CALCIO

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La Bundesliga è soltanto alla diciannovesima giornata ma è praticamente scontato che anche quest’anno vincerà il Bayern Monaco, e sarebbe la sesta volta consecutiva (record) e la ventottesima in generale (venti titoli in più del Borussia Dortmund, fermo a otto). In Germania ormai i bavaresi stanno monopolizzando il campionato, sia perché in questo inizio di 2018 le avversarie stanno facendo a gara per eliminarsi a vicenda sia perché continua la tradizione di prendere i migliori giocatori di Germania.

Bayern Monaco-Werder Brema

DISTACCO SIDERALE

Quando è arrivato Jupp Heynckes, il 6 ottobre al posto dell’esonerato Carlo Ancelotti, il Bayern Monaco aveva appena pareggiato per due volte di fila 2-2 facendosi rimontare, contro Wolfsburg e Hertha Berlino (nella seconda già senza il tecnico italiano), ed era a -5 dal Borussia Dortmund e a pari punti con l’Hoffenheim che aveva vinto 2-0 lo scontro diretto il 9 settembre. Ora la classifica dice Bayern Monaco 47 (undici vittorie su dodici con Heynckes allenatore), Bayer Leverkusen, Schalke 04, RB Lipsia e Borussia Mönchengladbach 31, Borussia Dortmund ed Eintracht Francoforte 30. Un gruppone di squadre tutte racchiuse in un punto ma con una situazione comune: nel 2018 non hanno praticamente mai vinto, conquistando rispettivamente tre, uno, tre, tre, due e quattro punti. Il Bayer Leverkusen ha vinto con l’Hoffenheim ma aveva perso coi bavaresi, il RB Lipsia ha vinto il big match con lo Schalke 04 ma poi ha perso col Friburgo, il Borussia Mönchengladbach si è fatto battere al 95′ dal Colonia ultimo e l’Eintracht Francoforte ha battuto il Wolfsburg dopo aver pareggiato col Friburgo. Vanno ancora peggio Borussia Dortmund e Schalke 04: i gialloneri, ormai senza Pierre-Emerick Aubameyang, sono reduci da due pari; la squadra di Gelsenkirchen ha perso a Lipsia e si è fatta riprendere quasi allo scadere dall’Hannover in casa. Con questo ritmo il Bayern Monaco può essere campione a marzo…

Leon Goretzka Bayern

SCIPPO IN PIENA REGOLA

Un’altra tradizione del Bayern Monaco, molto poco sopportata in Germania, è che più o meno ogni talento delle squadre che possono dare fastidio finisce inevitabilmente col diventare un suo giocatore. L’ultimo in ordine di tempo è Leon Goretzka, che dall’1 luglio si trasferirà in Baviera a parametro zero una volta scaduto il suo contratto con lo Schalke 04, cosa che ha fatto infuriare i tifosi con tanto di striscione domenica scorsa allo stadio. Poche settimane fa è stata la volta di Sandro Wagner, terzo “scippo” dall’Hoffenheim rivelazione della scorsa stagione dopo Sebastian Rudy e Niklas Süle presi in estate (il primo a parametro zero), ma la lista è lunghissima e prima ancora aveva visto il passaggio più o meno in blocco dei migliori del Borussia Dortmund (ultima squadra capace di vincere il titolo al suo posto, nel 2010-2011 e 2011-2012) con Mario Götze nel 2013, Robert Lewandowski a parametro zero nel 2014 e Mats Hummels nel 2016. Si tratta di una pratica pressoché standard: chi si avvicina troppo al Bayern Monaco finisce per scottarsi, nel senso che si vede privato dei propri migliori giocatori attratti dal suo strapotere. Corretto? Da un certo punto di vista non proprio, ma lo status di leader indiscusso in Germania lo rende possibile e gli permette di restare tale.

