CALCIO

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A grandi passi verso la finale di Berlino. I quarti di finale di quest’edizione di Champions League prevedono due sfide che si sarebbero tranquillamente potute verificare il prossimo 6 giugno all’Olympiastadion: una è la riedizione dell’ultimo atto di undici mesi fa a Lisbona, il derby di Madrid, l’altra è un succosissimo PSG-Barcellona che servirà per capire se i parigini hanno effettuato il salto di qualità per diventare pretendenti al titolo. Non meno importante la sfida tra Juventus e Monaco, ma così come Porto-Bayern Monaco a livello internazionale l’impegno dell’unica rappresentante italiana rimasta in corsa passa un po’ in secondo piano. Ecco la preview delle quattro gare in programma.

ATLÉTICO MADRID – REAL MADRID

(andata martedì 14, ritorno mercoledì 22)

Ancora una volta contro, come se non fossero bastate le sei sfide già disputate in questa stagione. L’attesa è spasmodica come sempre a Madrid, perché Atlético-Real è più di un derby (o derbi, come dicono nella capitale spagnola), e se si gioca fuori dalla Liga prende ulteriore valore. Il bilancio stagionale nei confronti diretti sorride clamorosamente alla squadra di Simeone: tra campionato, Copa del Rey e Supercopa de España i colchoneros non hanno mai perso, con quattro vittorie e due pareggi senza mai subire gol al Vicente Calderón, e Ancelotti non vince dalla finale di Lisbona, peraltro conquistata ai supplementari. Il recente stato di forma invece fa pendere la bilancia dalla parte dei blancos, perché dopo la sconfitta col Barcellona il Real ha vinto tre volte in sei giorni (compreso il roboante 9-1 al Granada con cinquina di Cristiano Ronaldo), mentre l’Atleti è lentamente scivolato lontano dalle posizioni di testa. Merengues con la squadra praticamente al completo, rojiblancos con Godín e Mandžukić convalescenti ma Griezmann in gran forma: regnerà l’equilibrio.

JUVENTUS – MONACO

(andata martedì 14, ritorno mercoledì 22)

Sulla carta è la sfida dall’esito meno incerto del lotto, ma come spiegato la settimana scorsa (vedi approfondimento) guai a dare la Juve già in semifinale. Lo scivolone di sabato a Parma non può essere considerato un campanello d’allarme per i bianconeri, che al Tardini hanno fatto robusto turnover per arrivare al meglio all’appuntamento europeo, tuttavia Massimiliano Allegri non potrà disporre di Paul Pogba e Andrea Pirlo dovrebbe essere arruolabile solo per la panchina: Álvaro Morata e Carlos Tévez sono comunque le due bocche di fuoco alle quali la Juve si affida per chiudere i conti già all’andata a Torino. Ricardo Carvalho e Jérémy Toulalan, usciti malconci dal netto 0-3 in casa del Caen di venerdì scorso, sono recuperati e Leonardo Jardim potrà schierarli dal primo minuto, il club del Principato è tornato dopo undici anni a questo punto della manifestazione e cercherà di conquistare un’altra notte di gloria come nell’exploit del 2004, quando arrivò fino alla finale persa col Porto. Dominio contro solidità: Juventus favorita, ma dovrà confermarlo sul campo.

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PARIS SAINT-GERMAIN – BARCELLONA

(andata mercoledì 15, ritorno martedì 21)

È il momento della verità per il PSG, che dopo aver eliminato il Chelsea ai supplementari deve confermare i progressi europei contro un altro avversario di livello. Nell’andata al Parco dei Principi non ci saranno Zlatan Ibrahimović e Marco Verratti a causa della squalifica, ma i due torneranno al Camp Nou dove si deciderà la qualificazione, e lo svedese vorrà certamente dare un dispiacere alla squadra in cui ha militato nella stagione 2009-2010. Entrambe in testa nei rispettivi campionati, il PSG viene dalla vittoria in finale di Coupe de la Ligue (4-0 senza storia al Bastia sabato scorso) mentre il Barça si è fatto rimontare due gol a Siviglia, con il 2-2 che ha dimezzato il vantaggio sul Real da +4 a +2. Luis Enrique al Sánchez Pizjuán ha di nuovo dovuto fare i conti con un suo giocatore polemico (Neymar, sostituito anzitempo) ma negli ultimi mesi Luis Suárez ha ritrovato la forma di Liverpool e Lionel Messi è sempre una macchina da gol. Attacchi stratosferici contro difese non al meglio (Dani Alves squalificato all’andata, David Luiz infortunato): difficile vedere uno 0-0.

