CALCIO

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Claudio Ranieri e Jamie Vardy.

Ci sono ancora tredici giornate da giocare in Premier League, ma già dalla prossima domenica potrebbero esserci sentenze più o meno definitive su chi vincerà il campionato. Dopo l’exploit di sabato scorso del Leicester City, capace di vincere 1-3 in casa del Manchester City, la squadra allenata da Claudio Ranieri si ritrova contro ogni pronostico in testa con cinque punti di vantaggio sulla coppia londinese formata da Arsenal e Tottenham. Il calendario propone una domenica di fuoco con le sfide incrociate fra le prime quattro in classifica: all’Emirates si gioca Arsenal-Leicester City, all’Etihad Manchester City-Tottenham. Il destino di questa stagione di calcio inglese passa per il 14 febbraio, data che in qualsiasi caso segnerà in maniera indelebile il campionato.

Il Leicester City esulta dopo uno dei tre gol rifilati al Manchester City.

ARSENAL – LEICESTER CITY

Emirates Stadium, ore 13

Il Leicester City non può più nascondersi, adesso deve puntare alla vittoria del titolo. Fino a qualche mese fa le Foxes potevano essere considerate una sorpresa o una semplice casualità, ma aver retto per sei mesi in testa alla classifica non può essere un caso. Claudio Ranieri potrebbe riuscire in un’impresa unica, perché dal 1995 (Blackburn Rovers) in poi la Premier League è andata solo ad Arsenal, Chelsea, Manchester City e Manchester United. Si sono sprecati i paragoni con altre realtà di piccolo calibro capaci di vincere un campionato, dal Verona 84-85 al Wolfsburg di Grafite e Džeko, ma si trattava o di un calcio ben lontano da quello attuale o c’era da battere la concorrenza di una sola squadra: dovesse vincere il campionato il Leicester City lo farebbe superando due corazzate come Arsenal e Manchester City, una formazione abituata alle prime posizioni come il Tottenham e grandi decadute come Chelsea, Liverpool e Manchester United, perciò sarebbe un traguardo ancor più clamoroso.

L’ultimo vero ostacolo nel calendario è rappresentato dai Gunners, che il 26 settembre imposero la prima sconfitta stagionale vincendo 2-5 con tripletta di Alexis Sánchez, uno degli assi a disposizione di Arsène Wenger assieme a Mesut Özil e Olivier Giroud. L’Arsenal aveva preso la leadership nella prima giornata del 2016, ma poi ha ottenuto sei punti nelle successive cinque giornate, tornando a vincere solo domenica scorsa col Bournemouth e scendendo al terzo posto in classifica. Per i londinesi, che ancora una volta hanno fallito la prova di maturità, è di fatto l’ultima spiaggia, mentre a Ranieri basterebbe anche un pareggio: certo è che se Riyad Mahrez e Jamie Vardy dovessero passare indenni lo scoglio Emirates sarebbe quasi fatta per il titolo. Si pensava crollassero, si sono ripresi dopo un calo e ora possono andare fino in fondo, scrivendo una magnifica pagina di storia del calcio.

Harry Kane festeggia il gol in Tottenham-Manchester City 4-1.

MANCHESTER CITY – TOTTENHAM

Etihad Stadium, ore 17.15

Fuori i secondi. La vera antagonista del Leicester City passa dalla sfida di Manchester, dove i Citizens dovranno provare a riscattare la pesante sconfitta dell’andata, un 4-1 che mostrò le prime crepe all’interno della squadra allenata da Manuel Pellegrini. L’allenatore argentino è sempre più in confusione, e probabilmente non ha fatto bene all’ambiente sapere con così tanto anticipo che a fine stagione, a prescindere dal risultato ottenuto, arriverà Pep Guardiola. Il Manchester City paga soprattutto un rendimento altalenante fuori casa, dove ha raccolto solo due successi da metà settembre in avanti, il tracollo di sabato scorso contro il Leicester City ha mostrato grosse spaccature in una formazione costruita a suon di milioni ma che fatica a giocare da squadra e che si appoggia sulle spalle di Sergio Agüero e David Silva, visto che Kevin De Bruyne è infortunato, Yaya Touré non sempre scende in campo con la giusta concentrazione e la difesa va spesso in difficoltà subendo gol evitabilissimi.

