CALCIO

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Lionel Messi e Cristiano Ronaldo in Barcellona-Real Madrid.

La rincorsa è stata lunga e faticosa, ma alla fine Cristiano Ronaldo è riuscito a raggiungere Leo Messi: 5 Palloni d’oro contro 5. Loro, nell’ultimo decennio, non hanno lasciato che le briciole ai rivali. Loro, i due super giocatori della Liga spagnola, simboli di Real Madrid e Barcellona. Uno portoghese, l’altro argentino. Uno forte fisicamente, l’altro agile e veloce come nessuno negli spazi stretti. Mai amici: sempre rivali, su barricate opposte.

Mentre Leo Messi costruiva e rilanciava l’epopea del Barcellona, CR7 iniziava a far parlare di sé nel Manchester United prima che il Real Madrid se lo portasse a casa per rispondere al lusso blaugrana e interrompere l’egemonia del club allenato in quel periodo da Pep Guardiola. I due – Cristiano e Leo – hanno illuminato il calcio iberico e quello europeo. Portando a casa non solo campionati e coppe nazionali, ma anche Champions League e Mondiali per club. Le ultime due sono finite nella bacheca del portoghese, probabilmente all’apice della sua carriera dopo aver vinto anche gli Europei con la maglia del Portogallo.

Quest’anno, però, i destini dei due fuoriclasse paiono quanto mai diversi e lontani. Il Barcellona vola in Liga, forse imprendibile per l’Atletico Madrid, lontano ormai dai radar di un Real Madrid in crisi. Messi comanda la classifica del Pichichi, con 17 gol, e una magica punizione a siglare il 4-2 contro la Real Sociedad. Una rete che è entrata nella storia in quanto è stata la numero 366 con la maglia del Barça, un gol più di un certo Gerd Muller, tedescone che con il Bayern Monaco si fermò a 365. Nessuno mai aveva fatto così tanti gol la stessa casacca in uno dei cinque maggiori tornei europei (Spagna, Francia, Italia, Germania e Inghilterra).

Lionel Messi

Messi è la follia, la genialità applicata al calcio. Se ultimamente sembrava un po’ essersi nascosto, con la partenza di Neymar è tornato a essere lui il Barcellona. Non che prima sonnecchiasse la Pulce, come segnalato dai suoi 100 gol in 125 presenze nelle competizioni Uefa, ovvero togliendo dalla lista campionati e coppe delle federazioni nazionali, laddove Muller ne aveva siglati 62 in 71 apparizioni. Ma siccome Messi è famelico e prolifico, ha ora un altro obiettivo da avvicinare e poi superare: Josef Bican, attaccante austriaco naturalizzato cecoslovacco, tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso segnò 410 gol in campionato indossando solo la maglia dello Slavia Praga. Leo ha i numeri per fare ancora meglio, intanto guida una spaventosa macchina da guerra che quest’anno non vuole fare prigionieri, ma vincere tutto. Il Barcellona è l’unico club imbattuto nei cinque tornei maggiori d’Europa: 16 vittorie e tre pareggi. Gli altri sono lontani.

Cristiano Ronaldo in estate pareva intristito dalla questione fisco. E addirittura pronto a fare le valigie secondo i giornali portoghesi, ma Florentino Perez l’aveva convinto a restare, prospettandogli un ricco rinnovo di contratto. Le nuvole erano parse allontanarsi: bene, benissimo in Europa, con 9 gol su 6 presenze in Champions League, due tanto per gradire nel Mondiale per club vinto dalle merengues. Una rete pure in Supercoppa spagnola, ma in campionato è un’altra storia: CR7 ha messo a segno appena 4 marcature in 14 incontri, roba da attaccante mediocre.

Sempre più intristito, contro il Villarreal al Bernabeu, ha fallito più di un’occasione solo davanti al portiere avversario. La sua astinenza è l’astinenza di tutto il Real, che ha perso e che ormai vede il Barcellona con il binocolo. Zinedine Zidane rischia l’esonero, il pubblico è sconcertato. E in una situazione simile, non potevano non fioccare le voci di un trasferimento del portoghese, a breve. L’uomo dei record (anche lui, sì), a febbraio farà 33 anni e Florentino Perez pare aver detto al suo agente, il potente Jorge Mendes, che il suo assistito può andarsene. Bisogna naturalmente trovare l’offerta giusta.

