CALCIO

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Chiamatelo campionato equilibrato se vi fa piacere, ma la nostra serie A è straordinariamente lontana da questa definizione. Le prime cinque della classifica, su 162 punti a disposizione, nelle prime 11 giornate ne hanno lasciati sul tappeto appena 6 (escludendo gli scontri diretti). Pazzesco! Napoli, Inter, Juventus, Lazio e Roma stanno viaggiando a ritmi che vanno ben oltre i 90 punti finali: 2 punti li ha persi la Juve campione d’Italia a Bergamo con l’Atalanta, 2 l’Inter a Bologna con il pareggio per 1-1, 2 la Lazio all’Olimpico alla prima giornata contro la Spal.

Sono lontani, lontanissimi i tempi in cui le grandi dovevano sudare le sette camicie per uscire con la vittoria dalla baldanzosa e orgogliosa provincia. Quando ad Ascoli piuttosto che ad Avellino ti andava bene pure il pareggio che, in media inglese, significava un bell’uguale e ti portava potenzialmente a raggiungere i 45 punti finali e, spesso, a festeggiare lo scudetto. Era l’epoca dei due punti, quella, e quindi un pari valeva di più di oggi. Ma anche le piccole davano maggiormente battaglia.

Non siamo alle sette sorelle, ma quasi. E comunque neanche allora si passeggiava e si bivaccava così facilmente su campi ostici per eccellenza. Napoli, Inter, Juve, Lazio e Roma sono rulli compressori fino a questo momento. Per loro non fa differenza giocare sul campo amico o in trasferta. Costruite per vincere, vanno in fondo verso l’obiettivo. Il Napoli domina la classifica con appena un pari (peraltro in casa con l’Inter, diretta rivale) e poi solo vittorie. Ma è imbattuta anche l’Inter, la Juve ha perso solo in casa con la Lazio. La Roma è più lontana semplicemente perché ha una partita in meno da recuperare a Genova contro la Sampdoria.

Avellino-Inter 1-0 (18^,1985/86)

Dietro, si annaspa. Pure il Milan è ormai lontano dalla vetta e dalla zona Champions. A pesare, probabilmente, c’è anche l’allargamento delle squadre che andranno nella massima competizione europea l’anno prossimo: saranno quattro e non tre. Dunque, si gioca per i primi quattro posti, ben sapendo che l’approdo in Champions significa tanti soldi, visibilità, un mercato diverso e non dimesso.

Su 54 partite giocate finora, pensateci, solo tre volte le prime 5 in classifica hanno lasciato punti alla plebe. Non vale davvero più l’adagio tutto nostrano secondo cui, in Italia, si possono perdere punti su tutti i campi. Niente da fare. Oggi il tricolore non si vince in provincia, ma facendo bottino pieno negli scontri diretti.

Anche per questa sperequazione tra prime e resto della compagnia c’è chi spinge per tornare a un torneo a 18 squadre. Qualcuno lo vorrebbe addirittura a 16, esagerando un po’. Certo, tre sono le fasce in cui ormai è divisa la nostra serie A: le prime cinque, poi un gruppetto di altre 4-5 squadre (Milan, Atalanta, Sampdoria, Fiorentina e Torino) che giocheranno con il coltello tra i denti (forse) per l’ultimo posto valido per l’Europa League, poi tutte le altre, ossia almeno dieci squadre. La metà esatta della serie A.

Siamo a record in positivo e a record in negativo. Il Benevento ha perso 11 partite consecutive e pare essere nella massima serie per caso, continuando a subire sberle a destra e a sinistra, e perdendo anche contro le dirette concorrenti: schiodarsi da zero punti, non salvarsi, pare il vero obiettivo dei campani. Mentre le altre sanno che dovranno fare come le grandi, ossia prevalere proprio negli scontri diretti per ottenere un altro biglietto omaggio per la serie A. Qualcuno potrebbe obiettare che forse rende di più (economicamente) la retrocessione (vedi paracadute), ma vuoi mettere riempire lo stadio per l’arrivo delle grandi e dei campioni?

