CALCIO

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.

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Spesso si dice che a un calciatore straniero proveniente da un altro campionato servano almeno sei mesi per adattarsi alla nuova realtà. Questo è certamente vero a livello generale, ma l’eccezione che conferma la regola è rappresentata dall’esterno messicano classe ’95 Hirving Lozano, al quale probabilmente sono serviti appena sei giorni per capire il calcio olandese visto che è di gran lunga il miglior giocatore di questa prima parte di Eredivisie, che il PSV Eindhoven sta dominando anche grazie ai suoi gol.

Hirving Lozano

INSERIMENTO PERFETTO

Nove gol in altrettante partite giocate nelle undici giornate fin qui disputate di Eredivisie: un rendimento clamoroso se si pensa che non è un centravanti ma un esterno d’attacco (gioca largo a sinistra nel 4-3-3 di Phillip Cocu, ma può agire anche sull’altra fascia). Lozano ha avuto un ruolo fondamentale quasi ogni volta che è sceso in campo, visto che non ha segnato solo nell’ultima giornata (4-3 al Twente) e nella gara contro l’Heerenveen persa 2-0, dov’è stato espulso. Ha già trovato la via della rete di destro (suo piede preferito), di sinistro e pure di testa pur essendo alto solo 175 centimetri, ma oltre a fare gol fa anche segnare i compagni perché crea un’infinità di azioni nitide, essendo letale quando entra in possesso di palla data la sua rapidità e la sua capacità di saltare avversari in dribbling. È stato l’acquisto più costoso dell’Eredivisie quest’estate, otto milioni di euro, ma il valore del suo cartellino rappresenta un affare clamoroso che frutterà non poco quando, in un futuro non troppo lontano, le big del calcio mondiale si accorgeranno del suo enorme valore.

Lozano vs Akinfeev Messico-Russia

PREDESTINATO GIÀ IN PATRIA

El Chucky, questo il suo soprannome, ha iniziato a giocare in Messico con il Pachuca, dove ha esordito l’8 febbraio del 2014 all’Estadio Azteca di Città del Messico, subentrando a Jürgen Damm all’83’ e facendo gol cinque minuti dopo con una progressione palla al piede per saltare la difesa del Club América e un sinistro rasoterra per mostrare subito la sua freddezza davanti alla porta. È stato un fattore nelle vittorie recenti dei Tuzos, (Liga MX Clausura del 2016 e CONCACAF Champions League del 2017), ma si è fatto valere anche con la maglia del Messico: gol al Panama due mesi fa che ha qualificato El Tri ai Mondiali del 2018, ma anche uno in Confederations Cup, di testa alla Russia, sfruttando la solita papera di Igor Akinfeev.

Dalla CONCACAF Under-20 ai Giochi Olimpici non c’è stato torneo in cui non abbia avuto un ruolo da protagonista: ora sta conquistando anche l’Europa a suon di gol, migliorandosi rispetto ai già notevoli numeri in patria, perché l’alto livello del campionato messicano l’ha reso subito molto efficace nelle giocate.

Al PSV è ovviamente già l’idolo dei tifosi e non potrebbe essere altrimenti, visto che sta trascinando il club di Eindhoven partito con dieci vittorie su undici e un +8 sulle seconde in campionato. La coppia di esterni che sta distruggendo l’Eredivisie è di altissimo livello, con Lozano a sinistra e Gastón Pereiro a destra (altro ’95, nato trequartista in Uruguay con il mito di Álvaro Recoba) che in ogni partita fanno vedere cose memorabili. Chi aveva già visto giocare Lozano in Messico non aveva dubbi sul fatto che potesse inserirsi al meglio anche in Europa, ma il suo inizio di stagione è stato da fenomeno assoluto, da uno dei migliori al mondo nel ruolo.

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Brasiliano, ma naturalizzato italiano. Dunque, convocabile per la nazionale azzurra. Dunque, convocato per la prima volta da Giampiero Ventura, proprio sull’orlo del baratro in vista della doppia sfida con la Svezia per i Mondiali del 2018. Stiamo parlando di Jorginho.

