CALCIO

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As Firenze 23/08/2015 - campionato di calcio serie A / ACF Fiorentina (AC Florenz) vs AC Mailand: Torjubel Marcos Alonso PUBLICATIONxNOTxINxITA AS Firenze 23 08 2015 Campionato Tue Calcio Series A ACF Fiorentina AC Florence vs AC Milan goal celebration Marcos Alonso PUBLICATIONxNOTxINxITA

“Che bella Firenze le sere d’estate”. Cantava così qualche anno fa Brunori Sas, cantautore contemporaneo di origini calabresi che con Firenze e con questa storia non ha nulla a che vedere. Ci ha ispirati l’incipit, e null’altro. Firenze le sere d’estate è bella sul serio, anche fuori dalle canzoni e dai romanzi, evitando di riproporre citazioni trite e ritrite dalla divina commedia o da affari letterari che nulla hanno a che vedere con le sere d’estate che ci accingiamo a raccontare. La prima sera d’estate ha sorriso a quella Firenze che tifa Fiorentina e che ha riempito il Franchi per l’esordio in campionato contro il Milan. La Fiorentina vince 2-0 contro i rossoneri di Mihajlovic, e pensa in grande. Il calcio d’estate ha il potere di illuminare sogni, disegnare scenari suggestivi, ispirare fantasticherie e desideri. Anche il calcio è una ruota, e spesso va a finire che i sogni che si fanno con la t-shirt e la sciarpetta estiva quando sarà di nuovo il momento di indossare una maglietta a maniche corte, ad Aprile, sono già svaniti. Persi.

Firenze sogna di poter portare in fondo questi desideri, quei luccichii della prima sera d’estate. La squadra viola è partita a fari spenti, senza grandi annunci mediatici per gli acquisti e i 20.000 alla presentazione di Mario Gomez dell’agosto del 2013 sono un ricordo, nemmeno tanto piacevole se si pensa al silenzio mortificante con il quale il tedesco ha lasciato la Toscana qualche settimana fa. Riflettori spenti, squadra costruita sulle richieste di un allenatore nuovo: Paulo Sousa. Lui è arrivato con le luci addosso che ne mostravano i residui di un’esperienza passata nella Juventus da calciatore. Ha dovuto togliersi l’etichetta dello juventino, saltando in ritiro con i tifosi su un motivetto che dalle parti della Fiesole è comune, molto comune. Il battesimo di fuoco per chi ha da farsi perdonare la colpa più grande: l’aver indossato la maglietta della Juventus.

Questione di appartenenza, che esula dal calcio moderno. Tradizione antiche, dei tempi di Baggio. Poi è passato tutto e di colpo Firenze scopre di aver trovato un buon allenatore. E se è vero che vincere aiuta a vincere Paulo Sousa è uno che può aiutare tanto anche la Fiorentina: 5 trofei negli ultimi 4 anni, un curriculum che vede come ultima esperienza quella al Basilea, con il quale ha vinto il campionato svizzero. I 45 anni portati più o meno bene evidenziano una maturità di fondo già raggiunta per un allenatore che ha davanti a sé un futuro, se possibile, luminoso quanto quello da calciatore. E magari anche di più. Poche semplici mosse per far dimenticare Montella e gli ultimissimi anni tutt’altro che tristi. Son volati stracci con l’aeroplanino, già divenuto un ricordo da non rimpiangere. Ilicic spiega dopo la vittoria del Milan le differenze tra i due allenatori: “Con Sousa sembriamo una squadra più concreta“.

E magari ha pure ragione. E se non sarà così sarà comunque stato bello sognarlo ad inizio campionato. Gli acquisti promettono bene: Bernardeschi subito titolare è uno di quei patrimoni del calcio italiano chiamati ad esplodere, ora o mai più. C’era già, ma è come se fosse un acquisto. Kalinic si divora un gol all’esordio, ma si muove bene, mostra margini di miglioramento. Gilberto si è subito trovato a proprio agio, è un brasiliano atipico, capace di fare un po’ tutto senza disdegnare la legna a metà campo. Mario Suarez è un fenomeno, senza mezzi termini, ma se ne accorgeranno tutti da gennaio in poi.  E lo vorranno le big, o presunte tali, italiane. Mentre Firenze si gode una rivoluzione arrivata senza ribaltoni violenti, ma con i concetti di un tecnico che si ispira a Mourinho e sogna in grande. E ha dimostrato a tutta Italia quanto è bella la Fiorentina nelle sere d’Estate. E magari lo sarà anche in quelle d’Inverno.