Il motivo del nervosismo, dei pochi gol, della rottura con la Società madridista? La promessa non mantenuta dopo il bis in Champions League, ossia il rinnovo del contratto. Si è sparsa addirittura la voce di un CR7 utilizzato come pedina di scambio per arrivare a Neymar che, dopo solo un anno, tornerebbe in Liga, ma con la maglia dei nemici storici del Barcellona: un affare da 400 milioni di euro tra Real e Psg. Più praticabile la strada che riporterebbe Cristiano Ronaldo dove ha spiccato il volo, ossia in un Manchester United dove ritroverebbe José Mourinho e dove le difese meno ferree che in Spagna gli darebbero la possibilità di essere ancora leader.

“Ronaldo si è sentito ingannato”: filtra questo virgolettato. Proprio nell’anno in cui CR7 ha preso Messi, la coppia rischia di separarsi definitivamente. Del resto, uno è lucidato a nuovo, l’altro appare appassito. Uno si sente di Barcellona, non solo del Barcellona; l’altro è stato adottato da Madrid. Di mezzo, oltre che tutta la seconda parte della stagione – la canzoncina della Champions potrebbe riportare il portoghese ai suoi livelli – c’è un Mondiale in Russia. I due saranno rivali. Come sempre. Come la storia ha imposto dal principio ai simboli dell’ultimo decennio del calcio mondiale. Anche se CR7 dovesse emigrare in UK, facendo il percorso inverso di quanti per la Brexit faranno le valigie. Anche se la Spagna perdesse, prima del tempo, il duello della settimana. Di ogni maledetto weekend. Perché una cosa è sicura: Cristiano Ronaldo non è ancora arrivato all’ultimo atto della sua carriera. E se Leo Messi dovesse andare a prendersi il sesto Pallone d’oro, state certi che l’altro non mollerà prima di aver provato a riprenderlo. Sapete che chi parte di rincorsa…

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Se c’è una cosa che in questi tempi di magra per il calcio italiano riesce bene nelle stanze dei bottoni della Lega A, è non prendere decisioni. Anzi, una scelta – nel bimestre che ha condotto alla presentazione delle candidature per la poltrona di presidente federale, priva di un titolare dal 20 novembre, data delle dimissioni firmate Carlo Tavecchio – è stata fatta. Non scegliere. Assumere posizioni neutre, per poi frammentarsi. Dividersi. Spaccarsi. Fino al 14 gennaio, giorno in cui la Lega che rappresenta la massima serie del calcio italiano si è palesata nella sua incapacità di esprimere un candidato. E all’Ufficio Complicazioni Affari Semplici la coda è sempre visibile. Non a caso la Lega A è commissariata da nove mesi.

Lotito sì, anzi no

Alle elezioni in calendario lunedì 29 gennaio nell’assemblea elettiva di Roma, saranno sciolti i nodi e finalmente il calcio italiano potrà avere l’opportunità di rimettere in azione un motore oggi fermo: il prossimo presidente sarà uno fra Damiano Tommasi, sindacalista dei calciatori in Federazione da più di 7 anni, Gabriele Gravina, dirigente di lungo corso legato all’ex n. 1 Giancarlo Abete, e Cosimo Sibilia, senatore di Forza Italia.

E Claudio Lotito? Uno dei nomi più attesi, quello di chi aveva avuto un ruolo decisivo nell’ascesa al potere di Carlo Tavecchio, è venuto meno nelle ultime ore “buone” per esporre la propria candidatura. Dai “numeri importanti” a disposizione (ipse dixit) al ritiro il passo è stato breve. Ufficialmente per il timore di conseguenze per la sua Lazio. Nei numeri, Lotito si era detto certo di 11 club in A, secondo altri però a pomeriggio inoltrato si era arrivati solo a nove (Crotone, Atalanta, Genoa, Samp, Napoli, Lazio, Verona, Chievo e Milan). Sostegni insufficienti per aspirare ai vertici di via Allegri, figli anche dell’estrema frammentarietà del sistema nonostante i numerosi appelli all’unità delle ultime settimane.

