CALCIO

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Quanto sei bella Roma quand’è sera” canta Antonello Venditti che, nelle ultime settimane, avrà avuto però poco di che gioire e di cui rallegrarsi per la sua squadra del cuore. La Roma di Garcia, infatti, è incappata nell’ennesimo psicodramma: lo stesso che ciclicamente sembra ripetersi dalle parti di Trigoria proprio quando tutto lascia presagire il definitivo salto di qualità. L’anno scorso, dopo l’avvio con i fiocchi, il declino è cominciato con la discussa sconfitta nel match con la Juventus, a cui l’ambiente – a cominciare proprio dal tecnico francese – non ha saputo reagire finendo per crearsi alibi inconsci che poi hanno condotto alla debacle di due settimane dopo, all’Olimpico, contro il Bayern Monaco (1-7) e alla definitiva perdita di terreno in campionato al cospetto di una Juve schiacciasassi.

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Una storia che si è ripetuta puntuale quest’anno. Prima l’avvio convinto, condito dalla crescente consapevolezza di poter giocare un ruolo di rilievo – complice anche il calo del rivale bianconero -, quindi la prima posizione subito raggiunta e il dominio quasi incontrastato dell’attacco dei velocisti Salah e Gervinho. Poi però improvvisamente qualcosa si rompe: una difesa mai affidabile, il dualismo tra i pali, le amnesie di Champions (sconfitta con il Bate e 4-4 rocambolesco con il Bayer Leverkusen), la sconfitta in campionato con l’Inter, l’arretramento in classifica, la crescita contestuale di due new entry nella lotta scudetto (Napoli e Fiorentina), sino alle vicende dell’ultima settimana. In quattro giorni, i giallorossi beccano un 6-1 dal Barcellona degli alieni ed un KO interno contro i molto più abbordabili rivali dell’Atalanta. Due sconfitte che lasciano intravedere crepe e segnali di cedimento dell’ambiente molto evidenti.

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Il ds Sabatini non ha inteso parlare di alternative a Garcia, De Rossi ha messo in guardia i compagni affermando che sarebbe da “infami” (ipse dixit) scaricare adesso l’allenatore. Qualcosa, però, cova sotto la cenere ed affiora un malumore diffuso a Trigoria, con i giocatori scontenti e ormai poco convinti della capacità del proprio allenatore di leggere le partite; e le prove cominciano ad essere parecchie in questa direzione.

Di fatto la Roma, persi Salah e Gervinho per infortunio, ha scoperto di non avere alternative tattiche a disposizione. Attenzione: abbiamo parlato di tattica e non di uomini, perché in rosa c’è chi potrebbe sostituire i due (da Iturbe a Iago Falque sino a Florenzi), ma esprimendo un gioco diverso da quello dei due contropiedisti doc africani, fatto di accelerazioni, dribbling e ripartenze brucianti. Questo, però, manca nella Roma che aggiunge alle sopraggiunte difficoltà offensive, una carenza difensiva ormai endemica. Siamo proprio sicuri che la cessione di Romagnoli sia stata un affare? A giudicare dalle alternative arrivate dal calciomercato e dalle condizioni di Castan, qualche dubbio ci viene.

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Ma se Atene piange, Sparta non ride. Anzi. La Lazio è messa anche peggio. Il tecnico Pioli è in bilico e la squadra, dopo aver fallito la qualificazione alla Champions League nel preliminare di Leverkusen, ha dimostrato di aver speso buona parte delle cartucce nella rincorsa fantastica dello scorso anno culminata con il terzo posto alle spalle della Roma. Sarebbe servito un rinnovamento maggiore, per evitare un certo appagamento, ma Lotito e Tare hanno preferito la continuità tecnica innestando elementi giovani e di prospettiva (Hoedt, Kishna, Milinkovic-Savic, Morrison) che, per ora, non sono riusciti a invertire la rotta di un’annata che comincia a mettersi male, dopo l’ennesima sconfitta di ieri contro l’Empoli. A gennaio servirà un intervento deciso sul mercato, ma il parsimonioso presidente biancoceleste sarà dello stesso avviso?

