CALCIO

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L’Italia s’è desta? Non ancora. Ma minaccia (per gli avversari) di farlo se la generazione di campioncini in erba non si perderà cammin facendo. Già. Volevamo cercare i dieci migliori talenti giovani del nostro calcio, ne abbiamo trovati di più. Abbiamo dovuto fare una scelta, lasciando fuori quelli già noti alla grande platea, anche se giovani e in grado di diventare protagonisti a breve. O in futuro. Anche a loro potrà guardare Antonio Conte per costruire la Nazionale del futuro. Ecco perché qui non troverete notizie su Simone Scuffet, il portiere – studente dell’Udinese, cercato dall’Atletico Madrid. O su Daniele Rugani, il difensore dell’Empoli che già è stato chiamato nella Nazionale maggiore e che tanto piace ai grandi club. Non parliamo neanche di Nadir Minotti, che ha ‘già’ 22 anni, ma che pare pronto anche lui al grande salto. O di Mattia Politano, classe 1993. Esclusi, infine, Nicola Murru (classe 1994, Cagliari), Andrea Petagna, attaccante classe 1995 del Latina ma di scuola Milan, e Domenico Berardi, il talentuoso 1994 del Sassuolo. Esclusi in questa lista, non certo dalla meglio gioventù italiana.

1. GIANMARCO FIORE

Come Scuffet. Il giovanissimo Gianmarco Fiore è stato adocchiato dall’Atletico Madrid, che gli ha fatto fare un provino la settimana scorsa. Sedici anni, difensore del Manfredonia, già nel giro delle Nazionali e seguito da tanti club. Nei sogni del giocatore c’è la Juventus, come ha rivelato lui stesso recentemente in un’intervista: “Sono bianconero dentro, una passione fortissima”. Come capita per tutti i migliori talenti del nostro calcio, la Signora è vigile: “Ma se mi chiamasse un’altra big, ci andrei. Per un ragazzo, la prima cosa è giocare e divertirsi. Poi i soldi e tutto il resto”. Il suo idolo fin da bambino era Fabio Cannavaro, ma il suo preferito in assoluto è Sergio Ramos. E guarda caso gioca proprio in Spagna.

2. ALBERTO CERRI

Alberto Cerri è una punta centrale dotata di gran fisico, dall’alto dei suoi 194 centimetri. Scuola Parma anche lui, quest’anno sta disputando la stagione in serie B, con la maglia della Virtus Lanciano, dove è in prestito. Diciottenne, vale già 2 milioni e mezzo di euro. Ha fatto tutta la trafila delle Nazionali giovanili italiane, con questo curriculum. Italia U16: 8 presenze e 4 gol; Italia U17 30 (12); Italia U18 5(1), Italia U19 2 (1). Ha esordito già nell’Under 21. In serie B, segna al ritmo di un gol ogni 74′, visto che in sette presenze ha già firmato quattro reti. Dicono che assomigli a Mario Gomez e a Christian Vieri ed entrambi sono paralleli stimolanti. Al Parma, aveva esordito in serie A, passando direttamente dagli Allievi alla prima squadra. I suoi idoli? Van Basten e Ibrahimovic. Anche in questo caso, due che hanno fatto e stanno facendo la storia. Come lui farà?

3. JOSÉ MAURI

È già uno dei migliori centrocampisti centrali giovani del panorama calcistico italiano. José Mauri è alla prima esperienza da titolare nel Parma, dopo essere passato per il vivaio dei ducali, eppure ha già attirato l’attenzione delle grandi squadre. Su tutte la Juventus. Di nazionalità argentina, è stato naturalizzato italiano. È nato il 16 maggio del 1996 e ha già esordito nelle rappresentative azzurre, più esattamente nell’Under 17 di Daniele Zoratto (altro ex Parma), contro i pari età israeliani il 12 settembre del 2012. Due giorni dopo, ha siglato la prima rete contro la Germania. Vanta in tutto sei presenze con l’Under 17, condite da due segnature. Anche in serie A, è già comparso nel tabellino dei goleador, grazie alla segnatura contro l’Udinese, il 29 settembre del 2014. L’esordio in serie A era avvenuto il 26 gennaio 2014, sempre contro l’Udinese. Piccolino, 169 centimetri, ha nel piede destro la sua arma migliore. Il contratto è in scadenza il 30 giugno 2017, il suo cartellino oggi costa 600 mila euro circa, ma è possibile che cresca con il passare dei mesi.