Gravina…di Puglia

No, non è un focus sulla cittadina in provincia di Bari, ma un caso di semplice omonimia. Il numero 1 della Lega Pro, Gabriele Gravina da Castellaneta (Taranto) potrebbe essere il principale beneficiario dello stop di Lotito ai nastri di partenza. Il presidente della Lazio avrebbe infatti avuto principale interlocutore Cosimo Sibilia, capo della Lega Dilettanti, e il suo forfait potrebbe ampliare la fetta di voti in dote a Gravina, oggi attestata al 17 per cento. Tra i suoi cavalli di battaglia, un’introduzione ragionata delle seconde squadre, legata a vincoli di età e di status federale, oltre all’importanza di una piattaforma programmatica e all’ulteriore valorizzazione del calcio femminile. Ad ora appare il preferito dei grandi club (a partire da Juventus, Inter e Torino) e può trovare altri alleati sulla sua strada, oltre al sostegno pubblico del presidente dell’Associazione italiana arbitri, Marcello Nicchi.

Lega Dilettanti, Sibilia c’è

Non avrà più l’appoggio di Lotito, ma paradossalmente mantiene una dote importante, pari al 34%, il presidente della Lega Dilettanti, l’irpino Cosimo Sibilia. L’esponente della quarta serie del calcio italiano, per una mera questione numerica, parte favorito (non a caso anche il suo predecessore Carlo Tavecchio veniva da lì) e potrebbe anche beneficiare del “passo indietro” del presidente della Lazio: i 20 club che lo sostenevano rappresentano comunque il 9% dei voti totali, decisivi nel calcolo finale. Per chi arriva dal calcio dilettantistico, il punto di partenza nel programma elettorale non poteva che essere “coltivare e valorizzare i talenti”. 53 pagine per affrontare 6 dimensioni: organizzativa, sportiva, economica, etica, sociale più al centro la sostenibilità.

Tommasi prova la rottura

Con il passato, non con i presenti. Si intenda bene. Tra le righe delle 27 pagine di programma stilato da Damiano Tommasi traspare un intento fondamentale: tra i punti più caldi di “Palla al centro”, questo il nome del contenitore delle idee formulate dal 43enne di Negrar, il mantenimento del numero dei club (B a 20 squadre), con restringimento dei paletti d’ingresso, un Club Italia modello società sportiva (presidente, Direttore, staff qualificato), con coinvolgimento di ex azzurri, una Coppa Italia allargata alla LND e l’introduzione delle “seconde squadre” in Lega Pro.  A lui l’oneroso compito di sfatare il tabù che vede gli ex giocatori non godere di grande stima nella politica del pallone. Correrà da solo.

13 novembre 2017: cosa è cambiato?

L’immagine dalla quale ripartire è questa: i calciatori azzurri a terra sul prato di San Siro al termine di Italia-Svezia 0-0, l'”apocalisse” del calcio italiano. Ora il mondo del pallone è in ginocchio, e per risollevarlo serve una robusta scossa. Attuabile a patto che ci sia unità d’intenti, quella che oggi la Lega A non appare in grado di dimostrare. Così, tra le “segnalazioni” arrivate dal Coni in via Allegri e le speranze di un nuovo commissariamento federale da parte di alcuni dei top club (Roma, Inter, Juventus) per procedere a una riforma del sistema, l’orientamento che si intravede nei palazzi del potere è a dir poco contraddittorio: due mesi fa tutti chiedevano un repulisti, ma il calcio italiano rischia di uscire da queste elezioni ancor più spaccato di prima. E la Lega A? Ha deciso. Di non decidere.

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A volte ritornano alla ribalta, e non per forza sul campo. O almeno, non ancora. Il calciomercato, infatti, fa salire agli onori della cronaca anche chi è in ombra da un po’, senza successi o prime pagine di giornali. È il caso di Gerard Deulofeu, che dopo l’esperienza al Milan e qualche mese senza lode al Barcellona, è sulla bocca di tutti, pronto a cambiare squadra già a gennaio.