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Ai grandi non interessa formare i giocatori, si limitano a comprarli, investono milioni su milioni anche per giocatori mediocri. Una gigantesca idiozia. Mi piace il calcio quando è coniugato con il verbo costruire

Trondheim è una città placida e operosa, situata nella contea di Sor-Trondelag, un nome che evoca la mitologia vikinga e le foreste del Nord Europa. La città è situata sulla sponda del fiordo di Trondheim ed è attraversata dal fiume Nidelva che in corrispondenza della città sfocia nel fiordo. In Inverno capitano spesso giorni in cui si accumulano 25 cm di neve e le minime crollano al di sotto dei -10 °C. Ciò nonostante Trondheim resta una città ricca di passione, che accetta di buon grado il divertimento, e per accorgervene vi basterà passare in questa tranquilla cittadina norvegese un fine settimana, come capitato a me qualche anno fa. Gli studenti della città si trasformano e la loro voglia di spensieratezza prende il sopravvento. Si consuma birra a fiumi e i locali si riempiono di belle ragazze che quando bevono qualche bicchiere in più incominciano a intonare cori per il Rosenborg, orgoglio nazionale. E sì, perché questa è la terza città della Norvegia, ma se parliamo di calcio nessuno sa quali sono i nomi e la storia delle prime due.

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A parte il Brann Bergen, che era solito incontrare la Sampdoria nei sedicesimi di Coppa delle Coppe, quando ancora il mercoledì era sacro al dio del pallone, non c’è nessuna squadra norvegese che possa vantare la storia e le imprese dei bianchi di Trondheim. Quelli che negli anni ’90 hanno fatto dispetti ai potenti d’Europa, compreso il Milan di Arrigo Sacchi, sconfitto a San Siro e sbattuto fuori dalla sua competizione: la partita è Milan-Rosenborg 1-2, sesta giornata del girone D della Champions League 1996/97. I rossoneri comunque non erano la prima vittima illustre del Rosenborg, né sarebbero stati l’ultima. In campo c’erano Baggio, Maldini, Baresi, Boban, Savicevic, ed è per questo che il giornalista sportivo Oddleiv Moe ha dedicato addirittura un intero capitolo al Mirakelet på San Siro (Il miracolo di San Siro) messo in atto dal futuro pilota di aerei di linea Harald Martin Brattbakk e dall’imprenditore (oggi commercia salmoni) Vegard Heggem. L’artefice di tutto, però, sedeva in panchina.

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Nils Arne Eggen insegna calcio dall’età di 30 anni, quando un grave infortunio lo aveva costretto ad un precoce ritiro dall’attività professionistica. Le sue idee tattiche sono ispirate al calcio totale di Rinus Michels e nel 1986, dopo una periodo sabbatico nel quale si dedica esclusivamente all’insegnamento, accetta l’offerta del Moss, club di seconda divisione, conquistando la promozione al primo anno e il campionato in quello successivo, per poi rientrare in grande stile al Rosenborg (dove aveva giocato), centrando tra il 1992 e il 2002 dieci vittorie consecutive della Tippeliga (nel ’98 in panchina ci fu il suo assistente Trond Sollied a portare avanti una serie arrivata fino a 13). Nel 2010, infine, il ritorno per la sesta volta sulla panchina dei Troillongan per stabilire un nuovo primato, ovvero vincere il titolo senza perdere un solo incontro.

Con un simile curriculum, è scontato che ogni successore di Eggen al Rosenborg si senta come David Moyes al primo giorno di allenamento da tecnico del Manchester United post-Ferguson. Un’ombra che preme, una pressione che schiaccia, e non è un caso che negli ultimi tredici anni siano stati 11 gli allenatori transitati da Trondheim, quando in passato per raggiungere una simile cifra trascorreva in media un quarto di secolo.

Dal 2010, il Molde di Ole Gunnar Solskjær e Tor Ole Skullerud, e lo Strømsgodset di Ronny Deila, hanno tenuto il Rosenborg a digiuno per cinque lunghissimi anni, evento che non si verificava dai primi ’80. La fame è stata saziata un paio di settimane fa da Kare Ingebrigsten , uomo agli ordini di Eggen per otto stagioni prima di emigrare al Manchester City, cresciuto sotto l’ala protettiva del tecnico di Orkdal, e diventato una sorta di Eggen 2.0 tanto sotto il profilo tattico quanto metodologico.

