CALCIO

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Martin Ødegaard sembra nato per battere tutti i record. A sedici anni è infatti il teenager più ricco del calcio mondiale. Il Real Madrid l’ha acquistato dallo Stromgodeset per una cifra intorno ai quattro milioni di euro. Una quotazione enorme, considerata l’età del ragazzo che si farà le ossa nella squadra B del Castilla. Martin ha firmato un contratto da top player ancora prima di essere maggiorenne e di dimostrare di essere all’altezza di Cristiano Ronaldo e Bale. Roba da predestinati. Ma attenzione ai predestinati. Perché a quell’età ne abbiamo visti diversi, e le carriere di alcuni di loro si sono rivelate tutt’altro che all’altezza delle aspettative. Ma cosa è successo a questi ex giovani talenti? Ripercorriamo 10 storie di calcio, di campioni (o presunti tali) che non ce l’hanno fatta: 

1. Sebastian Rambert

Nato a Bernàl (come un certo Diego Milito), Rambert esordisce nella massima serie argentina nelle fila dell’Independiente, dove ha totalizzato 14 reti in 52 presenze, dal ’91 al ’95. Rambert, soprannominato “Avioncito”, per la sua esultanza dopo ogni gol è una seconda punta, non molto prolifica ma dotata di grande fantasia. Nel 1994 arriva la convocazione nella nazionale argentina, dove disputerà 8 presenze siglando 4 reti e partecipando alla Confederations Cup del 1995. Proprio nel ’95, ecco la sua grande chance: l’Inter è stata appena acquistata da Massimo Moratti, che preleva due 20enni argentini di belle speranze, Javier Zanetti dal Banfield e proprio Sebastiàn Rambert dall’Independiente. Rambert è quindi il primo acquisto di Moratti all’Inter, e arriva in Italia con grandi aspettative. Peccato che il tanto acclamato Rambert non esordisce nemmeno in campionato, mentre partecipa all’eliminazione prematura in Coppa Uefa per via del Lugano, e scende in campo nella gara di Coppa Italia contro la Fiorenzuola. Il celebre Bleacher report lo ricorda come “The Other Javier Zanetti”. Senza di lui, si narra, non sarebbe mai stato preso quel terzino argentino che giocherà “per qualche stagione” con la maglia dell’Inter.

2. Andrés D’Alessandro

Andrés D’Alessandro era il pezzo pregiato del calcio argentino, l’unico per il quale Maradona si sia pesantemente esposto in prima persona pur giocando il ragazzo nel River e avendo, Diego, il cuore Boca. «È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire guardando una partita di calcio», sentenziava allora il più grande di tutti. Dieci anni dopo la parabola del mancino di 20 anni (oggi quasi 30) finisce tra le «brevi» dei giornali sportivi per il suo passaggio in prestito dal Wolfsburg al Portsmouth, dalla quintultima squadra della Bundesliga alla penultima della Premier League. Il marchio di fabbrica di D’Alessandro, quella finta irridente e irriverente che faceva andare per le terre i suoi marcatori. La «Boba» (traduzione: la Tonta), era stata l’arma vincente dell’Argentina che nel 2001 aveva conquistato il campionato mondiale Under 20.

3. Pierluigi Orlandini

Pierluigi Orlandini ha giocato, tra le altre, con le maglie del Milan e dell’Inter ma viene dal fertile vivaio dell’Atalanta. Quello di Zingonia è l’ottavo settore giovanile più importante d’Europa, per numero di calciatori attualmente militanti nelle lege professionistiche europee. Il motto è crescere tanti buoni giocatori in grado di arrivare in A, non necessariamente dei campioni. Ma Pierluigi Orlandini, insieme a Morfeo e al compianto Federico Pisani, sembrava avere qualcosa di più. Lo dimostrò con Cesare Maldini, nell’Europeo Under 21 del 1994, vinto grazie ad un suo golden gol contro il Portogallo di Figo e Paulo Sousa, una squadra fortissima e piena di futuri campioni. Il Guerino scrisse che “È Orlandini il più Figo” e l’Inter lo comprò. Ala destra in grado di saltare l’uomo e crossare, fisico robusto, tendente al sovrappeso. Vinse il sovrappeso. La sua carriera non è stata all’altezza delle aspettative.

4. Andre Pinga

Forse, abbiamo trovato l’erede di Rivaldo“. Così parlò nientemeno che Felipe Scolari, decano degli allenatori brasiliani. Era il 2001, Felipão era c.t. della Seleçao durante il suo primo mandato. Pelle scura, piedi che parlano. Era André Luciano da Silva, meglio conosciuto come Pinga. Diverse società europee monitorano il ragazzo, fino a che è il Torino a prenderlo per la stagione 1999/2000. Un investimento non costosissimo per un prospetto del domani. I primi passi in Serie A sono minimi, in un’annata in cui il Toro retrocede. Nell’aprile del 2000 si regala una notte magica contro il Milan: doppietta strepitosa, con un gol di testa e un pallonetto di mancino. “Il Milan si inchina al fenomeno Pinga“, si legge sui quotidiani. Una bandana granata sempre in testa, inizialmente utilizzata per coprire le ferite di un tragico incidente stradale dell’anno precedente, poi diventata simbolo di questo brasiliano con tanta voglia di emergere. Nonostante le sue buone prestazioni, però, il ragazzo non esplode e fa la spola tra Siena e la casa madre, tra tanta serie B e poca serie A. E rimette nel cassetto la bandana, per sempre.

5. Lampros Choutos

Una carriera bruciata troppo in fretta o forse mai iniziata del tutto. Arriva in Italia giovanissimo, ha appena tredici anni quando entra a far parte del settore giovanile della Roma. In Primavera delizia tutti, segna tanto ed entra nell’orbita della prima squadra. In panchina c’è Carlo Mazzone, l’allenatore romano lo butta nella mischia in una domenica d’aprile del 1996, Choutos debutta in Serie A a soli sedici anni, prendendo il posto in campo di un certo Francesco Totti. Nei successivi quattro anni colleziona altre due presenze con la maglia giallorossa ma non lascia il segno, i capitolini non puntano più su di lui. Nel 1999, all’età di venti anni, la Roma lo lascia libero di trovarsi un’altra sistemazione, il ragazzo che impressionava in Primavera non convince più e lo cede all’Olympiakos per dieci miliardi di lire. In patria, l’ex baby prodigio, vede il campo con il contagocce: in quattro stagioni gioca solo 47 volte e realizza 22 reti. Le soddisfazioni però non mancano: quattro campionati conquistati e dieci presenze con la nazionale maggiore. Nonostante il poco utilizzo sembra il momento giusto per spiccare il volo in Europa, l’Inter ci crede e lo riporta nuovamente nel Bel Paese. Ma giocherà solo in amichevole, e di lui perderemo le tracce dopo una parentesi all’Atalanta.