PORTO – BAYERN MONACO

(andata mercoledì 15, ritorno martedì 21)

Anche il Bayern, così come la Juve, ha tirato un sospiro di sollievo al momento del sorteggio, avendo evitato una delle big. Il Porto è un avversario di tutto rispetto ed è improbabile che i bavaresi, comunque strafavoriti, possano ripetere le goleade già fatte in stagione contro la Roma ai gironi e lo Shakhtar Donetsk negli ottavi, anche perché Pep Guardiola in questo momento sta passando un brutto periodo a causa degli infortuni, che non possono mettere in discussione il titolo in Bundesliga (+10 sul Wolfsburg a sei giornate dalla fine) ma che influenzeranno senza dubbio la doppia sfida con i portoghesi: mancheranno infatti fra i titolari Alaba, Benatia, Javi Martínez, Schweinsteiger e soprattutto Ribéry e Robben. Lopetegui forse riuscirà a recuperare in extremis il bomber Jackson Martínez, fuori da prima della sosta per un problema fisico, ma il colombiano è tuttora in dubbio e non è sicuro che ce la faccia per l’andata al Dragão, ultimamente è diventato goleador il difensore Danilo (venduto al Real per 31 milioni di euro). Nel 1987 in finale vinse il Porto: ce la farà di nuovo a ripetersi?

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La Lazio seconda in classifica, migliore squadra del girone di ritorno (tre punti più della Juventus) e miglior attacco del campionato (un gol più dei bianconeri) è la sorpresa più significativa della stagione 2014/2015. Una crescita rilevante, dopo aver chiuso lo scorso torneo fuori dall’Europa, che ha nel tecnico Pioli, al primo anno in biancoceleste, il principale e riconosciuto deus ex machina. A fronte di una rosa che, rispetto al 2013/2014, ha aggiunto un paio di tasselli di qualità – su tutti De Vrij, Parolo e Djordjevic – ma non consacrati top player, infatti, si è assistito a un exploit che adesso potrebbe portare la squadra all’accesso diretto in Champions League, in virtù del secondo posto ai danni della Roma. Proviamo, dunque, ad analizzare l’impresa di Pioli in cinque mosse chiave.

Il gruppo unito

La mano di Pioli si è notata sin dal ritiro estivo. Grande lavoro psicologico sui singoli, parità di trattamento dai senatori ai giovanissimi, nessuno sconto per chi sbaglia, ma al tempo stesso propensione alla tutela e alla protezione dalle eccessive attenzioni che l’ambiente della Capitale è solita tributare in positivo e in negativo. Da rimarcare soprattutto la capacità di creare un sano spirito di gruppo, che isolasse la squadra dalla contestazione perenne nei confronti di Lotito, ma soprattutto la tenesse lontana da quella diffidenza che gli si respirava attorno, a maggior ragione dopo le tre sconfitte di fila all’esordio.

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Felipe Anderson

L’esplosione del craque brasiliano è uno dei principali capolavori del tecnico laziale. Non sono pochi a far coincidere l’avvio della grande rincorsa in classifica con la definitiva affermazione del talento ex Santos, avvenuta lo scorso dicembre. Dopo una prima stagione deludente, erano stati in molti a storcere il naso al cospetto dell’investimento significativo effettuato da Lotito che adesso, invece, si sfrega le mani ripassando le cifre di quest’anno: 10 gol e 6 assist in 22 presenze e una media di 6.59.

Un centrocampo ‘atomico’

Nei giorni scorsi si è parlato a lungo del record europeo, fatto segnare dalla Lazio, che ha ben sei giocatori sopra quota sette gol (meglio anche del Real Madrid); un bottino che risalta ulteriormente se si considera che quattro di questi siano centrocampisti e che proprio dalla linea mediana provengano circa il 70% del fatturato di squadra, ovvero 40 su 58, così distribuiti: Felipe Anderson a quota dieci, Mauri nove, Parolo e Candreva sette, Biglia e Lulic tre, Ederson uno.