Jose Mauri Parma

4. ANTONIO BARRECA

Classe 1995, Antonio Barreca arriva dal Torino Primavera, ma quest’anno si sta facendo le ossa nel Cittadella. E’ un terzino sinistro che si sta gradatamente imponendo all’attenzione generale. L’anno passato spesso era stato convocato da Ventura per la prima squadra. Da giocatore moderno, si spinge spesso in avanti, ha un gran dribbling e un cross preciso. Tanto che ha già sfornato quattro assist per i compagni in questo primo scorcio di serie B. E’ un pilastro della Nazionale Under 20.

5. DIEGO FRUGOLI

Un altro 19enne di sicuro avvenire è Diego Frugoli, dell’Empoli ma in prestito alla Pistoiese. Il suo ruolo è quello di attaccante, l’anno passato si è messo in luce nel Torneo di Viareggio segnando tre volte in quattro apparizioni. E in campionato è arrivato a 18 gol. Tante volte si è allenato con la prima squadra dell’Empoli, cercando di carpire i segreti a Tavano e Maccarone. All’occorrenza, è in grado di ricoprire il ruolo di ala destra. Finora, nel campionato di Lega Pro ha disputato soltanto 9′. Con l’Italia Under 19 ha preso parte al campionato europeo di categoria. Alto 1 metro e 80, sfrutta la grande velocità per prendere di sorpresa le difese. È bravo di testa e dotato di buona tecnica. Viene considerato uno dei 4-5 prospetti offensivi più promettenti del nostro calcio.

6. DANILO CATALDI

Classe 1994, Danilo Cataldi è un centrocampista offensivo della Lazio Primavera. La sua arma è il tiro dalla distanza. Nato come trequartista, nel tempo si è adattato a ricoprire il ruolo di mezzala nel centrocampo a tre. Palla al piede, salta facilmente l’avversario, ha una grande visione di gioco. L’anno passato, nella Final Eight del campionato primavera, ha vinto il premio come miglior giocatore. In passato, molti club inglesi avevano mostrato interesse per Cataldi, ma Lotito ha tenuto duro. Fa naturalmente parte dell’Under 21 di Gigi Di Biagio, con cui ha già segnato un gol in due partite.

7. LUCA VIDO

Parliamo addirittura di un classe 1997, Luca Vido, prodotto del vivaio del Milan. Nato a Bassano del Grappa, di professione attaccante. Nella sua carriera, ha già vestito le maglie del Favaro Veneto e del Treviso, iniziando da terzino sinistro e poi da centrocampista centrale. Poi è passato al Padova (30 gol il primo anno, 30 pure il secondo). È nell’estate del 2011 che il Milan lo strappa alla concorrenza e lui ripaga la fiducia: 25 reti con i Giovanissimi Nazionali. Al Trofeo Annovazzi riceve il premio come miglior giocatore del torneo. Vido è bravissimo palla al piede, fisicamente è addirittura devastante. Può ricoprire tutti i ruoli nell’attacco. In questa stagione, è nella Primavera rossonera, dove non ha smesso di segnare.

8. AXEL GULIN

Classe 1995, attaccante esterno, di proprietà della Fiorentina. Axel Gulin quest’anno si sta facendo notare con la maglia del Feralpisalò. Ala brevilinea, è in possesso di un cambio di passo che gli permette di arrivare sul fondo senza problemi. È un mancino naturale, schierato spesso a destra per sfruttare al meglio le sue qualità tecniche. Axel è anche protagonista di un un programma di Mtv, “Giovani Speranze”, che racconta la vita dei giovani calciatori. Attualmente, il suo cartellino viene valutato 100 mila euro. Ha fatto parte dell’Under 17 italiana, esordendo il 21 febbraio del 2012.

