CALCIO

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Sorteggio Champions League

Con la conclusione della prima fase delle coppe europee è possibile approfondire il discorso sul ranking UEFA, che resterà invariato fino a metà febbraio quando ripartiranno Champions League ed Europa League. Da inizio stagione si era detto che questa poteva essere l’annata buona per rivedere l’Italia nei primi tre posti della graduatoria, risultato che garantirebbe il ritorno a quattro squadre qualificate in Champions League: la strada è ancora lunga, ma per il momento l’Inghilterra riesce ancora a reggere, seppur a fatica, e se la proiezione comunque sembra dare un vantaggio all’Italia, il sorpasso potrebbe non essere immediato.

Javier Zanetti nel sorteggio della Champions League.

SORTEGGI

La mano di Javier Zanetti non è stata benevola per le due squadre italiane qualificate agli ottavi di Champions League: la Juventus sfiderà il Bayern Monaco, mentre la Roma se la vedrà col Real Madrid. Le recriminazioni sono soprattutto per i bianconeri, che con un pareggio a Siviglia avrebbero vinto il girone, poi andato al Manchester City che invece avrà un incrocio piuttosto agevole, contro la Dinamo Kiev. Per le altre due inglesi accoppiamenti difficili, perché il Chelsea ha pescato il Paris Saint-Germain e soprattutto l’Arsenal ha da scalare l’Everest, dovendo giocare col Barcellona. In Europa League non è andata meglio: Fiorentina-Tottenham, Galatasaray-Lazio e Villarreal-Napoli danno poche garanzie di passaggio del turno, mentre Liverpool (Augsburg) e Manchester United (Midtjylland) dovrebbero avanzare senza particolari problemi. In chiave ranking, però, c’è un vantaggio…

Una formazione dell'Arsenal per una partita di Champions League 2015-2016.

ELIMINAZIONE DIRETTA

Il criterio per stilare la classifica del ranking UEFA da ora in poi è molto semplice: due punti a ogni vittoria, un punto per ogni pareggio e un ulteriore punto a ogni passaggio del turno, da dividere per il numero di squadre di ciascuna nazione che hanno partecipato alle coppe europee in questa stagione. L’Italia divide per sei, l’Inghilterra invece per otto e complice il suicidio nei turni preliminari di Southampton e West Ham (molto più grave del KO della Sampdoria) ha perso diversi risultati positivi che pesano notevolmente sulla classifica attuale. Ciò significa che ora più le squadre italiane avanzeranno nelle due competizioni (soprattutto in Europa League, visto il pessimo sorteggio in Champions) più ci sarà possibilità di sopravanzare gli inglesi già da questa stagione. Il distacco è ancora ampio (3.387) ma recuperabile, perché per esempio un passaggio del turno italiano con due vittorie vale 0.833 punti, mentre uno uguale inglese 0.625. È fondamentale andare più avanti delle squadre di Premier League, e in questo senso Fiorentina-Tottenham è un’occasione da non fallire per avvicinarsi.

Immagine da Tottenham-Fiorentina di UEFA Europa League 2014-2015.

CLASSIFICA STAGIONALE

L’Inghilterra è ancora leggermente avanti nella classifica che riguarda solo questa stagione, 10.625 contro 10.333. Il distacco minimo di fatto l’ha dato l’Arsenal, che vincendo 0-3 in casa dell’Olympiakos nell’ultima giornata di Champions ha ottenuto una qualificazione insperata valsa un punto netto nel ranking inglese, con i due punti per la vittoria e i sei per il passaggio del turno (divisi per otto). L’Italia avrebbe potuto fare meglio, ci sono infatti solo quattro successi in dodici partite fra Juventus (tre) e Roma (uno), ma a migliorare notevolmente il rendimento ci ha pensato il Napoli, piazzando un percorso netto con sei vittorie nel proprio girone di Europa League, fruttate 2 punti netti per il ranking.

Continuare su questa strada (magari con una qualificazione ai quarti di Champions e un tris in EL) consoliderebbe il vantaggio sull’Inghilterra nel ranking della prossima stagione, dove l’Italia al momento parte avanti (57.915 a 57.409), perché al 30 giugno verranno scalati i punteggi del 2011-2012 (15.250 Inghilterra, 11.357 Italia). Con un po’ di sforzo è possibile prendere il terzo posto ora, altrimenti discorsi rimandati a giugno 2017, che significherebbe riavere quattro squadre in Champions nella Serie A 2017-2018.