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La delusione della Lazio dopo l'eliminazione dai play-off di Champions League contro il Bayer Leverkusen.

Quella che doveva essere la stagione del sorpasso dell’Italia ai danni di Germania o Inghilterra nel ranking UEFA, con conseguente ritorno alle quattro squadre in Champions League, si sta già trasformando da agosto in un’annata complicata. La Sampdoria è stata eliminata al terzo turno preliminare di Europa League dai non certo irresistibili serbi del Vojvodina, capaci di vincere 0-4 all’Olimpico di Torino, la Lazio si è fatta buttare fuori dal Bayer Leverkusen nei play-off di Champions League, perdendo 3-0 in Germania dopo aver ottenuto un prezioso 1-0 all’andata che doveva e poteva essere difeso molto meglio. Con sei squadre rimaste in corsa per la fase a gironi, di cui solo due nella coppa principale, servirà uno sforzo maggiore per riprendere l’Inghilterra, perché anche quest’anno le italiane hanno fallito ai play-off.

I PLAY-OFF DI CHAMPIONS LEAGUE: DISASTRO TOTALE

Nel 2009 Michel Platini ha cambiato i criteri di qualificazione alla Champions League, dividendo i turni preliminari in “Campioni” e “Piazzate” per dare più posti nei gironi alle squadre vincitrici dei campionati di minor prestigio, che solitamente venivano eliminati da formazioni più forti arrivate però in terza o quarta posizione nei rispettivi tornei nazionali. Fino a quel momento le squadre italiane avevano quasi sempre passato i turni preliminari di Champions League (solo quattro eliminate su ventiquattro dal 1992 al 2008: il Parma nel 1999 e 2001, l’Inter nel 2000 e il Chievo nel 2006), ma da lì in poi è stato un flop assoluto. Solo la Fiorentina nel 2009 e il Milan nel 2013 hanno passato il turno, le altre cinque sono tutte uscite: la Sampdoria nel 2010, l’Udinese nel 2011 e 2012, il Napoli nel 2014 e la Lazio nel 2015. Certo, alcune eliminazioni sono arrivate anche per sfortuna (la Samp prese gol nel recupero, l’Udinese col Braga uscì per il folle cucchiaio di Maicosuel ai rigori), ma il dato negativo non può essere solo frutto della cattiva sorte e va analizzato.

LE RIPERCUSSIONI SULLA STAGIONE

Dover giocare un turno preliminare delle coppe europee porta inevitabilmente ad anticipare la preparazione per affrontarlo al meglio. Bisogna però farlo bene, perché sennò i guai continuano durante l’arco di tutta la stagione: c’è chi, come l’Atlético Madrid 2011-2012 e il Siviglia 2013-2014, ha vinto l’Europa League partendo dal terzo turno preliminare (fine luglio) e senza lasciar perdere la Liga (entrambe hanno finito al quinto posto), mentre in Italia il Chievo 2006-2007 e la Sampdoria 2010-2011 hanno iniziato perdendo il turno preliminare di Champions League e hanno finito con la retrocessione in Serie B. Allestire una squadra competitiva per competere su più fronti dev’essere una priorità di qualsiasi società qualificata alle coppe, e gli allenatori non devono vedere l’impegno durante la settimana come una scocciatura, anche perché il rischio di fallire sia in coppa sia in campionato è molto alto. C’è da cambiare e in fretta se si vuole tornare nell’élite del calcio.