6. Corrado Grabbi

L’esperienza di Corrado Grabbi nella prima squadra della Juventus durò appena una stagione, con esordio degno delle favole più belle, ed un futuro radioso all’orizzonte. L’11 dicembre del 1994, per la precisione, i bianconeri sono di scena all’Olimpico contro la Lazio. I biancocelesti passano in vantaggio, Lippi toglie Carrero e inserisce il giovane Grabbi, 19 anni. La Juve ribalta il risultato grazie anche ad una perla del giovane attaccante, la partita finisce 4 a 3 e sarà decisiva per lo scudetto bianconero.  A fine anno Grabbi viene ceduto dalla Juventus alla Lucchese, in prestito. Poi Chievo e Modena, dove segna, e molto. Dopo una deludente esperienza alla Ternana Grabbi si rifà a Ravenna. Torna quindi in rossoverde è l’anno 2000/2001 è quella che impone il nome di Grabbi all’attenzione di tutti: segna 20 goal in Serie B e la Ternana va vicinissima alla promozione, che sfuma in extremis. Nell’estate dopo arriva il trasferimento della vita per Grabbi, che firma con i Blackburn Rovers, per quello che deve essere per lui l’inizio della consacrazione in ambito europeo. La cifra sborsata dal suddetto club è da capogiro: l’assegno corrisposto agli umbri è di ben 20 miliardi di vecchie lire. In Inghilterra, tuttavia, le cose non vanno come previsto, e per Corrado è l’inizio della fine: 14 partite, 2 goal, e qualche critica di troppo gli valgono un immediato ritorno in Italia già nel gennaio del 2002. Grabbi è tuttora uno dei più accanito detrattori di Luciano Moggi, sul quale ha riversato parte delle colpe di una carriera finita sui binari sbagliati: “Hai rifiutato il Prato? Giocherai nel giardino di casa tua”, disse l’ex dg a Ciccio.

7. Hugo Enynnaya

“Contassero solo 90 minuti, la carriera di Hugo Enynnaya vanterebbe un diritto di prelazione. Segni per primo all’Inter, ti abbracciano tutti, ma poi, a differenza dell’altro, non vai alla Roma né al Real Madrid. Anzi, è proprio allora che scopri di avere un fisico tanto fragile da non reggere nemmeno l’emozione. Diventi ricco ad una settimana da Natale e poi, passata la festa, ti ritrovi più povero di prima” (Davide Giangaspero, La Bari Siete Voi). Quando lo prese il Bari era così veloce che correva i 200 metri in 22 secondi. Sempre scalzo, ovviamente. È il sesto minuto dell’ormai mitico Bari – inter del dicembre 1999 quando Jugovic perde il primo pallone. Enynnaya ci prova: un rimbalzo, due e poi dritto verso la porta con una fucilata da metà campo dalla traiettoria secca e potente. È gol. Era costato 200 milioni di vecchie lire e dopo quel gol vale già 5 volte tanto. A cinque minuti dalla fine però Cassano segna il gol della vittoria. E la stella di Enynnaya viene oscurata da quella del ragazzo di Bari Vecchia. Era destino. O forse è semplicemente più romantico pensare che sia così. Il campioncino si dissolve e finisce addirittura in Polonia. Tornerà in Italia per giocare in eccellenza, sempre con il ricordo di quella testa addormentata accanto alla bandierina del San Nicola, dopo il gol all’Inter.

8. Freddy Adu

Quanto siano pericolose le etichette – nella vita in genere ma nel calcio in particolare – lo dimostra la storia di Freddy Adu, che a 14 anni davano come “il nuovo Pelè” e undici anni dopo compare stabilmente nelle classifiche alla voce “fallimenti”. L’ultimo è di poche settimane fa, quando il 25enne centrocampista statunitense ha chiuso i rapporti con l’FK Jagodina, squadra della SuperLeague serba, senza aver mai giocato una partita (ha collezionato appena 14 minuti in Coppa di Serbia contro l’FK BSK Borca).  La realtà è che questo ex enfant prodige del pallone che solo pochi anni fa era sulla copertina del famoso gioco Fifa 2006, nel 2008 faceva parte della squadra Olimpica degli Stati Uniti si ritrova senza squadra per la settima volta negli ultimi sei anni (e per la seconda nel solo 2014): se non è un record, poco ci manca.

9. Pedro Manuel Torres “Mantorras”

Pedro Mantorras, figlio di una terra falcidiata dalla rivalità umana, l’Angola, e orfano di padre e madre, l’inferno l’ha già conosciuto. Il suo trasferimento dall’Alverca, società nella quale è professionalmente nato, al Benfica è stato un grande colpo nel 2001. Lo volevano anche il Milan e il Barcellona che provò ad intavolare una trattativa con l’Alverca nel 1998, ma era evidentemente troppo presto. Sia per volontà del calciatore (attaccatissimo ai colori della società che lo ha cresciuto), che per una certa distanza di vedute fra le parti, i catalani finirono per tirarsi indietro. Il presidente alvercano Luis Filipe Vieira affermò che “Pedro Mantorras sarà per l’Angola ciò che Eusebio fu per il Mozambico. E finirà per brillare nel firmamento del calcio mondiale”. Forse anche per questo Mantorras scelse il Banfica, ma Eusebio resterà una chimera, e l’Europa pure. Nel 2011, a seguito dei numerosi infortuni subiti, ha deciso di lasciare il calcio giocato. Si è presentato al Tribunale del Lavoro di Lisbona per chiedere la pensione di invalidità