Difficilmente, le 5 sorelle manterranno lo stesso ritmo fino alla fine, questo è chiaro, soprattutto quando, in primavera, ci saranno i tanti impegni europei, di Coppa Italia e di campionato. Qualcuna si staccherà, inizierà ad arrancare, e a quel punto sarà quasi impossibile una rimonta stile seconda Juve di Max Allegri che, proprio dopo un inizio shock, iniziò a rosicchiare punti a tutti, fino ad arrampicarsi al primo posto e a conquistare il campionato.

Le rimonte sono ammesse quando il gruppone si fa valere, quando il fattore campo ha ancora un senso anche per le piccole. Così, no. Così conta il braccio di ferro nel faccia a faccia. Vero è anche che contano ancora di più i pomeriggi storti, i rigori sbagliati (vedi Dybala, due consecutivi, tre punti in meno per la Juve che, altrimenti, sarebbe a braccetto con il Napoli). Insomma, la giostra gira veloce, chi cade o mette un piede per terra rischia di non riuscirci a salire più.

Non parlate più di campionato equilibrato, però. Perlomeno, parlate di una serie A1 e di una serie A2 con in mezzo alcune squadre cuscinetto, ancora indecise se provare a risaltare sulla giostra, osservare lo spettacolo o farsi riprendere da chi sta dietro e spinge per guardare un po’ più da vicino i campionissimi. I titolarissimi, come direbbe Maurizio Sarri, al momento dittatore della nuova serie A a 5 stelle.

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Dica 55. Non 33, perchè quelle (come presenze) le ha superate da un tempo. Nel calcio del turnover, delle rose ampie e delle rotazioni talvolta tanto programmate quanto stucchevoli per calciatori e addetti ai lavori, c’è un calciatore che entra in campo dal 1′ senza alcuna pausa da poco più di un anno. Il suo nome? Lorenzo Insigne, numero 24 del Napoli.

L’ultima panchina? A Crotone

23 ottobre 2016, Crotone-Napoli. Nell’1-2 dello “Scida”, siglato da Callejon e Maksimovic, Lorenzo il Magnifico -come dalle parti del San Paolo chiamano il loro “scugnizzo”- ha conosciuto di fatto per l’ultima volta il sapore della panchina.  In campo ci andò il tridente formato da Callejon, Gabbiadini e Mertens. L’attaccante centrale, oggi al Southampton, si fece espellere nel corso del primo tempo e obbligò il tecnico a tenere in panchina Insigne per il resto della gara. Da quel giorno, Maurizio Sarri non lo ha più “voluto” al suo fianco. Certo, non per mancanza di stima. Anzi: di Insigne l’allenatore toscano non sa proprio fare a meno. Regista laterale della squadra, assist-man (sei solo in questa stagione tra Serie A e Champions League, alla pari delle reti realizzate) e autentico equilibratore nel 4-3-3 partenopeo: ala sinistra solo sulla carta, libero di duettare e inventare nel tridente completato da altri due brevilinei come Mertens e Callejon. Sulle spalle il numero 24, nei piedi qualità sopraffine da 10: quelle cifre che a Napoli fanno rima con un solo nome: Diego Armando Maradona.

Maradona nel destino: il genero gli “rovina” la festa

Nella platea europea, quella della definitiva consacrazione per un calciatore, Insigne ieri sera ha risposto presente: nella prima mezz’ora di gioco, quella che ha “massacrato” il Manchester City (parola di Pep Guardiola), Lorenzino ha aperto la partita con un gol fantastico, di quelli che suonano come un riscatto per i tanti sacrifici fatti in campo, e ha suonato la carica nella ripresa, cogliendo una traversa dalla distanza che avrebbe potuto cambiare l’inerzia del match. Il calcio, però, è materia strana, quasi stramba: e il destino presenta il suo conto. Così, a punire il Napoli e rendere complicati i piani di qualificazione alla fase a eliminazione diretta di Champions League ci ha pensato il genero di Maradona: “El Kun” Aguero, autore del 2-3 che ha spianato le porte al poker dei Citizens. E Insigne? Iper, super, ultra Magnifico ieri sera. Ma con un pugno di mosche in tasca, come ammesso dal diretto protagonista:

“Credo sia un risultato ingiusto per la prova che abbiamo disputato. C’è rammarico per la prova disputato, abbiamo messo sotto per lunghi tratti la squadra più forte d’Europa”

Riposo, questo sconosciuto

55 presenze consecutive tra campionato e coppe, tutte dal primo minuto (di cui 34 per tutti e novanta i minuti e 21 volte sostituito, spesso nei minuti finali), 26 reti, 15 assist. Negli ultimi anni meglio di lui ha fatto soltanto il difensore del Sassuolo Acerbi. La capacità di incidere di Insigne nel gioco del Napoli è pazzesca: negli ultimi 365 giorni dei partenopei, c’è il suo piede in un terzo delle azioni vincenti. Merito di una condizione fisica messa a puntino dello staff tecnico e medico del Napoli, ma anche una necessità –l’impiego ostinato di Lorenzo- dettata dalla sfortuna, che per due volte ha messo fuori causa Milik, lasciando il Napoli a secco di alternative per il cuore dell’attacco, dove Mertens è padrone unico della maglia. A Giaccherini e Ounas il numero 24 lascia briciole, scampoli di partita.  Briciole, come quelle che restano a tavola. La sana alimentazione è nel cuore dei segreti del “Magnifico”: niente bibite, niente dolci, niente cibi grassi e niente alcolici. In una parola, sacrifici: l’unica ricetta valida verso la vetta.

2018 di consacrazione

In attesa di capire se Sarri gli concederà un turno di riposo con la maglia del Napoli (difficile per un calciatore che sin qui in stagione è rimasto fuori soltanto per 88 minuti, neanche una partita intera), nell’immediato orizzonte di Insigne c’è la nazionale. Lo spareggio contro la Svezia, in calendario tra meno di due settimane, imporrà uno step di crescita all’intero gruppo guidato dal Ct Ventura. Per Lorenzo, sin qui autore di 3 reti in 20 presenze, l’occasione di confermare la definitiva consacrazione. Lasciando il segno, verso un 2018 decisivo per sè e per le maglie azzurre che indossa. Sempre in campo. Da buon Insostituibile doc.

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Una sconfitta del Real Madrid fa sempre notizia, ma quella di domenica ha davvero un significato storico. Dopo l’iniziale vantaggio, i blancos vengono rimontati dalla neopromossa Girona, squadra catalana. Al gol madrileno di Isco, giunto dopo appena dodici minuti di gioco, hanno risposto i gol di Stuani e Portu, arrivati rispettivamente al minuto 54 e 58.

La squadra di Zinedine Zidane, campione di Spagna in carica e detentrice della Champions League, è caduta quindi sul campo di una neopromossa. È Davide contro Golia, un sogno impensabile diventato realtà. Ma in quei novanta minuti non si è solo giocata una partita di calcio. Su quel campo non c’erano solo due compagini sportive che si sono fronteggiate per i 3 punti in classifica. No, sul terreno di gioco sono confluite le tensioni e le problematiche politiche di un paese che è letteralmente spaccato in due.

Su quel campo sono scese due idee, due modi completamente diversi d’intendere lo Stato e il vivere associato. Da una parte il Real, da sempre emblema del centralismo politico di Madrid simboleggiato dalla corona borbonica che domina sulla camiseta blanca; dall’altra parte la voglia di libertà ed autonomia che, da anni, anima il cuore della Catalogna e che proprio da pochissimo tempo ha portato alla nascita della repubblica catalana. Indipendenza contro potere legittimo ma considerato accentratore, autonomia contro controllo, monarchia contro repubblica.

