CALCIO

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Per riprendere il ritmo dopo due settimane di sosta per le nazionali non poteva esserci programma migliore. I campionati di calcio in giro per il mondo ricominciano con un sabato di valore assoluto nel quale si giocano, più o meno in contemporanea, una serie di partite di alta classifica e dal fascino indiscutibile. Su tutte, ovviamente, spicca il Clásico di Spagna, Real Madrid-Barcellona, ma fra Germania (Schalke 04-Bayern Monaco), Grecia (Panathinaikos-Olympiakos, esordio di Andrea Stramaccioni nel sentitissimo derby di Atene), Inghilterra (Manchester City-Liverpool), Italia (Juventus-Milan) e Portogallo (Sporting CP-Benfica di coppa) il programma è ricco come poche volte accade nell’arco della stagione. Per arrivare preparati al fischio d’inizio ecco una dettagliata preview delle tre principali sfide di domani: Real-Barcellona, City-Liverpool e Juve-Milan.

REAL MADRID – BARCELLONA

Estadio Santiago Bernabéu, ore 18.15

Un Clásico che può già indirizzare la Liga. Alla pausa il Barcellona ha provato la prima fuga, approfittando della sconfitta del Real Madrid per 3-2 a Siviglia per prendersi la vetta in solitaria con tre punti di vantaggio sui rivali. Vincere al Bernabéu significherebbe andare a +6 sulle merengues e mettere ancora più pressione nei confronti di Rafa Benítez, che ha passato due settimane di critiche ed è alle prese con il noto caso relativo a Karim Benzema, comunque arruolabile per domani. Cristiano Ronaldo non è in una delle sue migliori annate (ha segnato solo in quattro giornate su undici) ma per i blancos i tanti infortuni che hanno caratterizzato l’inizio di stagione sembrano ormai alle spalle, quindi i vari James Rodríguez, Luka Modrić e Keylor Navas (decisivo con tantissime parate strepitose) sono pronti per giocare. Luis Enrique ha un dubbio: Lionel Messi. L’argentino, dopo l’infortunio al ginocchio del 26 settembre col Las Palmas, è recuperato e l’ex allenatore della Roma deve decidere se schierarlo dall’inizio o a gara in corso, in sua assenza comunque Luis Suárez e Neymar non l’hanno fatto rimpiangere segnando a raffica (venti gol in due dal 26/09). Occhio al dato: il pareggio manca dalla stagione 2012-2013.

Luis Suárez segna il 2-1 in Barcellona-Real Madrid del 2015.


MANCHESTER CITY – LIVERPOOL

Etihad Stadium, ore 18.30

Dopo aver vinto il suo primo big match inglese, lo scorso 31 ottobre contro il Chelsea, Jürgen Klopp ci riprova sfidando il Manchester City capolista. L’1-3 di Stamford Bridge rimane tuttavia l’unico successo in Premier League del manager tedesco, visti i due pareggi e la sconfitta col Crystal Palace. Il suo Liverpool, dunque, è ancora ben lontano dai fasti di un tempo, col decimo posto e nove punti di distacco dai Citizens. Klopp rischia di non poter contare su Daniel Sturridge, sempre alle prese con vari problemi fisici, e mancherà anche Jordan Henderson, ma ci saranno Benteke e soprattutto Coutinho, l’uomo in più dell’ultimo mese per i Reds. Nel City potrebbe tornare Sergio Agüero, che per un infortunio alla coscia non gioca dal 3 ottobre, quando realizzò cinque gol al Newcastle: il rientro dell’argentino è vitale per Pellegrini che però sta valutando se farlo partire dalla panchina, essendoci poi la trasferta di Champions League in casa della Juventus. Sicuramente out Kompany e Nasri, quasi certo il forfait di David Silva, ma la formazione sarà lo stesso competitiva. Da segnalare la sfida nella sfida tra grandi ex: Sterling da una parte, arrivato da Liverpool per 62.50 milioni, e Milner dall’altra.