Di contro il Tottenham viaggia con la leggerezza di chi non ha molto da perdere. Gli Spurs sono diventati dei candidati al titolo in sordina, salendo la classifica a luci spente e senza farsi notare. Solo il Leicester City ha perso meno partite (due contro tre) e in trasferta l’unico KO è arrivato su autogol alla prima giornata in casa del Manchester United. Oltre alla conferma di Harry Kane è esploso definitivamente il talento del classe 1996 Dele Alli, autore di uno dei gol più belli dell’anno contro il Crystal Palace e decisivo in questa parte di stagione: loro due possono essere gli uomini chiave per scardinare la difesa avversaria e togliere il City dalla corsa per il titolo. Mauricio Pochettino sta facendo un grandissimo lavoro, ora deve dimostrare di valere la posizione di classifica.

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Il fantacalcio ha ufficialmente imboccato il lungo corridoio conclusivo della stagione 2015-2016. Lo snodo principale, il calciomercato di gennaio, è ormai alle spalle e febbraio è di fatto l’ultimo mese utile per apportare i necessari correttivi in modo da risollevare un’annata cominciata male o consolidare il buon girone di andata. Ecco perché oggi abbiamo provato a mettere in fila i 10 (+1) nomi più interessanti per l’asta di riparazione. Buono studio.

1. El Shaarawy (Roma)

Subito un ottimo avvio con due gol in tre partite, sembra il giocatore ideale per esaltarsi nel gioco di Spalletti. Attaccante versatile, rapido, dinamico, capace di giocare largo e sacrificarsi in copertura, ma anche di stringere verso il centro e piazzare la zampata vincente. Di fatto è il pezzo pregiato di questa sessione d’asta.

2. Perotti (Roma)


Chi temeva un suo ridimensionamento nella Capitale è stato subito smentito. L’argentino, al pari del neo-compagno di squadra che lo precede, si è subito preso una maglia da titolare giocando nella posizione di “falso nueve”, dove lo aveva già impiegato Gasperini e ripagando la fiducia con un assist e un gol in due gare.

3. Tello (Fiorentina)

Ad ascoltare gli esperti di calcio, il più grande problema di questo prodotto della cantera del Barcellona sarebbe la discontinuità. Un problema che lo ha condotto al Porto e, dopo una prima stagione soddisfacente e un avvio di seconda mediocre, ora in Italia. Lo spagnolo, tuttavia, ha qualità e le capacità ideali per inserirsi nel sistema di gioco di Paulo Sousa e regalare una svolta tattica.

4. Diamanti (Atalanta)

Reja lo ha voluto fortemente per sostituire Moralez, ma in avvio sta pagando la quasi inattività degli ultimi mesi del 2015 trascorsi in panchina al Watford. Le qualità e il talento sono sempre cristalline e anche la dimensione di Bergamo sembra l’ideale per rilanciarlo.

5. Quagliarella (Sampdoria)

La dolorosa rottura con la piazza granata è stata lenita dal ritorno a Genova, sponda Sampdoria. L’esordio contro la Roma, in coppia con Cassano (sia pure in uno scorcio di match), è stato molto positivo; un indizio da tenere ben presente per il prosieguo.

6. Suso (Genoa)


Un gol e un autogol procurato nelle prime due gare in maglia rossoblù: meglio non avrebbe potuto cominciare l’avventura genoana. Ora è chiamato a confermarsi, ma di fatto può seguire le orme del connazionale Iago Falqué alla corte di Gasperini.

7. Eder (Inter) – Immobile (Torino)

Accomunati da talento indiscusso e indiscutibile, capacità di sacrificarsi per la squadra in fase di ripiegamento, ma anche dal momento negativo delle rispettive squadre. Restano un buon investimento in ottica fantacalcio, ma vista l’area il suggerimento è di non svenarsi.

8. Zukanovic (Roma)

Può dare equilibrio e stabilità alla nuova difesa giallorossa. Ha iniziato subito bene e la Capitale potrebbe regalargli il definitivo salto di qualità.

9. Ranocchia (Sampdoria)

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L’avvio non è stato dei migliori, ma Montella è sicuro di poterlo rilanciare al pari del resto della squadra, al momento finita ai margini della zona rischio. Le qualità ci sono e il traguardo dell’Europeo potrebbe far la differenza nel suo ritorno all’antico. Una scommessa da giocare.

10. Matavz (Genoa)

L’infortunio di Pavoletti (stop di un mese) lo pone in pole position per una maglia da titolare. Sloveno, classe ’89, arrivato dai tedeschi dell’Augusta potrebbe rivelarsi una sorpresa.

