la DDR e la Polonia, i quartieri a est del fiume vennero a trovarsi in territorio polacco e da quel momento le loro storie si divisero.

Lo stesso è accaduto nel calcio:  oggi in Germania il 18 per cento dei cittadini ha almeno un parente che è nato all’estero. Il flusso crescente di immigrazione ha avuto conseguenze anche nel calcio: sui 23 giocatori della nazionale tedesca, 14 sono nati all’estero o hanno origini straniere. Sul campo, un incrocio storico risale al Mondiale 1974: è una sorta di semifinale nel gironcino eliminatorio. La partita non è indimenticabile, molto tirata, condizionata da un terreno di gioco ai limiti della praticabilità per la fitta pioggia. La Germania Ovest passa a 15′ dal termine con un gol di Muller, dopo un secondo tempo in cui legittima il successo, e vola così alla finale contro l’Olanda. Nel 2008 a dare la vittoria ai tedeschi è stata una doppietta di Podolski, nato…in Polonia. Ora si ritrovano da avversarie nel girone C: lo spauracchio polacco si chiama Robert Lewandowski. E dove gioca? Ovviamente, nel Bayern Monaco.


Ungheria, Puskas
Ungheria, Puskas

AUSTRIA-UNGHERIA  (14 giugno, ore 18, stade Matmut Atlantique, Bordeaux, 1^ giornata, girone F): Austria e Ungheria condividono secoli di guerre, spartizioni e annessioni: il prezzo, come spesso avviene, del loro posto fianco a fianco sulla carta geografica. Nel calcio raramente sono state sovrane, ma sulla cartina della politica geografica europea hanno camminato a braccetto per decenni: l’impero austro-ungarico, uno dei più temuti dagli studenti di storia, nacque nel 1867 con il cosiddetto Ausgleich (compromesso) tra la nobiltà ungherese e la monarchia asburgica inteso a riformare l’Impero austriaco nato nel 1804. L’impero aveva una superficie di 680.000 chilometri quadri e nel 1910 contava 52 milioni di abitanti.

Un’epopea che si spense con l’avvento della Prima Guerra Mondiale:  dopo la prima guerra mondiale, Austria, Ungheria e Cecoslovacchia produssero il football migliore d’Europa (ovviamente, Inghilterra esclusa), come attestano i successi di club nella Mitropa Cup, la Coppa dei Campioni dell’epoca. Prima dell’interruzione bellica, quattro successi per Austria e Ungheria, tre per la Cecoslovacchia e solo due per l’Italia, che pure in quegli anni a livello di Nazionale faceva man bassa di titoli. L’epoca del Wunderteam e del Sistema è però lontana. Oggi i muri sono quelli alla frontiera, non alle porte dell’area di rigore. Una storia di gol e assist nata il 12 ottobre 1902 (Austria-Ungheria 5-0) è pronta a vivere l’ennesimo atto. A Bordeaux, dove fanno un ottimo vino: quello con il quale un tempo Vienna e Budapest brindavano.


Inghilterra-Galles, una classica del rugby

INGHILTERRA-GALLES (16 giugno, ore 15, Stade Felix Bollaert di Lens, 2^ giornata, girone B): scrivessimo di rugby, non avremmo dubbi. Vi diremmo di evidenziare la data sul calendario, comprare birra, fish’n’chips e godervi lo spettacolo. Ma parliamo di calcio, e allora la storia di Inghilterra e Galles una di fronte all’altra si fa meno densa di racconti e aneddoti: a fare però da filo conduttore ai due sport è Taulupe Faletau, rugbista gallese originario dell’isola di Tonga e nella vita cognato di Gareth Bale, stella assoluta dei Dragoni. Non c’è nessuna Twickenham da conquistare, questa volta: Rooney e compagni, rafforzati dalla golden generation più brillante degli ultimi 20 anni (Alli, Dier, Rose, Kane, Sterling, Sturridge) e da un ex operaio con il vizio del gol come Jamie Vardy, devono porre fine a un digiuno di vittorie che “festeggia” 50 anni, come quelli trascorsi dal successo mondiale del 1966.