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Agli inizi degli anni 2000, se avessero chiesto a qualsiasi appassionato di calcio il nome di un grande portiere brasiliano, forse gli unici nomi fatti sarebbero stati quelli di Claudio Taffarel (visto anche dalle nostre parti e protagonista della vittoria dei verdeoro a Usa ’94) e di Gilmar (leggendario portiere del Brasile bicampione del mondo nel ’58 e nel ’62). Poi però qualcosa è cambiato e dal paese del futebol bailado sono arrivati alcuni dei portieri che hanno scritto la storia del calcio contemporaneo, italiano e internazionale.

Prima Nelson Dida, grande protagonista delle vittorie in Champions del Milan di Ancelotti, poi Julio Cesar, che sulla sponda nerazzurra dei navigli per diversi anni ha giganteggiato e ha rappresentato un baluardo quasi insuperabile per gli avversari. Anche a Roma si sono visti portieri brasiliani: Doni e Julio Sergio Bertagnoli (passato da terzo a primo portiere e diventato idolo dei tifosi romanisti grazie ad alcune prestazioni super nei diversi derby giocati contro la Lazio) hanno protetto i pali all’Olimpico, con fortune più o meno alterne. Oggi però, grazie all’intuizione avuta lo scorso anno da Walter Sabatini, la Roma può schierare un portiere che ha le stimmate del predestinato e che, per le qualità che sta mostrando, può ripercorrere la storia dei suoi migliori predecessori.

Alisson Becker è speciale, basta assistere a una partita qualsiasi della Roma per rendersene conto. Quella di domenica, proprio nello stadio che ha consacrato Julio Cesar, è stata probabilmente la serata della definitiva consacrazione del classe ’92 di Novo Hamburgo, una serata in cui ha mostrato tutte le qualità che rendono grande un portiere. Plasticità nei pali (il volo sul tiro di Icardi, toccato con la punta delle dita prima di finire sul palo, grazie a un tuffo esplosivo), sicurezza nelle uscite e anche capacità di gestire le situazioni più complicate senza mai dare l’impressione di essere in affanno (a pochi minuti dalla fine, su retropassaggio non perfetto di un compagno, salta Icardi che va in pressione con un dribbling degno di un grande libero).

Nella freddezza, nella capacità di non andare in difficoltà, Alisson mostra tutta la freddezza della sua parte tedesca (il cognome Becker non è casuale), che unita all’estro tipico di un brasiliano (con i piedi ci sa fare, eccome!) lo rendono un numero 1 con pochi eguali. Nei 2340 minuti giocati ha subito appena 21 reti, mantenendo la porta inviolata per ben 12 volte. La difesa della Roma è la migliore in Serie A dopo quella del Napoli, a pari merito con la Juventus, e lui è uno degli artefici principali di questo eccellente rendimento. I giallorossi, che lo scorso hanno ha mostrato più di una crepa nelle retrovie, quest’anno stanno dimostrando di aver ritrovato la compattezza difensiva, nonostante la cessione di Rudiger (e grazie alla difesa sono in zona Champions, visto che i numeri della fase offensiva sono notevolmente peggiorati) e il ruolo del portiere verdeoro in questo processo di miglioramento è stato fondamentale.

Se oggi Alisson è il portiere che tutti ammirano lo deve soprattutto a una testa da grande campione, prima che ai suoi pur notevoli mezzi. Dopo essere arrivato a luglio del 2016, anche un po’ in sordina, è rimasto tranquillo in panchina per tutta la stagione, accettando il ruolo di vice Szczesny in campionato e giocando solamente in Europa League e in Coppa Italia. Mai una polemica, mai un atteggiamento sbagliato o una parola fuori posto nei confronti di Spalletti, solo tanto lavoro e studio per imparare al meglio la nostra lingua (per guidare una difesa è importante saper comunicare, e lui lo ha capito presto).