 

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Quando voglio far felice mia madre, la chiamo e le chiedo di parlarmi di Taranto. Della sua Taranto, quella che ha lasciato alla fine degli anni ’70. E quando le domando “Che città era Taranto nel 1978?” fa un sospiro, come se quel tempo non fosse mai passato. Poi inizia a parlarmi delle domeniche a Chiatona, dell’Arsenale e dei marinai che le “facevano la corte”. Del Ponte Girevole che quando si apre esalta la potenza delle navi che hanno la precedenza su tutto il resto. Perché quella Taranto è signora del mare, e di mare vive, fino a quando non arriva l’industria e dare lavoro, ricchezza e serenità.

Almeno così dicono, e la Taranto di fine anni ’70 è una città che sogna e si illude di diventare una potenza industriale. L’Italsider è la svolta e, all’epoca, a nessuno viene in mente che potrebbero esserci delle controindicazioni. La città sogna di duellare con Bari per il predominio industriale e commerciale, e la squadra di calcio rappresenta perfettamente questa voglia di riscatto e competizione con i cugini levantini. Gli undici di Rosati fanno sognare una città intera. Con l’Ascoli di Mazzone che fa campionato a sé, le piazze a disposizione per un campionato trionfale restano due. E il Taranto lotta accarezzando quel sogno mai realizzato. Il momento più bello di quella marcia trionfale alla undicesima giornata. La città è in fermento: il Taranto ospita il Bari.

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In uno stadio Salinella gremito i locali sono fermi sullo 0-0, quando i rossoblu guadagnano una punizione dal vertice destro dell’area avversaria. Traversone verso un liberissimo Iacovone, che stoppa il cuoio e lo pianta sull’erba dell’area di rigore. Qualche passo verso il portiere in uscita beffato con uno scavetto. Risultato finale: Taranto 1 – Bari 0. Tre giornate dopo il Taranto è secondo a sei punti dall’Ascoli e incalzato a due lunghezze di distanza da Avellino e Lecce. Virtualmente, quindi, in serie A.

Sei giornate più tardi il più tremendo e doloroso degli scherzi del destino. È il 6 febbraio 1978 e il
Taranto ospita la Cremonese. Iacovone si batte come un leone cercando la via del gol. Ma quando
non trova Ginulfi a chiudere la saracinesca sono i legni che gli negano la gioia del gol. Dell’ultimo
gol. Un amico, gestore di un ristorante, invita quella sera il giovane Erasmo a uno spettacolo di
cabaret. Sulla statale Taranto-Lecce una Alfa Romeo 2000, rubata  e guidata da un certo Marcello Friuli,
inseguita da una volante della Polizia, a circa 200 all’ora e a fari spenti centra in pieno la Diane 6
del giocatore che usciva da una strada secondaria dopo aver cenato in un ristorante della zona.
Il corpo del povero Iacovone sbalzato dall’abitacolo in frantumi verrà ritrovato a circa 50 metri
dall’incidente. Il resto è cronaca, i soccorsi saranno inutili, e di Iacovone resterà il ricordo. Per sempre.
La meravigliosa città di Taranto si scopre ancora una volta mortale, come quei semi-dei greci da cui racconta di discendere. Ad un passo dall’epica la città si sveglia, ed è un risveglio brusco che farà allontanare per sempre il sogno della serie A, come in una maledizione. Taranto, ad oggi, è l’unica delle prime 20 città italiane a non aver mai assaporato il piacere della prima serie. Ma il calcio non è fatto solo di successi e trionfi, è soprattutto una storia di passione, fremiti, amore. Quello di Taranto per Iacovone è eterno e incredibile, se pensate che tutti i tarantini, anche quelli nati molti anni più tardi, conoscono questa storia. È una questione troppo importante, i padri la tramandano ai figli, così come mia madre continua a custodirla. E l’attacco è sempre lo stesso, come in una favola. C’era una volta un centravanti bellissimo, e quella volta, anche se non ci crederai, saremmo andati in serie A…

 

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Lui aveva i baffi e le spalle larghe. I capelli al vento e i quadricipiti possenti. Era un ragazzo degli anni ’70 e l’idolo di tutte le bellissime donne di Taranto. Mia madre compresa. E oggi, 38 anni dopo, lo è ancora. Perché gli eroi oltre ad essere tutti “giovani e belli” sono anche immortali. Ieri il Taranto ha onorato la memoria di Erasmo Iacovone scendendo in campo con una maglia speciale. Ma non passa giorno, nella città che per mia madre era la più bella del mondo, che quella memoria non venga onorata con un pensiero, un ricordo, un richiamo a ciò che poteva essere e non è stato. Perché Taranto deve fare i conti anche con il destino, altrimenti sarebbe tutto troppo facile. E l’amore non sarebbe così forte, tanto da spingere una signora anziana a commuoversi, mentre ti racconta un’episodio di quasi 40 anni fa. Quella signora tifa Taranto ed è la mia mamma.