Juventus-Manchester CIty

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Oggi si giocano gli ottavi di finale di Coppa Italia, se mai qualcuno se ne fosse accorto. Siamo troppo impegnati a commentare i sorteggi di Champions, il girone dell’Italia agli europei, la crisi della Roma e la rimonta della Juventus. Vorremmo sapere quante persone andranno allo stadio e in quanti, domani, sapranno dirci come sono finite le partite. La Coppa Italia interessa ai tifosi dalla semifinale in su, prima è poco più di una seccatura. Eppure basterebbe poco per restituire fascino a questa manifestazione.

Servono idee nuove per non svilire ulteriormente una competizione che in altri paesi, l’Inghilterra e la Spagna su tutti, conserva intatto il suo fascino. Una su tutte è la domanda che ci portiamo dietro da tempo: ma perché non invertire i campi? Che senso ha giocare, in linea di massima, in stadi più grandi (e quindi più difficili da riempire), sul campo della favorita, e quindi togliendo interesse al match, e soprattutto in città più abituate a questi eventi togliendo così il clima della festa alla partita?

Lazio's player hold the cup after defeated Sampdoria in their final football match of the Italian Cup (Coppa Italia) on May 13, 2009 at Rome's Olympic Stadium. Lazio beat Sampdoria 6-5 on penalties following a 1-1 draw to win the Italian Cup and qualify for next season's Europa League. AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Non sarebbe più semplice e bello vedere le squadre di serie A andare in provincia e fare felice la gente di Alessandria, Varese, Pescara, Crotone non abituata a queste partite e quindi più propensa ad acquistare un biglietto e allestire una coreografia? Non si tratta solo di riempire gli stadi. Significa dare una possibilità di festa ad una città, incassi per i ristoranti e per i bar, magari la vendita di diritti televisivi locali per il singolo match. E invece no.

Questa formula non è conveniente per nessuno, anche perché le partite che si giocano in stadi vuoti perdono appeal anche in TV (una delle regole auree dell’NFL americana è che gli spalti pieni sono un fattore determinante per la vendita dell’evento nel palinsesto televisivo). Negli ultimi anni abbiamo visto qualche bella trasferta: quella dei tifosi del Novara contro il Milan e quella dei tifosi del Trapani, sempre a San Siro, ma contro l’Inter, e qualche settimana fa la bellissima manifestazione d’amore dei supporter del Crotone, sempre a Milano.

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Niente lieto fine però, le matricole terribili sono state sconfitte. Ma quanto sarebbe stato più bello vedere il Milan scendere in campo in un Scida gremito? E che belle favole potremmo raccontare se una squadra di Lega Pro arrivasse ai quarti? Se l’Alessandria oggi giocasse in casa contro il Genoa, non staremmo parlando di un match di altri tempi? Ancora ricordiamo l’impresa del Bari del 1984, arrivato in semifinale eliminando la Juventus di Platini. Perché vogliono negarci anche le favole? Favole come quella dell’Ancona finalista contro la Sampdoria nel 1994.

Un’altra soluzione potrebbe essere quella del sorteggio integrale, con big match fin dai primi turni e le grandi costrette a schierare i loro elementi migliori. Ma forse lo spettacolo non fa comodo a nessuno. E se non vogliono farlo per questo, perché non pensare al “prodotto Coppa Italia” attualmente invendibile, almeno fino ad Aprile.

Fatelo per noi, invertite i campi! Non risolveremmo il problema, ma almeno faremmo vibrare di passione qualche tifoseria che merita partite di un certo spessore. Intanto consoliamoci con il programma: oltre all’Alessandria (Lega Pro), sono rimaste in corsa lo Spezia e il Cagliari che andranno a far visita a Roma e Inter.

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Anche in questo caso, a campi invertiti avremmo assistito ad un probabile sold out e magari i sardi avrebbero giocato con i titolari per ben figurare davanti al proprio pubblico. E invece vedremo stadi vuoti e desolati, sopratutto a Roma dove ultimamente si diserta anche la Champions, figuriamoci questa coppa svilita. Se alle piccole viene negata una minima possibilità di andare in fondo allora tanto vale far disputare la Coppa alle prime 8 e iniziare direttamente dai quarti di finale con meno seccature per tutti. Ma noi siamo per un altro calcio, siamo per la festa, per l’inaspettato, per Davide che sconfigge Golia. Insomma, non serve mischiare le squadre, basta invertire i campi. Ridateci la Coppa Italia.