Una specie di periodo di apprendistato (in questo la sua storia somiglia un po’ a quella di Julio Cesar, “parcheggiato” 6 mesi al Chievo per iniziare a prendere confidenza con il ruolo di portiere in Italia e mai sceso in campo con i gialloblu), in cui ha cercato di sfruttare al meglio la presenza in giallorosso di un preparatore top come Marco Savorani. L’ex Internacional è una spugna, cerca di apprendere al meglio. E pensare che, per sua stessa ammissione, da adolescente era piuttosto immaturo e con qualche chilo di troppo. Per diventare un professionista ha dovuto sudare, in tutti i sensi: “Sapevo che avrei dovuto lavorare sodo e perdere peso. Su una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era 1, e altri erano già 5, evoluti. Ho sofferto molto per la differenza fisica, gli altri portieri erano più forti. Ma sono cresciuto di 17 centimetri l’anno, ho perso molto peso, questo mi ha portato a guadagnare rispetto come portiere“.

A inizio stagone l’addio di Szczesny aveva creato qualche dubbio nei sostenitori giallorossi, visto il rendimento eccellente del portiere polacco nelle stagioni precedenti. Dubbi che poi sono scomparsi col passare dei mesi. Il punto di svolta per Alisson è stata probabilmente la partita dell’Olimpico contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, nella quale è riuscito a parare qualsiasi cosa passasse dalle sue parti. Da lì in poi il portiere brasiliano ha sbagliato praticamente nulla, dimostrando di essere tra i numeri uno più affidabili in circolazione.

Le sue prestazioni stanno attirando l’interesse di tutti i grandi club europei, in particolare di PSG e Liverpool, ma per ora Monchi e la dirigenza giallorossa non hanno alcuna intenzione di cedere un giocatore con le sue qualità, ancora giovane e con ulteriori margini di miglioramento.

La Roma con lui è in buone mani, questo è certo.

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Dopo le partenze eccellenti di questa estate, su tutte quelle di Keita Balde e Lucas Biglia, volati rispettivamente verso il Principato di Monaco e Milano, sponda rossonera, si presentava molto difficile il compito di Simone Inzaghi, chiamato a ripetere quanto di buono si era visto nella passata stagione. Il tecnico piacentino non solo ha mantenuto le promesse ma si è addirittura superato. La sua Lazio, infatti, è una delle squadre più belle da vedere in tutta la Serie A e al bel gioco stanno seguendo anche risultati importanti ed una posizione di classifica invidiabile.

I biancocelesti hanno il migliore attacco nel massimo campionato italiano, con un totale di 53 gol, e sono tra i più prolifici in Europa, nonostante stasera abbiano ancora una partita da recuperare. Solo Manchester City, PSG e Barcellona hanno segnato di più. Punto di riferimento quasi imprescindibile dei biancocelesti è Ciro Immobile, che solo in campionato ha già gonfiato la rete 20 volte. Il segreto di questa squadra risiede nel fatto che non sono solo gli attaccanti ad andare in gol, ma sono ben 14 i giocatori che sono andati in rete almeno una volta. Dominatori di questo speciale dato sono i difensori che hanno dato il loro grande contributo alla causa, andando a segno ben 10 volte fino a questo punto della stagione.

Importantissimo anche l’apporto dei singoli: se le prestazioni da top player di Milinkovic-Savic non sono più una novità per tifosi ed addetti ai lavori, lo stesso non si può dire per Luis Alberto, che era arrivato l’anno scorso a Formello quasi come un oggetto misterioso. Dopo un anno di adattamento le capacità del giocatore sono esplose in tutto il loro potenziale. Il fantasista spagnolo, oltre che ad alzare il tasso tecnico del gruppo, non sta facendo mancare il suo apporto anche in fase realizzativa: sono, infatti, già 7 i suoi gol.

Non sappiamo dove questa Lazio potrà arrivare. Il sogno è il piazzamento in Champions League per l’anno prossimo, ma è giusto concentrarsi sul presente. La squadra è ancora in corsa sia in Coppa Italia che in Europa League. Ora col recupero di campionato contro l’Udinese si profila la possibilità di superare l’Inter e trovarsi sola al terzo posto. E dalla sfida col Milan in poi si aprirà una fase cruciale per la squadra di Simone Inzaghi, che però deve restare compatta e coi piedi per terra se vuole continuare a stupire come già sta facendo.

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Le partite vanno giocate e basta, non ho bisogno di replicare a Sarri. A me portano il calendario, guardo le partite e le giochiamo, punto.

