CALCIO

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Questa volta non potrà certo avere alibi. Frank de Boer è stato esonerato da manager del Crystal Palace dopo il peggior inizio nella storia della Premier League: zero punti in quattro giornate senza nemmeno fare un gol, cosa mai successa dalla riforma del campionato inglese nel 1992 e avvenuta l’ultima volta in Inghilterra addirittura nella stagione 1924-1925 col Preston. Il tecnico olandese sembra entrato da un anno e mezzo in un vortice negativo: prima l’Eredivisie persa all’ultima giornata con l’Ajax pareggiando in casa della penultima in classifica, poi la breve esperienza all’Inter e ora questo.

Frank de Boer Crystal Palace

LE PREMESSE ERANO ALTRE

Lo scorso 26 giugno il presidente del Crystal Palace, Steve Parish, ha annunciato de Boer come nuovo manager al posto di Sam Allardyce, che ha deciso di ritirarsi. All’Inter i cattivi risultati sono stati certamente dovuti al fatto che è arrivato a meno di due settimane dall’inizio della Serie A, senza conoscere il calcio italiano e senza aver fatto lui la squadra, reduce da una preparazione imbarazzante con Roberto Mancini.

Il fatto di partire da zero in Inghilterra sembrava potesse essergli utile per risolvere i problemi di adattamento, ma invece è stato pure peggio: 0-3 all’esordio contro il debuttante Huddersfield, 1-0 in casa del Liverpool, 0-2 con lo Swansea e domenica scorsa l’ultimo KO, 1-0 sul campo del Burnley. Sconfitta quest’ultima molto sfortunata, con un gol regalato al 3′ (retropassaggio di Lee da centrocampo che manda in porta Chris Wood) e due salvataggi sulla linea su Scott Dann che al 90′ si divora il pari di testa. Su cinque partite ufficiali ne ha vinta una, 2-1 contro l’Ipswich Town in Carabao Cup (la coppa di lega) il 22 agosto, e perse quattro: magari potrà essere stato un esonero affrettato, ma di certo non si può definire immotivato visti i risultati disastrosi.

Roy Hodgson Crystal Palace

ESONERI DA PRIMATO

Frank de Boer è durato appena settantasette giorni, ossia otto in meno rispetto a quanto era stato in carica all’Inter, e non è certo una cosa di cui andare fieri. È diventato il primo manager permanente in venticinque anni di storia della Premier League a non vedere la sua squadra segnare un gol, record difficilmente battibile, ma se non altro non ha stabilito la permanenza più breve, che rimane di Les Reed al Charlton nel 2006-2007 (quarantuno giorni, ma almeno nelle sette giornate di campionato una partita l’aveva vinta, 1-0 al Blackburn Rovers il 5 dicembre 2006).

I trentuno giorni dall’inizio della Premier League sono un altro numero da record, ma in tutto ciò de Boer può consolarsi: Brian Clough nel 1974 fu assunto e cacciato dal Leeds United nel giro di appena quarantaquattro giorni (contestati, come raccontano il libro e il film Il maledetto United), salvo poi andare al Nottingham Forest e rimanerci diciotto anni, vincendo soprattutto un titolo e due Coppe Campioni.

Brian Clough Leeds United

In attesa che l’olandese si rifaccia una carriera e cancelli la macchia dell’ultimo anno e mezzo il Crystal Palace punta su un’altra vecchia conoscenza di casa Inter, Roy Hodgson. Il tecnico settantenne non allena da giugno 2016, quando si è dimesso dopo la sconfitta dell’Inghilterra agli Europei contro l’Islanda: esordirà sabato a Selhurst Park contro il Southampton per poi sfidare di nuovo l’Huddersfield (“rivincita” della prima giornata, ma per la coppa di lega) e in campionato Manchester City, Manchester United e Chelsea. Auguri.