Raheem Sterling Manchester City


 

JUVENTUS – MILAN

Juventus Stadium, ore 20.45

Ultima chiamata per entrambe. Juventus e Milan non hanno altro risultato al di fuori della vittoria se vogliono ancora sperare di riprendere le posizioni di vertice dopo un avvio di campionato molto altalenante. L’inizio shock dei campioni in carica continua a pesare sulle ambizioni bianconere, ma un successo di prestigio sarebbe capace di ridare slancio alla Juve, che ancora non ha abbandonato del tutto le velleità di tricolore. Massimiliano Allegri, come da tradizione in questi primi tre mesi, ha a che fare con diversi indisponibili, ma rispetto a qualche giorno fa la situazione di Buffon, Cáceres, Lichtsteiner e Mandžukić sembra essere in netto miglioramento. Sicuro di una maglia Paulo Dybala, che si sta prendendo la scena dopo qualche panchina: sarà lui il principale pericolo per il sedicenne Donnarumma. Il portiere milanista, alla prima vera grande sfida della sua giovane carriera, troverà davanti a sé Gianluigi Buffon, colui al quale il 99 rossonero si ispira da sempre. Siniša Mihajlović nell’ultimo mese ha allontanato le voci di esonero con cinque risultati utili consecutivi e i gol di Carlos Bacca; il Milan è in crescita, ma deve fare il salto di qualità per tornare a pensare in grande. Il pareggio non serve a nessuna delle due, c’è da aspettarsi un match combattuto.

Massimiliano Allegri

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Raul Gonzalez Blanco, per tutti Raul e basta, ha chiuso con il botto. A 38 anni ha conquistato l’ultimo trofeo della sua carriera da vincente, con la maglia dei New York Cosmos. Ha vinto infatti la NASL, la seconda divisione americana, annunciando poi il suo ritiro.

L’ultima notte è stata però solo sorrisi e ‘fiesta’, grazie alla tripletta dell’ex Livorno Cellerino. Nell’immaginario collettivo, Raul sarà per sempre un ‘galactico’, ossia un uomo Real Madrid. Prima dei Cristiano Ronaldo e dei Gareth Bale, l’anima e lo spirito Merengue.

 

Gli inizi colchoneros

Raul a 10 anni con il pallone fa quello che vuole, ma è troppo piccolo per giocare. Allora, tesserino falso, nome cambiato in ‘Dani’, età aumentata e il gioco è fatto. Non siamo ai passaporti falsi, ma a uno stratagemma per regalare al ragazzino la possibilità di fare davvero quello che vuole. Papà Pedro ha un problema però: è tifoso dell’Atletico Madrid. E così il figlio entra nelle giovanili dei colchoneros. E che fa? Trascina la squadra alla vittoria di due campionati di fila.

L’avventura Real

L’avventura Real comincia ufficialmente nel 1992. L’Atletico Madrid ha problemi finanziari, il presidente Jesus Gil taglia l’intero settore giovanile. Raul veste di blanco ed è un colpo di fulmine reciproco. Nonostante i primi passi con gli acerrimi nemici cittadini, Raul si comincia a sentire Real fin da subito. Le giovanili sono una seconda pelle. Da queste parti non ci sono problemi di soldi, l’attaccante può fare il grande salto dalla cantera alla prima squadra. E sono dolori, per gli avversari. Il Bernabeu è già tutto in piedi quando, a 17 anni, risolve proprio il derby con l’Atletico, segnando il primo gol in Liga.

Il Real domina

La camiseta blanca porta a Raul la notorietà. Vincerà sei campionati, tre Champions League (la prima nel 1998, dopo 32 anni di digiuno da parte della Casa Blanca) e due Coppe Intercontinentali, tanto per parlare solo dei trofei più importanti. Raul è il capitano e porta la fascia al braccio con orgoglio. Giocherà 741 volte (record) con il Madrid, realizzando 323 reti (secondo nella storia Real dopo Cristiano Ronaldo). Una leggenda. Passano Del Bosque e Capello, Morientes e Zidane, Figo e Ronaldo (il fenomeno), ma lui resta.

Raul Schalke

L’addio

Lui resta 18 anni. Ma poi parte, non senza lacrime. A Madrid ha vinto, si è imposto, ha sposato Mamen Sanz (a lei sono dedicate le esultanze con bacio alla fede), ha vissuto momenti indimenticabili, come il Camp Nou ammutolito per una sua prodezza. Sono 80 mila a salutarlo, al Bernabeu, quando fa il giro del campo con la sciarpa bianca al collo. Nel suo futuro c’è la Bundesliga e lo Schalke 04.