9. LEONARDO CAPEZZI

Un altro 19enne destinato a far parlare di sé. Leonardo Capezzi è un centrocampista di proprietà pure lui della Fiorentina, prestato al Varese. In sei presenze con la squadra lombarda, già una rete e due assist. Preferibilmente mediano, non esita comunque a spingersi in avanti quando le condizioni della partita glielo permettono. Il 9 ottobre del 2014 ha esordito con la maglia dell’Italia Under 20. I tifosi della Fiorentina lo hanno soprannominato “capitan futuro”. Di lui parla benissimo un certo David Pizarro. E il Manchester United ci ha fatto un pensierino.

10. ALESSIO ROMAGNOLI

L’Italia è un Paese che ha grande tradizione nei difensori. E Alessio Romagnoli, scuola Roma, ora alla Sampdoria, pare destinato a continuare l’epopea dei vari Gentile e Baresi. Ha 19 anni, già sufficiente esperienza di serie A e di Nazionale (è titolare fisso nell’Under 21 di Di Biagio). È un difensore centrale, ma all’occorrenza si disimpegna pure sul lato sinistro. Il cartellino a oggi vale 3 milioni di euro. Ha già trovato la prima rete in serie A quest’anno, con la maglia blucerciata. Ma i giallorossi, avendo l’opzione di contro riscatto, sono pronti a riportarlo a casa appena potranno. Alto 188 centimetri, ha sufficiente velocità nonostante il fisicone.

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Continua la settimana delle goleade e delle batoste epiche, nostro malgrado: la disfatta della Roma fa riflettere. Perdere in casa, seppur contro una delle squadre più forti del mondo, in quella maniera, non ci sta. Non ci sta dopo le polemiche di Torino. Non ci sta dopo le dichiarazioni di Totti e De Sanctis. Non ci sta dopo che Garcia afferma, senza paura di essere smentito, che questa Roma è pronta per lo scudetto. Soprattutto non ci sta perché se la nostra seconda miglior compagine (questo dice la classifica) imbarca in questo modo contro la miglior tedesca vuol dire che il divario da colmare è pressappoco inestimabile. Negli anni ’90, quando le squadre italiane dominavano la scena in Europa, non si vedevano gare così squilibrate nemmeno quando affrontavamo i ciprioti o i maltesi di turno. Oggi succede invece che non ci si stupisce più nemmeno di una goleada del genere, la seconda clamorosa, a livello europeo, nel giro di pochi giorni.

Southampton-Sunderland di sabato 18 ottobre è terminata 8 a 0 per i padroni di casa. Al netto della goleada sono molti di più gli spunti di riflessione che questa partita ha fornito. Due italiani contro: Graziano Pellè, due gol fatti, e Vito Mannone, otto gol presi, che ha chiesto al board del Sunderland di risarcire almeno la trasferta ai propri tifosi. C’è anche un dato geografico molto interessante: Southampton è all’estremo sud dell’Inghilterra, Sunderland all’estremo nordest, vicino Newcastle. Più di 100o chilometri, una discreta rivalità, sportiva si intende. Non va trascurato un interessantissimo dato economico: quest’estate i Saints hanno venduto Shaw, Chambers, Lovren, Lallana, Lambert e Osvaldo, incassando 120 milioni di euro e con 50 milioni di ricavi nella bilancia acquisti-cessioni oggi sono terzi in Premier League. Meglio di Arsenal, Tottenham, Manchester United ed Everton. Fourfourtwo, autorevole sito britannico di statistiche sul calcio, qualche settimana fa indicava i Saints come uno dei club europei da prendere a modello.