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Arrivato a Milano nel pieno della sua maturità calcistica, pagato ben 42 milioni di euro con ingaggio da super top player e fascia da capitano affidatagli direttamente dalla nuova società, Leonardo Bonucci è stato il colpo ad effetto del mercato del Milan.

Ex leader della difesa juventina, una delle più forti degli ultimi anni, Bonucci ha sempre espresso al meglio il suo potenziale con un sistema difensivo che prevede uno schieramento a 3, con due terzini molto bravi anche a spingere ma che in fase di non possesso si abbassano e trasformano la difesa a 5. Per moltissimo tempo così ha giocato la Juventus con Conte prima ed Allegri poi. “Protetto” da un forte centrocampo e da due compagni del calibro di Barzagli e Chiellini, Bonucci ha esaltato le sue doti che spiccano specialmente nell’impostazione dalle retrovie e nel lancio lungo. Verso la metà dello scorso anno mister Allegri ebbe l’intuizione ed il coraggio di cambiare modulo per far coesistere tutti i suoi uomini d’attacco. Fu così che la Juventus passò ad uno sfrontato ma efficace 4-2-3-1 nel quale Bonucci, e tutta la difesa, sembravano essere a loro agio.

Al Milan c’era il morale sottoterra a causa degli ultimi anni di gestione berlusconiana. La squadra era da rifondare e Fassone e Mirabelli hanno agito con convinzione sul mercato acquistando ben 11 giocatori. È chiaro che adesso i giocatori e l’allenatore debbano trovare la quadratura del cerchio, fissando automatismi ed intesa. La difesa è stato il reparto dove si è agito con maggior decisione. Dopo l’entusiasmo delle partite di qualificazione in Europa League e la prima in campionato a Crotone, la squadra ha mostrato la palese mancanza di affiatamento tra uomini e reparti. Già col Cagliari la difesa aveva sofferto in maniera inaspettata. La partita con la Lazio è stata un disastro sotto tutti i punti di vista. Gli uomini di Simone Inzaghi, ed in particolar modo Ciro Immobile, hanno fatto ammattire la retroguardia rossonera. Il peggiore è stato proprio Bonucci, il capitano, il leader, il difensore più esperto e navigato, sistematicamente saltato dagli attaccanti laziali.

Ora il problema è tutto di Montella. Sin dai primi giorni dell’approdo di Bonucci a Milanello si era parlato di un passaggio obbligato alla difesa a 3, perché il numero 19 rossonero, come detto, si esalta in quello schieramento specifico. Ma il mister non ha voluto alterare il suo credo e la natura di una squadra che l’anno scorso col 4-3-3 è arrivata in Europa ed ha vinto la Supercoppa Italiana a Doha. La disfatta in terra romana però ha dimostrato tutti i limiti della difesa del Milan e le voci di un passaggio a 3 dietro sono ritornate più insistenti che mai.

Sorge, a questo punto, spontanea una riflessione: è possibile che un giocatore che ha vinto 6 scudetti consecutivi e giocato 2 finali di Champions League in 3 anni, considerato da molti come uno dei difensori centrali più forti ed importanti del panorama calcistico attuale, vincoli il suo rendimento e le sue prestazioni migliori ad un unico assetto difensivo? Il campione non è colui che è sempre a disposizione della squadra a prescindere da moduli e tattiche? Non è forse lui l’elemento ideale per far crescere i giovani del reparto arretrato milanista, su tutti Romagnoli?

Starà al mister rossonero valutare i pro e i contro di un’innovazione così significativa, nella speranza che ad un cambio di modulo coincida anche un cambio di rendimento.

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In quel concentrato di talento calcistico che è il Napoli di Sarri scegliere quale giocatore sia più forte o dotato tecnicamente è un’impresa. Il folletto Mertens demolisce le difese con le sue accelerazioni, Insigne sulla sinistra può inventare la giocata anche nelle partite (tipo Bologna) in cui sembra non essere in giornata, Callejon si infila come nessuno al mondo negli spazi. A centrocampo poi c’è solo l’imbarazzo della scelta, tra la classe e le geometrie di Jorginho, la corsa perpetua di Allan, la fisicità e la maturità di Diawara e la completezza di Marko Rog. Senza dimenticare Marek Hamsik, perno del gioco e calciatore in grado di incidere come pochi altri.