Le parole sono di Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus. Il testo, probabilmente, è a firma dell’intera dirigenza bianconera. La musica è quella stridente, che suona quando tra le contendenti per la vetta della classifica c’è un solo punto. Storie di vetta, come quelle tra l’allenatore livornese e Maurizio Sarri. Eterni rivali, tra ironia pungente e voglia di vincere.

Il pomo della discordia

Lo ha dichiarato a chiare lettere Sarri al fischio finale di Atalanta-Napoli, partita decisa dal gol di Mertens, per una vittoria dal peso specifico elevato che ha consentito a Reina e compagni di restare in vetta alla classifica di serie A. Nasce tutto dal calendario, che nelle prossime 9 giornate di campionato vedrà di fatto la Juventus giocare sempre prima dei partenopei: un vantaggio competitivo non da poco, coincidente con la possibilità di mettere pressione su chi precede i bianconeri in classifica, che a Sarri non è andato affatto giù.

Si tratta di un errore mastodontico, fatto sicuramente in buonafede: però un minimo di dubbio sulle capacità di chi dovrebbe decidere queste cose mi viene.

I mezzi termini, lo sappiamo, non fanno parte del vocabolario dell’allenatore del Napoli. Non li ha usati in occasione dei contrasti con il suo presidente, figurarsi se poteva farlo quando c’era da porre in evidenza uno sfavore, o presunto tale. Una strategia chiara: murare la squadra in una trincea fatta di silenzi, polemiche proiettate all’esterno e fari puntati sull’avversario, in nome di un obiettivo da raggiungere. Lo scudetto.

L’effetto Europa

Alle accuse piccate di Sarri, aveva replicato il burocratese della Lega di Serie A. Numeri, dati e statistiche sciorinate per legittimare le scelte operate in sede di composizione del calendario e allontanare ogni barlume di faziosità dalle stanze del potere.

È del tutto alla pari la turnazione prima/dopo tra Juventus e Napoli, visto che proprio gli azzurri arrivano da 5 giornate consecutive in cui sono scesi in campo prima della Juventus.

Ciò che Sarri ha probabilmente dimenticato,  complici anche i marosi dell’immediato post-partita, è l’effetto Europa. Mentre il Napoli ha salutato la Champions League prendendo l’uscita secondaria dell’Europa League, la Juventus disputa ancora la massima coppa continentale per club. Contrasto letale, almeno per il calendario. Chi gioca in Champions e in Coppa Italia (competizione dalla quale il Napoli è stato eliminato), infatti, solitamente è soggetto all’anticipo, mentre posticipo fa spesso rima con Europa League. Di qui il cocktail di combinazioni che non è andato giù all’allenatore azzurro.

Napoli svelata

Analizzando il calendario, in effetti,  si scopre che al netto delle prime due giornate di agosto, quando la programmazione serale estiva è sempre “ballerina”, il Napoli ha giocato prima della Juventus 14 volte su 19. Più del doppio. Una media della quale l’allenatore non sembra aver tenuto conto. Allora, quella di “Don Maurizio”, che a Napoli per tutti è un riferimento e sta facendo del Sarrismo uno stile di vita oltre che di bel gioco, potrebbe essere una polemica strumentale? Un tentativo di lottare, oltre che con la tecnica, anche con i nervi, contro gli avversari, sulla solfa di un maestro della comunicazione in panchina come José Mourinho? L’idea appare tutt’altro che balzana. Pochi mesi fa, lo stesso Sarri si era lamentato dell’esatto contrario: ovvero, del fatto che la sfida scudetto tra Napoli e Juventus edizione 2016/2017 si sarebbe giocata con diverse gare con il risultato dei partenopei già acquisito.

Stop agli alibi

Probabilmente, per chi ha totalizzato 168 punti nei precedenti due campionati, arrendendosi solo a una Juventus capace di lasciare per strada appena 46 punti sui 228 a disposizione,  la strategia dell’accerchiamento è una scelta ben precisa. Sarri concentra su di sé le attenzioni mediatiche, libera la squadra – oggettivamente meno “profonda” quanto a rosa rispetto ai bianconeri, ma certo non inferiore negli 11 titolari – dalla pressione e tenta di logorare lentamente con la dialettica la mente dell’avversario. Di una cosa siamo certi: chi non ama il logorio del pallone moderno preferisce il maestro di calcio quando dirige l’orchestra del Napoli piuttosto che quando sviolina la Lega. Prosit.