10. Vincenzo Sarno

Enzino, puoi venire un momento?” A pronunciare questa frase è Bruno Vespa, il palcoscenico è quello di Porta a Porta. Vincenzo Sarno si ritrovò a palleggiare con Batistuta e Mancini, dato in pasto al pubblico di seconda serata come l’ennesimo nuovo, piccolo Maradona. Classe ’88, identificato come il fenomeno. Lotterà una vita sui campi di Serie C per togliersi di dosso un’altra etichetta, quella di fenomeno da baraccone. Molti lo ricorderanno: nel 1999, quando appunto aveva 11 anni, fu ingaggiato dal Torino per 120 milioni di lire. Una somma mica male, che servì per portarlo da Secondigliano in Piemonte, ad illuminare i riflettori sul suo “caso” e a scatenare le polemiche di chi ci vide un’esagerazione. Alla fine “Enzino” fu granata solo per tre mesi e tornò subito a Secondigliano. Fino al 2002, quando passò agli allievi della Roma, con meno clamore ma aspettative altissime. Nel 2005, la prima delusione: la Roma lo svincola e Sarno finisce alla Sangiovannese, dove esordisce, in Serie C1, in una domenica di dicembre. È l’inizio della discesa da predestinato a ragazzo qualunque. E di una gavetta che di fatto non è mai finita. Il Giulianova in C2, poi il Brescia per fare due presenze in Serie B, poi ancora C1 con il Potenza, Prima e Seconda Divisione con la Pro Patria, poi a gennaio 2011 di nuovo Serie B, con la Reggina. Ma non è ancora il momento e Sarno finisce in prestito al Lanciano in Prima Divisione. Lì le cose iniziano a girare e l’ex baby prodigio è autore di due gol decisivi nei play-off per la storica promozione in Serie B della squadra abruzzese. L’anno scorso ha contribuito alla promozione dell’Entella in B, oggi gioca a Foggia. Di certo l’Italia l’ha girata in lungo e in largo.

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È in corso di svolgimento in Uruguay la ventisettesima edizione del Sudamericano Sub-20, principale competizione giovanile organizzata dalla CONMEBOL. La prima fase si è già completata e le dieci squadre partecipanti, originariamente divise in due gruppi da cinque, sono diventate sei, tutte incluse in un girone finale chiamato Hexagonal che determinerà non solo la nazione vincitrice ma anche le quattro qualificate al Mondiale Under-20 in programma per il mese di giugno in Nuova Zelanda e le partecipanti alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 (dove il Brasile, ovviamente è qualificato di diritto in quanto paese ospitante). Come sempre questo torneo è una vetrina per le innumerevoli giovani promesse del panorama sudamericano, calcio tradizionalmente pieno di giocatori tecnici e dotati di una fantasia superiore alla norma, e non a caso in questi giorni a Montevideo e dintorni si trovano una serie di scout dei principali club europei, alla ricerca di qualche potenziale campione da portare al di là dell’oceano per un valore di mercato ancora abbordabile.

Argentina

È la grande favorita per la vittoria finale, e non potrebbe essere altrimenti vista la batteria di talentissimi a disposizione del CT Humberto Grondona, tra cui l’attuale capocannoniere del torneo e la stella assoluta. Il primo è Giovanni Simeone (1995, River Plate), figlio del Cholo Diego Pablo e numero 9 della Selección con la media esatta di un gol a partita, sette gol in altrettante gare giocate mettendo a referto tre doppiette, numeri che testimoniano quanta dimestichezza abbia con la porta e quanto sia letale nei sedici metri finali, zona dove eccelle per qualità fisica e finalizzazione (calcia in maniera molto potente col destro, ma non disprezza le conclusioni col mancino).

L’altro, il giocatore più forte tra tutti i convocati, è Ángel Correa (1995, Atlético Madrid), gioca da seconda punta ma può essere impiegato anche come trequartista e ha una storia notevole alle spalle pur non avendo ancora compiuto vent’anni: nel 2011 ha ricevuto la cresima da Jorge Bergoglio, l’attuale Papa Francesco che ai tempi era l’arcivescovo di Buenos Aires, nel 2013 si è imposto in prima squadra con il San Lorenzo conquistando il Torneo Inicial e nel 2014 la Copa Libertadores, poi è andato all’Atlético Madrid ma non ha potuto debuttare a causa di un tumore al cuore riscontrato nelle visite mediche, con conseguente operazione per fortuna andata bene che non ha compromesso l’ascesa della sua carriera. Tornato a giocare proprio nel Sub-20, dopo sei mesi di inattività, ci ha messo pochissimo per mostrare nuovamente le sue doti impressionanti di velocità, dribbling e conclusione, segnando al debutto contro l’Ecuador e ripetendosi due volte contro il Perù, la prima nel girone iniziale e la seconda nell’Hexagonal con un tremendo destro a giro da venticinque metri finito nel sette.

In aggiunta ai due fuoriclasse in attacco gli argentini sono messi bene anche dietro grazie alla presenza di Emanuel Mammana (1996, River Plate), centrale difensivo con un passato da centrocampista che gli permette di essere bravo a impostare oltre che notevole in fase di marcatura, e al portiere Augusto Batalla (1996, Real Madrid Castilla), appena prelevato dal Real Madrid per giocare nella squadra B allenata da Zinédine Zidane.

Brasile

La Seleção risponde con la solita qualità dalla metà campo in avanti, magari non con un Dream Team come quello del 2011, che stravinse in Perù con Lucas Moura, Neymar e Oscar, ma con tanti elementi che sicuramente si faranno notare anche in Europa nel breve periodo. La Juventus pare abbia messo gli occhi su Gerson da Silva (1997, Fluminense), trequartista mancino capace di giocare in diverse posizioni del centrocampo grazie alle sue doti tecniche e autore di diversi assist, tra cui due contro l’Uruguay per i gol di Marcos Guilherme (1995, Atlético Paranaense), un piccoletto al quale è praticamente impossibile togliere il pallone dai piedi quando parte in progressione. Nei verde-oro sta facendo molto bene anche Robert Kenedy (1996, Fluminense), attaccante esterno sulla destra ma mancino di piede e autore di uno dei gol più belli della manifestazione, un tiro potentissimo col sinistro da trenta metri sul primo palo contro il Venezuela, mentre è un po’ in ombra Gabriel Barbosa (1996, Santos), noto con il soprannome Gabigol e definito il nuovo Neymar, il paragone ingombrante evidentemente pesa perché fin qui si è visto poco.