Per prospettive future e qualità intraviste nell’ultimo anno però Piotr Zielinski sembra essere il giocatore che, se messo nelle condizioni di esprimersi al massimo, può rendere ancora migliore il Napoli. Nessuno degli altri componenti della mediana azzurra possiede il mix di talento e completezza del polacco, che nel cuore del gioco può davvero fare qualsiasi cosa. Hamsik è il Capitano e l’uomo simbolo della squadra di Sarri, il calciatore a cui il tecnico toscano non rinuncia mai, ma nelle prime uscite stagionali è sembrato ancora lontano parente del fuoriclasse che ha dimostrato di essere nelle scorse stagioni.

In queste prime partite è toccato proprio a Zielinski il ruolo di raccordo tra la mediana e l’attacco azzurro, e visti i risultati sembra davvero arrivato il momento di lanciarlo in pianta stabile tra i titolari. Due gol in tre partite (l’anno scorso sono stati 5, con in aggiunta 7 assist, in 36 partite giocate non sempre da titolare), tra cui lo spettacolare tiro di controbalzo che ha dato vita alla rimonta con l’Atalanta in una partita che sembrava ricalcare quella persa in malo modo lo scorso anno. L’altro, a Bologna, lo ha segnato da subentrante, quasi a voler mandare un messaggio al suo allenatore.

Sarri lo conosce meglio di tutti, visto che ai tempi di Empoli è stato lui a trasformarlo in interno di centrocampo (prima aveva giocato solo da trequartista) insegnandogli come muoversi nel cuore del gioco. Con Giampaolo poi è migliorato ancora, fino a diventare un giocatore in grado di poter spaccare le partite come pochi.

Zielinski calcia quasi indifferentemente di destro e di sinistro (caratteristica sviluppata già da quando aveva 8 anni, grazie ad allenamenti appositi), è in grado di abbassarsi per ricevere palla per far partire l’azione o di essere lui stesso ricevitore di palloni negli spazi tra la difesa e il centrocampo avversari, può creare corridoi offensivi ai compagni o inserirsi per concludere in prima persona. Se a tutto questo aggiungiamo una progressione palla al piede con la quale può fare a fette qualsiasi difesa otteniamo il profilo di un potenziale fenomeno, come ce ne sono pochi in quel ruolo.

Di Zielinski però in Italia si parla sempre poco, in proporzione alle enormi qualità.

Molti siti specializzati lo hanno inserito nelle loro classifiche dei migliori talenti europei, nel suo paese è considerato il futuro della Nazionale, ma l’hype che lo circonda qui da noi non è poi tanto elevato. Il fatto di giocare al Napoli e di non essere ancora considerato stabilmente titolare probabilmente incide su questa difformità di giudizio, distogliendo in parte l’attenzione dalle qualità eccezionali di Zielinski.

Quelle qualità che hanno attirato le attenzioni di squadre come Liverpool e Real Madrid, e che anche i numeri confermano: il ragazzo di Ząbkowice Śląskie, oltre alle già accennate qualità in fase di realizzazione e di assistenza ai compagni, vince la metà dei duelli con i propri avversari, è il secondo miglior dribblatore della squadra dopo Dries Mertens e la sua percentuale di passaggi riusciti sfiora il 90%. Nelle prime gare di quest’anno si sono visti ulteriori miglioramenti: è passato da 0.9 a 1.7 tiri a partita, migliorando anche nel numero di dribbling e nei passaggi chiave (rispettivamente 1.7 e 1.3 per match giocato, anche se siamo solo agli inizi).