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La 24ª giornata porta in dote alcune sorprese tra i Top e diverse, purtroppo per loro, conferme tra i Flop: primo fra tutti quel Felipe Melo richiesto espressamente da Mancini, ma che il tecnico jesino non riesce a gestire, complice il caratteraccio del brasiliano. Per fortuna dell’Inter c’è Perisic che dà una mano ai nerazzurri nel raddrizzare una gara contro un Verona nel quale brilla la prestazione di Luca Marrone, appena arrivato dal mercato e autore dei 3 assist per i gol veneti.

 

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Ivan Perisic (Inter)

Un tempo per cambiare il volto dell’Inter e contribuire in maniera sostanziale alla rimonta sul Verona con l’assist per il 3-2 di Icardi e il gol del 3-3. Il corteggiamento estivo di Mancini sta cominciando a produrre i suoi frutti, il croato è sempre più integrato nel nostro calcio.


Gianluigi Donnarumma (Milan)

Dopo la prestazione parecchio negativa con l’Empoli alla 22a giornata, si è riscattato mantenendo inviolata la porta contro Inter e Palermo ed è stato decisivo contro l’Udinese. Quasi miracoloso nelle due respinte che hanno preceduto il gol di Armero. Il ragazzo si farà ed è già una realtà di questa A.


Luca Marrone (Verona)

È quasi all’ultima chiamata utile per dimostrare di essere all’altezza della serie A scacciando la serie incredibile di infortuni che lo ha condizionato nelle ultime stagioni (prima al Sassuolo, poi al Carpi). Oggi ha fatto vedere a pieno tutte le qualità di un piede educatissimo pennellando i tre assist per le reti veronesi. Da record.


flopFlop

Felipe Melo (Inter)

Col passare delle giornate sta sempre più venendo fuori il suo lato peggiore. Suo il fallo che porta al 2-1, sempre nervoso e col cartellino dietro l’angolo, che arriva al 31′; nel quarto d’ora finale rischia poi anche il secondo. Mancini lo lascia negli spogliatoi per disperazione, buon per l’Inter che a Firenze sarà squalificato.


Mati Fernandez (Fiorentina)

Con la Fiorentina in grossa difficoltà si permette il lusso di prendere due ammonizioni incredibilmente ingenue in una manciata di minuti che lasciano i suoi in dieci per più di mezz’ora.


Matias Silvestre (Sampdoria)

20″ alla fine del primo tempo, punizione per la Sampdoria sulla trequarti avversaria: la Roma riparte in contropiede con Florenzi che fa l’1-0, mentre il difensore argentino preferisce alzare il braccio e chiedere il fuorigioco per un giocatore dietro di lui (quindi chiaramente in posizione regolare) anziché pensare a difendere. Scherzato sul 2-0.

 

Di seguito tutti i giocatori che in questa giornata si sono fatti notare, nel bene e nel male!

Montella, prima insacca poi decolla, se tocca la palla fa impazzì tutta la folla (Brusco, AS Roma)

Il primo aeroplano non è mai decollato. Di nome faceva Sebastian e di cognome Rambert. Arrivò in Italia assieme ad un altro argentino, un ragazzo timido, che indossava un’orrenda cravatta ed era poco propenso a rilasciare dichiarazioni alla stampa. Rambert, l’avioncito, lasciò l’Inter dopo qualche mese, dopo aver fatto imbestialire Luisito Suarez, e senza aver mai fatto vedere mai il suo marchio di fabbrica. L’altro argentino, invece ne divenne simbolo e capitano. Vive ancora a Milano e sembra non essere invecchiato. Si chiama Javier Zanetti.

Ma questa non è la loro storia, questa è la storia di un altro aeroplano, che di voli ne ha fatti tanti. Fin dai tempi di Empoli, allora come oggi fucina di talenti e piccoli campioni. Vincenzo Montella cresce lì, giocando al fianco di un vecchio marpione che nel frattempo sta perdendo i capelli, ma sta imparando, in campo, a guidare la squadra: Luciano Spalletti, il suo rivale di domenica. Vincenzo approda poi a Genova, ma in rossoblu. Un’esperienza in serie B, il tempo di lasciare in dote 21 gol. A fargli fare l’esordio in A è, però la Sampdoria. Strana storia: prima l’Empoli lo riscatta, poi lo vende per quasi nove miliardi ai doriani. Anche questa volta i gol sono tanti: 22 in 28 partite, tanto per non sbagliare.