Perfetta gestione del dualismo Klose-Djordjevic

A inizio stagione la situazione sembrava mettere a rischio la stabilità dello spogliatoio: da un lato il neo-campione del Mondo, alla soglia dei 37 anni, dall’altro un talento di buone qualità, pronto a sfruttare a pieno tutte le occasioni. Pioli ha fatto opera di equilibrismo, ha spesso mandato in panchina Klose a beneficio del più giovane, senza però mai smettere di farlo sentire coinvolto e importante; ecco spiegato il rendimento del tedesco che, dall’infortunio di Djordevic ha messo insieme otto gol, per un totale di dieci in campionato.

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Capacità di far fronte agli infortuni

La stagione è stata particolarmente travagliata soprattutto in difesa, dove spesso si sono assentati tutti i componenti del reparto titolare (un caso per tutti: Gentiletti che ha retto tre partite prima di finire ko quasi per tutto il torneo). Il tecnico, però, è stato bravo a non fornire alibi ai suoi e a tirare fuori dal cilindro autentiche novità e giocatori futuribili. Abbiamo già parlato di Felipe Anderson, ma andrebbero citati anche Cavanda riabilitato sugli esterni e Cataldi in mediana, oltre al sempre utile Onazi.

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I sette gol di Kamil Glik nell’attuale Serie A rappresentano un primato nella storia recente del campionato, che ha attirato le attenzioni di molti commentatori e appassionati. Un risultato che potrebbe essere ulteriormente ritoccato nelle prossime giornate, in virtù della sua ottima capacità di inserimento sugli sviluppi dei calci piazzati, valorizzata al meglio dagli schemi di Ventura. Sì perché il polacco, a differenza di altri suoi predecessori, non ha beneficiato di calci di rigore (né di punizione) per superare i più prolifici difensori degli ultimi due lustri.

Il riferimento è rivolto al fiorentino Gonzalo Rodriguez, autore di sei centri nel 2012/2013, ma anche all’attuale sampdoriano Silvestre, a bersaglio sei e cinque volte nel 2010/2011 e nel 2011/2012 con Catania e Palermo, oltre che al laziale Oddo (7 nel 2005/2006), al messinese Parisi (6 nel 2004/2005), all’atalantino e romanista Loria (5 nel 2006/2007 e nel 2007/2008). Nella storia del campionato, però, c’è chi ha fatto meglio: vediamo chi in questa speciale top five di tutti i tempi.

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 1. Marco Materazzi

L’ex interista è l’attuale recordman del nostro campionato. Nel 2000/2001 ha messo a segno dodici reti con la maglia del Perugia, sfruttando però l’occasione di ben sette calci di rigore. L’anno dopo è passato in nerazzurro, dove è riuscito quasi a ripetere l’impresa nel 2006/2007 con dieci centri che, idealmente, gli valgono anche la terza posizione in questa speciale classifica.

2. Daniel Passarella

L’ex bandiera del River Plate, di chiare origini italiane, nel 1985/1986 alla quarta stagione con la maglia della Fiorentina ha realizzato 11 reti (due anni prima si era fermato a sette) che l’anno successivo gli sono valse il passaggio alla corte dell’Inter, dove ha disputato altri due campionati di serie A, il secondo dei quali concluso con altri sei sigilli (tre nel primo).

3. Giacinto Facchetti

Il compianto presidente interista, da giocatore della mitica Inter degli anni ’60 ha rappresentato una grandissima novità tattica. Il mago Herrera, infatti, sfruttando le sue capacità di corsa, dinamismo, oltre all’indubbia tecnica ha plasmato su di lui la figura anomala del terzino fluidificante. Nel 1965/1966 è riuscito così a realizzare dieci reti in un unico campionato, fermandosi a sette due stagioni dopo.

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4. Aldo Maldera

Il duttile mancino, protagonista negli anni ’70 e ’80 con le maglie di Milan, Bologna, Roma e Fiorentina, nel campionato 1978-1979 ha contribuito allo storico “scudetto della stella” dei rossoneri con nove gol, che gli hanno permesso anche di migliorare il primato personale dell’anno prima, in cui si era fermato a otto. Nelle stagioni a seguire non è riuscito a ripetersi, né a fare meglio, mettendone a segno massimo cinque con la Roma.