Quella di Ingebrigtsen è la storia di un traghettatore (vi ricordate Lucescu all’Inter?) che, a dispetto delle intenzioni iniziali, viene poi confermato alla guida della squadra anche per le stagioni successive. In carica dal 21 luglio 2014, l’attuale allenatore del Rosenborg avrebbe semplicemente dovuto preparare la strada all’ennesimo ritorno di Eggen, ma nel frattempo l’ormai ultrasettantenne maestro ha subito un trapianto di reni ed è costretto ad abdicare. Via libera quindi al suo discepolo, che ha confermato il ritorno al marchio di fabbrica dell’età dell’oro, il modulo 4-3-3, già comunque reintrodotto dal predecessore “Perry Hansen”, irrobustito però da una preparazione militaresca, e da una leadership che esprime la sua più alta forma di coinvolgimento nel video “Sha la la la la, Oh Rosenborg“, video diventato virale anche lontano dai fiordi.

Il nuovo corso del Rosenborg è all’insegna del back-to-roots, che significa il ritorno a una squadra dalla forte identità locale, con pochissimi stranieri e quasi tutti provenienti da paesi affini quali Svezia, Danimarca e Islanda. Chi simboleggia pienamente lo spirito del nuovo Rosenborg è Alexander Søderlund, attaccante che in carriera ha cambiato 8 maglie in altrettanti anni prima di riuscire a sfondare. In Italia è transitato da Treviso e Lanciano senza mai scendere in campo, e quando l’ha fatto nell’allora Serie C1 con il Lecco gli sfottò hanno sopravanzato gli applausi. In Italia si ironizzava su fisico e movenze del biondo di Haugesund, definito un attaccante da gambe sotto il tavolo più che un centravanti di sfondamento.

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A fine stagione blu-celesti in C2 e Søderlund a casa, nella terza serie norvegese. Quattro anni e mezzo dopo è capocannoniere del campionato (22 gol) e titolare in nazionale. Non sarà lui a riportare il Rosenborg ai fasti degli anni 90, né nessun altro degli uomini agli ordini di Ingebrigtsen.

È cambiato il Rosenborg, è cambiato il calcio. Lo hanno rubato, ama ripetere Eggen. «È il capitalismo applicato al pallone, e ha rovinato il gioco. Ai grandi non interessa formare i giocatori, si limitano a comprarli, investono milioni su milioni anche per giocatori mediocri. Una gigantesca idiozia. Mi piace il calcio quando è coniugato con il verbo costruire».

Oggi il Rosenborg non è più un troll, una squadra dispettosa che si diverte a dar fastidio alle grandi d’Europa. È tornata ad essere la regina di Norvegia senza strafare, e fa parlare di sé lontano dalla Scandinavia più per i video su Youtube che per le imprese calcistiche.

Noi, nostalgici degli anni ’90, ne sentivamo comunque la mancanza. E nei locali di Trondheim anche. Sha la la la la la, Oh Rosenborg!

 

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Zero in condotta. In tutto, 71 partite in serie A, con 27 ammonizioni e tre cartellini rossi. Domenico Berardi è Pshycho o Bad Boy. Tutta colpa dell’ennesima follia in Genoa-Sassuolo, con l’espulsione per un fallo di reazione. Sì, perché il golden boy classe 1994 i suoi ‘rossi’ non li prende mai per aver inseguito l’avversario fino al limite della sua area di rigore: no, quello sarebbe quasi un pregio. Lui si fa espellere per reazioni, falli brutti, proteste.

Esuberanza o cattiveria

Il carattere fumantino rischia seriamente di sporcare la sua carriera. Che, a soli 21 anni, ha numeri unici pure in positivo: 31 gol realizzati nelle prime due stagioni in serie A. Nessun Under 21 in Europa come lui. Purtroppo, però, è pure il più sanzionato della nostra massima serie. Altro che Mario Balotelli o i duri difensori che picchiano. No, gli arbitri gli sventolano in faccia gialli e rossi come se piovesse. E non è che l’abbiano preso di mira. È proprio Domenico che agisce sempre e solo d’istinto. Cosa che lo porta a prodezze e a debolezze.

Forse è troppo giovane e il carattere maturerà? Se lo augura Eusebio Di Francesco, ma soprattutto Antonio Conte e le grandi squadre. La Juventus lo ha nel mirino da almeno tre anni, ma alla fine lo lascia sempre in Emilia, sperando che cambi. L’Inter ha fatto sapere di volerci provare; Conte difficilmente lo potrà portare all’Europeo dei grandi dopo l’ennesima lite di Marassi con Ansaldi. Ed è un peccato, perché Berardi ha il gol nel sangue.