Il Southampton e il Bayern non si si sono risparmiati dopo il gol del 3 a 0. Hanno continuato a giocare e divertire, a segnare e far applaudire il pubblico. D’altronde, se le partite durano 90 minuti un motivo ci sarà. Nella storia del calcio non sono moltissime le partite finite con un risultato così largo, soprattutto a livello professionistico, eppure non è stato così difficile trovare 10 batoste epiche che, per un motivo o per un altro, ci ricordiamo meglio (grazie anche al prezioso apporto dei nostri fan). Con un occhio di riguardo ovviamente per il campionato italiano. Il criterio di valutazione è soggettivo, abbiamo cercato delle partite che offrissero anche spunti curiosi, al di là del risultato. Siamo pronti a condividere e ridiscutere le scelte con voi!

JUVENTUS-INTER 9-1

Sì, avete letto bene: il 10 giugno del 1961 in occasione di un recupero di Juventus-Inter dopo la conclusione del campionato, per protesta, il presidente nerazzurro Angelo Moratti ordina ad Herrera di schierare la squadra primavera, accusando la CAF di aver subito l’ingerenza del presidente federale.  La partita finisce 9-1 per la Juventus. Per i milanesi segna su rigore un promettente diciottenne: Sandro Mazzola, figlio dell’indimenticato Valentino e futura bandiera nerazzurra. Lui quella partita non se l’è dimenticata di certo, e il suo è stato il primo di una lunga serie di gol. Sarà pilastro fondamentale della Grande Inter di qualche anno dopo.

FOGGIA-MILAN 2-8

È l’ultima giornata di campionato 1991-92, il Milan è già campione d’Italia ed i rossoneri sono alla caccia del record di imbattibilità detenuto dal Perugia nel campionato della stella rossonera. La trasferta di Foggia non è la gara più agevole per mantenere lo zero nella casella delle sconfitte, la formazione di Zeman e del trio Rambaudi, Baiano e Signori è ben intenzionata ad interrompere la serie positiva dei rossoneri. E infatti i padroni di casa vanno in vantaggio per 2 a 0, salvo poi essere asfaltati da uno straordinario Van Basten che chiude il campionato a quota ventitré reti.  Zeman finisce comunque in trionfo e con una folle idea: cambiare tutti gli interpreti e tentare un nuovo miracolo con giocatori che vengono dalla C come Bresciani, Seno e Mandelli. Il miracolo, tanto per cambiare, gli riuscirà.

INTER-MILAN 0-6

L’11 maggio del 2001 l’Inter crolla nel derby: perde 6 a 0 con il Milan e cancella in novanta minuti tutti gli equivoci di una stagione disastrosa. Basta un piccolo Milan, allenato da Cesare Maldini, per mandare in frantumi i residui sogni nerazzurri. È il peggior ko della storia per Zanetti e compagni, nonché la peggior serata per Marco Tardelli, che lascia San Siro sotto i cori d’insulti dei tifosi. Proprio Zanetti, nella sua bellissima biografia “Giocare da uomo” racconterà di un Moratti furioso che chiede un colloquio ai giocatori. A detta di Zanetti, Tardelli non si siede dalla parte degli accusati (con i giocatori), ma da quella di Moratti, perdendo così (per sempre) le redini dello spogliatoio. Lo stesso Tardelli, racconta ancora Zanetti, diede il via libera alla cessione al Real Madrid quello che sarebbe diventato il capitano più vincente della storia nerazzurra. Fu Cuper, futuro allenatore interista, con una telefonata, a fermare quella cessione.

CREMONESE-BARI 7-1

Chi scrive tifa Bari, per cui perdonatemi un ricordo particolare che onora anche i tanti campionati in serie A della Cremonese di Luzzara. L’11 dicembre del 1995 Eugenio Fascetti riappare su una panchina dopo quarantacinque mesi trascorsi negli studi della Rai e inciampa in una domenica che lui stesso definisce “allucinante”. Ingaggiato dal Bari per rimpiazzare Beppe Materazzi il “mister” toscano si fa rifilare sette gol dalla Cremonese. “In quasi trent’anni di presidenza – dichiarerà Domenico Luzzara – non mi era mai capitato di assistere a un successo tanto sonante della Cremonese. Neppure quando eravamo in serie C“. Curiosità: Fascetti schiera per la prima volta nel ruolo di difensore (libero, per la precisione) il centrocampista portoghese Abel Xavier, incompreso nella sua stagione italiana. Cinque anni dopo, lo stesso Xavier, disputerà da terzino un grandissimo europeo e un paio di stagioni da protagonista al Liverpool.