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Quello delle reti pesanti. È Mario Mandzukic, l’attaccante arrivato alla Juventus per far dimenticare Fernando Llorente e che sta diventando decisivo come Carlos Tevez. Più ancora di Paulo Dybala, perché il panzer croato segna i gol che contano, non quelli che piacciono.

Anche con la Fiorentina, ieri sera, SuperMario ha sbloccato una situazione che pareva trascinarsi stancamente verso l’1-1, il che avrebbe significato ripiombare a -8 dall’Inter. Tanto, troppo, anche per una Signora da rimonta. Un gol a porta vuota, è vero, ma dopo aver avviato e seguito l’azione. E dire che se la palla fosse uscita, Mandzukic sarebbe uscito con lui per fare spazio ad Alvaro Morata. E chissà come sarebbe andata la partita. Le prodezze della punta ex Atletico Madrid sono pietre, che vanno a coprire le tante critiche che gli sono piovute addosso dagli stessi fan bianconeri. Critiche che evidentemente portano bene.

Vediamo i gol segnati dal croato da quando veste la maglia bianconera.

8 agosto 2015: Supercoppa contro la Lazio

Inizia con il botto, l’ariete. Finale di Supercoppa italiana contro la Lazio, primo trofeo stagionale. Di testa firma l’1-0, che poi verrà bissato da Dybala, appena entrato in campo. La Juve solleva al cielo la prima coppa, Mandzukic pare essere l’attaccante giusto. Fa a sportellate con gli avversari, ma in area di rigore si fa trovare pronto quando serve. Anche se qualcuno storce il naso: fa pure errori incredibili dentro l’area di rigore. Errori che Tevez o Llorente non avrebbero mai fatto.

15 settembre 2015: Champions League contro il Manchester City

La Juve affronta la prima trasferta del girone di Champions League. In campionato le cose sono cominciate davvero male, con il Manchester City i campioni d’Italia sono sotto di un gol, ma un cross vede pronto in area Marione: è 1-1. Ci sarà poi spazio per il 2-1 di Morata: è un successo fondamentale per iniziare nel modo migliore l’avventura europea dopo Berlino.

25 ottobre 2015: campionato contro l’Atalanta

Proprio a Manchester, Mario s’infortuna e resta fuori tre settimane. In campionato, deve aspettare il 25 ottobre per sbloccarsi. Allo Stadium, primo gol davanti ai suoi nuovi tifosi, firma il 2-0 contro l’Atalanta dopo il vantaggio di Dybala. Si tratta di una rete non decisiva, una delle poche del croato. Ma serve per acquisire fiducia dopo un digiuno piuttosto lungo.

8 novembre 2015: campionato contro l’Empoli

Gol a Empoli, la Signora pareggia e avvia il ribaltone che la porterà a espugnare per 3-1 il campo toscano. Mandzukic segna una rete anche un po’ fortunata, nel primo tempo. E le critiche non mancano: si muove male, fa errori grossolani. Segna poco. Max Allegri lo difende: “Non è un fuoriclasse, ma neanche l’ultimo arrivato”.

25 novembre 2015: Champions League contro il Manchester City

Di piede la prodezza contro il City a Torino, in Champions. È il gol della qualificazione matematica per Marione. Che si esalta con le luci dei riflettori, facendo vale l’esperienza europea acquisita prima con il Bayern Monaco e poi con l’Atletico Madrid.

29 novembre 2015: campionato contro il Palermo

Al 54′, con il match del ‘Renzo Barbera’ ancora inchiodato sullo 0-0, sbuca la testona di Mandzukic a sbloccare la trasferta. Nel finale, Sturaro e Zaza renderanno il successo ancora più netto per la squadra di Allegri, che continua la risalita in campionato, scalando posizioni su posizioni. Mandzukic, in soldoni, è valso 12 punti in serie A per la Signora, oltre alla Supercoppa e alla qualificazione in Champions. Ma non è ancora finita.