I primi segnali di questa stagione sono chiari, e dicono che è arrivata l’ora di lanciare finalmente Piotr Zielinski da titolare e di affidargli responsabilità importanti. Perché un suo salto di qualità definitivo potrebbe fare la differenza tra una stagione ottima e una (finalmente) vincente.

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Ei fu, siccome Immobile gli fece tre gol, ridicolizzandolo verso fine partita in dribbling… L’Ei in questione altri non è che Leonardo Bonucci, neo capitano del Milan, l’uomo che con il suo trasferimento estivo ha messo a rumore il calciomercato italiano perché, da colonna portante della Bbc juventina esacampione d’Italia, si era concesso ai rivali del Diavolo. Non per una cifra irrisoria considerata l’età e il ruolo, ma comunque neanche per noccioline.

Solo che a Roma contro la Lazio, Bonny è naufragato un po’ come tutto il Milan. Al primo vero scoglio sul cammino della serie A, il rinnovatissimo Milan di Vincenzo Montella ha subito un 1-4 che più che sulla classifica potrebbe avere ripercussioni sul morale, sull’autostima che Donnarumma e compagni stavano riconquistando dopo le ultime annate storte. E proprio su Bonucci facevano leva per trasformare il settore difensivo in un bunker. Ma Leo ‘Napoleone’ ha fatto proprio come l’imperatore in quel 5 maggio di manzoniana memoria: ‘percosso’ tre volte, ‘attonito’ di fronte al dilagare della formazione di Simone Inzaghi.

Non sarebbe comunque giusto gettare la croce solo addosso a quello che ha scalato in fretta anche i gradi milanisti, portando da subito la fascia di capitano al braccio. Un po’ tutta la squadra si è disunita tra fine primo tempo (dopo il rigore) e l’inizio del secondo, con quattro gol presi in 13′. Difficile dare colpe specifiche, tutto non ha funzionato. Ma è anche vero che un po’ tutti dicevano che una squadra completamente nuova avrebbe avuto bisogno di tempo per carburare, per conoscersi. Vero. Infatti, non è il ko all’Olimpico a scuotere gli animi, ma le proporzioni.

Certo, questa Lazio che ha venduto Biglia e Keita, non pare inferiore a quella che conquistò a sorpresa l’accesso all’Europa League pochi mesi fa. Simone Inzaghi, senza squilli di tromba, sa il fatto suo. Ha tra le mani uno dei migliori talenti attualmente in circolazione nel nostro campionato, a centrocampo, Milinkovic-Savic, ha sostituito il regista con il solido Leiva. E con Immobile in giornata di grazia, può spezzare le reni non solo al povero Diavolo, ma pure a Nostra Signora degli Scudetti (Supercoppa, do you remember?).

Insomma, non è utopia pensare a una Lazio che possa lottare per un posto nella prossima Champions. Se Juventus e Napoli paiono star rispettando i pronostici e l’Inter sembra in grado di dare fastidio fino all’ultimo alle due duellanti, rimane il quarto posto. Il Milan salirà probabilmente di giri a campionato iniziato e bisognerà capire, a quel punto, dove sarà in classifica. La Roma sta incontrando difficoltà e ha un allenatore nuovo anche lei. La Fiorentina non pare in grado di entrare tra le magnifiche. A meno di qualche sorpresa, insomma, il quarto posto è raggiungibile dalla banda di Inzaghino, sempre più Inzagone, visto che il fratello al momento allena in serie B.

Ricapitolando, quindi: piccolo Milan, ma anche grande Lazio. E dire che dopo la Supercoppa portata a casa, in molti avevano storto il naso per l’esordio in campionato senza niente di fatto, in casa, contro la neopromossa Spal. Poi, però, i biancocelesti hanno espugnato il ‘Bentegodi’ proprio grazie a Milinkovic-Savic, sul taccuino delle grandi e non da adesso. Prima di stritolare i rossoneri.