La vittoria del piccolo Girona ai danni dei galacticos diviene testimonianza della rivincita di un popolo che da sempre si è sentito oppresso da uno Stato spesso miope. Una storia incredibile dove si sono intrecciati calcio e politica e che questi giocatori e tifosi catalani potranno certamente raccontare, un giorno, ai loro nipoti.

All’euforia del Girona fa da contraltare lo smarrimento di una squadra che in questi ultimi anni sta dominando in patria e in Europa lasciando le briciole agli avversari. Dopo questa disfatta diventano otto i punti di ritardo del Real dalla squadra che da sempre è il simbolo per antonomasia della Catalogna, quel Barcellona che adesso può contare su un margine di vantaggio di tutto rispetto sui rivali storici dopo solo dieci giornate.

Si ferma la striscia di vittorie del Real Madrid che non perdeva contro una debuttante da ben 27 anni. Cristiano Ronaldo e compagni sono, però, chiamati subito a reagire in maniera convincente perché stasera voleranno a Londra dove li attenderà la sfida di Champions League col Tottenham di Pochettino per lo scontro che vale già la testa del girone H.

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Nel gruppo delle squadre che si trovano immediatamente dopo le prime 5 in classifica, che ormai sembrano destinate a una lunga gara ad inseguimento da qui a maggio, la Samp di Marco Giampaolo è quella che nel primo scorcio di campionato ha impressionato di più per carattere e organizzazione. Il sesto posto con 20 punti in classifica (e con una gara da recuperare, quella casalinga con la Roma), raggiunto grazie a un mix di gioco sempre propositivo e attenzione difensiva (e nonostante le tante cessioni importanti come quelle di Skriniar, Muriel e Schick), è il giusto premio al lavoro di un allenatore preparatissimo e di interpreti che hanno imparato come mettere in pratica quasi alla perfezione le sue idee.

Nel cuore della manovra doriana, lì dove passano la maggior parte dei palloni, c’è un ragazzino di 1 metro e 67 che come un direttore d’orchestra detta i tempi e corre senza sosta. Lucas Torreira da Frey Bentos, Uruguay,  è intelligenza calcistica allo stato puro, unita ad una resistenza e a una forza fisica che per uno della sua altezza non è usuale. Chiedere a Frank Kessie,  di 15 centimetri più alto e più pesante di 10 chili (e che fisicamente in Serie A ha pochi rivali), spostato di forza e senza tanti complimenti dal piccolo Torreira. Un paio di volte nella gara di Marassi tra Milan e Sampdoria i due si sono trovati spalla a spalle, e alla fine l’ha spuntata proprio il piccolo Lucas.

Piccolo si, ma solo di statura, perché per tutto il resto questo ragazzo sta diventando un gigante del centrocampo. Il suo pregio maggiore è il controllo dei passaggi corti rasoterra, la capacità di dare ritmo alla squadra senza diventare prevedibile e senza perdere palloni quando la Samp costruisce l’azione, grazie anche alla tecnica con cui protegge la palla che gli permette di girarsi con un controllo orientato per saltare la pressione avversaria. Ormai gli allenatori, prima di affrontare la Sampdoria, preparano la partita per limitare le giocate di Torreira. Gasperini ad esempio ha piazzato Bryan Cristante in marcatura su di lui, e il centrocampista ex Milan lo ha messo anche in difficoltà per un tempo, prima che Torreira salisse di tono e la sua squadra ribaltasse la partita.

Non stupisce quindi il fatto che dopo 11 giornate il centrocampista uruguaiano sia il primo in Serie A per falli subiti, 33 (con una partita ancora da giocare) e che spesso e volentieri risulti essere il blucerchiato che tocca il maggior numero di palloni. Stupefacente è il fatto che uno tecnicamente dotato come lui sia anche il miglior recupera-palloni del campionato e il giocatore che percorre in media più km in una partita tra quelli presenti nella rosa della Samp.