13 dicembre 2015: campionato contro la Fiorentina

Un’altra acerrima rivale della Juve bombardata dall’ariete. La Fiorentina, passata in vantaggio subito su rigore, ma ripresa altrettanto presto dall’ex Cuadrado, deve inchinarsi a un quarto d’ora dalla fine al croato, bravo a riprendere la respinta di Tatarusanu su tentativo di Dybala. Poi sarà ancora una volta l’argentino a mettere la firma sul 3-1. La coppia funziona, il paracarro è titolare indiscusso per il tecnico. E se i tifosi continueranno a dirgliene quattro, lui li ripagherà con i gol. È il suo mestiere: sfonda quando non si riesce a sfondare.

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Prendete un allenatore portoghese, caratteriale, fine psicologo, incline allo scontro dialettico in campo e fuori, giramondo, collezionista di vittorie in Europa e nei campionati nazionali, campione in carica in Inghilterra, ma alle prese con una brutta gatta da pelare su una panchina un tempo amica ma ora traballante. Fatto? Bene, ora prendetene uno italiano, molto più posato, elegante nei modi e nello stile (non che l’altro non lo sia), poco incline allo scontro, giramondo anche lui, ma un po’ meno vincente del collega, eppure suo malgrado capace di preparare il campo alle vittorie dei suoi successori, l’uomo giusto sulla panchina giusta, ma un attimo prima del momento migliore; sempre ma non in questa stagione, dove al momento è protagonista di un piccolo miracolo. Fatto anche questo? Benissimo. A questo punto disegnate per entrambi un percorso denso di incroci: in Inghilterra con il primo che subentra al secondo, poi in Italia in lotta per lo scudetto su panchine di acerrime rivali, infine di nuovo in Premier League ma questa volta ribaltandone i rapporti di forza consolidati nel tempo.

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Il risultato sarà la storia recente della rivalità tra José Mourinho e Claudio Ranieri, una rivalità che lunedì alle 21, al King Power Stadium di Leicester, vivrà un nuovo capitolo, caratterizzato da presupposti, come anticipato, diversi. Sì, perché il tanto celebrato José sta vivendo con il Chelsea la peggior stagione della sua carriera: quattordicesimo in campionato, con appena 15 punti in altrettante gare, già otto sconfitte e 24 gol subiti da una squadra che, al di là dei nomi (da Fabregas a Falcao, da Diego Costa a Hazard, sino a Terry e Ivanovic) appare stanca, imbolsita e sempre sull’orlo di una crisi di nervi. E sull’orlo del baratro è sembrata per molto tempo anche la panchina del portoghese, tenuta in asse prima da una ricchissima buonuscita in caso di rottura del contratto, poi da un amore incondizionato da parte del pubblico dei Blues e infine dal recente passaggio della fase a gironi in Champions League.

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Situazione agli antipodi per Ranieri. Reduce dal fallimento con la nazionale greca, il romano si è trovato quasi per caso sulla panchina del Leicester City, squadra in piena ricostruzione e a sua volta capace di salvarsi solo per il rotto della cuffia l’anno scorso, ma che al via della nuova annata ingrana subito le marce alte con risultati sorprendenti. Vittorie in serie, gol e primati in classifica temporanei. Un record dopo l’altro nella storia del piccolo club, sino a quello di Vardy, bomber con un passato recente nei dilettanti, capace di superare Van Nistelrooy per numero di gare a segno consecutivamente (11, per un totale di 14 gol stagionali) e a quello in classifica. Ranieri, infatti, arriva alla sfida con Mou guardandolo dall’alto del primo posto, a quota 32, davanti a corazzate del calibro di Arsenal, Manchester City e Manchester United.

Anche in questo caso, però, l’ex tecnico di Juventus, Inter e Roma non ha perso il consueto aplomb e diffida del rivale: “Il Chelsea è il Chelsea e Mourinho è Mourinho – ha detto alla vigilia -. Sono sicuro che alla fine della stagione sarà tra le prime quattro. Continuo a pensare che faranno la Champions League. Per ora hanno avuto sfortuna, ma quando cominceranno a vincere non si fermeranno“. Un altro tocco di classe, insomma, soprattutto per aver evitato di affondare il coltello, nonostante Mou in passato non abbia lesinato battute al vetriolo. Storia passata, rispetto alla quale i due hanno ripiegato verso un reciproco rispetto. Il presupposto giusto per vivere una gara ancora più appassionante e che vinca…lo stile.