Ci ha messo un po’ il nostro ct a rispondere alle sirene che volevano il centrocampista del Napoli in azzurro già da diverso tempo. Quando però sono arrivate dal Brasile voci su una possibile convocazione con la Selecao, Ventura ha rotto gli indugi. Non è detto che giocherà venerdì o lunedì Jorginho, ma intanto c’è. Se poi non dovesse scendere in campo neanche un minuto, sarebbe di nuovo arruolabile per la Nazionale sudamericana.

Non è la prima volta che un cosiddetto oriundo fa capolino con la nazionale dell’Italia. Anzi. Non sempre visti come un bene, perché si dice sia poco propenso a lottare per un Paese che non sente come il suo, a volte questi giocatori hanno rappresentato un valore aggiunto. Siamo andati a ripescare la storia di chi ha preceduto Jorginho e non mancano le sorprese.

Jorge Luiz Frello Filho, ossia Jorginho, si trova nel frattempo in buona compagnia, visto che c’è il suo connazionale Eder, ormai fisso nelle convocazioni di Ventura adesso e di Antonio Conte prima. Cominciamo proprio dai brasiliani, una delle scuole migliori di football. Nel 1934, Amphilòquio ‘Anfilogino’ Marques Guarisi diventa campione del mondo con Vittorio Pozzo. Non solo: gioca in una sola gara e segna pure, agli ottavi di finale contro gli Stati Uniti. Era approdato alla Lazio nel 1931, Pozzo lo aveva convocato per due edizioni della Coppa internazionale prima dei Mondiali casalinghi.

Pure José Altafini ha avuto l’onore di vestire azzurro, ma senza fortuna. O meglio, lui segna cinque gol in sei partite, ma di gioie ne colleziona davvero poche. Partecipa tra l’altro all’edizione dei Mondiali del 1962, una delle peggiori degli Azzurri: gioca contro Germania Ovest e Cile, poi non viene più convocato. Nel 1958 aveva vinto la Coppa Rimet da verdeoro in Svezia.

Nel 1961, a Mantova, arriva Angelo Benedicto Sormani, destinato a lasciare il segno in particolare con la maglia del Milan. Anche lui partecipa ai Mondiali del 1962 in Cile, giocando una sola gara contro la Svizzera al primo turno. È ancora con l’Italia per le qualificazioni agli Europei del 1964: segna un gol con la Turchia, ma gli Azzurri non si qualificano alla fase finale.

Bisogna aspettare 50 anni per rivedere un brasiliano che gioca con l’Italia. Il merito è di Thiago Motta, centrocampista di Genoa e Inter. Con il Brasile Under 23 nella Gold Cup 2003, dal 2011 diventa azzurro, convocato da Cesare Prandelli e titolare inamovibile dopo il gol alla Slovenia sulla via di Euro 2012. Gioca anche la finale, dove dopo tre minuti esce per un brutto infortunio. Convocato pure per i Mondiali del 2014 e gli Europei del 2016, è l’oriundo brasiliano più presente con l’Italia grazie a 30 presenze.

Arriviamo a Eder Citadin Martins. Conte punta su di lui nel 2015 e l’attaccante segna all’esordio, permettendo all’Italia di pareggiare con la Bulgaria nelle qualificazioni a Euro 2016. Con cinque gol segnati, è il più prolifico insieme ad Altafini. A Francia 2016 il suo gol più importante: l’1-0 decisivo alla Svezia. Il ct Ventura punta su di lui e all’orizzonte c’è ancora la Svezia.

Altra grande armata che è andata a rinforzare le file dell’Italia è stata quella argentina, con ben 22 giocatori che hanno vestito l’azzurro, contro i 9 brasiliani (tra cui c’è anche Amauri). Non possiamo non partire da Mauro German Camoranesi, che ha collezionato ben 50 gettoni di presenza, segnando 5 gol e partecipando da protagonista alla vittoria dei Mondiali del 2006 in Germania. Da citare anche Angelillo, Cesarini, Demaria, Guaita, Ledesma, Libonatti, Lojacono, Martino, Maschio, Montuori, Mosso, Osvaldo, Pesaola, Paletta, Ricagni, Schelotto, Scopelli e Franco Vazquez.