Al contrario, Montella – preliminari di Europa League a parte – aveva vinto agevolmente a Crotone, ma contro una squadra subito ridotta in 10. Aveva poi faticato contro il Cagliari a San Siro, avendone ragione solo grazie a un’invenzione di Suso su punizione. Insomma, il calendario e gli eventi avevano concorso a far salire la squadra in cima alla classifica. E già i complimenti si erano alzati da più parti. Guarda com’è bravo Montella, ha già assemblato uno squadrone.

Ora, proprio Vincenzo, potrebbe studiare qualche stratagemma per aiutare la difesa. Magari passando a quella a tre. Gli uomini per farla ci sono. E Bonucci, ancora lui, proprio con questo schema ha fatto le fortune sue e della Juventus. Donnarumma sarebbe maggiormente protetto, Leonardo potrebbe concedersi qualche ‘bonucciata’ in più e, nello stesso tempo, avere più tempo e lucidità per fare il regista arretrato (come alla Juve con Pirlo, al Milan con Biglia). Il correttivo in corsa non sarebbe certo un rinnegare dei principi, ma semplicemente rendere la squadra più funzionale agli uomini che si hanno in rosa. L’esempio arriva proprio dalla Juve e da Max Allegri. Ereditata da Antonio Conte una squadra con il marchio di fabbrica del 3-5-2, poco alla volta le ha cambiato abito, fino ad arrivare allo spregiudicato 4-2-3-1 che è storia e attualità insieme. Vincenzo non è presuntuoso e neanche chiuso nei suoi schemi, se servirà cambierà la versione del suo Milan. Non è un oltranzista, sa però anche che passare alla difesa a 3 significherebbe ulteriore tempo per ingranare e imparare i nuovi meccanismi (non tanto della difesa, quanto degli altri reparti).

Tornando alla Lazio, Inzaghi ha fatto sapere urbi et orbi che lui Biglia lo rivorrebbe volentieri indietro. Ma un dubbio noi ce l’abbiamo: non sarà che adesso la Lazio è più imprevedibile? Biglia attirava palloni come fosse una calamita, ma tutti sapevano che le azioni partivano sempre dai suoi piedi. Leiva è un calciatore diverso, seppure preso per fare lo stesso ruolo. Adesso i biancocelesti si affidano pure ad altre soluzioni, dal lancio lungo all’uso della fasce. Non solo: Luis Alberto è la sorpresa, da trequartista, in attesa che Felipe Anderson si rimetta. Ma il brasiliano dovrà sudare per riprendersi la maglia da titolare. Chiudiamo con Strakosha: non sarà un fenomeno alla Peruzzi o alla Marchegiani (giusto per citare due ex numeri uno laziali), ma sta crescendo molto bene. Copre i pali, è essenziale. E si sa, in Italia, le grandi squadre nascono proprio da numeri uno affidabile.

Ah, ovvio: siamo solo alla terza giornata. Che il Milan possa riprendersi o affondare, che Bonucci possa tornare roccia o sgretolarsi, che la Lazio possa mettere la ‘quarta’ o restare nei ranghi al momento non si può dire. E Manzoni ci perdonerà se abusiamo ancora dei suoi versi: ai posteri l’ardua sentenza.

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Ci sono momenti dopo cui la reputazione di un calciatore cambia per sempre, momenti di rottura che certificano in modo definitivo un’evoluzione e che fanno capire anche al diretto interessato che forse la carriera è davvero arrivata a un punto di svolta. Spagna-Italia è stata la partita che ha definitivamente consacrato la stella di Francisco Román Alarcón Suárez detto Isco, la prova che ha fatto capire a tutto il mondo che il suo processo di maturazione calcistica è arrivato a un punto di non ritorno.