Il primo gol in Serie A arriva proprio a Roma, il 21 settembre del 1996, poi ne segna 20 l’anno dopo e appena 12 quello successivo. Ma c’è di mezzo una pubalgia, una stagione sciagurata e un mancato assist del carneade Catè a San Siro in una incredibile partita contro il Milan. Il brasiliano e Montella sono soli davanti ad Abbiati, il risultato è fermo sul 2 a 2 e mancano pochi minuti. Catè non vede Montella e spreca il match point. Un minuto dopo Ganz si avventa su un pallone che cade dal cielo e porta sul 3-2 il Milan che vincerà un’incredibile scudetto in rimonta. La Sampdoria di Montella (e Spalletti), invece, retrocederà.

parma

Ma l’aeroplanino accetta la corte di Fabio Capello e finirà alla Roma, dove si prenderà una delle più grandi soddisfazioni della carriera: lo scudetto. Ma non è una convivenza facile quella con il tecnico friulano. Arrivato Batistuta la prima polemica riguarda la maglia numero 9, assegnata naturalmente al bomber argentino. Poi inizia il campionato della gloria, che in realtà è una stagione molto tormentata per Vincenzo che diventa, a tutti gli effetti, il dodicesimo uomo della squadra. Capello gli preferisce Delvecchio, perché si integra meglio con Totti e Batistuta. Più altruista, più uomo di corsa, si sacrifica più volentieri sulla fascia.

Segna, ovviamente, meno. Ma questo è un particolare che interessa più ai tifosi (che vogliono vedere Vincenzo sempre in campo) che il tecnico. Fatto sta che Montella trova comunque un modo per essere decisivo, eccome. Lo fa siglando i due pareggi più importanti della stagione: quello in casa contro il Milan in una partita che sembra stregata e quello a Torino contro la Juventus, il 2-2 che vale lo scudetto. Poi mette la firma sul 3-1 contro il Parma, all’ultima giornata, nel match che vale la matematica. Nella stagione successiva mette a segno un incredibile poker contro la Lazio, in un derby epico vinto per 5-1, quello in cui Totti si dichiara all’attuale moglie Ilary Blasi, a cui dedica la maglia “Sei unica”.

montella_italia

In nazionale non sarà fortunatissimo: Dino Zoff, all’Europeo del 2000, la pensa esattamente come Capello e gli preferisce ancora Delvecchio, che segna nella finale, poi persa, contro la Francia. Del Mondiale coreano ricordiamo la sua disputa con il quarto uomo su una collanina da togliere prima di non entrare contro la Corea a causa di un Golden Gol amarissimo di Ahn. Il Montella allenatore ha bruciato le tappe tra Catania e Firenze, ha attirato su di sé le attenzioni di squadre come il Milan e la stessa Roma, dove ha iniziato con i giovanissimi, prima di lasciarsi non benissimo con i Della Valle a Firenze, tra comunicati stampa al veleno e dichiarazioni sui social. Non ha saputo dire di no al suo primo amore, la Sampdoria, e adesso deve tirarla fuori da una situazione, e da una classifica, che nessuno si aspettava. Per decollare c’è ancora tempo, adesso basterebbe riprendere la corsa.

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La sessione invernale di calciomercato che si è chiusa lunedì sera è stata una delle più fiacche degli ultimi anni per quasi tutti i paesi europei. Di grossi colpi non ce ne sono stati, se si eccettuano Arda Turan e Aleix Vidal ingaggiati dal Barcellona (ma le operazioni erano state già concluse l’anno scorso e posticipate a causa del blocco del mercato, scaduto con la fine del 2015), e in tutta Europa il trasferimento più oneroso è stato quello di Giannelli Imbula, flop clamoroso al Porto che è passato allo Stoke City per 18.3 milioni di sterline con la regia più o meno occulta del fondo Doyen Sports, che già aveva indirizzato il suo passaggio in Portogallo dal Marsiglia nell’estate scorsa.