GLI ERRORI DELLE SQUADRE ITALIANE

C’è una brutta regola non scritta del calcio che purtroppo le squadre italiane seguono alla lettera pur essendosi dimostrata un autogol clamoroso: si comprano uno o più giocatori importanti solo dopo aver ottenuto l’accesso alla fase a gironi di Champions League. Questo è un errore inaccettabile, perché i rinforzi dovrebbero essere fatti prima, in modo da avere più forza ai play-off e guadagnare terreno rispetto alle avversarie straniere, di norma più preparate a inizio stagione. Un altro errore sembra essere il metodo di allenamento nel precampionato: è acclarato che chi affronta le italiane corra di più e regga molto meglio il campo, non sarebbe dunque il caso di rivedere la preparazione estiva, magari prendendo spunto dalle big europee da cui bisognerebbe anche copiare la mentalità, visto che fuori dall’Italia snobbare una partita o un torneo non esiste ed è grazie ai risultati in Europa League che la Germania ha soffiato all’Italia il terzo posto nel ranking. Infine c’è da sfatare il falso mito di chi afferma che si giochi troppo: tolta la Bundesliga tutti i principali campionati non solo sono a venti squadre, ma iniziano prima della Serie A e nessuno si lamenta.

Gianni infantino e Giorgio Marchetti durante un sorteggio di UEFA Champions League.

La stagione appena cominciata è uno snodo fondamentale per capire le ambizioni dell’Italia nel panorama calcistico internazionale, dove ha perso terreno soprattutto per le disastrose prestazioni in Europa League, vedi le uscite del Palermo col Thun e della Roma con lo Slovan Bratislava nel 2011. Ripetere quanto di buono fatto l’anno scorso, con la Juventus finalista in Champions League e due squadre semifinaliste in Europa League, potrebbe valere il ritorno al terzo posto nel ranking UEFA: la fortuna è che l’Inghilterra, nazione su cui bisogna fare la corsa, ha già perso il West Ham al terzo turno preliminare e il Southampton ai play-off di Europa League, in più dividerà i punti ottenuti per otto, ciò significa che un risultato positivo di un’italiana varrà sempre più di uno di un’inglese: l’impresa è possibile, ma non bisogna più fare altre figuracce.

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Per il made in Italy meglio ripassare un’altra volta. La Serie A continua ad annoverare stranieri provenienti da diversi Paesi. La nostra massima serie è una babele di lingue, e l’italiano non è quella principale in molti spogliatoi. Neanche le nuove regole – come la limitazione delle rose a 25 giocatori – ha cambiato le carte in tavola. Se ti chiami Rossi resti nelle serie inferiori, se c’hai l’accento sulla ‘i’, magicamente arrivi in A. Se poi hai addirittura la desinenza in ‘nho’, tipo Rossinho, rischi addirittura di lottare per lo scudetto.

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L’ESERCITO DEGLI STRANIERI

Al fischio d’inizio della prima giornata erano 165, sette in più dell’anno scorso. Digne e Cuadrado sono gli ultimi in ordine di tempo. Nel 2006/2007, la stagione subito successiva alla vittoria del Mondiale a Berlino da parte degli Azzurri di Marcello Lippi, erano appena 73. In 10 anni si sono raddoppiati. E adesso sono il 59,14% del totale, record assoluto per il nostro campionato.

Arrivano da 42 Paesi diversi. Se alcune squadre non sorprendono per il numero di non italiani schierati – tipo l’Inter – altre hanno accelerato un processo di deitalianizzazione a cominciare dall’allenatore. È il caso della Fiorentina, che in panchina ha sostituito Vincenzo Montella con Paulo Sousa, e che si è presentata al cospetto del Milan con 10 stranieri e Bernardeschi unico italiano sopravvissuto.
L’anno passato, alla prima giornata, furono 122 gli italiani in campo, su un totale di 278. Questa volta dobbiamo parlare di 114 su 279. Andando avanti di questo passo, un giorno potremmo ritrovarci con una Serie A senza neanche un italiano, almeno che qualcuno non vi ponga rimedio al più presto.