MILAN-JUVENTUS 1-6

Un sfida impari va in scena a San Siro domenica 6 aprile 1997: il Milan è quello di Sacchi, ma non è il Milan di Sacchi. È una versione sbiadita della squadra che ha dominato il mondo qualche anno prima, un bis non riuscito, un tentativo malinconico di far rialzare una compagine che ha iniziato (male) il campionato con Tabarez. La Juventus invece è quella cinica e spietata di Lippi, quella che vincerà il ventiquattresimo scudetto. Mattatori di quella serata furono il centrocampista serbo Vladimir Jugovic e Christian Vieri, autori di una doppietta. A completare il trionfo bianconero ci pensarono Zinedine Zidane, su rigore, e Nicola Amoruso. Ai fischi di San Siro il telecronista milanista Carlo Pellegatti rispose in radiocronaca: “Non si critica la stirpe degli dei”, in riferimento a Maldini, Baresi, Desailly, Savicevic e compagni.

MANCHESTER UNITED-ROMA 7-1

Il 10 aprile del 2007 la Roma di Luciano Spalletti va a giocarsi il match di ritorno dei quarti di finale di Champions League carica di aspettative dopo aver eliminato il Lione e fermato i Red Devils all’Olimpico. La Roma illude nei primissimi minuti, ma è la serata dello United. Che va in vantaggio con una perla di Carrick, che segna un gol inusuale per i suoi piedi discreti, ma non certo nobili. La Roma sbanda, va in confusione. E il Manchester, cattivo, dilaga, aggredisce la preda ferita. Segna chiunque, nel Manchester, e in questa pinacoteca d’arte del pallone ci sta bene la gemma al volo di De Rossi su traversone di Totti. Vale il 6-1. Avrebbe meritato miglior vetrina. Splendida l’ironia dell’attore Valerio Mastandrea, tifosissimo giallorosso, che racconterà la sua delusione in un celebre monologo: “Nell’Albione perfida e a modello, cavalli mozzicanti invece che er manganello“. Non sarà l’ultima batosta europea con questo risultato…

BARCELLONA-REAL MADRID 5-0

Mourinho viene dal triplete con L’Inter e prende in mano il Real con un solo obiettivo: dimostrare a Guardiola di essere il più forte. Qualche mese prima, su quello stesso campo, il Camp Nou, ha compiuto quello che lui stesso definisce il suo più grande miracolo sportivo. Con l’Inter in 10 dal 20′ minuto, per una sceneggiata di Busquets, resiste agli assalti del Barcellona stringendo squadra e denti nel campo più lungo e largo del mondo, con i palleggiatori più forti del pianeta. Ma il 28 dicembre del 2010, Josè Mourinho, non può contare sullo stesso spirito di sacrificio di Lucio, Cordoba, Zanetti ed Eto’o. Il suo Real gioca con presunzione, si scioglie davanti alle prodezze di Messi, Pedro, Villa, Xavi e Iniesta. È la serata della manita di Piqué. E della rivincita di Guardiola. Lo special one, al Real, non è mai stato così special.

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INTER-SASSUOLO 7-0 (PER DUE)

Niente di clamoroso: una grande squadra (in crisi di identità) che batte sonoramente una provinciale, pur splendida realtà di questi anni. Se non fosse che la coincidenza si verifica due volte nel giro di 12 mesi, a campi invertiti. Prima al Mapei Stadium, nella stagione 2013/2014, poi a San Siro, nella stagione attualmente in corso. Due vittorie di Pirro, dal momento che a queste affermazioni non seguono altre prestazioni altrettanto convincenti. Se per la stagione appena conclusa abbiamo il supporto dei numeri, in questa siamo pronti ad essere smentiti da Mazzarri e dai suoi giocatori.