Uno sviluppo incredibile per uno che è arrivato in Italia nel 2013 dalle giovanili dei Wanderers di Montevideo, senza aver mai giocato in prima squadra. A portarlo nel nostro paese è stato il Pescara, orfano di Verratti che pochi mesi prima si era trasferito al PSG e in cerca di un altro talento speciale per sostituirlo.

Per un ragazzino di 17 anni l’impatto con una nuova realtà non è facile, c’è tanto da imparare. Ufficialmente è un giocatore prettamente offensivo, una seconda punta rapida. L’allenatore della Primavera del Pescara a un certo punto intuisce che Torreira potrebbe rendere al meglio se spostato un po’ più indietro, sulla trequarti. Quell’intuizione è la genesi del giocatore che è ora, e nemmeno a farlo a posta l’allenatore in questione è Federico Giampaolo, fratello del suo attuale allenatore.

Con Oddo poi avviene la definitiva trasformazione in regista, prima nelle giovanili e poi nella prima squadra del club abruzzese.  Prende confidenza con le difficoltà del calcio italiano in Serie B, diventa sempre più importante per il Pescara e la Samp decide di portarlo a Genova, dopo un anno di prestito in Abruzzo.  Il merito di aver intuito la sua collocazione in campo è dei due allenatori, per tutto il resto Torreira deve ringraziare solo se stesso, la sua voglia di arrivare e la “garra charrua” da vero uruguaiano. Un aneddoto lo descrive più di tutti: dopo un anno dal suo arrivo la moglie di Roberto Druda, suo scopritore, si accorse che non camminava bene.  Quando fu portato da uno specialista si accorsero che aveva 7 verruche in un piede, una roba che non avrebbe dovuto permettergli neanche di camminare. Lui invece, pur di non perdere il posto, aveva giocato per mesi in quelle condizioni.

Per far si che i riflettori fossero puntati definitivamente su di lui mancava solo il gol, che domenica è arrivato. Anzi, ne sono arrivati due, uno più bello dell’altro (la punizione nel sette da 30 metri è una magia vera e propria). Il piccolo grande mago del centrocampo uruguaiano sta dimostrando di poter migliorare ancora in tutti gli aspetti del gioco, primo fra tutti la finalizzazione. Nei prossimi anni sarà inevitabile il suo trasferimento in una grande squadra, dopo che i corteggiamenti di quest’estate da parte di Inter e Atletico Madrid non si sono concretizzati.

Giampaolo sperava di poter “nascondere” Lucas Torreira ancora per un po’, ma ormai troppi top club si sono accorti di lui. Il suo grande sogno però è quello di giocare nella nazionale del suo paese, visto che curiosamente non è ancora stato convocato dal ct Tabarez. Se continua a migliorare come ha fatto finora, vederlo con la gloriosa casacca della “Celeste” a Russia 2018, a guidare la squadra insieme a Cavani, Suarez e Godin, è molto più che un’ipotesi.

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C’era una volta Milan-Juventus, lo scontro diretto per eccellenza, tra le due squadre che hanno vinto di più in Italia. Oggi, Milan-Juventus, è una gara con altri equilibri. Da un lato la Juventus pluricampione, dall’altro un Milan che non sa più vincere. Ma Milan-Juventus, oltre che sfida tra club più titolati, è anche il riflesso di una rivalità che supera quella calcistica e sconfina in quella politica e territoriale: Milano contro Torino, le due città che insieme a Genova compongono il cosiddetto triangolo industriale.

LE STATISTICHE

Rossoneri e bianconeri si sono incontrati 225 volte in gare ufficiali: 86 le vittorie della Juve, 66 quelle del Milan. Bilancio che pende a favore del club torinese anche grazie alle ultime annate ‘no’ del Milan, non più al livello dei top club europei. Infatti, le ultime 8 vittorie, in 9 confronti, sono proprio della squadra di Allegri.