Idolo in Germania

In Germania Raul è un mito, un monumento. I compagni a Gelsenkircken lo inseriscono subito nel Mannschaftsrat (“Consiglio di squadra”), composto dai giocatori più rappresentativi, ma lui rifiuta. Non vuole pestare i piedi a nessuno. Vive emozioni completamente diverse con lo Schalke, ma vince ancora: una Coppa di Germania e una Supercoppa tedesca. Poi lascia per le avventure in Qatar (campionato e Coppa sono sue, naturalmente) e negli Stati Uniti.

Pallone d’oro alla carriera

L’unico rimpianto di Raul è non aver mai vinto il Pallone d’oro, che si sarebbe meritato eccome. E non aver raggiunto i successi che avrebbe voluto con la Spagna. Nel suo curriculum, però, oltre ai gol c’è un altro dato stupefacente: non è mai stato espulso in carriera. La ‘sua’ maglia numero 7 ora è tra quelle intoccabili. Mentre lui, dopo la vittoria negli States (altro trofeo in bacheca…e sono 22!), diventerà direttore tecnico dei Cosmos, ma con il Real per sempre nel cuore.

La Nazionale

Prima che la Spagna dominasse il mondo. Raul ha avuto solo il difetto di nascere qualche anno prima che la sua Nazionale facesse strike (Mondiale ed Europeo), ma con la maglia roja ha segnato comunque 44 reti in 102 partite. In molti, però, se lo ricordano per quel rigore sbagliato all’ultimo minuto contro la Francia nei quarti di finale di Euro 2000: era destino che con le Furie Rosse non dovesse vincere.

Gli eredi

La maglia numero 7 che fu di Raul è in buone mani, quelle di CR7. L’attaccante iberico non è geloso dei record che gli sono stati strappati: “Sono fatti per essere battuti. Sono contento e orgoglioso di tutto ciò che ho raggiunto, di ogni partita e di ogni gol che ha aiutato le squadre per cui ho giocato. Sapevo benissimo che altri avrebbero superato quei numeri. Stiamo parlando dell’epoca di Messi e di Ronaldo, due giocatori che sono già considerati tra i più grandi di tutti i tempi”.

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Federico è un ragazzo che ha vissuto due volte. Un uomo, perché a quasi 30 anni non puoi più nasconderti, specialmente se hai quel talento. È lui l’eroe del passato weekend di Serie B, trascinatore di un Cagliari solo al comando della classifica del campionato cadetto, e sempre più proiettato verso il ritorno in A. Federico Melchiorri, attaccante arrivato in Sardegna durante la sessione estiva del calciomercato, non ha tradito le aspettative, segnando già 5 gol, e dimostrando tutto ciò che di buono aveva già fatto vedere a Pescara nella passata stagione.

Si tratta di un attaccante forte fisicamente, ma molto veloce, capace di ricoprire tutti i ruoli di attacco, oltre che fondamentale in pressing e per la fase difensiva della squadra. Insieme ai dribbling nello stretto, anche un notevole stacco di testa contribuisce a renderlo letale. Per le difese avversarie. Tra tanti nomi altisonanti, Rastelli ha voluto lui, l’uomo che tra i professionisti ha giocato, in pratica, solo due stagioni. Quella altalenante di Padova e quella della consacrazione in riva all’Adriatico, in coppia con Maniero prima, con Sansovini poi.

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In pochi però conoscono la storia di questo ragazzo, classe ’87, fatta di tanta gavetta nelle serie minori, e tanta, troppa, sfortuna. Fino al 2012, infatti, Federico giocava in Eccellenza: inizia la sua carriera nel Tolentino, e, a soli 17 anni, esordisce già in prima squadra, dove raggiunge le 10 presenze, attirando l’attenzione del Siena. Nel 2006 si unisce così ai toscani, con cui fa il suo esordio anche in Serie A, prima di essere ceduto alla Sambendettese, che lo gira al Giulianova in C2. Nella stagione 2008-09 torna prima alla Samb, per poi terminare nel Poggibonsi, in Lega Pro Seconda divisione, dove ottiene 13 presenze e una rete. Nel 2009-2010 torna nuovamente al Giulianova, dove colleziona 25 presenze, ma 3 soli gol.