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PIÙ GOL ESTERI

Su 220, erano 130 i titolari stranieri. Le due romane erano a nove, il Genoa pure. Trentasei sono stati i debuttanti assoluti e tre di questi sono stati particolarmente fortunati, andando immediatamente in gol: El Kaoutari (Palermo), Fernando (Sampdoria) e Kishna (Lazio). Gli italiani che hanno gonfiato la rete sono stati 12 (13 i gol): Florenzi, Eder (ormai lo dobbiamo considerare italiano), Lazzari, Mancosu, Meggiorini, Paloschi, Saponara, Soddimo, Floro Flores, Sansone, Baselli e Quagliarella; gli stranieri sono stati 13 (14 le reti segnate). Insomma, anche qui l’Italia ha perso.

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E GLI ATTACCANTI?

L’Italia patria dei difensori? Okay, è vero. Ma adesso stiamo un po’ esagerando. Tra le prime cinque squadre della classifica dell’anno scorso, più le due milanesi, sono partiti titolari solo tre giocatori offensivi: Candreva, il già citato Bernardeschi e Insigne. Un grattacapo per Antonio Conte, a caccia delle punte da portare alla prossima edizione degli Europei. Addirittura, il centravanti azzurro, Simone Zaza, rischia di essere l’ultimo degli attaccanti a disposizione di Massimiliano Allegri.
Forse Conte dovrà guardare un po’ più giù, alle squadre di seconda linea. Lì troverebbe un certo Fabio Quagliarella (che ha 32 anni) e pure Eder, autore di una doppietta con la Sampdoria. Aspettando Mario Balotelli, tornato per la seconda volta dall’Inghilterra e che, se non altro, andrà a rimpinguare il numero di attaccanti nostrani di serie A.

Antonio Candreva of SS Lazio Roma during the UEFA Champions League play offs match between Bayer Lev

NUOVE SOLUZIONI

L’attacco del presidente della Figc, Carlo Tavecchio, ai club della massima serie: “C’è un incredibile aumento di elementi del Sud America e un po’ da ogni parte del mondo. Mi rifiuto di credere che da noi si continui a far giocare gente che viene da ogni dove, senza investire nel nostro settore giovanile. Domenica, ho visto esordire calciatori che andrebbero bene per la Serie B o la Lega Pro. Bisogna mettere un freno a tutto questo”.

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LE SQUADRE B

Le soluzioni? Chiudere le frontiere non si può. Si potrebbe inserire le squadre B in un campionato minore, in modo da abituare i giovani italiani del vivaio a confrontarsi con squadre preparate agonisticamente e tecnicamente, più di quelle del campionato Primavera. Ma questo è un disorso vecchio, che pare riscuotere pochi consensi. E allora? E allora, c’è sempre il torneo cadetto, il campionato degli italiani.

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Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano“: parole e musica di Antonello Venditti e della sua “Amici mai” (1991), canzone ormai “appaltata” da Adriano Galliani, Ad del Milan, che da quasi vent’anni riesce a farla risuonare virtualmente dalle parti di Milanello, quasi ad ogni sessione di mercato, a corredo degli affari conclusi o di quelli solo immaginati, inseguiti, sfumati in dirittura, a seconda dei casi. Sì, perché l’esperto dirigente rossonero deve possedere un’inguaribile vena nostalgica, che lo porta spesso a tornare sui suoi passi. La storia recente è costellata di giocatori e allenatori che, dopo aver contribuito prima a far grande il Milan e poi a incamerare i proventi di una munifica cessione, sono tornati “a casa”, richiamati da quel “romanticone” di Adriano.

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Balotelli è solo l’ultimo della serie. SuperMario, dopo una stagione e mezza in rossonero corredata da 26 centri in 43 presenze tra gennaio 2013 e maggio 2014, nell’estate dello stesso anno aveva preso la via di Liverpool facendo incassare la somma di 20 milioni di euro. Un’operazione con i fiocchi, architettata proprio da Galliani e dall’agente Raiola, che aveva permesso di riportare in Premier, per giunta a peso d’oro, un giocatore ormai inviso all’ambiente e mal sopportato da compagni e tecnici. E invece, proprio quando sembrava che a riprendere la via di Milanello potesse essere l’altro figliol prodigo, Zlatan Ibrahimovic, riecco Mario da Brescia, pronto a mettersi agli ordini di Mihajlovic già dal prossimo match con l’Empoli, a sgobbare e sacrificarsi per tornare quel giocatore persosi agli Europei del 2012, al massimo del suo splendore.