Dove andrà? Il suo profilo fa gola a tanti in Italia. La sua stagione al Milan, con 17 presenze, 4 gol, e un’ottima impressione generale, ha lasciato bei ricordi, e la giovane età (classe ’94) fa il resto. Napoli, Inter, Roma e addirittura anche Milan lo hanno inserito nella lista della spesa per un eventuale assalto nel mese in corso. L’unica certezza, infatti, è che il Barcellona non lo vuole più, pronto a scaricarlo serenamente al miglior offerente.

Il nodo, però, è proprio questo, il costo. Perché i blaugrana valutano lo spagnolo circa 15 milioni di euro, e sono disposti a cederlo in prestito con obbligo di riscatto. Una formula, quella dell’obbligo, che frena in un colpo solo sia Inter e Roma, impossibilitate ad andare oltre un diritto di riscatto. Eppure, i giallorossi ne avrebbero un gran bisogno, essendo alla ricerca di qualcuno in grado di far dimenticare Salah. A Roma credevano di esserci riusciti con Defrel e Schick, ma le ultime gare hanno evidenziato un vuoto nel ruolo di esterno offensivo.

Resta in piedi anche l’ipotesi Napoli, soprattutto nel caso in cui saltasse l’affare Verdi. Più difficile, invece, il ritorno in rossonero, anche se al giocatore non dispiacerebbe l’idea. Ma lipotesi al momento è da scartare perché nonostante Gattuso sia tornato al 4-3-3 e ci sia bisogno di un rinforzo sull’esterno d’attacco, la nuova proprietà del Milan non è interessata a lui.

Attenzione, sullo sfondo, al Siviglia, dove Deulofeu ritroverebbe Montella, il tecnico che lo ha maggiormente valorizzato aprendogli in qualche modo le porte della nazionale spagnola.

E il punto è proprio questo, la Nazionale. Nazionale che Deulofeu vuole riconquistare per i Mondiali. Per questo l’addio al Barça è scontato, resta solo da capire chi avrà più piacere ad accoglierlo.

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Un gol da museo del calcio. La magia con la quale Luis Alberto ha aperto le marcature nel pokerissimo della Lazio sul campo della SPAL è stato il dolce più pregiato pescato dalla Serie A nella calza dell’Epifania. In grado di unire eleganza, geometria e poesia. Una palla che spiove sulla trequarti, lo sguardo fisso con il pallone e un controllo orientato che disorienta un avversario, poi il controllo di suola per evitarne altri due, sbilanciati dalla bellezza di un gesto tecnico fuori dal comune. Laddove il 99% dei suoi colleghi avrebbe calciato al volo o stoppato per ragionare sul da farsi, il 25enne spagnolo ha preferito osare: missione riuscita, con tocco preciso a battere Gomis. Una giocata che ai nostalgici ha ricordato una rete simile, realizzata da Zinedine Zidane in uno Juventus-Ajax del 1997. Questa volta Luis è andato oltre: Zizou infatti controllava una palla rasoterra, il fantasista della Lazio ha dovuto addomesticarla in volo.

La riscoperta dell’eleganza

Tocchi verticali, testa alta e concretezza. Il Luis Alberto 2.0 in casa Lazio non è più quel talento impaurito della scorsa stagione, incapace di dare una direzione e una svolta alle sue qualità, emerse solo in parte nel finale di stagione. La seconda parte del 2017 ha messo in luce un calciatore versatile, in grado di coprire gli ultimi 40 metri di campo da seconda punta, trequartista, mezzala e all’occorrenza anche playmaker. Un riscatto arrivato anche “grazie” alla partenza di Keita in direzione Montecarlo e all’infortunio che ha tenuto a lungo fuori dai giochi Felipe Anderson. Già, proprio il ko del numero 10 brasiliano, paradossalmente, ha permesso a Luis di vivere con meno frenesia e pressioni inferiori il suo ruolo nel 3-5-1-1 di Simone Inzaghi, cucito sulle sue spalle e su quelle di Ciro Immobile. Un abito che piace e funziona, come il quarto posto (con una partita da recuperare) in serie A e il secondo miglior attacco alle spalle della Juventus raccontano.