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Per lui è una stagione maledetta: Federico scopre infatti di avere un cavernoma venoso che lo tiene lontano dai campi per ben 7 mesi, e che rischia di porre fine prematuramente alla sua carriera. Ma il ragazzo non si arrende, e, per difendere il suo sogno, decide di ripartire proprio da Tolentino, squadra che lo aveva lanciato come calciatore professionista. Qui trova Mister Mobili, che lo rilancia e lo aiuta a realizzare ben 45 reti in 71 presenze. E a questo punto che Melchiorri fa la scelta migliore possibile: non fa il passo più lungo della gamba e sceglie di regalarsi un sogno, molto simile a quello che Lucarelli ha realizzato qualche anno prima con il Livorno: giocare con la maglia della squadra della sua città.

La Presidentessa Tardella lo accoglie alla Maceratese, dove conferma il suo fiuto del gol e si fa notare dalle squadre più blasonate. E, in esclusiva per noi, ci racconta il suo ricordo di quella stagione.

Torno indietro con la memoria, ripenso allo splendido campionato 2012/2013 quando, ingaggiato Fede, ci rendemmo immediatamente conto che quel ragazzo timido, educato, sempre sorridente nulla aveva a che fare con la categoria che ci apprestavamo a disputare. Lo ingaggiammo dopo una stagione di transizione al Tolentino e da subito l’allenatore Guido di Fabio ne comprese le enormi potenzialità. Giocava in una squadra con tanti giocatori di valore: Capparuccia, Carboni, Orta ma fu chiaro sin da subito che il faro sarebbe stato Federico. Memorabili le sue prodezze contro il Termoli nel girone d’andata, la partita vinta contro l’Astrea, la vittoria al 93′ contro la Civitanovese. La spettacolare corsa partendo dalla propria metà campo, culminata con una fucilata in porta contro la Sambenedettese ed ancora, la partita play off contro la Vis Pesaro, vinta con tre gol di Fede. 

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A Macerata  si diceva con orgoglio: “NOI ABBIAMO FEDE!” Si percepiva un senso di appartenenza, orgoglio di essere maceratesi. A me presidente piace ricordare il carattere mite, il sorriso rivolto alla sua fidanzata, il garbo con cui si relazionava al Mister ed i suoi compagni, le prodezze in campo. Quando, dopo una partita,  vedo i suoi messaggi sul telefonino, penso di essere stata, seppur in minima parte artefice della sua crescita professionale! Dopo quella stagione, come logico, spiccò il volo verso Padova, Pescara ed ora Cagliari.
Domenica scorsa ha trascinato la capolista verso una splendida vittoria. Macerata lo annovera tra le sue eccellenze, e quando giochiamo in casa spero sempre di vederlo spuntare da qualche parte. Ricordi bellissimi che solo il calcio, che solo persone come Fede possono dare.

Federico sposa dunque la causa della Maceratese fino al grande giorno in cui arriva la chiamata del Padova, e l’esordio in serie B. Realizza 6 gol durante la sua prima stagione nella serie cadetta, che terminerà con la retrocessione, e il fallimento, della sua squadra.

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Nonostante questo, Melchiorri viene chiamato a Pescara, e, nella stagione 2014-2015, realizza ben 14 reti, sfiorando la promozione nella massima Serie, prima del suo attuale passaggio a Cagliari. L’attaccante, soprattutto dopo la doppietta di sabato contro lo Spezia, si gode il meritato momento, e sogna, finalmente, il ritorno in Serie A, magari proprio con il Cagliari. Talmente umile da non esultare per un autogol, o per un tiro deviato, talmente forte da non sentire il peso di una maglia pesantissima e di una società che ha solo un obiettivo: la promozione, anzi il primo posto.

Che sia soltanto l’inizio di una bella storia, sia per la società che per il giocatore? Può darsi, i presupposti ci sono tutti, Federico non è certo uno che si arrende, e noi ci auguriamo di poterlo ammirare nel campionato maggiore già dalla prossima stagione. Intanto Rastelli si gode quello che è stato già ribattezzato l’Ibra della B, perché nei movimenti ricorda proprio l’attaccante svedese. Anche se dalla faccia pulita lo paragoneresti più a Van Basten. A Cagliari magari preferirebbero che fosse il nuovo Gigi Riva. Hai detto niente.