Come detto, però, è solo l’ultimo della galleria personale di trofei esposti a “casa Galliani”. Chi lo ha preceduto negli scomodi panni di “minestra riscaldata“, però, non è che abbia avuto chissà quali fortune in rossonero; anzi, in alcuni casi ha rischiato di offuscare quanto di buono fatto prima della sua partenza. I precedenti più celebri rispondono ai nomi di Kakà, Andriy Shevchenko, Leonardo, ma ancora prima Marco Simone, Roberto Donadoni, Ruud Gullit, per non parlare poi di un giocatore che è ancora nella rosa rossonera: Christian Abbiati. Il portierone, originario di Abbiategrasso, approda al Milan nel lontano 1998-1999 vincendo subito uno scudetto con Zaccheroni; poi, dopo tre stagioni da titolare, finisce nelle retrovie, colleziona poche presenze e decide di cambiare aria. Juventus, Torino, Atletico Madrid, mantenendo sempre però il legame con quei colori, il rosso e il nero, tornati di attualità nel 2008-2009, quando riprende la sua storia ancora di là da concludersi.

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Un caso di ritorno con buoni esiti, che potrebbe essere accostato, ma solo in parte, a quello recente di Ricardo Kakà: il brasiliano, dopo aver vinto tutto in rossonero, nell’estate del 2009 passa al Real Madrid, dove però lascia poche tracce di sé, anche a causa dei frequenti infortuni. Quattro anni dopo, quindi, il ritorno a San Siro da padrone di casa: 30 presenze e 7 gol, ma senza successi e con un finale in calando culminato con il commiato definitivo, in direzione Orlando City e Mls, passando per San Paolo. Negativi tutti gli altri ritorni elencati in precedenza. Gullit nell’estate del 1994 abbandona la Sampdoria con cui aveva vinto la Coppa Italia per tornare in Lombardia, salvo poi fare dietrofront ancora sull’asse Milano-Genova dopo appena sei mesi; Donadoni nel 1996 vola Oltreoceano per giocare in una Mls ante-litteram, ma il richiamo della casa madre lo riporta in patria poco dopo con una posizione da comprimario di lusso; molto mesto il ritorno di Shevchenko, 18 presenze e zero gol nel 2008, quasi a offuscare il Pallone d’Oro vinto quattro anni prima; non va meglio a Leonardo nel 2002 con appena cinque presenze e due reti e tanto meno a Marco Simone che abbandona subito per chiudere la carriera tra Nizza e Legnano.

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Completiamo la rassegna con i tecnici: due in particolare i ritorni eccellenti, anche loro incapaci di sottrarsi alla flop parade di cui sopra. Il primo, Arrigo Sacchi, torna a novembre del 1996, dopo l’esperienza da ct dell’Italia e dopo aver arricchito la bacheca rossonera di ogni tipo di trofeo, per sostituire Tabarez. Esordisce col Rosenborg in Champions League, ma viene subito eliminato e in campionato non farà meglio finendo undicesimo. Il secondo, Fabio Capello, arriva l’estate dopo, ma migliora lo score del suo maestro di una sola posizione: addio immediato, quasi sbattendo la porta.

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Non ci saranno più i big – Capello, Trapattoni, Lippi, Ancelotti, Prandelli e Spalletti, solo per citarne alcuni che si presentano all’alba di una nuova stagione ancora a spasso – ma il contingente degli allenatori italiani all’estero resta folto, apprezzato e molto seguito, anche quando si trova a insegnare calcio in piazze che non appartengono propriamente all’élite europea o mondiale. Ne sono una dimostrazione i nomi che abbiamo raccolto attraverso una lunga e laboriosa ricerca.