C’è però un campionato che sta riscuotendo grande interesse anche da parte di giocatori di livello internazionale, pur non essendo certo di prima fascia: è la Cina, paese che si candida a diventare un nuovo fattore del calcio mondiale. Ma com’è diventata una meta ambita?

Fredy Guarín in uno dei suoi primi allenamenti allo Shanghai Shenhua.

SOLDI, SOLDI E ANCORA SOLDI

La risposta alla domanda precedente è solo all’apparenza banale: è chiaro, i giocatori che scelgono di andare a giocare nella Chinese Super League lo fanno solo ed esclusivamente per denaro, visto che ricevono proposte impossibili da rifiutare. Il trasferimento più clamoroso è di pochi giorni fa: Jackson Martínez ha lasciato l’Atlético Madrid dopo soli sei mesi e ha firmato col Guangzhou Evergrande per 42 milioni di euro e 12.5 milioni netti a stagione d’ingaggio. È soprattutto quest’ultima voce che fa la differenza e che ha convinto i vari Fredy Guarín, Gervinho, Alex Teixeira e Renato Augusto a prendere la via dell’Asia, mentre le società non hanno fatto altro che accettare le proposte, comunque importanti (specialmente i 28 milioni che il Chelsea ha avuto per Ramires), ben sapendo che certe cifre non le avrebbero mai viste nemmeno dalla Premier League. Il campionato inglese è stato appena superato dalla Cina (247 milioni contro 258), ma considerato che il mercato cinese chiuderà fra tre settimane (anche se chi disputa la Champions League asiatica deve finire il 13) il divario potrebbe aumentare. La fonte principale è il Brasile, paese dal quale arrivano giocatori in massa, inclusi giovani talenti come Geuvânio (finito in una squadra di seconda serie).

Lo stadio del Guangzhou Evergrande.

MIRE ESPANSIONISTICHE: LA CINA VUOLE DOMINARE IL CALCIO

Il motivo per cui le società cinesi stanno spendendo così tanto per assicurarsi giocatori stranieri ha però radici molto più profonde. La Cina non è mai stata una nazione vincente nel calcio, come dimostra l’unica qualificazione ai Mondiali, nel 2002 con Bora Milutinović CT e tre partite disastrose nei gironi. Negli ultimi anni però il calcio è diventato sempre più importante, anche per l’interesse diretto del presidente Xi Jinping, e l’obiettivo dichiarato è rendere la nazione alla pari con le principali potenze calcistiche mondiali. Il campionato è stato rivalutato con i grandi nomi stranieri (il primo fu Darío Conca al Guangzhou Evergrande nel 2011 con 10.6 milioni d’ingaggio, poi sono arrivati Didier Drogba, Nicolas Anelka, Paulinho e gli italiani Alessandro Diamanti e Alberto Gilardino) e l’afflusso di conoscenze tecniche di prestigio (su tutti Marcello Lippi e Luiz Felipe Scolari, ora c’è pure Alberto Zaccheroni al Beijing Gouan), con lo scopo di formare una nuova generazione di giocatori locali (il Guangzhou ha creato la scuola calcio più grande al mondo con 2600 iscritti) e rendere la Chinese Super League competitiva.

Marcello Lippi

LE GRANDI COMPAGNIE INVESTONO NEL CALCIO

Il bluff del Jiangsu Suning con Luiz Adriano può essere ritenuto un caso circoscritto. I soldi cinesi sono reali e per fare un esempio il Guangzhou Evergrande, dal 2011 indiscusso campione locale e primo club cinese a vincere l’AFC Champions League nel 2013 con Lippi, è in parte di proprietà di Jack Ma, il fondatore di Alibaba. Molte società di Super League sono controllate direttamente da grandi compagnie, che investono soldi e danno la possibilità di portare giocatori di primo piano non ancora a fine carriera (come invece accade negli Emirati Arabi), col colpo Alex Teixeira che testimonia questa direzione. Le proprietà si concentrano in patria, all’estero lo sviluppo è in crescita: quote nel Manchester City e nell’Atlético Madrid, maggioranza di Rayo Vallecano e Slavia Praga, la seconda serie portoghese.

L’espansione è seria, la Cina vuole dominare anche il mondo del calcio, e il fatto che i grandi nomi stiano prendendo in seria considerazione quest’ipotesi (ci pensano anche Ezequiel Lavezzi e Ronaldinho) dimostra come il fenomeno possa crescere molto più rapidamente di quanto fatto da J1 League e MLS. Magari sarà un processo lento e graduale, però la sfida è lanciata: ora c’è da dare un occhio anche alla Cina.