Quel poker in faccia ad Allegri

Lo sa bene Max Allegri, che fu esonerato proprio dopo un Sassuolo-Milan con il suo avversario in rete addirittura quattro volte. Era il 12 gennaio del 2014 e la serie A stava scoprendo la prolificità del giovanotto. Intendiamoci, non è che in serie B Berardi fosse un tipo tranquillo: si era beccato già un’espulsione contro il Livorno, che lo portò ad osservare tre turni di stop. Salendo di categoria, però, ha proprio esagerato. Nel 2013-2014, infatti, ha saltato ben nove gare per squalifica, l’anno scorso cinque. In questa stagione, prima di Genova, aveva già rimediato quattro cartellini gialli.

SPLIT, June 11, 2015 -- Italy national team Nationalteam coach Antonio Conte attends a training session at Poljud stadium in Split, Croatia, June 11, 2015. Italy will play Euro 2016 Group H qualifying soccer match against Croatia on Friday. ) (SP)CROATIA-EURO 2016 QUALIFIERS-TEAM ITALY TRAINING SESSION MisoxLisanin PUBLICATIONxNOTxINxCHN Split June 11 2015 Italy National team National team Coach Antonio Conte Attends A Training Session AT Poljud Stage in Split Croatia June 11 2015 Italy will Play Euro 2016 Group H Qualifying Soccer Match Against Croatia ON Friday SP Croatia Euro 2016 Qualifiers team Italy Training Session MisoxLisanin PUBLICATIONxNOTxINxCHN

Lo ‘sgarbo’ a Conte

Fuori dal campo, Berardi non fa parlare di sé come Balotelli, ma di ‘berardate‘ ne ha combinate comunque. Nel 2013 rifiutò la convocazione in Under 19, la Federazione lo fermò per nove mesi e così slittò il suo salto in Under 21. Antonio Conte lo ha convocato una volta per la Nazionale maggiore, ma lui è tornato a casa per un problema fisico il giorno dopo essere arrivato in ritiro. La cosa ha indispettito il commissario tecnico, che ha parlato in conferenza stampa di quanto bisogni essere “adeguati’ “sentire” la maglia azzurra per poterci stare.

A Sassuolo lo amano

A Sassuolo resta comunque un idolo, nonostante la testa. È già il miglior marcatore della storia neroverde, insieme a Cristiano Luconi e Gaetano Masucci. Ma ora tutti si chiedono se potrà mai fare il salto in una grande, dove è anche più facile venire provocati dall’avversario di turno. La Juve avrebbe l’opzione per acquistarlo l’estate prossima, ma lo farà? A Torino non amano i giocatori con poca disciplina. E la storia insegna che cambiare carattere è davvero difficile (vedi pure Antonio Cassano). Un tipo così dovrebbe entrare in punta di piedi nello spogliatoio di una grande, non a piedi uniti sull’avversario sotto gli occhi dell’arbitro.

Rissa con Ceccherini

Come detto, già in serie B, nell’anno della promozione del Sassuolo, Berardi è leader. E forse, proprio per marcare il territorio, non si trattiene nel big-match contro il Livorno. Rissa con Ceccherini e primo cartellino rosso da professionista.

Rosso dopo un minuto

Passa un anno, siamo in serie A. Domenico Berardi entra in campo contro il Parma e, un minuto dopo l’apparizione sul terreno di gioco, rifila una gomitata a Molinaro. Arriva puntuale la sanzione del direttore di gara.

La gomitata a Juan Jesus

Stagione 2014-2015: il Sassuolo per il secondo anno consecutivo ne prende 7 dall’Inter, questa volta a San Siro. Domenico Berardi perde la testa e rifila una gomitata a Juan Jesus a palla lontana. Espulsione diretta e tre turni di stop. A cui vanno aggiunti i due per somma di cartellini gialli (saranno 13 a fine stagione).

Calcione ad Ansaldi

L’ultima ‘berardata’ a Marassi, con il 25 che subisce fallo e, cadendo, colpisce con un calcio Ansaldi. L’arbitro vede e sventola il cartellino rosso sotto il naso del giocatore, espellendo pure Perotti per il convulso dopo-fallo.