ALTRI NUMERI

Altre statistiche interessanti delineano ancora di più un quadro che assegna alla Juve il titolo di favorita: il Milan, infatti, negli ultimi 7 confronti giocati a San Siro in Serie A, non è riuscito a segnare più di solo gol. Da due gare di campionato non segna in casa, ma non arriva a tre match interni di fila senza reti da dicembre 2007. È dall’agosto 2010, invece, che i bianconeri non subiscono gol per otto gare esterne consecutive in campionato. La Juve finora ha il miglior attacco della Serie A con 31 gol, e nessuna ha segnato più reti di testa della squadra bianconera: al contempo, però, il Milan è una delle tre squadre a non averne ancora concesse con questo fondamentale.

UOMINI CHIAVE

Sempre per le statistiche, i due uomini chiave potrebbero essere Kalinic e Higuain. Il primo, in gol contro il Chievo, ha trovato la rete in tutti gli ultimi tre match di campionato giocati contro la Juve; il secondo ha segnato 4 gol nelle prime 4 sfide con il Milan, ma nessuno nelle ultime 4.

Nikola Kalinić Milan

COME STANNO LE DUE SQUADRE

Le due squadre arrivano a questo match con una vittoria fresca nel turno infrasettimanale ma con esigenze molto diverse: da un lato la Juve rincorre il primo posto occupato dal Napoli, dall’altro il Milan rincorre la classifica stessa, con un bisogno enorme di scalarla dopo un trend molto negativo.
La Juve parte da un gradino di chances più alto rispetto al Milan, ma i rossoneri proveranno a giocare sul fattore stadio per strappare ai pronostici un risultato inaspettato.

L’ULTIMO MILAN-JUVE di Serie A

LE PROBABILI FORMAZIONI

Milan (3-4-2-1): Donnarumma; Musacchio, Romagnoli, Zapata; Borini, Kessiè, Biglia, Rodriguez; Suso, Calhanoglu; Kalinic. All. Montella

Juventus (4-2-3-1): Buffon; Lichtsteiner, Barzagli, Chiellini, Alex Sandro; Pjanic, Khedira; Cuadrado, Dybala, Mandzukic; Higuain All. Allegri

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“Quanto ci eri mancato, Sami”

Sarà stato il pensiero unanime di milioni di tifosi della Juventus alle 20 di domenica scorsa, fischio finale del match del “Friuli” nel quale la Vecchia Signora ha superato in rimonta con un rotondo 6-2 l’Udinese, elaborando nuove certezze e minando la solidità della panchina di Gigi Delneri, ex che dalle parti di Torino non ricordano per i brillanti risultati. Se un altro Gigi, Buffon, al fischio finale, ha spiegato candidamente che non è con i risultati tennistici che si vincono gli scudetti, possiamo immaginare che Khedira –il Sami in questione- si stesse godendo il ritorno alla vittoria in campionato e una tripletta inedita. O quasi.

Tre volte, la prima volta: o quasi

Già, perchè al fischio finale di Udinese-Juventus 2-6 in tanti si sono scatenati alla ricerca della statistica definitiva: per Khedira, centrocampista con il vizietto del gol si trattava di una prima quanto storica tripletta? Stando a sentire il diretto interessato, sì.

Per me è una giornata speciale perché non avevo mai fatto una tripletta in carriera, ma lo è soprattutto per la squadra e per come ha reagito dopo essere rimasta in dieci: puntiamo a vincere ancora lo scudetto, ma la stagione è lunga e dobbiamo essere sempre molto concentrati

Dichiarazioni da leader, certo, ma non assolutamente esatte dal punto di vista degli amanti di almanacchi: già, perchè Khedira una tripletta l’aveva già messa a segno. 25 marzo 2008, maglia dell’Under 21 tedesca, 6-0 al Lussemburgo: Sami segnò le reti dell’1-0, del 2-0 e del 5-0, in una nazionale completata da nomi del calibro di Ozil e Hummels, oltre all’attuale compagno di squadra Benedikt Höwedes. Il bianconero, evidentemente, porta bene a questo calciatore nato in Germania da padre tunisino emigrato per amore, che in campo così come nella vita ha sempre anteposto la conoscenza ai pregiudizi. Gli stessi che avevano accolto le sue qualità in campo al momento dell’arrivo in Italia: arrivato a Torino a costo zero per sostituire Vidal, partito in direzione Monaco, il suo primo anno in bianconero è stato condizionato molto da infortuni di natura muscolare. Khedira, da buon diesel, ha risposto a lungo termine.