Colombia

È detentrice del titolo e di norma fa esplodere un giocatore a ogni torneo, quest’anno potrebbe essere Jeison Steven Lucumí (1995, América de Cali), centrocampista già titolare indiscusso nella sua squadra di club e rapidissimo specialmente quando parte dalla fascia e si accentra per calciare in porta, oppure Andrés Felipe Tello (1996, Envigado) che la Juventus ha appena opzionato e porterà a Torino a breve.

Uruguay

Nella formazione padrone di casa le migliori indicazioni sono state fornite da tre giocatori: Gastón Pereiro (1995, Nacional Montevideo), trequartista mancino dall’ottimo dribbling, autore di ben quattro gol pur non essendo una punta e cresciuto con il mito di Álvaro Recoba tanto da essersi tatuato sul braccio destro la faccia del Chino, Franco Acosta (1996, Villarreal B), centravanti della Celeste già ingaggiato dal Villarreal, un attaccante che sa essere devastante ogni volta che gli viene lasciato un minimo di spazio, e Nahitan Nández (1995, Peñarol), capitano della squadra e già leader del centrocampo pur essendo professionista da neanche un anno, un mediano davanti alla difesa ma con i piedi di un trequartista.

Le altre

Nel resto della manifestazione i prodotti più interessanti si trovano nel Cile, dove Cristián Alejandro Cuevas (1995, Universidad de Chile) ha fatto capire perché il suo cartellino sia da due anni di proprietà del Chelsea (ma per ora sta venendo prestato in giro per il mondo, prima in Olanda e ora nuovamente in patria) soprattutto per via della magnifica punizione da trenta metri indirizzata sotto l’incrocio dei pali col Brasile, nell’Ecuador già eliminato invece si trova un rimpianto della Juve, perché José Francisco Cevallos (1995, LDU Quito) era passato da Torino nel 2013 in prestito senza poi essere riscattato, fra le linee di centrocampo e attacco ha fatto spesso la differenza con un pregevole dribbling nello stretto e un tiro niente male.

Il Liverpool pare sia pronto a fare un’offerta importante per assicurarsi le prestazioni di Sergio Díaz (1998, Cerro Porteño), attaccante di appena sedici anni ma già protagonista con un gol al debutto contro la Bolivia, nel Paraguay c’è anche un giocatore della Serie A, Antonio Sanabria (1996, Sassuolo), di proprietà della Roma e con un passato al Barcellona: fin qui non ha impressionato ma il talento c’è. Si è visto poco dal Venezuela e pochissimo dalla Bolivia (eliminata con zero punti e tredici gol subiti in quattro partite), la sorpresa è stata il Perù, qualificatosi alla seconda fase pur con una difesa rivedibile (sei reti incassate dall’Argentina con due autogol di cui uno tragicomico del portiere) grazie soprattutto ad Alexander Succar (1995, Sporting Cristal), attaccante con doti da opportunista dell’area di rigore.

È ancora presto per dire se questi talenti potranno tutti sfondare nel calcio dei grandi, ma già qualcosa hanno fatto vedere e in qualche caso le squadre europee si sono mosse con largo anticipo, alcuni di loro avranno la possibilità di confermarsi tra qualche mese al Mondiale Under-20 e non sarebbe strano vederli a breve in Europa, magari anche in Italia.

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Non serve un nostalgico per dire che Okaka e Gabbiadini non sono Vialli e Mancini, né lo saranno mai. E tutto sommato non sono nemmeno Cassano e Pazzini. E non serve un grande intenditore di calcio per affermare che Matri e Pinilla non valgano Aguilera e Skuhravy o che entrambi non metteranno assieme, nella loro carriera, i gol realizzati da Milito.

Eppure la classifica dice che al terzo e al quarto posto di questo incredibile campionato post mondiale ci sono loro: Genoa e Sampdoria, due realtà che amano far bene le cose assieme, almeno così dice la storia recente. Recentissima quella della Sampdoria di Del Neri e del primo Genova di Gasperini, più vintage quella che andò in scena nei primi anni ’90 quando Genova, o Zena che dir si voglia, si trasformò per una stagione nella capitale del calcio italiano.

Era un altro calcio, è bene dirlo, ma anche quella volta Samp e Genoa non partivano certo tra le favorite. Mantovani, allora presidente della Sampdoria aveva resistito alle sirene del mercato trattenendo i suoi gioielli: non solo il Mancio e Vialli, che in realtà veniva da un Mondiale molto opaco, ma anche Dossena, Pietro Vierchowood, il portiere Pagliuca. A questi aveva anzi aggiunto Katanec e Mikahilichenko, vero crack dell’estate, sebbene di lui Boskov dicesse “Se anziché ricevere continuamente ambasciatori dell’Unione Sovietica andasse nei locali con i compagni di squadra si integrerebbe molto meglio“.

Che allenatore Vujadin Boskov, per intelligenza tattica e per capacità di responsabilizzare i giocatori aveva pochi eguali. La sua intelligenza era tale da far credere alla stampa e alla squadra stessa che non fosse lui a comandare. E invece comandava eccome. Lavorava con un gruppo di 13/14 fedelissimi in un’epoca in cui il Milan di Berlusconi iniziava a concepire l’idea di avere due squadre. Era serbo, come Mihajlovic, ma il suo italiano da parodia arrivava chiaro alle orecchie dei giocatori e le sue metafore erano parabole di vita.

Quella Sampdoria era una squadra costruita silenziosamente per ottenere risultati importanti: non arrivò solo lo scudetto ma diverse coppe e un paio di finali perse, entrambe con il Barcellona, prima in Coppa delle Coppe, poi in Champions League, a Wembley. Il Genoa guidato da Aldo Spinelli aveva investito meno. Veniva da una rincorsa che l’aveva portato dalla B alla alla A nel 1989 e una finale di Mitropa Cup persa nell’ultima partita giocata dal Bari allo Stadio Della Vittoria. Eppure nel 1990 Spinelli, durante i Mondiali, si innamorò di due giocatori incredibilmente diversi tra loro. Una prima punta agile e sgraziata, il primo prototipo di papero sudamericano ad arrivare in Italia. Infatti lo chiamavano Pato, Aguilera.