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Gene Gnocchi ha twittato così sabato scorso, dopo che Donnarumma, il giovanissimo portiere del Milan, ha salvato la squadra dalla sconfitta in casa contro l’Atalanta. Ironico, ma non poi così tanto. Perché se a 16 anni pari con quella naturalezza e difendi la porta di una delle squadre più importanti al mondo senza timore, hai tutto il futuro davanti. Abbiati, che proprio in questa settimana ha annunciato il ritiro a fine stagione, scrisse una storia altrettanto affascinante, ma molto diversa. Lui dovette sostituire Sebastiano Rossi, che colpì Bucchi e si fece squalificare per quattro giornate. Giornata dopo giornata iniziò a crescere, fino alla parata di Perugia, su Bucchi (ancora lui!), che valse al Milan un incredibile scudetto. Quello del ’99.

Donnarumma ha iniziato a parare fin da subito, ha evidenziato qualità tecniche fuori dal comune, ma soprattutto un feeling con i compagni della difesa (che non sono Maldini e Baresi) ai quali ha trasmesso certezze da veterano, scalzando uno come Diego Lopez che di certo non è l’ultimo arrivato. Negli ultimi trent’anni il portiere non è mai stato un grandissimo punto di forza del Milan, a parte la parentesi Dida, strepitoso, quasi marziano, nelle annate 2003-2004, ritornato essere umano nelle stagioni a seguire. Se parliamo di portieri italiani, è stato Abbiati l’unico ad essere arrivato in nazionale se si escludono le presenze sporadiche di Flavio Roma. Lo stesso Abbiati, stagione dello scudetto di Zaccheroni a parte (era così piccolo che lo chiamavano “mollichina di pane”), ha forse disputato la sua migliore annata alla Juventus, quando il Milan lo diede in prestito per farsi perdonare per aver privato i bianconeri di Buffon, per i successivi 5 mesi, a causa di uno scontro con Sheva in amichevole.

SSC+Napoli+v+AC+Milan+Serie+A+NJbxdZf2wl0x

Donnarumma può arrivare dove nessun portiere milanista è arrivato negli ultimi tre decenni: a difendere in pianta stabile i pali della nazionale. Non c’è riuscito nessun portiere del Milan di Sacchi (Galli e Pazzagli), né tantomeno il portiere di Fabio Capello, quel Sebastiano Rossi che, nonostante il primato di imbattibilità in campionato, non riuscì mai a conquistare la maglia azzurra. D’altronde un portiere del Milan non è titolare in nazionale dai tempi di Albertosi, e cioè praticamente dal 1970. Il piccolo grande portiere deve stare attento però a non farsi travolgere dalla notorietà come successo, ad esempio, a Curci (nessuno è profeta in patria) a Roma o Scuffett, che sembrava in procinto di difendere la porta dell’Atletico Madrid in Champions e invece ha conosciuto prima la panchina a Udine con Stramaccioni e adesso la serie B a Como. I numeri sembrano dalla parte di Donnarumma, ma attenzione.

Gc Milano 30/03/2013 - campionato di calcio serie A / Inter-Juventus / foto Giuseppe Celeste/Image Sport nella foto: Samir Handanovic

Sull’altra sponda dei Navigli sembra rinato Handanovic, dopo una stagione così così e tante incertezze. Si parlava di Barcellona ma in realtà era Mancini a non essere sicuro del portiere sloveno, bravissimo a parare i rigori, meno affidabile sui 90 minuti. La partita contro la Fiorentina, condita da un paio di papere sembrava dare ragione a chi di Handa non si fida. È da allora che non ha più sbagliato un colpo: se l’Inter ha vinto così tante partite per 1-0 lo deve in gran parte al suo portiere che sembra arrivato al culmine della propria maturazione.

All’Inter di portieri se ne intendono e il pubblico di San Siro è abituato a gente come Zenga (non è proprio la sua settimana, ma l’uomo ragno resta una colonna nerazzurra), Pagliuca, Peruzzi, Toldo e Julio Cesar. Oggi Handanovic sembra non soffrire nessun paragone con questi mostri sacri: guida la difesa, chiude la saracinesca e nel dubbio, quando gli passano il pallone indietro, ha imparato a spazzare il pallone fuori dal terreno di gioco.

Milano riparte da qui, da due portieri diversi: un giovanissimo in rampa di lancio e un esperto che vede le sue quotazioni in rialzo. Era da tempo che le porte di San Siro non si sentivano così protette. Come è strano, ritrovare due grandi portieri a Milano.