Il più alto in grado, da commissario tecnico, resta Gianni De Biasi: l’ex allenatore di Modena e Torino, sta gestendo al meglio una delle generazioni più talentuose della storia recente del calcio albanese (pensate solo se avesse potuto gestire anche tutti i giocatori che hanno optato per la nazionalità svizzera). La qualificazione a Euro 2016 non è un’utopia: al giro di boa è secondo nel girone I, a due punti e con una partita in meno rispetto al Portogallo capolista e controlla da vicino anche la Danimarca. Persi Capello (rescissione a suon di milioni dalla Russia), Ranieri (esonerato dalla Grecia) e Zaccheroni (contratto concluso con il Giappone dopo il Mondiale 2014), De Biasi resta l’ultimo ct italiano – oltre a Conte naturalmente – a difendere il tricolore in giro per il mondo.

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A proposito del già citato Claudio Ranieri: l’ex di Juve, Inter e Roma, dopo l’esperienza negativa da commissario tecnico, è tornato nell’amata Premier League, che lo aveva già visto protagonista con il Chelsea del primo Abramovich (ante-Mourinho I, per intenderci). Ha accettato l’offerta del neo-promosso Leicester e l’inizio è stato subito con i fiocchi: in tre giornate ha fatto bottino quasi pieno, battendo il Sunderland e il West Ham, e pareggiando in casa contro il Tottenham. I Foxes, peraltro, hanno mostrato sin dalla pre-season un atteggiamento molto offensivo, tipicamente inglese, maggiormente orientato a fare un gol più dell’avversario, più che a non prenderne. Di qui a fine stagione ci sarà da divertirsi e sono soprattutto da seguire i gioielli che la squadra ha già saputo mettere in mostra (i centrocampisti Albrighton e Mahrez e la coppia d’attacco Vardy-Okazaki, su tutti).

A margine segnaliamo che, in controtendenza rispetto alle precedenti stagioni, non ci sono altri italiani in Premier, con il Watford dei Pozzo che ha scelto di affidarsi allo spagnolo Quique Sanchez Flores dopo le esperienze negative con Zola e Sannino e tanto meno in Championship, dove Massimo Cellino ha scelto per il suo Leeds United il tedesco Uwe Rosler. Attenzione, però, al possibile “cavallo di ritorno”, Roberto Di Matteo, rimasto libero dopo l’esperienza allo Schalke 04 e molto apprezzato in Inghilterra.

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Scorrendo il mappamondo, ci siamo imbattuti in Nicolò Napoli. L’ex difensore di Juventus e Cagliari è diventato un’istituzione in Romania: attualmente allena il CSMS Iași in Serie A, ma i presidenti rumeni lo hanno adottato sin dal 2003-2004, stagione in cui ha esordito con l’Universitatea Craiova e dopo la quale, ad eccezione di una parentesi di due anni con l’Orbassano, è sempre rimasto a Est sulle panchine di Brasov, Astra Ploiesti, Turnu Severin.

Spostandoci di diverse centinaia di chilometri più a sud, ci imbattiamo in Rodolfo Vanoli: un’onesta carriera da difensore, con i migliori anni spesi tra Lecce (in B) e Udinese (nella massima serie) e una da allenatore iniziata in Svizzera e culminata con il secondo posto dello scorso anno nel campionato sloveno con il Koper, società che dopo alterne vicende ha scelto di confermarlo in panchina. A proposito del campionato svizzero, dove l’italiano d’adozione Zdenek Zeman sta faticando con il suo Lugano, si segnalano le presenze di Simone Patelli al Bellinzona, ma soprattutto di Maurizio Ganz all’FC Ascona che, di recente, è stato protagonista di un derby italiano nella seconda serie rossocrociata con l’FC Lugano Under21 allenato da Andrea Manzo. E in Svizzera lavora anche un’altra vecchia conoscenza del calcio italiano: l’ex interista e granata Fabio Galante, ora direttore sportivo del Chiasso.