Un rosso pure in Under

Marzo 2015, Under 21: in amichevole, contro la Serbia, Berardi ha trovato il modo di uscire anzitempo dal campo per un’altra espulsione, somma di due gialli. Colpa del neo interista Perisic, con cui l’attaccante del Sassuolo si becca fin dall’inizio. Pestone al serbo (ammonizione), che ricambia con un’entrata niente male. Poco dopo, pestone in mezzo alle gambe a Perisic che è già a terra (l’italiano viene graziato dall’arbitro). Berardi non si accontenta e arriva in ritardo poco dopo: questa volta è secondo giallo.

Sarà il caso che gli allenatori che avranno alle loro dipendenze Berardi, cerchino di fargli capire come rischia di macchiare la sua carriera, prima ancora che inizi e come potrebbe mettere in serie difficoltà non solo i club per cui gioca, ma soprattutto se stesso. Difficile entrare davvero nel giro dei grandi senza disciplina. Come diceva quella pubblicità? “La potenza è nulla senza controllo”.

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La storia del momento nei principali campionati europei non può che essere quella del Leicester City, da sabato in testa alla classifica di Premier League in solitaria dopo lo 0-3 al Newcastle. Un risultato impensabile per una squadra partita per salvarsi, tra molto scetticismo e con una campagna acquisti “normale” se paragonata ai giganti Chelsea, Liverpool, Manchester City e Manchester United, che in estate hanno speso centinaia di milioni di euro per ritrovarsi a fine novembre dietro alle Foxes. È la dimostrazione che nel calcio può esserci ancora posto per delle storie non legate alle spese folli, e anche se a fine stagione il Leicester non dovesse finire nelle prime posizioni i suoi tifosi si ricorderanno per sempre di questo memorabile periodo. Ma com’è stato possibile l’exploit di una squadra che un anno fa era ultima in classifica e ora si ritrova in testa?

Leicester City

L’INIZIO DELLA CORSA

Tredicesimo turno di Premier League 2014-2015: il Leicester City perde 3-2 in casa del QPR e scivola all’ultimo posto in classifica. Ci rimarrà per quasi un girone, arrivando alla ventinovesima giornata con uno score pessimo: diciannove punti (seppur con una partita in meno, che poi perderà) ottenuti grazie a quattro vittorie, sette pareggi e diciotto sconfitte, con la zona salvezza distante sette punti. Pensare di non retrocedere, a fine marzo, veniva considerato un miracolo, ma dopo la sosta scatta qualcosa e la storia cambia: Andy King segna all’86’ il gol vittoria sul West Ham e una settimana più tardi le Foxes ribaltano il punteggio in casa del West Bromwich passando da 2-1 a 2-3 negli ultimi 10′; nelle due giornate seguenti arrivano altrettanti successi che proiettano la squadra delle East Midlands fuori dalla zona retrocessione. Dopo il KO col Chelsea la stagione si chiude con tre vittorie e uno 0-0 col Sunderland al penultimo turno che vale la salvezza aritmetica con una giornata d’anticipo, un vero miracolo visto l’ultimo posto in classifica a Natale, di solito una condanna anticipata in Premier League.

Il manager del Leicester City 2014-2015 Nigel Pearson.

CAMBIO IN PANCHINA: ARRIVA RANIERI

Il 30 giugno 2015 l’ambiente del Leicester viene stravolto da una notizia inaspettata: Nigel Pearson viene esonerato per divergenze col club. Pare che il motivo sia legato a una vicenda poco edificante avvenuta in una tournée in Asia dopo la fine del campionato, dove alcuni giocatori erano stati licenziati per via di uno scandalo sessuale con riferimenti razzisti (tra questi anche il figlio del manager, James). Il 13 luglio viene scelto il suo successore: è Claudio Ranieri, reduce dal fallimento con la Grecia e di ritorno in Inghilterra undici anni dopo la fine della sua avventura col Chelsea. La scelta viene pesantemente criticata, tanto che anche Gary Lineker, uno dei migliori giocatori della storia del club e attualmente commentatore per la BBC, esprime tutta la sua perplessità sul proprio profilo Twitter. La campagna acquisti non è di alto profilo, dall’Italia arrivano Yohan Benalouane e Gökhan Inler mentre il più pagato è Shinji Okazaki (7 milioni di sterline) e l’ex Inter Cambiasso lascia per fine contratto. La stagione non inizia nel migliore dei modi e la squadra viene indicata tra le pericolanti. Invece…