Per vederlo felice bastava un pallone tra i piedi. Ma gli occhi di Roberto Baggio hanno sempre avuto un velo di malinconia. Quel suo incedere a testa bassa, mentre esce dal campo, fa parte dell’immaginario popolare. Trovateci un altro giocatore capace di vestire le maglie delle tre squadre più scudettate d’Italia (Juventus, Milan, Inter) restando sempre nel cuore di tutti gli appassionati di calcio. Mai una parola fuori luogo, ma una frase buttata lì solo per diventare l’idolo temporaneo di una curva. Roberto Baggio è stato l’azzurro per antonomasia, il numero 10, il capitano, il giocatore di tutti. Non ha esitato a giocare in provincia e anche lì l’ha fatto in maniera unica, facendo diventare, per un paio di stagioni, Brescia la capitale della giocata sublime.

Non a caso Cesare Cremonini ha cantato che da quando Baggio non gioca più non è più domenica, perché nei suoi piedi, e soprattutto nella sua testa, c’era tutto: l’estro, la fantasia, la spensieratezza di quelle domeniche in cui dovevi necessariamente volare con l’immaginazione. I negozi erano chiusi, non c’erano i centri commerciali, le luci per strada erano più basse e le tv non trasmettevano il campionato in diretta. C’era la radio, e all’improvviso Ameri o Ciotti interrompevano da qualche parte d’Italia per dire che Roberto Baggio aveva portato in vantaggio la sua squadra, facendo irruzione nelle nostre case con metafore e superlativi. Una volta arrivò una notizia diversa da quelle che eravamo abituati a sentire. Non si parlava di prodezze, di slalom come quello con il quale Roberto aveva dribblato sia i cechi che gli slovacchi, per consegnare all’Italia il primo posto nel girone ai Mondiali.

Roberto Baggio

Si parlava di un rigore. Ma non era il solito rigore da segnare, era il rigore che Baggio non avrebbe mai voluto battere. E che non tirerà. Viola contro bianconeri, un odio spietato dei rispettivi tifosi come pubblici nemici in una battaglia senza tregua. È il 6 aprile 1991, quasi 25 anni fa, quando Roberto Baggio torna a Firenze per la prima volta con la maglia bianconera. La curva della Fiesole mette in scena delle coreografie più spettacolari di sempre, di certo un prodigio per l’epoca, rappresentando le figure dei monumenti della città. Vantaggio dei padroni di casa grazie ad una magistrale rete di Diego Fuser su calcio di punizione, ma l’incontro verrà ricordato per il grande rifiuto del Divin Codino. È da poco iniziato il secondo tempo quando il portiere Mareggini atterra in area proprio Baggio: calcio di rigore.

Dagli undici metri si presenta De Agostini, il quale si fa parare il sinistro da Mareggini. L’incontro termina 1-0 e Roby Baggio, fischiatissimo e contestatissimo forse per la prima e unica volta nella sua carriera, raccoglie da terra una sciarpa della Fiorentina che gli era stata lanciata contro. Lui la prende e la mette al collo: “È stata una cosa naturale, quasi un commiato ad un pubblico che pur fischiandomi per tutta la partita, mi aveva voluto bene”, dirà il Divin Codino a margine del gesto. Un gesto sobrio, umile, che lo consegnerà alla storia.

A Firenze Baggio ci tornerà più volte, e verrà sempre applaudito. Forse la volta più bella è una partita di solidarietà per il suo amico Borgonovo, a pochi mesi dalla sua scomparsa. Alla fine degli anni ’80 sono stati semplicemente B&B per la Fiesole e per tutta la città. Lo stadio li acclama, anche se uno ha ormai i capelli bianchi e spinge la sedia a rotelle dell’altro, per un ultimo grandissimo giro di campo.

Non c’è nulla di forzato, sono semplicemente due eroi. Straordinariamente umani. È l’epica del calcio che si concretizza in quelle lacrime, in quel sorriso, in un caldo abbraccio. Forse è ancora troppo presto per capire a fondo come ha fatto Roberto Baggio ad essere amato ovunque, in maniera incondizionata. Ma un giorno questa storia verrà raccontata e varrà più di mille prodezze. Di certo la classe immensa non è una spiegazione sufficiente. Forse nel suo poema calcistico c’è la grandezza di un giocatore che ha vinto meno di quello che avrebbe meritato: non una Coppa del Mondo, non una Champions, e che ha collezionato più soddisfazioni personali che trofei di squadra. Intanto, da quando Baggio non gioca più, non è più domenica.