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Ha trovato una seconda casa in Francia, invece, Marco Simone che, dopo aver speso gli ultimi anni di carriera da calciatore tra Paris Saint Germain, Monaco e Nizza (l’addio al calcio, però, lo ha sancito con in Italia con il Legnano nel 2005-2006), ha intrapreso la carriera da tecnico ancora al Monaco, da vice-allenatore e dopo una parentesi a Losanna in Svizzera, ha fatto ritorno Oltralpe per assumere l’incarico di capo-allenatore del Tours, nella seconda serie francese.

A proposito di Ligue-1, invece, attenzione ai movimenti del Marsiglia che, dopo aver perso il fumantino Bielsa, ha inserito in lista solo tecnici italiani. Nell’ordine: Spalletti, Prandelli, Mazzarri, Montella (quest’ultimi reduci dalle esperienze con Inter e Fiorentina), con la new entry Donadoni che, stando ad alcune indiscrezioni di mercato, nell’ultimo weekend avrebbe raggiunto la “città del sapone” per fare la conoscenza della dirigenza marsigliese e approfondire i dettagli di un possibile imminente accordo.

Chiudiamo il nostro giro del mondo con altre esperienze decisamente esotiche e particolari. Restando in Europa, si segnala la nuova vita da allenatore dell’ex calciatore di Perugia, Genoa e Palermo, Giovanni Tedesco, che dopo aver mosso i primi passi con gli allievi del Palermo e poi al Foligno nelle serie minori, si è spostato più a sud, fino a raggiungere Malta, dove ha guidato il Floriana (squadra di Riccardo Gaucci, figlio di Luciano ex numero 1 del Perugia) nel 2013-2014 e quest’anno il Birkirkara F.C., formazione andata a un passo dall’eliminazione del West Ham nei preliminari di Europe League, anche grazie alla presenza in attacco dell’attaccante Fabrizio Miccoli.

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Fuori dai confini europei, infine, Gianfranco Zola ha scelto di supportare la crescita del calcio qatariota, in vista dei Mondiali del 2022, accettando l’offerta dell’Al Arabi Sports Club, esperienza che sta affrontando con il fidato vice – ed ex compagno in Nazionale – Pierluigi Casiraghi. E prosegue l’avventura in Giappone di Massimo Ficcadenti, dal dicembre del 2013 alla guida dell’Fc Tokyo (dove l’anno scorso ha giocato anche il difensore atalantino Canini), con cui ha raggiunto un ottavo e un nono posto nella serie A nipponica.

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Dopo due mesi e mezzo di pausa è arrivato il momento tanto atteso: riparte finalmente la Serie A 2015-2016, con Verona-Roma di sabato alle 18 che inaugurerà la nuova stagione calcistica in Italia. Rispetto all’ultimo campionato chiuso lo scorso 31 maggio l’ottantaquattresima edizione della Serie A a girone unico avrà alcune novità sostanziali, di cui almeno un paio che avranno un grande impatto sulle partite. Ecco nel dettaglio le cinque più importanti.

GOAL-LINE TECHNOLOGY

Con tre anni di ritardo rispetto all’introduzione ufficiale dell’IFAB la Serie A finalmente ha implementato la Goal-line technology, che stabilirà con certezza se il pallone è entrato interamente. Si tratta di un grosso miglioramento rispetto al passato, dove i casi di gol-non gol giudicati male sono stati parecchi (almeno cinque nell’ultimo campionato, dalla rete assegnata ad Astori in Udinese-Roma a quella non convalidata a Higuaín in Napoli-Fiorentina) e hanno portato a grosse polemiche (su tutti il gol di Muntari in Milan-Juventus 2011-2012). Come in Premier League gli arbitri saranno informati in tempo reale grazie a un sistema formato da sette coppie di telecamere, che permetterà quindi agli arbitri addizionali (confermati nonostante un rendimento non all’altezza) di focalizzare la loro attenzione soprattutto sui falli all’interno dell’area di rigore.