Formello e famiglia

I meriti di questa rinascita? Da dividere equamente tra calciatore, società e famiglia di Luis Alberto. È infatti anche grazie al sostegno della moglie Patricia e della loro figlioletta Martina, sempre presenti sugli spalti dello stadio Olimpico, che il calciatore originario di San José del Valle, Andalusia, ha allontanato dalla propria mente uno spettro che si era generato e stava prendendo concretezza un anno fa, di questi tempi: l’addio prematuro al calcio giocato. Capita quando disponi di un potenziale così elevato ma non riesci a tradurlo in emozioni e qualità, per te,  i tuoi compagni e il tuo tifo. Un’ipotesi nefasta, allontanata grazie anche a Simone Inzaghi e alla vicinanza del ds della Lazio Igli Tare, riferimenti immancabili nella sua quotidianità. Infine di Juan Campillo, esperto in ‘coaching’ sportivo che ha lavorato sulla sua mentalità. Da oggetto misterioso, con la sensazione di non aver mantenuto le promesse accese negli anni in Liga, tra Deportivo La Coruña e Malaga, ad architetto della Lazio. E chissà, anche della Nazionale spagnola che guarda ai Mondiali 2018: già, perchè a novembre è arrivata la chiamata del Ct della Roja Lopetegui. Una convocazione che gli mancava da più di 4 anni. 5 febbraio 2013: prima e ultima chiamata con l’Under 21.

Quanto vale Luis Alberto?

È la domanda che gli operatori di mercato di mezza Europa si stanno ponendo in vista della prossima estate. Già, perché non è semplice quantificare il valore di un calciatore che in pochi mesi è passato dal dimenticatoio alle copertine, eguagliando già a metà stagione i suoi personali record fissati in Liga con il Deportivo de La Coruña nella stagione 2015/16. Una crescita inimmaginabile forse anche per il diretto interessato, che fino a 12 mesi fa ancora non era in grado di capire che, con quei piedi, poteva fare la differenza in ogni momento. Un difetto ammesso dallo stesso calciatore.

Facevo cose buone per 20 minuti poi scomparivo. Credo di aver buttato via 2/3 anni della mia carriera

Il Barcellona lo ha già visionato quest’anno in ben tre occasioni: può essere un’idea per l’estate, quando sarà tempo di decifrare il futuro di un totem blaugrana come Iniesta. E allora sarà tempo di dare una quotazione a un calciatore che per unicità oggi appare quasi inestimabile: per Lotito, patron della Lazio, si potrà iniziare a ragionare dai 40 milioni in su.

La Lazio lo blinda

Nessun braccio di ferro, ma la voglia di rendere Luis Alberto un patrimonio economico oltre che tecnico. In quest’ottica la Lazio mira al prolungamento e all’adeguamento del contratto del suo numero 18, in scadenza nel 2021. Tanti anni? No, se parliamo di calcio e legami.  A confermare la trattativa è stato l’agente del calciatore, Alvaro Torres:

È possibile che molto presto ci incontreremo con il club per analizzare un rinnovo di contratto. La Lazio è contenta di lui e lui della Lazio

La strada da fare con la Lazio potrebbe essere ancora tanta. Luis Alberto ha ufficialmente ripreso quel cammino avviato a 12 anni, quando con i genitori percorreva ogni giorno 240 chilometri tra andata e ritorno, cinque giorni su sette, per raggiungere i campi del Siviglia e allenarsi. Con vista sulle vette d’Europa.

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1154 giorni. Più di 3 anni senza Serie A (l’ultima partita da allenatore nel nostro campionato, prima di domenica, era il famoso Inter-Verona 2-2, quello della frase culto “poi è cominciato anche a piovere”, pronunciata nel post partita per giustificare un altro risultato negativo dei nerazzurri), alla fine il ritorno tanto agognato.

Walter Mazzarri sentiva il bisogno di ricominciare in Italia, per tanti motivi. La scelta di andare all’estero, per cambiare un po’ aria e rimettersi in discussione dopo la deludente esperienza a Milano, alla fine non ha portato i frutti che il tecnico di San Vincenzo avrebbe sperato. Non che abbia fatto così male in Inghilterra, ma quella barriera linguistica mai definitivamente abbattuta per il club alla fine ha contato molto, forse più dei risultati che alla fine non sono stati neanche così pessimi (salvezza raggiunta nonostante la stagione disastrosa di Ighalo, che l’anno prima era stato il trascinatore della squadra a suon di gol).