Di fronte a Lens troveranno l’esercito gallese, infarcito di grinta e orgoglio, variabile quanto mai imprevedibile. Le sfide nella sfida da non perdere non mancheranno: Ashley Williams contro Harry Kane è una di queste. E chissà che Bale non voglia recitare il ruolo che nei primi anni del 14esimo secolo fu di Madog ap Llywelyn e Llywelyn Bren, padri di tentate ribellioni contro l’imposizione del sistema feudale inglese e le restrizioni alle consuetudini locali. Oggi Cardiff è per gli inglesi “solo” la sede della disputa della finale di FA Cup. Tra una settimana, chissà…


Svizzera-Francia, Mondiali 2014

SVIZZERA-FRANCIA (19 giugno, ore 21, Grand Stade Lille Metropole, 3^ giornata, girone C): bellezza e nobiltà, con miseria di passaggio. Terre di confine, ma raramente ansiose di incontrarsi. L’una, la Svizzera, contiene un cantone francese, l’altra, la Francia, ha sempre mirato con il nasino all’insù alle terre dominate un tempo da Tiberio e Druso. Radici linguistiche simili, fondazioni calcistiche differenti: le uniche coincidenze sono quelle temporali, che fanno di Svizzera-Francia uno degli incroci più antichi di Euro 2016. La confederazione rossocrociata e i suoi 8 milioni di abitanti contro i 66 milioni de la Republique. I quarti di finale raggiunti 62 anni fa come risultato apicale di un Europeo contro le due vittorie continentali dei galletti.

I precedenti assoluti tra Svizzera e Francia sono 37, di cui cinque in gare ufficiali e ben 32 amichevoli, con un bilancio che sorride alla Francia: 15 le vittorie transalpine, 12 quelle della selezione rossocrociata (che non vince dal 1992, 2-1 in amichevole a Losanna), 10 i pareggi, risultato con cui sono terminati gli ultimi 4 precedenti. Da notare una curiosità: la prima sfida incrociata, datata 1905, è la prima gara assoluta nella storia della nazionale maggiore svizzera. Così vicini, ma così lontani.

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Vulcani, paesaggi marziani e geyser.  Benvenuti in Islanda, un posto dove è un’impresa anche prendere l’autobus: eppure il volo per la Francia non è sfuggito a quella che di diritto è la nazionale “più ignorante” tra le 24 ai nastri di partenza per Euro 2016. Uno stato con meno abitanti di Bologna (321mila abitanti nell’ultimo censimento), ricca di montagne, ghiacciai e vulcani, e con più barche che macchine, ha scritto pagine indelebili di un sogno inimmaginabile fino a 20 anni fa, quando erano davvero pochi a praticare la materia calcistica: basti pensare che Eidur Gudjohnsen, il simbolo degli Strákarnir okkar (i nostri ragazzi), oggi vincitore di due Premier League, una Liga ed una Eredivisie e passato anche da Chelsea e Barcellona, aveva esordito in nazionale nel 1996 sostituendo il padre Arnór nel secondo tempo di un’amichevole contro l’Estonia.

Islanda, Eidur Gudhjonsen
Eidur Gudhjonsen, stella islandese

Nel vecchio continente solo Andorra, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Città del Vaticano hanno una popolazione più ristretta. In tanti pensavano che quella data avrebbe rappresentato l’acme del calcio di questa nazione, più vicina alla Groenlandia che all’Europa occidentale. Invece, tra altipiani sabbiosi e distese verdi, i rettangoli di gioco sono diventati arene sempre più ideali per un popolo nato sul mare e cresciuto pescando. Su Google, le ricerche su Sigurdsson e compagni hanno presto soppiantato quelle sui Sigur Ros, gruppo musicale post-rock formatosi a Reykjavík  che aveva toccato vette mondiali all’alba del nuovo millennio.

Invece il gruppo più forte della storia dell’isola, composto in gran parte da calciatori militanti in Premier League o in Ligue 1, nel 2013 ha messo a referto la qualificazione sfiorata al Mondiale, svanita solo nello spareggio contro la Croazia di Mandzukic. Che sarebbe stata solo questione di tempo, però, era ben chiaro: così i ragazzi allenati da Lars Lagerback hanno superato la Turchia dell’imperatore Terim, poi la Lettonia e infine hanno annullato l’Olanda, chiudendo in seconda posizione a due punti dalla Repubblica Ceca. Ghiaccio bollente, per un Paese in festa.