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È la nazionale più cara d’Europa, la terza al Mondo per valutazione di mercato dei suoi giocatori e da poche settimane anche la prima del ranking Fifa. Un traguardo storico per la piccola nazione del Belgio che venerdì affronterà l’Italia di Conte in amichevole. Una generazione di fenomeni (o aspiranti tali in alcuni casi) che il ct Marc Wilmots, ex gloria nazionale ed elemento di punta di quello Schalke 04 capace di vincere anche una Coppa Uefa nel 1997 (contro l’Inter ai rigori), deve ora far crescere e consolidare ai vertici del calcio mondiale dimostrandosi all’altezza, soprattutto nelle occasioni ufficiali, del risultato raggiunto almeno in parte sulla carta.

Il piazzamento al vertice del ranking ha fatto storcere il naso a più di una persona tra cronisti, commentatori e appassionati. Negli ultimi quindici anni, infatti, il miglior risultato del Belgio in una competizione internazionale è stato l’approdo ai quarti di finale degli ultimi Mondiali in Brasile. Nelle altre edizioni ha mancato la qualificazione nel 2010 e 2006 e, a voler proseguire ulteriormente a ritroso, non è andata oltre il primo turno nel 1998 e oltre gli ottavi nel 1994 e nel 1990. Bilancio deficitario che peggiora ulteriormente in ambito continentale, dove tra il 1988 e il 2012 i diavoli rossi si sono qualificati per un’unica edizione (quella del 2000) fermandosi alla fase a gironi.

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Com’è possibile, dunque, che la squadra di Wilmots riesca a sopravanzare in classifica formazioni del calibro di Germania (seconda), Argentina (terza), Spagna (sesta), Brasile (ottavo), per non parlare dell’Italia (tredicesima)? La ragione è spiegata sul sito della Fifa: ogni squadra che fa bene nelle partite internazionali (amichevoli comprese) guadagna punti che permettono di scalare il ranking che è calcolato in base ai risultati recenti di ogni squadra. “Con l’attuale sistema di calcolo – si legge ancora –, i risultati a UEFA EURO 2012 (qualificazioni/fase finale) hanno un peso del 20%, mentre la Coppa del Mondo FIFA (qualificazioni/fase finale) e UEFA EURO 2016 (qualificazioni) hanno rispettivamente un peso del 40%“.

I rossi, dunque, compensano l’assenza di risultati degni di nota nelle rassegne iridate con il buon andamento nelle ultime fasi di qualificazione al Mondiale e ai prossimi Europei e soprattutto con quello delle amichevoli. La domanda, però, a questo punto è un’altra: che il traguardo raggiunto debba essere interpretato come un segnale dell’ormai imminente esplosione dei talenti belga? Non è da escludere. Anche perché gli elementi a disposizione sono di primissima scelta e di alta qualità. Basti pensare che Nainggolan, uno dei migliori centrocampisti del nostro campionato, non ha il posto da titolare assicurato e che molti altri suoi compagni giocano in squadre di prima fascia della Premier League.

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Su tutti Kompany, capitano e alfiere del Manchester City primatista in Inghilterra, per non parlare di De Bruyne passato dal Wolfsburg allo stesso City per la cifra record di 70 milioni di euro. E ancora Benteke del Liverpool che ha speso 40 milioni per strapparlo all’Aston Villa e i funamboli Hazard del Chelsea e Fellaini del Manchester United. Senza dimenticare l’infortunato Courtois, tra i migliori portieri della nuova generazione, ora al Chelsea e il suo sostituto Mignolet del Liverpool. Basterebbero loro e la relativa carta d’identità (molto giovane) a pronosticare un futuro di altissimo profilo per la nazionale del nord-Europa, ma poi ti accorgi di aver tralasciato altri elementi come Witsel (Zenit), Carrasco (Atletico Madrid), Vermaelen (Barcellona) e Mertens (Napoli) – solo per citarne alcuni – e quella sensazione si trasforma quasi in una certezza.

 

 

 

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Neymar e Mascherano in Argentina-Brasile.

La terza giornata delle qualificazioni CONMEBOL ai Mondiali del 2018 prevede la sfida per eccellenza del calcio sudamericano: nella notte italiana fra giovedì e venerdì (calcio d’inizio all’1.00, in diretta televisiva) si giocherà Argentina-Brasile, il match più sentito dall’altra parte del mondo e da sempre ricchissimo di significati. La rivalità fra i due paesi ha origini antichissime (coloniali) e precede di gran lunga l’invenzione del gioco del calcio, tanto che nell’Ottocento ci fu anche una guerra (1825-1828) che portò all’indipendenza dell’Uruguay; si capisce perciò come le due nazioni siano vicine geograficamente, ma molto distanti sotto tanti altri aspetti. A livello calcistico lo scontro ha portato dispetti reciproci, con interventi ben oltre il limite, fino alla “lotta” su chi sia il migliore di sempre fra Pelé e Diego Armando Maradona.