I GOL DI VARDY PORTANO IL PRIMATO

La partenza è convincente, con un 4-2 sul Sunderland, un successo esterno in casa del West Ham (1-2) e un pari col Tottenham. Non altrettanto positivo l’1-1 in casa del Bournemouth, raggiunto a quattro minuti dal 90′ su rigore con Vardy, ma anche questo risultato si rivelerà fondamentale. Il 13 settembre altro punto di svolta: al 70′ l’Aston Villa sta vincendo 0-2 ed è in completo controllo della partita, ma nei venti minuti finali succede di tutto, perché De Laet, Vardy e Dyer capovolgono la situazione portando il punteggio sul 3-2 all’89’. Per due volte il Leicester recupera da 2-0 a 2-2, in casa di Stoke City e Southampton, solo il 24 ottobre arriva il primo clean sheet, contro il Crystal Palace, festeggiato con una pizza offerta da Ranieri ai suoi giocatori, come da promessa fatta qualche settimana prima. L’1-0 sui londinesi fa partire una nuova striscia positiva, con quattro vittorie di fila che fanno risalire la squadra dal quinto al clamoroso primo posto, ottenuto sabato battendo 0-3 il Newcastle, dove Jamie Vardy va a segno per la decima partita consecutiva eguagliando il record di Ruud van Nistelrooy. Anche questo è un dato impressionante se si pensa che fino a tre anni fa il centravanti inglese giocava fra i dilettanti, mentre ora spera di andare agli Europei!

Jamie Vardy Leicester City

Il Leicester City è davanti a tutti a fine novembre e nessuno l’avrebbe potuto immaginare soltanto otto mesi fa, prima delle sette vittorie nelle ultime nove giornate dello scorso campionato. Ha il miglior attacco con ventotto gol, ma ne ha subiti venti risultando la settima peggior difesa (solo le ultime sei squadre in classifica hanno fatto peggio, tra cui il Chelsea). È imbattuto in trasferta e ha perso soltanto una volta, per 2-5 contro l’Arsenal il 26 settembre, ed ora si ritrova davanti un calendario piuttosto duro nel quale dovrà dimostrare di valere la classifica ottenuta finora. Vardy è capocannoniere con tredici reti, quattro in più del secondo (Romelu Lukaku), ma non bisogna dimenticare i sette centri dell’algerino Riyad Mahrez, pure lui decisivo soprattutto nelle prime giornate e autore di svariati assist. Ranieri è stato bravissimo a consolidare il gruppo e mettere in campo una squadra organizzata che sa cosa fare anche quando è sotto nel punteggio. Magari non vincerà il campionato, però intanto qualcuno comincia a sognare l’inno della Champions League suonato al King Power Stadium. Diventerà realtà?

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Per riprendere il ritmo dopo due settimane di sosta per le nazionali non poteva esserci programma migliore. I campionati di calcio in giro per il mondo ricominciano con un sabato di valore assoluto nel quale si giocano, più o meno in contemporanea, una serie di partite di alta classifica e dal fascino indiscutibile. Su tutte, ovviamente, spicca il Clásico di Spagna, Real Madrid-Barcellona, ma fra Germania (Schalke 04-Bayern Monaco), Grecia (Panathinaikos-Olympiakos, esordio di Andrea Stramaccioni nel sentitissimo derby di Atene), Inghilterra (Manchester City-Liverpool), Italia (Juventus-Milan) e Portogallo (Sporting CP-Benfica di coppa) il programma è ricco come poche volte accade nell’arco della stagione. Per arrivare preparati al fischio d’inizio ecco una dettagliata preview delle tre principali sfide di domani: Real-Barcellona, City-Liverpool e Juve-Milan.

REAL MADRID – BARCELLONA

Estadio Santiago Bernabéu, ore 18.15

Un Clásico che può già indirizzare la Liga. Alla pausa il Barcellona ha provato la prima fuga, approfittando della sconfitta del Real Madrid per 3-2 a Siviglia per prendersi la vetta in solitaria con tre punti di vantaggio sui rivali. Vincere al Bernabéu significherebbe andare a +6 sulle merengues e mettere ancora più pressione nei confronti di Rafa Benítez, che ha passato due settimane di critiche ed è alle prese con il noto caso relativo a Karim Benzema, comunque arruolabile per domani. Cristiano Ronaldo non è in una delle sue migliori annate (ha segnato solo in quattro giornate su undici) ma per i blancos i tanti infortuni che hanno caratterizzato l’inizio di stagione sembrano ormai alle spalle, quindi i vari James Rodríguez, Luka Modrić e Keylor Navas (decisivo con tantissime parate strepitose) sono pronti per giocare. Luis Enrique ha un dubbio: Lionel Messi. L’argentino, dopo l’infortunio al ginocchio del 26 settembre col Las Palmas, è recuperato e l’ex allenatore della Roma deve decidere se schierarlo dall’inizio o a gara in corso, in sua assenza comunque Luis Suárez e Neymar non l’hanno fatto rimpiangere segnando a raffica (venti gol in due dal 26/09). Occhio al dato: il pareggio manca dalla stagione 2012-2013.