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Nemici contro. Domenica sera, allo Stadium, c’è Juve-Fiorentina. Due rivali che, calcisticamente parlando, si odiano. Ed è un atteggiamento nato nel 1981/82, all’ultima giornata di quel campionato. Le due squadre si presentarono affiancate e con due trasferte da affrontare. I bianconeri vinsero a Catanzaro con un rigore segnato da Liam Brady, la Viola fece 0-0 a Cagliari con un gol annullato a Graziani per presunta carica sul portiere. Polemiche, accuse, battute, sfottò: Franco Zeffirelli, regista grande tifoso toscano, che parla così di Giampiero Boniperti: “Si è presentato in tv masticando gomma americana come un mafioso”. Causa per diffamazione, lunga, che non fece che esacerbare gli animi delle due curve.

Juve-Fiorentina poi è stata Roberto Baggio, passato al nemico, che scatenò la rabbia dei tifosi viola contro i Pontello. Ma anche, più recentemente, Dimitar Berbatov, praticamente della Fiorentina, poi della Juve, poi di nessuna italiana. Con altre code polemiche tra i Della Valle e Marotta. Insomma, storie tese. E domenica la Viola guarderà la nemica dall’alto, cosa che non è capitata moltissime volte. Non solo: sarà guidata in panchina da Paulo Sousa, ex bianconero.

Se la rivalità è nata all’inizio degli anni ’80, non si possono però cancellare altre memorabili sfide tra le due contendenti. Ne abbiamo scelte 10.

Andrea Pirlo festeggia dopo aver deciso Juventus-Torino del 30 novembre 2014.

Juventus-Fiorentina 11-0 (7/10/1928)

C’è ampio divario tra la Juventus e la Fiorentina nel 1928. Non è ancora la squadra del quinquennio quella bianconera, ma dal campo di Corso Marsiglia esce un risultato pesantemente punitivo per la Fiore, sconfitta 11-0. Già il primo tempo si chiude sul 5-0 per i padroni di casa, che non hanno pietà dell’avversario neanche nei secondi 45′.

Juventus-Fiorentina 0-4 (2/10/1955)

La Fiorentina domina a Torino, al Comunale. Montuori, Virgili, Magnini e ancora Virgili fanno poker. Gli uomini di Bernardini si apprestano a vincere il primo scudetto della loro storia. Il buongiorno si vede dal mattino, cioè dall’inizio della stagione. La Viola interrompe l’egemonia di Inter, Milan e proprio Juve, guidata da un attacco molto prolifico e con in porta una saracinesca come Sarti.

Juventus-Fiorentina 3-2 (18/9/1960)

Ultimo atto della Coppa Italia a San Siro, con i bianconeri che sperano di fare doppietta dopo il campionato vinto. Sul 2-1 per i toscani, viene espulso Omar Sivori e la Coppa pare vicina a Firenze. John Charles, il gigante buono gallese, non è dello stesso avviso. Proprio lui aveva aperto le marcature, prima che Montuori e Dino Da Costa rovesciassero la situazione. Ancora Charles, di testa (specialità della casa), porta la finale ai supplementari. E qui, pur in inferiorità numerica, la Juve vince con Giampiero Boniperti in gol, con deviazione decisiva di un difensore.

Juventus-Fiorentina 0-2 (11/5/1969)

“Se la Fiorentina non vince lo scudetto, mi faccio frate trappista”. Parola di Bruno Pesaola, l’allenatore della Viola. Quel tricolore, annata 1968/69, arriva proprio a Torino, contro la Juve, a una giornata dalla fine. Ed è un giorno storico per il Giglio, per la seconda volta scudettato. Chiarugi e Maraschi, nel secondo tempo, fanno gioire tutta la città. Heriberto Hererra, sulla panchina della Signora, commenta: “La Fiorentina è una grandissima squadra. Ha vinto lo scudetto con un bel calcio collettivo ed è stata la squadra più costante di tutta la stagione, non ci sono dubbi”. Come sono lontane le polemiche dall’Arno al Po e viceversa.