Della colonia uruguiana sbarcata in Italia quell’estate, con Herrera, Paz e Francescoli, Perdomo e la conferma di Ruben Sosa, era il meno credibile. Eppure si impose grazie anche ai movimenti di un altro giocatore esploso durante le notti magiche: era alto, bello e con i capelli lunghi e si chiamava Thomas Skuhravy, attaccante di una Cecoslovacchia ancora unita. I due non si erano mai visti prima e nelle foto di repertorio assieme facevano sorridere. Basso e brutto Aguilera, altissimo e bello il ceco, sembravano non credere ad una loro coesistenza, nemmeno nelle figurine. Che invece arrivò, grazie al sapiente lavoro di Osvaldo Bagnoli, arrivato in punta di piedi a sostituire un mito della gradinata Nord, il compianto professor Franco Scoglio, a sua volta trasferitosi a Bologna a rimpiazzare il re della zona Maifredi, che avrebbe dovuto emulare le gesta di Sacchi alla Juventus.

In questo giro di zonisti e profeti del calcio spettacoli Bagnoli rivendicava l’importanza della marcatura a uomo e del contropiede. In pochi mesi Bagnoli mise su una squadra perfetta, rilanciando il brasiliano Branco che in Italia era passato (senza lasciare alcun ricordo) da Brescia qualche anno prima, rendendo utile persino quel Perdomo che per Boskov non poteva giocare nemmeno nel giardino di casa sua. E scoprendo talenti assoluti come Eranio, portando il Genoa fino alla semifinale di Coppa Uefa, persa in maniera rocambolesca contro l’Ajax che di lì a poco sarebbe diventata, per un biennio buono, la squadra più forte del mondo. Il tutto dopo aver eliminato il Liverpool in una partita epica, ad Anfield, che ogni genoano ricorda.

Cosa hanno in comune quelle storie con quelle attuali? Poco, ad onor del vero, perché nel frattempo è tutto il calcio, specialmente quello italiano, ad essere cambiato. E questo accresce ancora di più l’impresa di Ferrero e Preziosi, presidenti istrionici, molto diversi dai predecessori anni ’90. Per quanto riguarda gli allenatori c’è un punto in comune: serbo come Boskov, Mihajlovic è abilissimo a gestire lo spogliatoio, sebbene nella sua squadra ci siano meno primedonne rispetto alla squadra di Mancini e compagni. Gasperini ricorda Bagnoli perché, vista l’età mediamente giovane dei suoi colleghi allenatori, è uno dei tecnici più esperti di questo campionato. Entrambi hanno allenato l’Inter, ma in circostanze diverse. L’Osvaldo della Bovisa riuscì a conquistare un secondo posto con una squadra tutt’altro che imbattibile, nella quale Manicone e Jonk reggevano il centrocampo e Ruben Sosa l’attacco, il Gasp ha totalizzato tre panchine di campionato prima di essere malamente, e forse anche ingiustamente, esonerato.

Fatto sta che Gasperini sembra aver trovato la propria dimensione solo nella Genova rossoblù, e forse per questo rilancia affermando che questa squadra è più forte di quella di Motta e Milito. Non ha torto, potenzialmente questi ragazzi hanno un grandissimo futuro davanti. Molti facevano parte della squadra campione d’Italia primavera nel 2010. Come Mattia Perin, un portiere dalle incredibili capacità atletiche. Dove possono arrivare queste due squadre? Considerando lo scarso livello e la scarsissima continuità delle contendenti non ci sorprenderemmo se si piazzassero dietro le prime 3, conquistando un posto in Europa.

Il difficile sarà ripetersi, vista la stagione da incubo che stanno vivendo Parma e Torino, rivelazioni della passata stagione. Ma a Genova sono state costruite basi solide per stupire e per costruire progetti a lunga durata. Con Sinisa e Gasperini, con Ferrero e Preziosi. E con un pensiero alle magie di Vialli, Mancini, Aguilera e Skhuravy. Perché la storia, a Genova come nel resto d’Italia, va conosciuta e tramandata. Forza Zena.

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Che Manuel Neuer in questo momento sia il portiere più forte del mondo non è oggetto di discussione. Ci sembra del tutto evidente. Il dubbio, semmai, è capire se ci troviamo di fronte al portiere più forte di tutti i tempi. L’unico in grado di cambiare il ruolo in maniera radicale, grazie anche all’indottrinamento del suo mentore Guardiola, e di permettere alla propria squadra, sia essa il Bayern o la nazionale tedesca, di giocare in 12. Sì, in 12, perché avere in porta Neuer significa giocare con un muro tra i pali e un difensore in più rispetto agli avversari. Il raggio d’azione del portiere tedesco arriva infatti quasi oltre la tre-quarti di campo. Immaginiamo soluzioni tattiche in cui, soprattutto a partita in corsa, l’allenatore di Neuer decide di rinunciare ad un centrale per inserire una punta e un centrocampista semplicemente spostando il raggio del proprio portiere più avanti. Ecco perché Neuer si candida prepotentemente (e come se no) alla vittoria del Pallone d’Oro, andando a sfidare due mostri sacri del calcio quali Cristiano Ronaldo, tuttora favorito secondo le quote Betclic, e Messi.

Ma Neuer ha ridotto il distacco dai due perché sta disputando un finale di anno a livelli ancora superiori alle performance che gli hanno permesso di conquistare il titoli di campione di Germania con la sua squadra di club e quello di campione del Mondo con la sua nazionale. Sintesi perfetta la partita contro la Roma, all’Olimpico, nella quale il roboante risultato (7 a 1) ha fatto passare in secondo piano l’incredibile prestazione del portiere tedesco che ha letteralmente chiuso la propria saracinesca. È vero, Neuer rischia. Ma con un margine di errore inferiore all’1% si può dire che i suoi siano tutti interventi calcolati al millimetro. Nella partita contro l’Algeria, la più sudata della Germania nei Mondiali brasiliani, il portierone tedesco ha giocato da libero, neutralizzando tutti i lanci lunghi dei nordafricani e permettendo ai propri compagni di risparmiare forze in vista dei supplementari, poi vinti. Inoltra la “giocata” è a tutti gli effetti, una delle chiavi di vittoria più importanti nel calcio moderno. Chi rischia la giocata è più spesso determinante di chi fa la cosa semplice. Lo sanno gli allenatori che responsabilizzano non solo il numero 10 ma anche il centrocampista davanti alla difesa (vedi Pirlo) o il difensore centrale (Thiago Silva, per citarne uno). Con Neuer la giocata appartiene anche al portiere, ormai.