MANCHESTER UNITED-MANCHESTER CITY 1-6

Il cielo è blu sopra Manchester, ed è un fatto raro, in una città grigia che nelle notti di gloria di tinge più volentieri di rosso, come la maglia dei Red Devils, appunto. Ma Roberto Mancini ha finalmente in mano una squadra vera, una squadra che può giocarsi le sue chances e conquistare quel titolo che manca da troppo tempo. È il 23 ottobre del 2011, data storica per i Citizens. Finisce 6 a 1 con doppietta di Balotelli che mostra anche la famosissima maglia “Why Always me?” (Perché sempre io?). La stagione, una delle più emozionanti di sempre in Premier, si concluderà con il sorpasso del City proprio ai danni dello United all’ultimo minuto dell’ultima partita. È inutile, a Roberto Mancini le cose semplici non sono mai piaciute, in fondo c’è più gusto a vincere così.

BRASILE-GERMANIA 1-7

Gli almanacchi raccontano che si tratta della più grande umiliazione per la nazionale brasiliana. È l’8 luglio del 2014, tra i verdeoro mancano Neymar e Thiago Silva. Sono due assenze pesantissime, ma nessuno si aspetta di vedere la Germania, che gioca con una divisa a strisce orizzontali rosse e nere che ricorda quella del Flamengo, passeggiare sui resti delle illusioni di un successo dato per scontato. Vero, il Brasile durante il Mondiale non ha brillato come ci si aspettava, ma vederlo crollare sotto il colpi tedeschi come un pugile suonato rende questa una delle semifinali più squilibrate di sempre. Nessuno getta la spugna, e così, dal 20′ in poi si assiste al pianto a dirotto dei brasiliani sugli spalti. Ogni gol una smorfia di Julio Cesar, eroe solo qualche giorno prima. Ogni gol una pugnalata (metaforica) al cuore. Ogni gol un pianto, una carezza di padre ad un figlio, una preghiera verso il cielo. Fa che sia l’ultimo.

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Sono nato alla fine degli anni ’70, diciamo ad un passo dagli ’80. Il mio calcio è quello delle italiane che dominavano in Europa, lungo e in largo. È il calcio di giocatori del Real Madrid che pur di venire a giocare in Italia si accasavano all’Udinese (Gallego), il calcio del capitano della nazionale inglese, David Platt, che lascia il suo campionato per andare a giocare a Bari. Il nostro calcio è quello dei mercoledì di coppa di fantozziana memoria: tutti lo stesso giorno, tutti alla stessa ora, tranne quelli che giocano in Russia. Perché a Kiev, che all’epoca non è in Ucraina ma in Unione Sovietica, Baggio ci va a pattinare in calzamaglia, con la maglia viola. E come pattina, con quei tacchetti sul ghiaccio sovietico. Quello di fine anni ’80 è un calcio che racconta storie come quelle della Stella Rossa campione d’Europa.

Una storia partita dal centro di Belgrado con un manipolo di veri artisti del pallone. Spinta dalla passione ossessiva dei suoi tifosi, che trasformavano il Marakana in una bolgia e da giocatori pazzeschi come Jugović, Pančev, Savićević, e quel genio delle punizioni che risponde al nome di Sinisa Mihaijlović. Ricordate questo nome, perché in questa storia ritornerà utile. Sopratutto è un calcio fuori dagli schemi della managerialità odierna, dei dirigenti in giacca e cravatta, quelli che fanno i corsi di dizione prima di presentarsi davanti alle telecamere. È il calcio dei presidenti pane e salame come Anconetani e Rozzi, o dei padri di famiglia come Viola e Mantovani.