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Le tre giornate di Serie A durante le feste hanno determinato il progressivo allontanamento dalla vetta di Inter, Lazio e Roma (le due romane devono recuperare una partita, ma il distacco resta comunque pesante), riducendo così la corsa per il titolo alle sole Juventus e Napoli, come negli ultimi anni. Domenica riprende il campionato dopo la pausa, sarà un mese intenso prima che si rigiochi anche in campo internazionale e le due rivali possono ulteriormente fare il vuoto per poi gestire le energie.

Higuaín Dybala Napoli-Juventus

UNA CONTRO L’ALTRA, ANCORA UNA VOLTA

Napoli 51, Juventus 50. Il campionato ricomincia dalle prime due della classifica, che hanno conquistato centouno punti su centoventi disponibili nelle venti giornate fin qui disputate. Numeri strepitosi che rischiano di riscrivere i record assoluti della Serie A (quota 102 dei bianconeri nel 2013-2014, torneo dove la Roma finì seconda a ottantacinque).

Come due anni fa è la squadra di Maurizio Sarri ad arrivare a questo punto della stagione in testa: alla ventesima giornata del 2015-2016 aveva 44 punti contro i 42 della Juventus, che effettuò il sorpasso al venticinquesimo turno nello scontro diretto grazie al gol di Simone Zaza nel finale, chiudendo poi a +9. Stavolta però lo “spareggio” si disputerà molto più avanti, alla quintultima giornata nel weekend del 22 aprile, quando potrebbe davvero valere il tricolore in una sfida senza appello: il ricordo del gol di Gonzalo Higuaín è ancora freschissimo, in quella che a oggi resta l’unica sconfitta di un Napoli che per il resto ha fatto solo tre 0-0 (Chievo, Fiorentina e Inter) e poi tutte vittorie.

Koulibaly Napoli-Verona

CALENDARIO CHIAVE

Le coppe europee riprenderanno il 13 febbraio con Juventus-Tottenham di Champions League, due giorni dopo RB Lipsia-Napoli di Europa League. Prima ci sono quattro giornate di campionato che il duo di testa può sfruttare per ottenere vantaggi nei confronti dell’avversario, in modo da poter gestire meglio il doppio impegno (la Juventus ha in mezzo anche la Coppa Italia, semifinale d’andata con l’Atalanta).

Cruciale quindi il calendario del prossimo mese, che sembra dare una mano a Massimiliano Allegri: Genoa in casa, Chievo in trasferta e Sassuolo di nuovo all’Allianz Stadium sono avversari con cui questa Juventus raramente perde punti. I bianconeri hanno l’obbligo di fare bottino pieno perché poi ci sarà una serie di partite molto meno abbordabili contro Fiorentina, Torino, Atalanta e Lazio.

Il Napoli invece ha una prova di forza: riparte dall’Atleti Azzurri d’Italia, per vendicare la sconfitta in Coppa Italia di due settimane fa contro l’Atalanta, poi ha il Bologna al San Paolo, va in casa del Benevento e ospita la Lazio. Se gli azzurri dovessero essere ancora in testa dopo questo ciclo potranno cominciare a fare qualche calcolo a medio termine, con l’aggiunta del rientro di Arkadiusz Milik e Faouzi Ghoulam, due opzioni in più nella corsa a quel titolo che manca dal 1990.

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Sappiate amare la Bari, sappiatela custodire e guardatela sempre da innamorati

Le parole di Floriano Ludwig, imprenditore oriundo di origine austriaca e appassionato di sport, sono quelle che hanno accompagnato la nascita del Foot-ball club Bari, 110 anni fa,  con la sola luce di un lume a petrolio a illuminare il retrobottega in cui i soci si erano riuniti.