Non è di certo la prima prestazione meravigliosa regalata dallo spagnolo negli ultimi mesi, basti pensare alla finale di Cardiff e alle tante partite di fine campionato nelle quali è stato decisivo per la vittoria della Liga. La prestazione contro la nazionale azzurra però va oltre ogni immaginazione: 2 gol, giocate di classe cristallina a getto continuo, l’impressione di avere sempre il controllo tecnico ed emozionale della partita. Isco non è più solamente una promessa del calcio, un talento straordinario ma troppo anarchico per essere inquadrato in un sistema di gioco ben definito: Isco è a tutti gli effetti un fuoriclasse che è in grado di trascinare una delle Nazionali più forti al mondo in una partita fondamentale per la qualificazione a un Mondiale, quello di Russia 2018.

Le parole per definire la sua prestazione contro l’Italia si sono sprecate, ma quelle che probabilmente hanno più valore sono le dichiarazioni di Marco Verratti, suo avversario diretto: “Neanche Lionel Messi si è mai avvicinato a quel livello. Quando mi ha fatto il tunnel volevo alzarmi ed applaudire…”, ha rivelato il centrocampista del Psg al sito della Uefa. “Ho sofferto molto a marcarlo, la sua prestazione mi ha veramente impressionato”. Al netto di tutte le considerazioni tattiche sul modulo adottato da Ventura e sui problemi della nostra Nazionale, di fronte allo spagnolo quello che probabilmente è il miglior talento espresso dal calcio italiano negli ultimi anni è sembrato un pulcino alle prime armi.

L’immagine di Isco circondato da calciatori italiani poi è simbolicamente simile a quella di Iniesta degli Europei di qualche anno fa, come a sancire una specie di passaggio di consegne tra il vecchio fuoriclasse al tramonto e l’erede pronto a prenderne il posto a tutti gli effetti.

Non è strano che il Barcellona abbia pensato di scipparlo al Real per farne proprio l’erede di Don Andres, anche perché a un certo punto sembrava che il futuro di Isco dovesse essere davvero lontano dal Bernabeu. Tanti club importanti si sono avvicinati a lui: la Juventus ha provato più volte a prenderlo negli scorsi anni, qualcuno dice che lo spagnolo è stato il primo giocatore chiesto da Allegri alla dirigenza bianconera (richiesta ribadita dopo la cessione di Vidal). La valutazione di 40 milioni in quel periodo sembrò eccessiva e la trattativa naufragò. Il Manchester United lo fece seguire da un osservatore, che lo descrisse come “buono, ma non sufficientemente rapido, con la testa troppo grossa per il suo corpo” (si, avete letto bene).

Il tecnico toscano però aveva intuito cosa potesse diventare Isco quando se lo era trovato di fronte nei gironi di Champions 2013. Allora allenava ancora il Milan e Isco era la stella più lucente del Malaga. Il piccolo club spagnolo quell’anno arrivò ai quarti e tenne testa degnamente al Borussia Dortmund poi finalista, soprattutto grazie alle giocate del talento (allora ventenne) cresciuto giocando tra le strade di Benalmadena.

Le caratteristiche di chi è cresciuto giocando per strada c’erano allora e ci sono ancora adesso: il dribbling nello stretto, il controllo di palla perfetto e la capacità di creare la giocata anche in situazioni difficili. Le partite con i ragazzi più grandi sono state la sua vera scuola calcio, quelle che lo hanno modellato. A quei tempi Isco era un bambino con qualche chilo in più, ma la classe era già quella del predestinato.

Dopo il passaggio al Real le aspettative su di lui erano molto alte. A Madrid poteva essere protagonista fin da subito, in mezzo agli altri fuoriclasse dei Blancos. La sua esperienza al Real però è stata un continuo oscillare tra picchi positivi di rendimento e panchine, con cambiamenti continui di ruolo e la sensazione di non essere mai al centro del progetto: nel 4-3-3 di Ancelotti inizialmente era la prima alternativa al trio Bale-Cristiano Ronaldo-Benzema (con Di Maria nei 3 di centrocampo), poi con l’arrivo di James e l’infortunio di Modric è stato spostato al centro della manovra, come mezz’ala o regista (risultando spesso tra i migliori). Benitez, che ama un calcio verticale, gli preferiva spesso James per la maggior capacità di interpretare i suoi dettami tattici e per la fase realizzativa. Anche con Zidane, che lo aveva paragonato a lui ben prima di diventare allenatore del Real, Isco sembrava dover rimanere un attore non protagonista.