Cambiare un ruolo significa avere ottime possibilità di conquistare il Pallone d’Oro. Negli anni ’90 l’ultimo tedesco a conquistare questo premio fu Matthias Sammer che cambiò il ruolo del centrale difensivo. Non era un campione e Franco Baresi avrebbe meritato, senza temi di smentita, quel premio molto più di lui. Ma il Pallone d’Oro andò a Dortmund comunque. Per quanto gli assolutismi collimino poco con il calcio, Neuer è già nel Gotha dei 10 portieri più forti di tutti i tempi. In ottima compagnia assieme ad almeno tre italiani: Buffon, Zenga e Zoff in ordine di tempo, e con leggendari interpreti del ruolo quali Yashin, Zamora e Banks. Nessuno dei predecessori tedeschi è alla sua altezza: né Sepp Maier né Harald Schumacher che faceva le stesse uscite spesso travolgendo l’avversario di turno. Per informazioni chiedere al francese Battiston, che per poco non finiva male. Nel calcio moderno, con i rossi facili, Schumacher avrebbe spesso lasciato in 10 la sua squadra. Ancora meno convincenti Bodo Illgner, campione del mondo nel ’90 e Lehmann. Potenzialmente fortissimo Khan macchiatosi però di alcune papere incredibili in partite decisive, vedi finale dei Mondiali 2002.

Forse per definite Neuer il portiere più forte di tutti i tempi dovremo aspettare ancora altri anni. A 27 anni il ragazzo ha almeno altri 10 anni di carriera davanti: il tempo giusto per vincere tutto e toglierci ogni dubbio. Nel frattempo la discussione contro i puristi del ruolo, quelli che vedono Buffon e Casillas avanti a tutti, continua. Buffon ha sfiorato quel premio nel 2006 quando fu battuto dall’amico Cannavaro, ma questa volta, nonostante le quote ancora basse, sembra che la sfida sia più aperta che mai. Messi ha disputato un’annata al di sotto dei suoi standard. Con una finale Mondiale non all’altezza della sua fama. Cristiano Ronaldo, macchina perfetta, si è inceppato ai Mondiali dove il suo Portogallo è stato eliminato nel girone. Se tanto mi da tanto, Neuer può davvero giocarsela. Sfidare e battere i mostri sacri, magari con un tackle deciso dei suoi. Quelli da ragazzo “maleducato”, nonostante la faccia d’angelo. Pensate al tedesco che in uscita deve anticipare uno scatto di Cristiano. Vuoi vedere che è la volta buona per un portiere?

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Zeman e Juventus di nuovo uno contro l’altra. In campo, dove i due nemici si sono affrontati spesso e volentieri, quasi quanto fuori dal rettangolo di gioco. È una guerra sacra, di religione quasi, quella tra il tecnico boemo e la società bianconera. C’è chi dice che uno porti la bandiera dell’onestà del calcio contro il club che – anche prima di Calciopoli – in molti additavano come la strega cattiva, in grado di condizionare arbitri e Palazzo pur di vincere. Più prosaicamente, c’è chi parla di invidia da parte di Zeman nei confronti di una squadra che non è mai riuscito ad allenare. Pur essendo stato suo tifoso – così dice – da piccolo, quando lo zio Vycpalek allenava proprio la Signora. Infine, c’è chi è convinto che tra l’allenatore e la Juve non corra buon sangue a causa di Luciano Moggi, che avrebbe fatto di tutto per distruggere la carriera di Zdenek. Le frasi graffianti indirizzate ai campioni d’Italia sono tante. E alcune sono vecchie di 20 anni.

1. Il calcio deve uscire dalle farmacie

Quando si parla di doping, con Guariniello che punta il dito contro la Juventus, per Zeman è il momento di entrare in azione. Perentorio nel dire che “il calcio deve uscire dalle farmacie” nel 1998. Ma in relazione al presunto uso di creatina da parte della Juve di Marcello Lippi, il tecnico boemo è incontenibile e ne ha per tutti. Per Peruzzi: “Se un portiere di 28 anni deve cambiare misura dei guanti perché gli sono cresciute le mani, vuol dire che c’era qualcosa che non andava”. Su Del Piero e Vialli: “Sono fin troppo misteriosi i muscoli di Vialli e Del Piero”. E ancora su Vialli e i suoi “non so” in udienza: “Spero che a Vialli torna presto memoria”. Infine: “Le esplosioni muscolari di alcuni giocatori? E’ uno sbalordimento che comincia con Vialli e arriva fino a Del Piero. Io che ho praticato diversi sport, pensavo che certi risultati si potessero ottenere solo con il culturismo, dopo anni e anni di lavoro specifico”. 

2. Togliere i trofei vinti alla Juventus

Ancora doping. Sono passati sei anni, Zeman torna sul processo che, poi, vedrà gli imputati assolti per prescrizione. “Se la Juve è colpevole, bisogna toglierle i trofei vinti in questi anni perché non le spetterebbero”. Come mai negli ultimi anni non ci sono più giocatori risultati positivi al nandrolone gli chiedono le Iene nel 2004: “Perché hanno cambiato shampoo, sono finiti i cinghiali”.

3. Moggi vuole distruggermi

Zeman viene esonerato dal Napoli e racconta ai magistrati: Corrado Ferlaino, l’ex presidente del Napoli, affermò che il mio ingaggio, con preordinata decisione di esonero, era stato in realtà architettato dallo stesso Luciano Moggi per distruggermi anche sul piano squisitamente tecnico”. “Se l’essenza del calcio è il doping o il comprare gli arbitri, allora io sono molto lontano da questo”.

4. Sentenze della giustizia sportiva non adeguate

Zeman torna in panchina dopo il ciclone Calciopoli. E subito dice: A mio giudizio le sentenze della giustizia sportiva non sono state adeguate a quello che è successo, a uno scandalo che era stato descritto come il più grave del calcio mondiale”. La Juve in serie B e penalizzata non basta al boemo. E ancora: “Non è colpa mia se la Juve è in serie B, evidentemente è stata guidata male”.

5. Io faccio ancora calcio, Moggi no

Moggi è l’avversario storico. Dopo che l’ex direttore generale bianconero viene radiato dal mondo del calcio, Zeman esulta a modo suo: “Io faccio ancora calcio, lui no. Credo che questo vorrà pur dire qualcosa”.