SQUALIFICHE PER SOMMA DI AMMONIZIONI

Restando sempre nell’ambito arbitrale da sabato cambierà il numero di ammonizioni necessarie per ottenere una squalifica. Dai quattro cartellini gialli validi fino a maggio si passerà a cinque per saltare un turno, poi altri cinque, quindi quattro, tre, due e uno, in modo che dalla ventesima ammonizione un giocatore sarà squalificato a ogni sanzione ricevuta, cosa comunque molto difficile da raggiungere visto che l’anno scorso il giocatore col maggior numero di cartellini gialli fu Juan Jesus dell’Inter con quattordici. Questo non significa però che gli habitué del cartellino avranno vita facile: agli arbitri è stata chiesta maggiore severità per chi contesterà platealmente le decisioni, situazione permessa solo al capitano senza esagerare come spesso accade.

L'arbitro Nicola Rizzoli ammonisce Giorgio Chiellini durante Fiorentina-Juventus, Serie A 2014-2015.


INNO UFFICIALE

Ha già fatto il suo esordio in Supercoppa Italiana lo scorso 8 agosto, e già dalla presentazione nel giorno della compilazione dei calendari c’erano state molte polemiche: è il nuovo inno della Serie A, O Generosa!, composto e diretto dal maestro Giovanni Allevi. Come specificato nella circolare diffusa dalla Lega Serie A l’inno sarà fatto partire al momento dell’allineamento delle squadre sotto la tribuna principale, e avrà una durata di circa quaranta secondi. A parte le critiche sulla qualità della composizione (si tratta più che altro di un giudizio soggettivo) c’è da chiedersi l’effettiva utilità di una scelta del genere, considerato che di norma quasi tutte le squadre all’ingresso in campo fanno partire il proprio inno.


NUOVE SQUADRE

Fanno il loro esordio in Serie A Carpi e Frosinone, rispettivamente prima e seconda della scorsa Serie B. Le due neopromosse diventano le squadre numero sessantaquattro e sessantacinque ad aver partecipato al campionato a girone unico, l’ultima era stata il Sassuolo che attualmente si trova alla sua terza stagione consecutiva in Serie A. Alla prima giornata il Carpi giocherà in trasferta sul campo della Sampdoria (le gare casalinghe degli emiliani saranno allo stadio Alberto Braglia di Modena), mentre il Frosinone ospiterà il Torino, che tenne a battesimo anche il Sassuolo nel 2013 vincendo 2-0. È dal 2001 che un’esordiente assoluta non vince all’esordio: quell’anno il Chievo si impose per 0-2 in casa della Fiorentina, dando il via a una stagione strepitosa chiusa al quinto posto con la qualificazione in Coppa UEFA e oltre un mese passato in testa. Entrambe dovranno fare attenzione alla lista dei giocatori: da quest’anno, sulla falsariga delle competizioni UEFA, ci saranno solo venticinque giocatori per squadra (esclusi quelli nati dal 1994 in poi, che non hanno limitazioni), di cui otto formati in Italia (tre anni da 15 a 21, dall’anno prossimo quattro di questi dovranno essere cresciuti nel club), perciò attenzione agli esuberi che verranno ceduti negli ultimi giorni di mercato.

Il Carpi festeggia la sua prima promozione in Serie A.


DIRITTI TELEVISIVI

È cominciato il nuovo contratto per i diritti televisivi, perciò la battaglia fra Sky e Mediaset Premium non si limita soltanto alla Champions League, finita in esclusiva assoluta per i prossimi tre anni al gruppo di Cologno Monzese, come ricordato infinite volte dalla martellante pubblicità. Per il triennio 2015-2018 Sky trasmetterà tutte le 380 partite, di cui 132 in esclusiva, mentre Mediaset Premium ha i diritti per otto squadre (quest’anno sono Fiorentina, Genoa, Inter, Juventus, Lazio, Milan, Napoli e Roma) più il Pacchetto C, ossia le telecamere negli spogliatoi, l’intervista flash all’intervallo, il doppio bordocampista e la priorità nelle interviste prima e dopo la partita. La pay TV operante sul digitale terrestre ha inoltre acquisito i diritti d’archivio attuali e storici di quindici squadre, ciò significa che Sky e altre emittenti non potranno trasmettere immagini relative alle partite a più di otto giorni di distanza dalla data di svolgimento. I diritti in chiaro se li è aggiudicati la Rai.