Luis Suárez segna il 2-1 in Barcellona-Real Madrid del 2015.


MANCHESTER CITY – LIVERPOOL

Etihad Stadium, ore 18.30

Dopo aver vinto il suo primo big match inglese, lo scorso 31 ottobre contro il Chelsea, Jürgen Klopp ci riprova sfidando il Manchester City capolista. L’1-3 di Stamford Bridge rimane tuttavia l’unico successo in Premier League del manager tedesco, visti i due pareggi e la sconfitta col Crystal Palace. Il suo Liverpool, dunque, è ancora ben lontano dai fasti di un tempo, col decimo posto e nove punti di distacco dai Citizens. Klopp rischia di non poter contare su Daniel Sturridge, sempre alle prese con vari problemi fisici, e mancherà anche Jordan Henderson, ma ci saranno Benteke e soprattutto Coutinho, l’uomo in più dell’ultimo mese per i Reds. Nel City potrebbe tornare Sergio Agüero, che per un infortunio alla coscia non gioca dal 3 ottobre, quando realizzò cinque gol al Newcastle: il rientro dell’argentino è vitale per Pellegrini che però sta valutando se farlo partire dalla panchina, essendoci poi la trasferta di Champions League in casa della Juventus. Sicuramente out Kompany e Nasri, quasi certo il forfait di David Silva, ma la formazione sarà lo stesso competitiva. Da segnalare la sfida nella sfida tra grandi ex: Sterling da una parte, arrivato da Liverpool per 62.50 milioni, e Milner dall’altra.

Raheem Sterling Manchester City


 

JUVENTUS – MILAN

Juventus Stadium, ore 20.45

Ultima chiamata per entrambe. Juventus e Milan non hanno altro risultato al di fuori della vittoria se vogliono ancora sperare di riprendere le posizioni di vertice dopo un avvio di campionato molto altalenante. L’inizio shock dei campioni in carica continua a pesare sulle ambizioni bianconere, ma un successo di prestigio sarebbe capace di ridare slancio alla Juve, che ancora non ha abbandonato del tutto le velleità di tricolore. Massimiliano Allegri, come da tradizione in questi primi tre mesi, ha a che fare con diversi indisponibili, ma rispetto a qualche giorno fa la situazione di Buffon, Cáceres, Lichtsteiner e Mandžukić sembra essere in netto miglioramento. Sicuro di una maglia Paulo Dybala, che si sta prendendo la scena dopo qualche panchina: sarà lui il principale pericolo per il sedicenne Donnarumma. Il portiere milanista, alla prima vera grande sfida della sua giovane carriera, troverà davanti a sé Gianluigi Buffon, colui al quale il 99 rossonero si ispira da sempre. Siniša Mihajlović nell’ultimo mese ha allontanato le voci di esonero con cinque risultati utili consecutivi e i gol di Carlos Bacca; il Milan è in crescita, ma deve fare il salto di qualità per tornare a pensare in grande. Il pareggio non serve a nessuna delle due, c’è da aspettarsi un match combattuto.

Massimiliano Allegri

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Raul Gonzalez Blanco, per tutti Raul e basta, ha chiuso con il botto. A 38 anni ha conquistato l’ultimo trofeo della sua carriera da vincente, con la maglia dei New York Cosmos. Ha vinto infatti la NASL, la seconda divisione americana, annunciando poi il suo ritiro.

L’ultima notte è stata però solo sorrisi e ‘fiesta’, grazie alla tripletta dell’ex Livorno Cellerino. Nell’immaginario collettivo, Raul sarà per sempre un ‘galactico’, ossia un uomo Real Madrid. Prima dei Cristiano Ronaldo e dei Gareth Bale, l’anima e lo spirito Merengue.