6. Scudetti della Juve? 22 o 23

Scudetti bianconeri, terza stella sul petto. Zeman, naturalmente, è di parere opposto: “Se voglio, anche io posso mettermi due stelle sul petto. Quanti sono gli scudetti della Juve? Al massimo 22 o 23. Poi, ognuno fa come vuole”. E poi: “Quanti sono gli scudetti della Juventus? Per me sono tanti quanti quelli assegnati. Certo, se mi leggo alcuni libri e alcune dichiarazioni, penso che anche 28 sono troppi”.

7. Allenatore squalificato non dovrebbe allenare

Sempre la Juve e Zeman contro. Zdenek questa volta se la prende con Antonio Conte, squalificato per le partite dalla Federazione, ma autorizzato durante la settimana a dirigere gli allenamenti: Se è giusto che un allenatore squalificato alleni? Anche i giocatori squalificati si allenano. Ma se c’è una squalifica per un tempo lungo, dai tre mesi in poi, un allenatore non dovrebbe allenare”.

8. Un pronostico? Chiedetelo a Buffon

Si gioca Juventus-Roma e Zeman ironizza: “Un pronostico per la partita? No so, chiedetelo a Buffon. Io vado solo in tabaccheria, è lui quello che passa in sala scommesse”.  Sempre su Buffon, capitano e quindi simbolo della Juve, dopo le dichiarazioni del portiere sul gol fantasma di Muntari: Di solito durante una partita nessuno direbbe se il pallone è entrato in porta o no, dopo la gara però si deve ammetterlo. E chi lo fa è solo onesto. Buffon è anche capitano e portiere della Nazionale: credo che debba dare l’esempio e dimostrare onestà”.

9. Ce l’ho con chi fa il male del calcio, quindi contro chi ha lavorato per la Juve

Zdenek Zeman a volte cerca di non apparire smaccatamente anti – bianconero, ma non gli riesce molto bene. “Io non ce l’ho con la Juve, anche perché sono nato juventino. Io ce l’ho con chi ha fatto il male del calcio e quelle persone lavoravano per la Juve”.

10. Tifosi Juve, leggete le sentenze

Quando Zeman torna ad affrontare la Juve, dopo la sentenza sul doping, dice “Penso che qualche juventino ce l’avrà con me, ma penso anche che se leggessero le motivazioni della sentenza, capirebbero anche loro che questa è una storia triste. Io sono un uomo di calcio e voglio che si rispettino le regole. Chi lo fa è mio amico, chi imbroglia è mio nemico”. Sono passati 9 anni da allora.

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Noi italiani soffriamo di saudade molto di più dei brasiliani. Almeno nel mondo del calcio. Sarà che l’Italia è un Paese dove si mangia bene e ci sono belle donne, ma in questo Calciomercato 2015, tanti sono stati i ritorni di chi era emigrato all’estero a cercare un po’ di fortuna e a fare esperienza. Da DiamantiGilardino, da Bocchetti a SantonCerci. La serie A riacquista vecchi pilastri. Non solo nostrani: la Sampdoria, per esempio, ha riportato nel Bel Paese un certo Samuel Eto’o. Evidentemente, anche lui nostalgico.

Alessio Cerci (Milan)

Alessio Cerci è sopravvissuto sei mesi scarsi oltre confine. Il tempo di capire che l’Atletico Madrid più che l’Isola dei Famosi (l’anno passato hanno vinto la Liga a perso la Champions all’ultimo secondo) era l’Isola che non c’è. L’ex Torino ha visto il campo con il contagocce, nonostante le premesse iniziali. Sei in tutto le presenze, nemmeno una rete in campionato. Quella Liga che vede gente come Messi e Cristiano Ronaldo fare doppiette e triplette come se piovesse.

Perché ha fatto bene a tornare

Cerci ha fatto bene a tornare in Italia perché da noi la maglia da titolare non gliela toglie nessuno. Infatti, al Milan, è già diventato centrale nel gioco di Inzaghi. In Spagna, rischiava di perdere anche la Nazionale. Il 18 novembre si era lamentato della situazione nei colchoneros“Non sono soddisfatto dell’esperienza, gioco troppo poco”. Disse. Ora vuole tornare il tornado che aveva guidato il Toro in Europa.

Perché ha fatto male a tornare

L’Atletico Madrid al momento è una delle migliori squadre di tutto il continente. Ha un allenatore, Diego Simeone, che è tra i 2-3 più preparati attualmente. E la Liga è un campionato allenante, in cui ti confronti ogni settimana con i più grandi del momento. Al Milan, rischia di venire risucchiato dai problemi della squadra e della società. E Inzaghi, per ora, non è Simeone.

Alessandro Diamanti (Fiorentina)

In Cina, Diamanti ha vinto il campionato con il Guangzhou Evergrande allenato da Marcello Lippi. E il sogno Champions asiatica si è interrotto ai quarti di finale. Diamanti ha vissuto sei mesi di buon livello, mettendo a segno in totale otto reti, quattro su punizione. La Fiorentina lo ha riportato a casa.

Perché ha fatto bene a tornare

Il campionato cinese non è certo di prima fascia. Le gesta di Alino arrivavano sfumate da noi. Insomma, era finito nel dimenticatoio. Ogni tanto, in tv, qualche suo gol. Poca roba. La Fiorentina gioca bene, Montella saprà valorizzarlo. Lui, poi, da queste parti aveva assaggiato l’amaro calice della C2. Giocare al Franchi in serie A è tutta un’altra cosa.

Perché ha fatto male a tornare

Poteva alzare la Champions con la squadra cinese. Al secondo tentativo. Cosa che difficilmente gli capiterà in viola. E attenzione a quando i big saranno tutti abili e arruolati: lui troverà ancora posto da titolare?

Alberto Gilardino (Fiorentina)

Un po’ lo stesso discorso fatto per Diamanti. Pure lui al Guangzhou ha vinto il campionato e ha arricchito il suo bagaglio d’esperienza. A 32 anni, però, la voglia di tornare è stata più forte di tutto. Se poi a chiamare è la Fiorentina.

Perché ha fatto bene a tornare

Campione del mondo 2006, il Gila non si sente finito o sul viale del tramonto. Attirato inizialmente dai soldi dell’Oriente, a Firenze vuole fare 200 gol in serie A (è a 174) e arrivare a quota 60 con la maglia della Fiorentina (è a 48). Si dovrà impegnare, la concorrenza c’è. Ma anche l’amore di quelli che erano già stati i suoi tifosi.