Si dice che il club gli avesse consigliato più volte di migliorare il suo inglese, che Mazzarri aveva studiato in quella specie di anno sabatico precedente al suo ingaggio. Un anno di preparazione sul posto, che però evidentemente non è bastato a imparare la lingua a un livello tale da renderlo autonomo nel gestire allenamenti e conferenze stampa (tanto da dover far ricorso costantemente ad un’interprete). Queste cose per gli inglesi hanno un peso importante, anche se la società è gestita dai Pozzo, e Mazzarri, che già con la  presentazione non aveva destato una buonissima impressione (il suo inglese scolastico ha reso il video virale in pochissimo tempo), ha pagato il suo scarso feeling con la lingua d’oltremanica.

Lo disse già in tempi non sospetti, l’idea era quella di fare un’esperienza diversa da quelle affrontate fino a quel momento, ma di fare ritorno nel suo paese: “Se mi mancherà? L’Italia è l’Italia, ma ora sono proiettato in questa nuova avventura; staccare dopo 15 anni fatti in Italia per poter magari rientrare un domani con ancora più voglia e stimoli”.  La chiamata del Torino è arrivata al momento giusto, per tanti motivi. Urbano Cairo stima da tempo Mazzarri, fin dai mesi che precedettero il suo arrivo alla Sampdoria (il presidente granata provò a portarlo a Torino, ma il tecnico aveva già firmato con i blucerchiati), la piazza è importante, entusiasta, pronta a sostenere una squadra che fino a questo momento ha espresso solo in parte le proprie potenzialità.

La netta vittoria col Bologna è da considerare fino a un certo punto, sia per i pochi giorni passati dall’arrivo del tecnico alla partita che per i cambiamenti tattici non ancora apportati, ma la voglia con cui i granata sono scesi in campo è quella giusta.  Aggressività bassa in fase di non possesso nella metà campo offensiva e forte in quella propria (a chiudere gli spazi agli avversari) e gioco sulle fasce si sono intravisti, ma i primi aggiustamenti veri il tecnico toscano li studierà in questi giorni di pausa dal campionato. Il passaggio alla difesa a 3, in cui a fiano a N’koulou e Burdisso potrebbe trovar spazio anche Moretti (che si gioca un posto con Lyanco) è prevedibile, così come la presenza di due mediani forti fisicamente (gli indiziati sono Rincon e Baselli, con quest’ultimo che però potrebbe essere schierato come mezz’ala offensiva per le qualità balistiche).

In attacco il tecnico toscano invece dovrà cercare gli giusti equilibri per non sprecare i talenti a disposizione, con Belotti come unica certezza e tanti altri calciatori forti da gestire. Iago Falque e Ljajic potrebbero appoggiare il Gallo, come trequartisti, oppure giocare singolarmente in alcune occasioni per aggiungere un centrocampista in determinate partite. Da non dimenticare anche la presenza di Niang, Boye, Berenguer e dell’emergente “canterano”  Edera, tutti talenti con qualità importanti pronti a dare il loro contributo. La storia dice che il tecnico toscano è capace di valorizzare al meglio proprio gli attaccanti (per rendersene conto basta guardare i numeri di Lucarelli e Protti a Livorno, Amoruso e Bianchi alla Reggina, Pazzini e Cassano alla Samp e Cavani al Napoli quando lui era in panchina) e con i granata avrà la possibilità di scegliere come forse mai prima.

Il Torino è pronto a ripartire con nuove ambizioni, così come il tecnico, desideroso di rifarsi anche quell’immagine di allenatore di alto livello che aveva costruito con fatica dopo la gavetta, partendo dal basso, fino ad arrivare a giocare anche la Champions e a vincere trofei come la Coppa Italia.