Abbiamo lasciato fuori Mumo Orsi, che ha segnato 13 gol in 35 presenze a ha vinto il Mondiale del 1934 con 3 gol in 5 presenze. Con lui c’era anche Luisito Monti, il medianaccio della Juventus, che giocò 5 partite in quella storica edizione vinta. E poi c’è un certo Omar Sivori: 8 gol in 9 presenze, ma un po’ come Altafini poche gioie in nazionale azzurra. Anche perché segnò 4 volte in amichevole, altrettante nelle qualificazioni ai Mondiali del 1962 dove, in due match, il cabezon fece scena muta.

Citiamo poi l’Uruguay, con 9 oriundi in maglia italiana. Tra loro Michele Andreolo, che fece parte della spedizione vincente ai Mondiali del 1938 in Francia. In totale: 26 presenze e un gol. E ancora: Ghiggia e Schiaffino. Giusto per le statistiche, l’azzurro l’hanno vestito anche un austriaco, uno scozzese, un paraguayano, un sudafricano e uno svizzero.

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Neanche Simone sa se è destro o sinistro.

Parole di Verdi Sr, padre di Simone, centrocampista offensivo nato a Broni, provincia di Pavia, il 12 luglio 1992. Veste la maglia del Bologna e sabato pomeriggio, nel ko per 2-3 dei felsinei al Dall’Ara contro il Crotone, ha stabilito un piccolo, grande record: due reti messe a segno su calcio di punizione nella stessa partita. “Nulla di nuovo” si potrebbe obiettare: il dato è già stato registrato da Dirceu, Platini, Zola, Recoba, Lodi e Paulinho. Per tacere di Mihajlović, autore di una tripletta su calcio piazzato nella stagione 1998/1999 in Lazio-Sampdoria 5-2. No, la vera differenza è nei piedi: intesi non (solo) come qualità, ma anche e soprattutto come quantità. Un gol di destro e uno di sinistro, su punizione: mai nessuno in Serie A aveva messo a referto una doppietta così “particolare”. Non stupisce che sia successo a Verdi, uno che in carriera non segna tanto (18 reti sin qui), ma difficilmente fa gol brutti: storia di un falso ‘9’ con la sagoma da esterno di fascia, baricentro basso e scattante. Il voto alle marcature? 10 e lode, per bellezza.

Solo gol belli, citofonare Verdi

Calcio dell’1-0 di sinistro lasciando immobile Cordaz, poi il temporaneo 2-1 di destro con una punizione simile: simmetrie perfette. Scorrendo gli almanacchi, si scopre che l’impresa di mettere a segno reti su punizione calciando con entrambi i piedi era già riuscita a Hernanes: stagione 2014/2015, maglia dell’Inter sulle spalle e doppio centro, ma contro Atalanta e Lazio. Due incontri differenti, non due gemme racchiuse in 90 minuti come riuscito a Verdi. Che qualche indizio delle sue capacità da ambidestro lo ha sempre offerto. Basti guardare al modo di battere i calci d’angolo, sempre toccando le due opzioni.  Busto in avanti, caviglia e ginocchia bloccate, anca che “balla” in linea con il piede appena dopo la conclusione in porta. Ricorda Sneijder, senza scomodare un totem come Paolo Maldini, destro naturale che gran parte della sua strepitosa carriera l’ha vissuta a sinistra. Angelo Antenucci, allenatore che punta molto sulla tecnica e che al Bologna fu il vice di Mihajlovic, ha raccontato a Repubblica:

Verdi è sempre equilibrato sulle due gambe, appoggia sempre sulla bisettrice della palla, blocca perfettamente anca, ginocchia e caviglia. Insomma, meccanicamente è perfetto.

Altri 3 punti! Grandissima vittoria. #weareone @bfc1909_official

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L’Azzurro nel mirino

Curioso che la doppia marcatura contro il Crotone sia arrivata nelle ore in cui il ct Giampiero Ventura lo escludeva dalla lista dei 27 convocati dell’Italia per il decisivo spareggio-playoff contro la Russia. Non certo una bocciatura, viste le due presenze da titolare collezionate in Azzurro nel 2017, ma di certo una frenata nel percorso di fiducia instaurato con il commissario tecnico. Quasi una metafora della carriera di Verdi: talento purissimo nelle giovanili del Milan -dove lo chiamavano Magic Box- devastante in B a Empoli nella stagione della promozione, 2013/2014, con 40 presenze e 5 reti sotto la guida di un maestro di calcio come Maurizio Sarri, prima di scivolare in direzione Liga: impalpabile o quasi con l’Eibar, sei mesi per capire che il ritorno in Italia si rendeva necessario.