Islanda, la vittoria sull'Olanda
Islanda, la vittoria sull’Olanda

Le radici della crescita del calcio sull’Islanda bonita sono però lontane: per buona parte dell’anno le temperature sono sotto lo zero, e in inverno e in autunno le ore di luce durante il giorno sono pochissime. Anche per questo i principali campionati islandesi di calcio si tengono nel periodo più caldo dell’anno, fra maggio e ottobre:  a metà degli anni Novanta, la svolta. Grazie a un progetto mirabile della Federazione locale (la KSI, Karlalandslið Íslands í knattspyrnu) e in coincidenza con la crescita economica del PIL, fu avviata la costruzione di diversi campi al chiuso, e fu reso più professionale il corso per aspiranti allenatori. Oggi l’Islanda ha sette campi indoor e tantissimi campetti in erbetta sintetica: i figli di queste innovazioni sono stati affidati dal 2011 a un saggio volpone come Lars Lagerback, 67enne svedese che al termine della trasferta francese lascerà il posto al suo assistente Heimir Hallgrimsson. Docente di educazione fisica, entrato nei quadri federali svedesi nel 1990, Lagerback è diventato il braccio destro di Tommy Söderberg sulla panchina della Svezia, prima come suo secondo e poi condividendo con lui la responsabilità tecnica: nel suo curriculum anche la panchina della Nigeria.

Lars Lagerback

Nomi da vichinghi veri, talento europeo, con un pizzico d’Italia in rosa. Regolarmente presenti il centrocampista dell’Udinese, Emil Hallfreðsson ed il difensore del Cesena, Hörður Björgvin Magnússon, le chiavi del centrocampo sono affidate a Gilfy Sigurdsson, talento sopraffino che però tra Swansea, Hoffenheim e Tottenham non aveva mai convinto del tutto. Islandese vero, con i primi soldi guadagnati Gilfy aveva comprato una barca da pesca: è uno dei cavalli a briglie sciolte del mobile 4-3-1-2 con il quale Lagerback dispone i suoi, fondato su una difesa granitica comandata dal capitano Aron Gunnarsson, centrocampista del Cardiff -appena sei reti incassate nelle qualificazioni a Euro 2016- e una manovra offensiva che fa leva sull’attaccante del Nantes Kolbeinn Sightorsson e sugli inserimenti dell’ex Pescara e Sampdoria Birkir Bjarnason, oggi al Basilea.

L’Islanda è stata inserita nel Gruppo F ed affronterà il Portogallo di Cristiano Ronaldo nel primo match del 14 giugno a Saint-Etienne. Poi la sfida contro l’Ungheria il 18 giugno a Marsiglia, infine la terza gara il 22 giugno a Parigi contro l’Austria. Un antico proverbio locale recita così: “Se non ti piace il tempo islandese adesso, aspetta 5 minuti: probabilmente andrà peggio”. Ad attendere sono abituati, al parallelo di Reykjavík. Ora che hanno imparato la lezione a memoria, però, sarà dura fermare i calciatori-pescatori.

Islanda, festa per gol
Islanda, festa per gol
Lista dei convocati

Portieri: Hannes Halldorsson (Nec Nimega), Ogmundur Kristinsson (Hammarby), Ingvar Jonsson (Sandefjord).

Difensori: Ari Skulason (OB Odense), Hordur Magnusson (Cesena), Hjortur Hermannsson (Goteborg), Ragnar Sigurdsson (Krasnodar), Kari Arnason (Malmo), Sverrir Ingason (Lokeren), Birkir Saevarsson (Hammarby), Haukur Hauksson (AIK Solna).

Centrocampisti: Emil Hallfredsson (Udinese), Gylfi Sigurdsson (Swansea City), Aron Gunnarsson (Cardiff City), Theodor Bjarnason (AGF Aarhus), Arnor Traustason (Norkkoping), Birkir Bjarnason (Basilea), Johann Gudmundsson (Charlton Athletic), Eidur Gudjohnsen (Molde), Runar Sigurjonsson (GIF Sundsvall).

Attaccanti: Kolbeinn Sigborsson (Nantes), Alfred Finnbogason (Augsburg), Jon Bodvarsson (Kaiserslautern).

 

Calendario dell’Islanda ad Euro 2016

1^ giornata
Portogallo-Islanda (martedì 14 giugno, ore 21.00) stade Geoffroy Guichard, Saint-Ètienne.

2^ giornata
Islanda-Ungheria (sabato 18 giugno, ore 18.00) stade Vélodrome, Marsiglia.

3^giornata
Islanda-Austria (mercoledì 22 giugno, ore 18.00) Stade de France, Saint-Denis.