5. Salvatore Fresi e Sinisa Mihajlovic

Accomunati anche loro da un passato interista, hanno confezionato la loro miglior stagione, almeno sotto il profilo dei gol realizzati, con altre maglie. Otto i gol messi a segno rispettivamente nel 2001-2002 con il Bologna (in appena 25 presenze) e nel 1998-1999 con la Lazio. Due giocatori decisamente diversi: il primo abile a districarsi anche nelle aree di rigore avversarie sugli sviluppi di corner e punizioni, il secondo specialista dei calci piazzati grazie al suo mortifero sinistro.

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AS Monaco 2014-2015.

L’urna di Nyon è stata decisamente benevola nei confronti della Juventus: nei quarti di Champions League i bianconeri sfideranno il Monaco, la squadra che tutti volevano incontrare. La capolista della Serie A è strafavorita, ma occhio perché il club del Principato è tutt’altro che una vittima sacrificale, ed ecco dieci motivi per cui la formazione di Allegri dovrà comunque dare il massimo.

LA DIFESA

Assieme ad Atlético Madrid, Bayern Monaco e Porto, il Monaco è la difesa meno battuta in questa stagione di Champions League, con soli quattro gol subiti in otto partite, di cui uno nella fase a gironi. Il principale referente del pacchetto arretrato è il non più giovanissimo Ricardo Carvalho, ma più che i singoli ciò che funziona nell’impostazione difensiva di Jardim è l’assetto, che permette di non lasciare quei varchi che la Juventus, per esempio, ha sfruttato alla grande a Dortmund.

LA MANCANZA DI PRESSIONE

Dopo le cessioni di Radamel Falcao e James Rodríguez, nessuno nel Principato pensava di essere ancora in Champions League a inizio aprile. Eppure il Monaco ha sorpreso tutti e raggiunto i quarti per la prima volta dopo undici anni. La formazione biancorossa non ha quindi nulla da perdere e potrà giocare la doppia sfida a viso aperto, cercando di ripetere quanto fatto all’Emirates Stadium, dove ha lasciato sfogare l’Arsenal e poi ha colpito in contropiede.

DIMITĂR BERBATOV

Il bulgaro è il punto di riferimento dell’attacco del Monaco e in Ligue 1 ha segnato sette gol. Vero, non sono numeri strepitosi, ma gioca in un club che segna poco e che capitalizza al meglio le occasioni a sua disposizione, quindi lasciargli una palla giocabile all’interno dei sedici metri finali potrebbe risultare letale. È uno juventino mancato: il 29 agosto 2012 Marotta lo scippò alla Fiorentina con un clamoroso blitz in aeroporto a Monaco di Baviera, ma in serata il centravanti ex Manchester United cambiò nuovamente idea e preferì rimanere in Inghilterra, firmando per il Fulham.

Dimităr Berbatov esulta dopo il gol segnato contro l'Arsenal in Champions League.

LO STATO DI FORMA

Il 2015 del Monaco è stato decisamente positivo. In Ligue 1 ha perso solo una volta negli ultimi quattro mesi e in Champions League ha fatto fuori l’Arsenal. Su venti partite giocate nel nuovo anno sono arrivati sedici risultati utili e per dodici volte la porta è rimasta inviolata, concedendo peraltro più di un gol soltanto in due circostanze, contro Arsenal e Paris Saint-Germain (entrambe vittoriose per 2-0). La squadra è in salute e dopo un inizio di stagione non positivo ha ingranato, riuscendo a risalire in Ligue 1 fino alle soglie della zona Champions League, ora distante due punti.

IL GIOCO SULLE FASCE

Uno dei punti di forza del Monaco, se non il principale, è rappresentato dal gioco sulle fasce, dove Jardim schiera due ali offensive in grado di creare superiorità numerica con le loro accelerazioni. All’Emirates, l’Arsenal si è fatto sorprendere così, beccando il gol dell’1-3 (poi risultato decisivo ai fini della qualificazione) proprio grazie alla corsa di uno degli esterni, Yannick Ferreira Carrasco, e occhio anche al giovane rampante Anthony Martial, lui più attaccante rispetto al belga ma già schierato sulla fascia in alcune circostanze.