Da “lavatrice” a uomo in più

Ai primi passi in maglia bianconera, nell’estate 2015, Khedira non era stato gradito da tifosi e critici: il suo acume tattico era stato scambiato per lentezza, la sua saggezza nel dosare gli inserimenti per assenza di dinamismo. I dati dicono altro: Sami è uno dei centrocampisti europei che in campo percorre il maggior numero di chilometri per partita. Tanta corsa orizzontale a coprire i buchi della mediana, altrettanti spunti verticali per far sentire il proprio contributo in zona gol. Così alla prima stagione in Italia ha messo a segno comunque ben 5 reti in campionato, mentre nella sua seconda stagione è stato un autentico trascinatore: ha giocato quasi tutte le partite senza nessun problema fisico e ha dato contribuito alla squadra a suon di assist e gol. Lo stop accusato all’alba dell’annata 2017/2018 e l’ottimo inserimento di Matuidi avevano sollevato dubbi circa l’insostituibilità del numero 6, presto fugati dal tris di Udine.

Leader silenzioso

71 presenze con la Nazionale tedesca, un Mondiale vinto, tre terzi posti tra Coppa del Mondo e Europei, un campionato tedesco (2007), un campionato spagnolo (2012), 2 Coppe del Re (2011 e 2014), una Supercoppa di Spagna (2012), 2 campionati italiani (2016 e 2017), 2 Coppe Italia (2016 e 2017), una Supercoppa italiana (2015), la Champions League 2013-2014, la Supercoppa UEFA 2014 e il Mondiale per club 2014. La bacheca dei trofei conquistati dal 30enne Khedira parla da sè: oggi Sami è un centrocampista completo in grado di comandare il centrocampo sia in fase offensiva che in fase di copertura e anche in fase di realizzazione.

Lui e Mandzukic sono state le architravi sulle quali Allegri ha fondato il passaggio della Juventus al 4-2-3-1 a trazione anteriore nello scorso gennaio. Corsa, quantità, centimetri e qualità, oltre alla capacità di tollerare elevate pressioni: non a caso in due anni con lui in rosa, la Vecchia Signora ha raggiunto la finale di Cardiff, interrompendo il cammino nella Champions 2015/2016 nella sfortunata notte di Monaco di Baviera. Da 2-0 a 2-4, con un crollo acuito dalla sostituzione del centrocampista quando Morata e compagni erano avanti di una rete. Sami assapora il momento e lancia la rincorsa, in un italiano timido che lascia il posto a un convinto inglese:

Amazing feelings

Futuro negli Usa?

Domenica si è portato a casa il pallone nel modo migliore: contribuendo in maniera decisiva alla goleada bianconera, in rimonta, in una partita difficile come quella di Udine. L’infortunio è ormai alle spalle, la condizione (mancata contro la Lazio) sta tornando quella ideale. Verso una stagione nella quale Khedira si vede protagonista, che il compagno di reparto si chiami Pjanic, Matuidi, Marchisio o Bentancur. Troppo allettante l’idea di poter vincere la Champions e difendere il titolo mondiale con la Germania: tutto questo non sarebbe stato possibile andando in Usa o in Cina, sirene che avevano suonato alle sue porte nella scorsa estate. Il suo contratto con la Juventus scadrà nell’estate 2019: uno dei nomi sui quali si punterà forte per affiancarlo o fargli da successore è certamente quello di Emre Can. Progetti per un futuro troppo lontano, nel quale Sami si vede “in viaggio”. Verso gli Stati Uniti? Chissà. Per pensarci ci sarà tempo: ora è il momento di confermarsi leader 2.0, capace anche di segnare triplette. Ma non fateci l’abitudine.