 

Gli inizi colchoneros

Raul a 10 anni con il pallone fa quello che vuole, ma è troppo piccolo per giocare. Allora, tesserino falso, nome cambiato in ‘Dani’, età aumentata e il gioco è fatto. Non siamo ai passaporti falsi, ma a uno stratagemma per regalare al ragazzino la possibilità di fare davvero quello che vuole. Papà Pedro ha un problema però: è tifoso dell’Atletico Madrid. E così il figlio entra nelle giovanili dei colchoneros. E che fa? Trascina la squadra alla vittoria di due campionati di fila.

L’avventura Real

L’avventura Real comincia ufficialmente nel 1992. L’Atletico Madrid ha problemi finanziari, il presidente Jesus Gil taglia l’intero settore giovanile. Raul veste di blanco ed è un colpo di fulmine reciproco. Nonostante i primi passi con gli acerrimi nemici cittadini, Raul si comincia a sentire Real fin da subito. Le giovanili sono una seconda pelle. Da queste parti non ci sono problemi di soldi, l’attaccante può fare il grande salto dalla cantera alla prima squadra. E sono dolori, per gli avversari. Il Bernabeu è già tutto in piedi quando, a 17 anni, risolve proprio il derby con l’Atletico, segnando il primo gol in Liga.

Il Real domina

La camiseta blanca porta a Raul la notorietà. Vincerà sei campionati, tre Champions League (la prima nel 1998, dopo 32 anni di digiuno da parte della Casa Blanca) e due Coppe Intercontinentali, tanto per parlare solo dei trofei più importanti. Raul è il capitano e porta la fascia al braccio con orgoglio. Giocherà 741 volte (record) con il Madrid, realizzando 323 reti (secondo nella storia Real dopo Cristiano Ronaldo). Una leggenda. Passano Del Bosque e Capello, Morientes e Zidane, Figo e Ronaldo (il fenomeno), ma lui resta.

Raul Schalke

L’addio

Lui resta 18 anni. Ma poi parte, non senza lacrime. A Madrid ha vinto, si è imposto, ha sposato Mamen Sanz (a lei sono dedicate le esultanze con bacio alla fede), ha vissuto momenti indimenticabili, come il Camp Nou ammutolito per una sua prodezza. Sono 80 mila a salutarlo, al Bernabeu, quando fa il giro del campo con la sciarpa bianca al collo. Nel suo futuro c’è la Bundesliga e lo Schalke 04.

Idolo in Germania

In Germania Raul è un mito, un monumento. I compagni a Gelsenkircken lo inseriscono subito nel Mannschaftsrat (“Consiglio di squadra”), composto dai giocatori più rappresentativi, ma lui rifiuta. Non vuole pestare i piedi a nessuno. Vive emozioni completamente diverse con lo Schalke, ma vince ancora: una Coppa di Germania e una Supercoppa tedesca. Poi lascia per le avventure in Qatar (campionato e Coppa sono sue, naturalmente) e negli Stati Uniti.

Pallone d’oro alla carriera

L’unico rimpianto di Raul è non aver mai vinto il Pallone d’oro, che si sarebbe meritato eccome. E non aver raggiunto i successi che avrebbe voluto con la Spagna. Nel suo curriculum, però, oltre ai gol c’è un altro dato stupefacente: non è mai stato espulso in carriera. La ‘sua’ maglia numero 7 ora è tra quelle intoccabili. Mentre lui, dopo la vittoria negli States (altro trofeo in bacheca…e sono 22!), diventerà direttore tecnico dei Cosmos, ma con il Real per sempre nel cuore.

La Nazionale

Prima che la Spagna dominasse il mondo. Raul ha avuto solo il difetto di nascere qualche anno prima che la sua Nazionale facesse strike (Mondiale ed Europeo), ma con la maglia roja ha segnato comunque 44 reti in 102 partite. In molti, però, se lo ricordano per quel rigore sbagliato all’ultimo minuto contro la Francia nei quarti di finale di Euro 2000: era destino che con le Furie Rosse non dovesse vincere.

Gli eredi

La maglia numero 7 che fu di Raul è in buone mani, quelle di CR7. L’attaccante iberico non è geloso dei record che gli sono stati strappati: “Sono fatti per essere battuti. Sono contento e orgoglioso di tutto ciò che ho raggiunto, di ogni partita e di ogni gol che ha aiutato le squadre per cui ho giocato. Sapevo benissimo che altri avrebbero superato quei numeri. Stiamo parlando dell’epoca di Messi e di Ronaldo, due giocatori che sono già considerati tra i più grandi di tutti i tempi”.