Perché ha fatto male a tornare

L’attaccante biellese si ritrova Gomez e Babacar. E prossimamente pure Giuseppe Rossi. La Viola lo ha voluto per i tanti impegni che la attendono, ma in attacco pare esserci sovraffollamento. Soprattutto se Montella continuerà a insistere sulla punta sola. Gomez si è svegliato e questo non è un bel segnale per Gilardino. Attenzione poi ai nostalgici, pronti a dargli del ‘vecchio’ se non troverà presto la via del gol come ai bei tempi.

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Samuel Eto’o (Sampdoria)

In Italia ha vinto il Triplete con l’Inter dopo aver fatto sfracelli in Spagna con la maglia del Barcellona. L’attaccante dei bei tempi forse è acqua passata, ma lui ha voglia ancora di lottare per qualcosa di importante. Se terrà a bada il carattere e si calerà alla perfezione nella realtà Sampdoria che non può essere né quella nerazzurra né quella catalana.

Perché ha fatto bene a tornare

Perché Genova si è prostrata ai suoi piedi fin dalla presentazione. E Samuel ha bisogno di sentirsi una stella per rendere al meglio. Esiliato all’Anzhi (seppure un esilio dorato), poi al Chelsea e all’Everton, conosce già le difese italiane e sa come fregarle. Non dimentichiamo, poi, che in blucerchiato lo attende anche una carriera dietro la scrivania. Insomma, rischia seriamente di essersi sistemato definitivamente il globetrotter camerunense.

Perché ha fatto male a tornare

L’inizio con Mihajlovic non pare incoraggiante. Subito un litigio tra due ‘personaggi’ che non ammettono si deragli. Saprà trovare l’accordo con l’allenatore? Si ritrova in una squadra senza campioni, ma dove tutti remano dalla stessa parte. Saprà calarsi nella parte? E ancora: a Genova non si lotta per lo scudetto. Almeno finora. Saprà comunque sacrificarsi dando il buon esempio?

Davide Santon (Inter)

Riecco il bambino prodigio che torna nella squadra che lo ha cresciuto, dai 14 anni in poi. Arriva dal Newcastle e, a quanto ha detto, proprio gli inglesi lo hanno costretto ad accettare il trasferimento.

Perché ha fatto bene a tornare

In Italia si è consacrato, arrivando a diventare – per la Uefa – uno dei dieci giovani più promettenti europei. In Italia potrà continuare a crescere, forte dell’esperienza all’estero. E poi, Roberto Mancini in persona lo ha voluto, il che dovrebbe dargli tranquillità.

Perché ha fatto male a tornare

Forse aver ammesso di essere tornato contro la sua volontà non è stato il gol più bello nella sua carriera. Ora dovrà riconquistarsi la stima dei tifosi interisti. Arriva in una squadra che annaspa, saprà ridarle entusiasmo? Quello stesso entusiasmo che lo portò a diventare campione Allievi con l’Inter e a partecipare alla vittoria del Mondiale per Club, entrando in campo nella finale.

Salvatore Bocchetti (Milan)

Passato un po’ sotto silenzio l’acquisto di Salvatore Bocchetti da parte del Milan. Inzaghi vuole così sistemare le falle in difesa e il giocatore è stato già schierato titolare a sinistra. Non è un fuoriclasse, ma può contribuire alla risalita rossonera.

Perché ha fatto bene a tornare

Lo Spartak Mosca non l’aveva trattato molto bene. E dire che era reduce da un’esperienza triennale molto positiva con il Rubin Kazan, condita pure da 9 gol. In rossonero, avrà la possibilità di riconquistare spazio e considerazione. Chissà, anche nelle idee di Antonio Conte.

Perché ha fatto male a tornare

Nel campionato russo stava facendo bene (più a Kazan che a Mosca). E avrebbe continuato, non fosse stato per il grave infortunio di agosto 2013 (rottura del ginocchio). Al Milan, non c’è spazio e tempo per riprendersi con calma. Dovrà subito dimostrare di essere integro e di servire alla causa. Pena: la panchina.

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Michele Canini (Parma)

Il Parma si è assicurato nel mercato invernale il difensore Michele Canini che, soprattutto a Cagliari, aveva dimostrato di poter essere all’altezza della serie A. La classifica piange, in Emilia, ma lui è uno abituato a soffrire e a lottare.

Perché ha fatto bene a tornare

L’esperienza all’Fc Tokyo, diciamo la verità, è stato piuttosto fallimentare. Appena tre presenze e nessuna rete. Rivedere la serie A è quasi una sorpresa per Canini. A Parma ha tutto da guadagnare e nulla da perdere. Dovesse fare bene, indipendentemente dal destino della squadra, non faticherà a mantenere la massima serie. Lui.

Perché ha fatto male a tornare

Gli yen giapponesi valgono anche qualche delusione. Ma Canini ha deciso di tornare all’euro. Se è vero che a Parma ha tutto da guadagnare, è altrettanto vero che la situazione è quasi disperata. E poi, c’è l’incognita stipendi.

Mato Jajalo (Palermo)

Croato, in Italia se lo ricordano a Siena, dove ha giocato nella stagione 2009/2010. Quasi cinque anni dopo, rieccolo, con la maglia del Palermo. Arriva dal Rijeka, con cui ha rotto e rescisso consensualmente il contratto. Dopo l’esperienza italiana, pareva aver trovato la sua dimensione a Colonia (90 presenze e 5 gol), ma poi ha ripreso a girovagare.

Perché ha fatto bene a tornare

A Rjieka ormai era visto come fumo negli occhi, dopo aver abbandonato l’albergo del ritiro invernale. Aver trovato un ingaggio in Italia, da Zamparini, è sicuramente come aver vinto alla lotteria. Dovrà meritarsi il posto da titolare.

Perché ha fatto male a tornare

In Sicilia, si sono abituati al bel gioco e a calciatori che danno del tu al pallone. Lui non è questo tipo di calciatore. Dovrà sgomitare per farsi notare e per sfruttare la grande chance che gli è stata offerta. Sa giocare in tutti i ruoli di centrocampo, ma la mancanza di specializzazione potrebbe essere un handicap.