Già, Mantovani. La sua Sampdoria non è poi così diversa da quella Stella Rossa di cui sopra. È un mix di ragazzini affamati come Lombardo, Mancini, Vialli, Pagliuca, e vecchi marpioni del pallone quali Tonino Cerezo, Pietro Vierchowood e Fausto Pari. Rispetto ai ragazzi della Stella Rossa sono un po’ più bohemién, e non hanno una guerra nel cuore. Una guerra che presto scoppierà al di là dell’Adriatico e dilanierà luoghi e certezze. I ragazzi della Sampdoria però hanno fame, corrono il doppio degli altri e sono guidati da un serbo di quelli che hanno girato il mondo e sanno come trattare le persone. Vujadin Boskov non è un manager, ma sa gestire le risorse umane meglio di chiunque altro. Perché li tratta tutti in maniera diversa, costruendo però un gruppo straordinario. Tra la Stella Rossa campione d’Europa e la Sampdoria dei primi anni ’90 passa un minuto di differenza.

Tra le due favole c’è una punizione di Koeman a spazzare via un sogno. Quella notte Massimo Ferrero non poteva immaginare che sarebbe diventato, un giorno, il presidente della Sampdoria. Era un tifoso della Roma, di quelli da curva sud, tanto da apparire persino nel film Ultrà come comparsa. Non poteva pensare che quindici anni dopo si sarebbe trovato alla guida di una squadra con un serbo in panchina. Proprio come Boskov. Un serbo che, in questa storia fatta di traiettorie, di punizioni, lacrime e bengala, ha un ruolo fondamentale: Sinisa Mihaijlović è il suo uomo, l’allenatore ideale, quello che presto si prenderà meritatamente una grande, a meno che Ferrero non decida di far diventare la stessa Sampdoria tale.

Ferrero è l’uomo del momento: lo abbiamo visto a Che tempo che fa, lo ascoltiamo nelle interviste in TV, lo leggiamo sui quotidiani. È spontaneo, scende in campo a fine partite, fa l’areoplanino come Montella, ha idee innovative. Come quella di impiegare un suo dipendente, regolarmente pagato, tale Delio Rossi, nella gestione di un progetto legato alle squadre giovanili. Progetto bocciato dal Presidente dell’Associazione Allenatori, Renzo Ulivieri, chissà per quale motivo (in un momento di crisi non sarebbe stato un bel segnale da parte del calcio?). Ma Ferrero è un vulcano, un fiume in piena, uno che dice “Giochiamo a Sampddoria” con due D. Non piace solo ai tifosi, piace a tutti, perché è verace, perché è straordinariamente anni ’80.

Nell’epoca dei presidenti americani, indonesiani, dei manager, degli AD e dei bilanci, lui ci ricorda l’esplosività di Romeo Anconetani, quello che a Pisa tirava il sale in campo prima delle gare o di Costantino Rozzi che sfidava le grandi in contese dialettiche dove tirava fuori tutto il suo carisma marchigiano. Massimo Ferrero piace, ed è il personaggio del momento, perché dice quello che pensa, si mischia alla gente, abbraccia il vicino di posto ed è un bambino felice dopo una vittoria. Piace perché è un simbolo di un calcio che ci manca da morire. La sua Sampdoria non è un miracolo: è una squadra intelligente costruita da un istrionico imprenditore e da un allenatore di cui sentiremo parlare. Un allenatore che in quello spogliatoio racconta la storia di una banda di ragazzi affamati arrivati sul tetto d’Europa. Raccontateci un’altra favola Massimo e Sinisa.

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L’Olanda è sempre stata nel suo destino: un figlio del profondo Sud tricolore che diventa idolo indiscusso nel Nord Europa regalandosi una ribalta sempre sfuggita in Italia. Paradossi della vita che spesso vengono amplificati in ambito calcistico. Ma Graziano Pellè, alla prima convocazione nella Nazionale maggiore, non cova sentimenti di livore o spirito di rivalsa. Al contrario è stato onesto nell’ammettere di aver impiegato più tempo di altri nel maturare e riuscire ad esprimere con continuità quell’indiscusso talento sul quale erano in molti a giurarci sin da quando, scalando tutti i gradini del calcio giovanile, si era affacciato nel mondo dei grandi.