È UN AVVERSARIO CHE SI RISCHIA DI SOTTOVALUTARE

Inutile girarci intorno: nove volte su dieci una doppia sfida del genere si chiude con il passaggio del turno della Juventus. Ciò che i bianconeri dovranno evitare è proprio quell’unico caso in cui a qualificarsi sia il Monaco, e occhio perché nei quarti ogni tanto certe sorprese sono accadute: l’Inter si ricorda bene il disastroso 2-5 contro lo Schalke 04 del 2011, il Milan il 4-0 di La Coruña che qualificò il Deportivo dopo il 4-1 del Meazza nel 2004.

LO STRAPOTERE FISICO DI KONDOGBIA

Con Paul Pogba fuori causa per l’infortunio, occorso nella vittoriosa sfida di Dortmund, la Juventus dovrà fare a meno del suo uomo migliore in mezzo al campo. E considerato che Andrea Pirlo è convalescente, ecco che nella zona nevralgica del terreno di gioco potrebbe farsi valere Geoffrey Kondogbia, che di Pogba era compagno di reparto in Nazionale al vittorioso Mondiale Under-20 del 2013 e che ha le caratteristiche fisiche e tecniche per fare reparto da solo. All’Emirates contro l’Arsenal ha già fatto un figurone: Allegri è avvisato.

Geoffrey Kondogbia, centrocampista del Monaco.

IL CONTROPIEDE

Come già accennato, il gioco del Monaco si basa sulla rapidità degli esterni e sul contropiede. È probabile che allo Juventus Stadium i monegaschi lascino l’iniziativa della gara ai bianconeri, aspettando il momento opportuno per rubare palla e ribaltare il fronte in pochi secondi. Di recente la Juventus ha dimostrato di poter soffrire queste situazioni, come nel primo gol di Mohamed Salah nell’andata delle semifinali di Coppa Italia contro la Fiorentina. Non subire gol all’andata è senza dubbio una chiave per passare il turno.

NON CONCEDE TROPPO AGLI AVVERSARI

Visti i precedenti in stagione del Monaco, è probabile che la doppia sfida sia molto chiusa e le occasioni da gol potrebbero non essere tantissime. L’errore che la Juventus deve evitare è quello di avere l’impazienza di sbloccare il risultato, avendo segnato l’uno a zero nella doppia sfida contro il Borussia Dortmund sempre in avvio di partita. I bianconeri dovranno sfruttare al meglio le poche occasioni disponibili e anche uno 0-0 a Torino potrebbe non essere un risultato poi così malvagio.

IL PRECEDENTE DEL 2003-2004

Undici anni fa il Monaco stupì l’Europa arrivando a giocarsi una delle finali più impreviste della storia, contro il Porto. José Mourinho si impose per 3-0 in un match quasi senza storia, ma è interessante ricordare come il Monaco arrivò a Gelsenkirchen: agli ottavi superò la Lokomotiv Mosca per via dei gol in trasferta (come contro l’Arsenal), poi fece fuori il Real Madrid ai quarti rimontando il 4-2 del Bernabéu con il 3-1 reso storico dal gol di tacco di Ludovic Giuly e infine eliminò il Chelsea vincendo 3-1 al Louis II e rimontando da 2-0 a 2-2 a Stamford Bridge. Attenta Juve: i monegaschi sanno come vincere da sfavoriti.

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Lo sponsor tecnico, per le squadre di calcio, non è solo una questione economica: alcuni matrimoni sono indissolubili, legami che vanno avanti da decenni, come quello tra il Barcellona e la Nike, il Milan e Adidas, il Bayern di Monaco e la casa fondata da Adolf Dassler. Le maglie non sono un equipaggiamento tecnico. Quando un tifoso compra la casacca del suo idolo sposa una causa, una filosofia, e quello sponsor tecnico è parte integrante della visione d’insieme di un club. Il sito Calcio e Finanza ha pubblicato un interessantissimo studio sui ricavi provenienti dallo sponsor tecnico in Europa. Si scopre così che il Manchester United incassa 94 milioni all’anno dallo sponsor tecnico (che dal 2016 sarà Adidas) e che la prima italiana in classifica è la Juventus, con “soli” 30 milioni.