A Carpi Castori lo ha rimesso sulla retta via, l’Emilia. Nel 2016 la chiamata del Bologna: un milione e mezzo di euro nelle casse del Milan e trasferimento in fresco. Un po’ esterno, un po’ trequartista, sulle spalle ha il numero 9: mix ideale per raccontare il faro di Donadoni, uno che di estro se ne intende. Al Dall’Ara, Verdi ha trovato la giusta dimensione per far esplodere il suo talento. D’altronde, l’elenco dei predecessori rigenerati dalle due Torri era fitto: da Giuseppe Signori a Roberto Baggio, fino a Marco Di Vaio, in grado di ritrovare in tempi diversi la propria identità calcistica a Bologna. Lui ci ha messo la cultura del lavoro, spendendo tanto tempo sul campo e poco sui social, dove limita le “incursioni” a qualche scatto con la sua fidanzata e gli amici. Proprio con alcuni di loro si è formata quella che dalle parti di Bologna chiamano la “balotta”, di cui fanno parte Adam Masina e Federico Di Francesco, ragazzi che anche per età sono tra i più vicini a Simone.

Dalle due Torri al San Paolo?

E ora? Bella domanda. Con 25 anni sulla carta d’identità, per Verdi sembra essere davvero arrivata l’ora della definitiva consacrazione. Quello che salta immediatamente all’occhio vedendolo giocare è la sua innata capacità di trattare il pallone con entrambi i piedi. Come…Dries Mertens, tanto per citare un altro “piccoletto terribile” della nostra Serie A. Accostamento non casuale, tanto è vero che radiomercato da qualche tempo affianca il numero 9 del Bologna al Napoli, dove Sarri lo tiene sempre d’occhio. E si sa quanto all’allenatore toscano piacciano i brevilinei che sanno trattare la palla e calciare all’improvviso. La sensazione, con un contratto in scadenza nel 2021, è che il ds partenopeo Giuntoli possa provarci con decisione nell’estate 2018. In questi mesi, però, Verdi sarà chiamato a migliorare lo score attuale (13 presenze, tre reti e un assist) per meritarsi l’azzurro. Da intendersi come Italia. Certo, segnando con entrambi i piedi sarà ancora più semplice.

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Addio al Modena Calcio dopo 105 anni di storia. Una stagione disgraziata, quella che il club si accinge a chiudere in anticipo con la più triste delle condanne: il fallimento. Dopo 4 gare consecutive in cui la squadra non si è presentata in campo, il giudice sportivo è obbligato ad estrometterla dal campionato, decretandone la fine. Ci sarà da attendere forse giovedì, perché la Corte d’appello si esprimerà sul ricorso effettuato dalla società emiliana per le prime due gare perse a tavolino, ma è difficile ipotizzare un epilogo diverso.

I giocatori sono in sciopero perché non ricevono stipendi dal ritiro estivo, e i debiti del club hanno portato anche ai sigilli del Braglia, visto che il Comune non riceveva più i 6mila euro d’affitto per ogni gara. Poi sono iniziate le sconfitte a tavolino dopo l’esaurimento della deroga per utilizzare l’impianto di Forlì nelle gare interne e da qui il malcontento si è diffuso a macchia d’olio dando avvio a un meccanismo di autodistruzione.

Dopo l’era Caliendo e i conti in rosso lasciati in eredità, l’imprenditore Aldo Taddeo non è riuscito nell’impresa di recuperare la situazione, disattendendo le promesse fatte alla città e ai tifosi. I debiti non sono stati pagati, i giocatori hanno continuato a non avere soldi e la società è stata messa in mora, fino al fallimento.

Il “funerale” del Modena messo in scena dai suoi tifosi

Solo 15 anni fa, fresco di salto doppio dalla C alla A, il Modena batteva in rimonta all’Olimpico la Roma di Totti e Batistuta. Oggi di quella squadra non resta più nulla, forse non resterà neppure il nome.