Con l’ennesimo infortunio di Gareth Bale le cose però sono cambiate. Isco, da calciatore scontento per lo scarso impiego (18 presenze tra campionato e Champions League fino a quel momento) è diventato un punto fermo, anzi, è il giocatore che ha dato una marcia in più al Real. Riportato sulla trequarti, in un ruolo più vicino a quello degli inizi a Malaga, il ragazzo di Benalmadena ha giocato una seconda parte di stagione da fenomeno. La sua capacità di spaccare le difese, di tenere palla, di trovare sempre lo spazio giusto e di innescare i compagni ha permesso al Real di essere più imprevedibile e di dominare con il possesso tutti gli avversari incontrati.

Quest’anno Isco è un titolare inamovibile, con buona pace Mr 100 milioni Gareth Bale. Un calciatore unico, che può ancora migliorare e che è pronto a scrivere pagine di storia anche con la maglia della Spagna. E chissà a cosa starà pensando quell’osservatore dello United in questo momento…

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Fantasmi in Inghilterra. Ma non nei castelli e nei manieri che, tutto sommato, fanno anche atmosfera (e turismo). No, negli stadi di almeno due squadre di Premier League. Non pensate a strani esseri con il lenzuolo bianco addosso, ma ad autentici spettri contro cui rischiano di scontrarsi – da subito – le velleità da titolo del Tottenham e di una stagione senza patemi per il West Ham.

Come molti sapranno, gli Speroni caldi di Tottemham hanno dovuto temporaneamente abbandonare il loro storico impianto, White Hart Lane, teatro di battaglie e di successi, per trasferirsi nel maestoso Wembley di Londra. Che poi è pure la casa della Nazionale inglese. Ma se qui questi ultimi spesso hanno costruito le loro imprese, non altrettanto si può dire per la squadra di Maurizio Pochettino, che se non era superstizioso qualche mese fa, ora forse un po’ lo sarà diventato.

L’inizio del campionato è stato di quelli per l’appunto spettrali. Sconfitta contro i campioni in carica del Chelsea di Antonio Conte, negli ultimi minuti di gioco per la doppietta di Marcos Alonso. E dire che l’esordio era stato niente male, 2-0 a favore, ma a Newcastle. Qualcuno dirà: contro i Blues una sconfitta ci può stare. Una settimana dopo, però, la malasorte (o gli spiriti maligni) ci hanno messo di nuovo la zampa, di nuovo a Wembley, con il Burnley che ha strappato l’1-1. E se il Chelsea l’aveva fatta franca all’88’, il piccolo Burnley ha racimolato un punto addirittura a tempo scaduto.

Troppo poco per parlare di fantasmi, sogni di titolo (in soffitta) e voglia, tanta voglia di tornare a giocare in casa? Beh, sappiate che Wembley si era chiuso come un sarcofago sulle speranze di gloria di Pochettino & C. pure l’anno passato e sempre contro la bestia nera Chelsea. All’epoca erano le semifinali di Fa Cup e Conte festeggiò il 4-2. Proprio Don Antonio, uno che punta sulle motivazioni dei calciatori e crede poco alle favole paurose, ha in realtà smontato le paure che si stanno facendo strada nei tifosi del Tottenham, spiegando che in realtà Wembley è talmente grandioso da stimolare oltremodo l’avversario. Insomma, sarebbe questo il segreto. Ma si sa, Conte arriva da Lecce, mica dall’Inghilterra dei castelli infestati dai fantasmi.