Ultimamente il suo nome più che altro è stato citato per ricordare le stagioni storte e le occasioni in cui ha cercato di giustificare i suoi risultati negativi con scuse un po’ rivedibili. Ora è arrivato il momento di ricordare a tutti che Walter Mazzarri non è un allenatore in declino, ma il tecnico capace di raggiungere risultati spesso inaspettati e di valorizzare al massimo il materiale umano a sua disposizione.

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Diego Costa Lleida-Atlético Madrid

Lo scorso 31 dicembre l’Atlético Madrid ha presentato i suoi primi rinforzi per il 2018, complice la fine del blocco del mercato imposto dalla FIFA: il volto nuovo in tutti i sensi era Vitolo, al Las Palmas nella prima parte di stagione, ma l’attenzione principale era rivolta sul grande ritorno di Diego Costa, che ha potuto vestire nuovamente la maglia rojiblanca tre anni e mezzo dopo aver lasciato Madrid per il Chelsea. Un ritorno cercato fortemente dall’ispano-brasiliano, che dopo aver rotto con Antonio Conte in estate non ha avuto nessun’altra squadra in testa se non quella che l’ha consacrato nel grande calcio.

Diego Costa Atlético Madrid

ARRIVI E PARTENZE

La carriera di Diego Costa ruota fondamentalmente attorno all’Atlético Madrid. I colchoneros lo acquistano per la prima volta nel 2007, ma nella capitale spagnola non fa nemmeno in tempo a mettere piede che viene girato in prestito al Braga, in Portogallo. La parte iniziale della sua esperienza di proprietà dell’Atleti è segnata da trasferimenti successivi, sempre a titolo temporaneo: Celta Vigo, Albacete e Valladolid (le prime due in Segunda División, la terza nella Liga) sono le tappe che gli consentono, nel 2010, di tornare alla casa madre, ma dopo una stagione in cui è il primo cambio di Sergio Agüero e Diego Forlán si fa male al ginocchio e dopo aver recuperato è costretto a un altro prestito, al Rayo Vallecano.

La sua storia a Madrid però sta cambiando: dal 2012-2013 diventa titolare fisso, prima con Radamel Falcao e poi con David Villa, e nel 2013-2014 con trentasei gol in cinquantadue presenze trascina la squadra di Diego Pablo Simeone a vincere la Liga che mancava dal 1996 e in finale di Champions League, sfumata nel recupero a Lisbona contro il Real Madrid. Un infortunio lo toglie dal campo nei minuti iniziali dell’ultima partita di campionato col Barcellona (uno scontro diretto, poi finito 1-1) e del derby di coppa, il suo ultimo atto in biancorosso.

Diego Costa espulsione Atlético Madrid-Getafe

RITORNO COL ROSSO

Dopo un Mondiale non certo giocato da protagonista (reduce dall’infortunio e con la Spagna che esce al primo turno) va al Chelsea, squadra che aveva spazzato via nelle semifinali di Champions League pochi mesi prima, e dà ai Blues la Premier League con venti gol in ventisei partite. Si ripete nella scorsa stagione, con identico numero di reti, ma in Inghilterra si fa notare anche per comportamenti sopra le righe e qualche cartellino di troppo. Il benservito di Antonio Conte, arrivato a inizio giugno, è il segnale: Diego Costa da subito fa capire di voler tornare all’Atlético Madrid, resta qualche mese in Brasile e il 21 settembre arriva l’accordo fra i due club valido a partire dal 2018.

Dopo la presentazione c’è il debutto, da subentrato il 3 gennaio nell’andata degli ottavi di Copa del Rey col Lleida, e tempo cinque minuti è subito gol: Juanfran lo pesca con un cross basso come ai vecchi tempi e lui in scivolata dalla zona del dischetto del rigore fa centro. Si ripete pure tre giorni dopo in Liga col Getafe, dove gioca titolare e al 68′ con un facile tap-in firma il definitivo 2-0, ma la gioia si trasforma in pochi istanti in rabbia perché l’arbitro gli mostra il secondo giallo per essere andato a esultare in curva con i tifosi. Tutto Diego Costa in pochi minuti, una sorta di Bignami della sua carriera: ma all’Atleti va bene anche con i suoi eccessi, stavolta è tornato per restarci e per aiutare i colchoneros a vincere ancora.