Ora il Modena tornerà nelle mani del sindaco Muzzarelli, che avrà 8 mesi per trovare un nuovo proprietario con cui ripartire da zero e dalla Serie D.

Di questa terribile stagione resteranno solo i ragazzi, che con le rispettive formazioni giovanili hanno avuto il permesso di concludere i campionati.

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Borussia Dortmund Bayern Monaco

Alle 18.30 di domani si gioca la partita più attesa del calcio tedesco. Al Westfalenstadion è in programma Der Klassiker, ossia la sfida tra il Borussia Dortmund e il Bayern Monaco, le due squadre più titolate del fussball nonché quelle che dalla stagione 2009-2010 si spartiscono i titoli nella Bundesliga, anche se ovviamente in maniera sbilanciata con i bavaresi che hanno quasi monopolizzato il torneo. Fino a poche settimane fa erano i gialloneri avanti, ma le ultime settimane hanno stravolto la classifica e ora sono i campioni in carica ad arrivare allo scontro diretto davanti e di nuovo favoriti. Dopo dieci giornate di campionato la classifica vede il Bayern Monaco davanti di tre punti, uno scenario impensabile appena un mese fa: un successo ospite indirizzerebbe il torneo in maniera netta mentre una affermazione casalinga significherebbe l’aggancio in vetta e la possibilità per altre squadre di inserirsi.

Yarmolenko Bartra vs Hannover

ALLA CACCIA DI UNA SVOLTA

Il pareggio di mercoledì in casa contro l’APOEL ha certificato il momento di difficoltà del Borussia Dortmund, praticamente fuori dalla Champions League. Dopo la sosta di ottobre i gialloneri hanno vinto solo una partita su sei, col modesto Magdeburg in DFB-Pokal, e con un punto nelle ultime tre giornate hanno dilapidato il vantaggio di cinque punti sulle seconde che avevano sino a un mese fa, crollando a -3 con varie inseguitrici pronte ad approfittarne ancora.

Peter Bosz sta trovando difficoltà in tutti i settori, perché davanti Pierre-Emerick Aubameyang si è bloccato (due gol nel periodo negativo, ma in una partita persa) e l’unico che sta rendendo sempre è Maximilian Philipp, ma è dietro che le cose vanno ancora peggio con otto partite fra Bundesliga e Champions League con almeno un gol subito e nove nelle ultime tre giornate di campionato, dove Roman Bürki si è spesso segnalato per errori grossolani. Qualcosa di buono aveva mostrato il classe 1999 Dan-Axel Zagadou, ma si è fatto espellere con l’Hannover e domani non ci sarà: manca un leader dietro, com’era Mats Hummels che però al Westfalenstadion giocherà (fischiatissimo) con la maglia avversaria.

Heynckes Lewandowski
RITORNO ALLA NORMALITÀ

Il Bayern non è una squadra abituata a non vincere e sono bastati due risultati negativi, il 2-2 col Wolfsburg e il 3-0 in casa del PSG, per far saltare Carlo Ancelotti. Il tecnico italiano non era più apprezzato in Baviera e per rimettere a posto le cose è stato richiamato come traghettatore Jupp Heynckes, che si era ritirato quattro anni fa proprio dopo un Klassiker, quello vinto 2-1 a Wembley nella finale di Champions League 2012-2013. Con lui le cose si sono assestate: solo vittorie, magari senza strafare ma portando a casa sempre il risultato e inserendo giocatori come James Rodríguez che stavano faticando a inizio stagione.

L’infortunio di Robert Lewandowski nel 2-0 di sabato scorso al RB Lipsia ha impedito al polacco di giocare in casa del Celtic, ma la sua presenza domani non dovrebbe essere in discussione e uno dei tanti ex proverà a fare nuovamente male al suo passato, già colpito in questa stagione nella DFL Supercup vinta ai rigori ad agosto.

Quella che si stava trasformando in una stagione da buttare è stata risistemata in poche settimane: se il Bayern dovesse vincere domani prenderebbe il largo verso il sesto titolo consecutivo, perché quando scappa di norma non viene più ripreso.