Wembley spauracchio, White Hart Lane fortino: pensate, l’anno scorso gli Spurs finirono imbattuti, con solo due pareggi (con Leicester e Liverpool) e ben 17 vittorie. Se non saranno fantasmi, saranno streghe. E bisogna spezzare presto questo sortilegio perché Wembley quest’anno sarà lo scenario (si spera non da incubo) che Harry Kane e compagni vedranno una settimana sì e una no.

C’è anche chi tira in ballo White Hart Lane come se fosse un essere umano. Prossimo alla morte, avrebbe lottato fino alla fine al fianco dei suoi prodi calciatori, spingendoli oltre ogni limite. Insomma, siamo sempre nel campo della mistica, del paranormale.

L’unica consolazione per quelli di Tottenham è che qualcun altro sta passando qualcosa di simile. Il West Ham, infatti, nel suo Upton Park difficilmente faceva cilecca. Spostatosi nel nuovo impianto, l’Olimpico, già sul finire della Premier League 2016/2017, ha cominciato a prendere schiaffi e goleade. Solo un caso? Oppure anche qui si nascondono fantasmi e streghe? A proposito, Upton Park è stato distrutto. Dunque, gli Hammers devono in fretta dimenticare ciò che si vocifera se non vogliono finire nel calderone, proprio come se vecchie megere preparassero un pasto con i calciatori del West Ham quale portata principale. Ma se siete ancora scettici, lasciateci parlare un altro po’ di strane coincidenze, che proprio normali non sono.

Upton Park ha chiuso i battenti il 10 maggio 2016 e sapete come è andata? Il West Ham ha rifilato un indimenticabile 3-2 al Manchester United in rimonta, con rete di Winston Reid a cinque minuti dalla fine. Poi, è stato dato l’addio a un mito, con tante leggende presenti, che resisteva da 112 anni. All’epoca nessuno pensava che l’Olimpico sarebbe stato invece un prato così dispettoso con i padroni di casa, che già ad agosto si sono accorti di non essere più nel salottino benedetto: hanno perso infatti il treno per l’Europa League contro l’Astra Giurgiu e hanno rischiato persino la retrocessione.

Ma noi insistiamo perché siete ancora scettici. Sapete cosa è venuto fuori mentre si demoliva Upton Park? I resti di quello che potrebbe essere il castello di Anna Bolena (l’altro nome dello stadio era ‘Boleyn Ground’). Un castello, appunto.

Se ora vi siete convinti che il West Ham giochi anche contro spiritelli e folletti, torniamo di nuovo un momento al Tottenham. L’anno passato, gli Spurs erano stati abbondantemente avvertiti dalla sorte: lasciate perdere Wembley. In cinque esibizioni, l’anno scorso, qui i londinesi persero tre competizioni. Come se all’entrata ci fosse scritto ‘Lasciate ogni speranza o voi che entrate’, rivolto però a Pochettino. Volete sapere lo score? In Champions sconfitte con Monaco e Bayer e vittoria inutile contro il Cska Mosca; 2-2 con il Gent dopo lo 0-1 subito in Belgio e addio Europa League; poi il 2-4 con il Chelsea di cui abbiamo già parlato. Insomma, un esorcismo ci potrebbe stare bene. Visto che un Rozzi che butta il sale è roba da commedia italiana anni ’80 e non da English establishment.

Non è neanche la prima volta che il calcio deve fare i conti con superstizioni e avvenimenti apparentemente inspiegabili. Il più famoso è sicuramente l’anatema lanciato dall’allenatore Bela Guttmann, che il primo maggio del 1962 disse: “D’ora in avanti, il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni”. Com’è andata secondo voi? Che all’ultimo atto i portoghesi ci sono arrivati spesso, dieci volte, ma che mai hanno portato a casa il trofeo. Troppe sconfitte per pensare che sia solo un caso. Potrebbe essere un condizionamento psicologico, direbbero quelli razionali. Tutti gli altri sono liberi di pensare che i fantasmi, nel calcio, sono pure peggio degli arbitri.