Era l’estate del 2005, mandata in archivio la prima esperienza in B con il Catania (15 presenze), lo spilungone di San Cesario di Lecce imprime a fuoco il suo nome sui taccuini di molti osservatori. Lo scenario, neanche a dirlo, il Mondiale Under20 di scena in Olanda. La manifestazione rivela al mondo il talento di Messi, vincitore sia della Coppa con la sua Argentina sia del premio di migliore del torneo, ma anche il nostro Pellè non sfigura. Anzi. Quattro gol in cinque presenze che trascinano gli azzurri ai quarti di finale contro il Marocco, dove l’attaccante si esibisce anche in un fantastico “cucchiaio” dal dischetto che non impedisce però agli italiani di uscire sconfitti dalla lotteria dei rigori. Nel campionato successivo il Lecce, neo-promosso in A, decide di trattenerlo ma dura poco. A gennaio il passaggio al Crotone in B, dove arrivano anche i primi sei gol da professionista (in 17 presenze).

Il momento del definitivo salto di qualità sembra vicino ed è il bianconero del Cesena, ancora in B, ad accoglierlo con la promessa di una maglia da titolare. Campionato da protagonista, arricchito da 10 gol in 37 presenze e il bianconero si tinge anche dell’azzurro della Nazionale Under21. Per Pellè è il momento delle scelte. Attorno al suo nome si scatena un’asta, ma è ancora una volta l’Olanda a palesarsi nel suo orizzonte. La spunta l’AZ Alkmaar di Van Gaal che gli aveva messo gli occhi addosso dai tempi del Mondiale. Graziano studia alla scuola del santone olandese, si impegna, manda a memoria i suoi dettami tattici e comincia a collezionare gol. Mai in doppia cifra, ma sempre abbastanza convincente per impegno e voglia di migliorarsi. Arriva anche la partecipazione alla Champions, ma nel 2010/2011 qualcosa si rompe. Il nuovo allenatore Gertjan Verbeek lo esclude dalla lista dell’Europa League e finisce per lasciarlo ai margini anche in campionato. Solo a ottobre arrivano le prime presenze nelle quali Pellè risponde con quattro gol consecutivi. Alla fine saranno sei, ma la parentesi olandese volge al termine.

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Il richiamo dell’Italia torna a farsi forte. È il Parma di Ghirardi a decidere di affiancarlo a Giovinco, ma il progetto ambizioso non produce gli effetti sperati (11 “caps” e 1 rete). Il salentino torna in B alla Sampdoria e con 4 gol contribuisce alla promozione dei blucerchiati. Che fare allora? Riecco l’Olanda. Un altro  grande estimatore della terra dei mulini a vento, Ronald Koeman, decide di farne il perno dell’attacco della gloriosa squadra olandese. E l’uomo del gel e del taglio più imitato dai ragazzini dei Paesi Bassi risponde alla grandissima collezionando 50 gol in 57 presenze. Segna praticamente in tutti i modi facendo arrivare gli echi delle sue imprese anche alle nostre latitudini. Si comincia a parlare di Nazionale, ma Prandelli non lo vede. Non lo ritiene all’altezza, o forse non ritiene tale il campionato olandese. Dopo i 27 gol del primo campionato, però, la Fiorentina prova a fargli riassaggiare la serie A. Il Feyenoord non lo molla e Graziano non fa una piega continuando a collezionare record. A fine campionato Koeman passa in Premier, sponda Southampton: una squadra in totale ristrutturazione che perde i suoi talenti migliori (Lallana, Shaw, Chambers, Lambert) ma decide di ripartire proprio da Pellè. Primo nome sulla lista dell’ex giocatore del Barcellona che non perde tempo per farsi amare dalla  nuova tifoseria. Sette presenze, quattro gol, ma soprattutto una rovesciata in stile “Fuga per la vittoria”, nel 2-1 contro il Queens Park Rangers, che gli fa fare il giro dei principali siti mondiali.

Un gesto tecnico che ha definitivamente convinto Conte a regalargli la prima convocazione in Nazionale maggiore. E adesso per il ballerino (è stato anche campione juniores di liscio e latino-americano) si profila una nuova vita calcistica: a 29 anni, nel pieno della maturazione calcistica, con vista sugli Europei del 2016… ma sempre con i capelli perfettamente in ordine!