Parole che esprimono quel sentimento che poi ha accompagnato la storia di una squadra come poche altre, una storia di cadute e rinascite, di grandi delusioni e di passione indistruttibile. Parole che in qualche modo sembravano già presagire quel destino travagliato che la squadra ha vissuto, quasi un invito a non mollarla e a non abbandonarla, neanche nei momenti più difficili. La Bari (nell’accezione femminile, riportata in auge negli ultimi tempi, che si fa preferire per quel retrogusto un po’ romantico) si deve amare, senza condizioni, anche nei momenti bui, anche con i continui saliscendi tra una categoria e l’altra che l’hanno sempre contraddistinta e portata ad essere definita una “squadra ascensore”.

Tifare La Bari è un “mestiere” difficile, che ha abituato i tifosi a una specie di cronica rassegnazione. Anche quando la gloria è a portata di mano c’è sempre l’impressione che sia frutto di un bel sogno e che, al risveglio, tutto sarà svanito come neve al sole. Una concezione difficile da cancellare, perché legata a un vissuto in cui la gioia è solo un momento passeggero che precede quasi sempre una grande delusione.

Le ultime due stagioni in Serie A in questo senso sono paradigmatiche: al San Nicola e a San Siro i biancorossi hanno fermato due volte l’Inter di Mourinho nell’anno del triplete, ricevendo apprezzamenti per il gioco mostrato in tutta Europa (e chiudendo il campionato con 50 punti, risultato incredibile visti i presupposti), e all’inizio del campionato 2010/2011 hanno battuto la Juventus 3-1.

Poi però nella stagione seguente è arrivata la tempesta calcioscommesse e quei risultati eccezionali sono svaniti, sotterrati dalla vergogna. Una parentesi nera del nostro calcio in una stagione horribilis, che non poteva che terminare con la retrocessione in B da ultima in classifica.

Quella brutta storia di partite vendute però non può cancellare le storie che Bari ha regalato al calcio. Storie di grandi imprese e di un tifo che ha pochi eguali in Italia, storie di talenti che hanno fatto emozionare e di squadre che contro ogni pronostico hanno saputo regalare momenti straordinari.

1984 – Bye bye Juve, nel segno di Totò Lopez

La prima grande impresa moderna risale al 1984. L’avversario è la Juve di Platini, quella con Boniek, Tardelli, Paolo Rossi e altri campioni che avrebbe poi vinto il campionato e la Coppa delle Coppe a fine anno. Una sfida impari, troppa la differenza di valori. Poi però c’è il campo, e a Torino Antonio Lopez detto Totò si prese il palcoscenico e segnò un’incredibile doppietta (alla fine la partita finì 1-2). Al ritorno i bianconeri tentarono in tutti i modi di ribaltare il risultato, ma un rigore all’ultimo minuto del solito Lopez li ricaccia indietro. Se chiedete a un barese il primo calciatore che gli viene in mente che si chiami Totò, probabilmente non risponderà Schillaci.

 

Joao Paulo, il tunnel e la Mitropa Cup

Per molti baresi Sérgio Luís Donizetti, meglio conosciuto come Joao Paulo, è ancora oggi l’idolo prediletto. Nazionale brasiliano, mancino dal talento abbacinante, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 ha illuminato la scena con giocate da fenomeno insieme a Pietro Maiellaro. Due dalla classe superiore, che si intendevano naturalmente, e che hanno trascinato La Bari alla vittoria del suo unico trofeo, quella Mitropa Cup vinta in finale col Genoa. Il gol al Milan, con tanto di tunnel a Costacurta, è ancora lì tra i momenti più indimenticabili della storia biancorossa. Peccato poi che un grave infortunio ne abbia accorciato la carriera, ma i suoi numeri resteranno per sempre nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare.