Stadio Firenze

Juventus-Fiorentina 3-1 (2/5/1990)

Juve e Fiore di nuovo in una finale, questa volta di Coppa Uefa. Con andata e ritorno. A Torino, pochi giorni prima del grande ‘scippo’ di Roby Baggio, la Signora non fa sconti. Ma non mancano le polemiche. Sull’1-1, al 13′ del secondo tempo, gol di Pierluigi Casiraghi che, secondo la Fiorentina, pochi istanti prima aveva spinto Celeste Pin, che lo stava marcando. Le reti: al 2′ Galia, al 10′ Buso (ex enfant prodige bianconero), al 59′ Casiraghi e al 74′ De Agostini. Sulla panchina della Fiorentina c’è Ciccio Graziani. Il ritorno si giocherà sul campo neutro di Avellino e finirà 0-0, consegnando la Uefa nelle mani dei torinesi. Altre polemiche per la scelta della sede: non Perugia, all’epoca ‘stadio’ della Fiorentina perché il Franchi era squalificato, ma Avellino, più lontano e più ‘bianconero’.

Juventus-Fiorentina 3-2 (4/12/1994)

Per i tifosi della Juve, una delle partite più emozionanti della storia. Per quelli viola una grande beffa. Per tutti, l’inizio dell’epopea dei Lippanti. Al 35′ la Fiorentina ha già bussato due volte con Baiano e Carbone. Nell’ultima parte del match, si scatena Gianluca Vialli che, con una doppietta, riporta la gara in parità. E non è finita. Alex Del Piero con una perla – esterno destro al volo all’incrocio – dipinge uno dei suoi tanti capolavori. Allo stadio c’è gente che piange, Pinturicchio ammette ancora oggi: “Ho segnato tanti gol, ma questo è il più bello, forse”.

Juventus-Fiorentina 2-1 (25/4/1999)

Antonio Conte segna il gol del 2-1 e che fa? Corre verso il settore ospiti, sradica la bandierina del calcio d’angolo e la agita sotto gli occhi del pubblico della Fiorentina. Facendoli infuriare. Era Gabriel Omar Batistuta, infatti, che amava esultare mettendosi in posa sul calcio d’angolo. Quando non faceva il mitra. Storie tese, pure in campo insomma. Mentre sulla panchina della Fiorentina c’era un certo Giovanni Trapattoni.

Juventus-Fiorentina 1-1 (13/3/2014)

Di nuovo contro in Europa, questa volta in Europa League. La Fiorentina allo Stadium si presenta timorosa. Segna Vidal al 3′, il cileno colpisce più avanti pure una traversa. Ma al 79′ Mario Gomez pareggia e riapre i giochi. Anzi, pare indirizzare la qualificazione ai quarti dalle parti di Firenze, solo che al Franchi una punizione di Andrea Pirlo rovinerà la festa organizzata dai tifosi.

 

Juventus-Fiorentina 1-2 (5/3/2015)

Dallo Stadium torna a casa una bellissima Fiorentina, che pare aver ipotecato la finale di Coppa Italia. Finisce 2-1 per i Viola, guidati da un maestoso Salah. L’egiziano apre all’11’, Llorente pareggia al 24′. All’11’ della ripresa, ancora l’attaccante viola espugna Torino. Ancora una volta, però, il sogno dei viola di Montella si spegnerà al Franchi contro una Juve che poi andrà a sollevare la decima Coppa Italia in finale contro la Lazio.

Juventus-Fiorentina 3-2 (29/4/2015)

È l’ultima Juve, quella di Massimiliano Allegri. Si avvia verso il quarto scudetto consecutivo, ma prima c’è l’ostacolo viola. Dopo essere andati in svantaggio, i bianconeri ribaltano con una rete di Fernando Llorente e con la doppietta di Carlos Tevez. Lo Stadium vive altre intense emozioni. A Gonzalo Rodriguez, in rete su rigore, risponde tre minuti dopo l’ariete. Prima della fine del tempo, l’Apache rovescia la situazione. Nel secondo tempo, altro rigore per la Fiorentina, ma questa volta il difensore argentino tira fuori. E quattro minuti dopo, Tevez pare chiudere i giochi. A un minuto dalla fine, Ilicic regala ancora una speranza a Montella, ma non basta per il pari.