Diego Armando Maradona e Pelé.

EL SUPERCLÁSICO DE LAS AMÉRICAS

Curiosamente sono ben sei anni che non si gioca una partita ufficiale tra le due squadre: ci sono state delle amichevoli, tra cui un folle 4-3 per l’Argentina negli Stati Uniti (2012) con un gol favoloso di Lionel Messi, autore di una tripletta, ma l’ultima sfida con qualcosa in palio risale al 5 settembre 2009. A Rosario il Brasile si impose per 1-3 con gol di Luisão e doppietta di Luís Fabiano (per la Selección segnò l’ex Napoli Jesús Dátolo) e mise a serio rischio la qualificazione albiceleste ai Mondiali di Sudafrica 2010, poi arrivata grazie al gol salvifico di Martín Palermo contro il Perù al 93′: ora siamo alla terza giornata di queste qualificazioni, ma la situazione è più o meno simile, perché l’Argentina ha iniziato malissimo perdendo 0-2 all’esordio con l’Ecuador e facendo 0-0 in Paraguay. Non che il Brasile se la passi meglio, essendo stato sconfitto 2-0 in Cile (poi ha però battuto 3-1 il Venezuela, in gol anche Ricardo Oliveira, ex meteora del Milan e riesumato dal CT Carlos Dunga).

IL DUELLO MONDIALE

Curiosamente le due squadre, pur essendo tra le più importanti della storia del calcio, non si sono mai incontrate in una finale dei Mondiali. Per tre volte, fra il 2004 e il 2007, la sfida tra Argentina e Brasile è stata l’ultimo atto di un torneo ufficiale, in occasione della Copa América 2004 e 2007 e della Confederations Cup 2005, con il Brasile sempre vittorioso. Ai Mondiali si sono affrontare per l’ultima volta a Italia ’90: negli ottavi al Delle Alpi di Torino un match non certo spettacolare fu risolto a pochi minuti dalla fine da Claudio Caniggia, al termine di una grande azione di Diego Armando Maradona, gol riportato all’attualità un anno fa nel coro di scherno dei tifosi argentini verso i brasiliani Brasil decime qué se siente….

La rivalità è talmente forte che nella finale fra Germania e Argentina i tifosi di casa hanno appoggiato la nazionale tedesca, nonostante pochi giorni prima avesse spento i sogni di gloria della Seleção con l’umiliante 7-1 di Belo Horizonte, versione aggiornata del Maracanazo del 1950.

LA PARTITA DEL MONUMENTAL

Giovedì notte purtroppo mancherà il migliore di tutti: Lionel Messi è ancora fuori per infortunio e non sarà della gara, ma per il CT Martino le soluzioni in attacco di certo non mancano. Al posto della Pulga ci sarà Gonzalo Higuaín, non convocato per le due precedenti partite e reduce dal rigore sbagliato in finale di Copa América, che avrà accanto un Lavezzi favorito su Paulo Dybala, con Ángel Di María a completare il tridente. Mascherano giocherà a centrocampo, perché dietro ci saranno Otamendi e la piacevole sorpresa Ramiro Funes Mori.
Difficoltà anche per Carlos Dunga, che si trova davanti uno dei cicli peggiori di sempre della Seleção: i giocatori più in forma sono Willian, unico a salvarsi nel disastro del Chelsea, e Douglas Costa; torna Neymar dopo la squalifica per espulsione rimediata a giugno contro la Colombia. Out il capitano Thiago Silva (c’è Miranda dell’Inter), Ricardo Oliveira è la punta.

Lo stadio Monumental di Buenos Aires, Argentina.

È tutto pronto al Monumental: giovedì notte le luci si accenderanno sullo stadio che solitamente ospita le partite del River Plate per una nuova grande edizione del Superclásico de las Américas. Argentina e Brasile si daranno battaglia ancora una volta per la supremazia del continente sudamericano, e come spesso accade sarà una partita tiratissima che di certo darà spettacolo: vale la pena rimanere alzati fino a tardi per gustarsela.