 

La banda Materazzi e il trenino

Neopromossa, con poche possibilità di salvezza. Così veniva dipinta La Bari all’inizio della stagione 94/95. Tanti giocatori sconosciuti, qualche giovane promettente e nulla più. Sembrava già scritto il ritorno in B, ma dopo un inizio un po’ così le cose cambiano di colpo. Un pomeriggio a San Siro, contro l’Inter (che ritorna spesso nella storia biancorossa, spesso per cose positive) Guerrero porta in vantaggio i suoi battendo Pagliuca. Quel che viene dopo entra di diritto nell’amarcord barese: il colombiano si mette carponi e invita i compagni a seguirlo nella sua esultanza. Era nato il “trenino”, che diventa poi il simbolo di quella squadra che poi batterà anche il Milan di Capello e chiuderà salvandosi senza troppi patemi (a un certo punto era in zona Uefa). Protti (che l’anno dopo sarebbe diventato capocannoniere della Serie A, anche se poi la squadra tornò in B), Tovalieri, Guerrero, Lorenzo Amoruso, Gautieri, Barone. Quella squadra poi ha perso pezzi importanti e l’anno dopo è tornata in B (come da tradizione, per La Bari una grande gioia deve essere sempre compensata da una grande delusione), ma il trenino è rimasto un simbolo per la squadra, tanto da essere rievocato in più occasioni anche negli anni successivi.

La supernova Cassano e la meteora Enninaya

Ancora una volta l’Inter, ma stavolta i protagonisti principali sono due adolescenti buttati in campo da Fascetti per mancanza di alternative. I nerazzurri se li trovano davanti e forse prima della partita tirano un sospiro di sollievo, ma una volta in campo per loro inizia una serata da incubo. Per i ragazzini e per tutta Bari quella serata invece sarà indimenticabile. Prima Hugo Enninaya scarica una folgore da 35 metri nell’angolo dove Peruzzi non può arrivare, poi sale in cattedra Antonio Cassano.

Quello stop di tacco a seguire e poi sappiamo come è andata a finire. Uno stadio intero impazzito, decine di migliaia di tifosi in delirio, Cassano che si toglie la maglietta, Inter stesa al tappeto. Quell’azione è stata vista milioni di volte, a Bari e in tutto il mondo, ma rivederla ancora oggi mette sempre un brivido. Il talento infinito di “Fantantonio” non è mai riuscito ad esprimersi al massimo, per i limiti che tutti conosciamo, quello di Enninaya non è mai definitivamente sbocciato per tutta una serie di motivi. Quella notte perfetta però, per loro e per Bari, non verrà mai dimenticata.

 

Una meravigliosa stagione fallimentare

Come può una squadra sull’orlo del fallimento dare vita a una delle storie sportive più belle di sempre? Con La Bari è possibile anche questo. A inizio stagione 2013/2014, dopo il calcioscommesse è in procinto di subire anche l’onta del fallimento. La “dittatura illuminata” dei Matarrese sta per finire, mister Gautieri se ne va prima dell’inizio di campionato e il gruppo, giudicato da molti acerbo per la categoria, inizia il campionato senza certezze e con una serie di risultati altalenanti. La gente sembra aver abbandonato la squadra, ma quando a marzo viene dichiarato fallimento qualcosa cambia. Le parole di Floriano Ludwig, il suo appello ad amare La Bari e custodirla, in quel momento prendono forma e si trasformano in un miracolo sportivo. La gente torna allo stadio, il Bari (nel frattempo gestito da Gianluca Paparesta) inizia a volare e sembra non volersi più fermare. Il fallimento passa in secondo piano, con Capitan Sciaudone a fare da catalizzatore del grande amore della gente anche sui social.

La squadra che stava per scomparire arriva ai playoff grazie a un gol all’ultimo di Edgar Cani, uno che è sbarcato in Italia insieme a migliaia di connazionali albanesi proprio sulle coste pugliesi e che a Bari è stato accolto.

Alla fine il Latina metterà fine al sogno Serie A, ma le emozioni e l’unione creatasi in quei 3 mesi sono qualcosa che raramente si è vista nel calcio. Nessun fischio dopo la sconfitta, ma tutti i giocatori che vanno a salutare i 60.000 tifosi e ad intonare il coro “La Bari siete voi”. Sciaudone l’anno dopo va via, ma nessuno potrà dimenticare quella meravigliosa, incredibile stagione fallimentare.