Entrambe lasceranno la Nike al termine di questa stagione per passare all’altro colosso dell’abbigliamento sportivo. La strategia di Adidas, in questo momento, è molto più aggressiva. Le motivazioni sono fondamentalmente due: l’azienda tedesca si sta piano piano riprendendo l’Europa, lasciando alla Nike altri mercati (tra cui quelli emergenti, USA e India), il secondo motivo è che l’Adidas fa del calcio e del running i suoi core business principali, mentre Nike è da sempre proiettata su diversi sport (Nba e Football Americano sono praticamente intoccabili per altri concorrenti). A vedere i dati emerge un’altro dato molto interessante: al quarto posto, e quindi prima della prima squadra “Nike”, se consideriamo la ricerca in prospettiva 2016, c’è una squadra Puma, l’Arsenal.

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La società fu fondata, con il nome Gebrüder Dassler Schuhfabrik, nel 1924 da Rudolf Dassler, fratello (guarda un po’ chi si rivede) di Adolf Adi Dassler. Adolf si occupava di fabbricare le scarpe mentre Rudolf si occupava della distribuzione e della parte gestionale. Nel 1948, finita la guerra, i due decisero di dividersi a metà l’azienda spartendosi anche i dipendenti. Adolf fondò l’Adidas mentre Rudi la Ruda il cui nome fu poi cambiato in Puma. L’azienda, che oggi è anche sponsor della nazionale italiana, ha sponsorizzato giocatori come Cruijff, Maradona e Pelè, non proprio gli ultimi arrivati, prima di diventare sponsor di club e nazionali. In un’ipotetica bacheca di successi la Puma può vantare comunque un mondiale (quello dell’Italia nel 2006) contro i due della Nike (entrambi del Brasile, 1994 e 2002) e i sei dell’Adidas (4 della Germania, uno della Francia, uno della Spagna, uno dell’Argentina, quello del ’78). A sorpresa, in questa classifica post anni ’70, dal momento che sulle maglie del Brasile non c’era alcuno sponsor tecnico, annotiamo ben due successi di Le Coq Sportif, consecutivi ad inizio anni ’80 con l’Italia di Bearzot e l’Argentina del Diego.

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Tornando in Europa, resta da capire il perché dell’incredibile gap tra il Manchester United e il Real Madrid secondo. Certamente lo United ha investito moltissimo, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, sul suo brand a livello mondiale. È stata una delle prime squadre a penetrare il mercato orientale e africano dove conta circa 350 milioni di tifosi, contro i 174 del Real, i 270 del Barcellona e quasi 100 del Milan. Tra le italiane l’Inter si colloca al secondo posto con 49 milioni e la Juventus al terzo con appena 20 milioni. Il club più amato in Italia è finito comunque nel mirino dell’Adidas che conta di esportarlo, pur restando sensazionale il divario tra il contratto firmato dai Reds. La partnership tra il club inglese e la nota casa d’abbigliamento sportivo tedesca avrà un valore complessivo di oltre 940 milioni di euro per dieci anni: più del doppio dell’attuale record, segnato pochi mesi fa dall’Arsenal, passata da Nike a Puma. L’ennesimo segnale dell’immutato appeal dei Red Devils, soprattutto nel mercato internazionale, nonostante una stagione sportivamente disastrosa, culminata col mancato accesso alle competizioni europee.

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Adidas produrrà il materiale tecnico di tutte le squadre del club e avrà i diritti esclusivi di distribuzione globale del merchandising a marchio Manchester United. Lo stesso afferma nella nota pubblicata sul proprio sito ufficiale che la base di garantita è soggetta a variazioni. Si possono dunque facilmente prevedere ulteriori premi legati ai risultati sportivi stagionali. Sei anni invece la durata del rapporto tra Juventus e Adidas pari a 139,5 milioni di euro. La cifra non include le forniture annuali di materiale tecnico quantificabili tra i 2 e i 2,5 milioni a stagione, per un totale tra i 12 e i 15 milioni sull’arco dei sei anni – e nemmeno i premi legati ai risultati sportivi che conseguiranno Buffon e compagni. Per la Vecchia Signora si tratta di un’assoluta e affascinante novità visto che storicamente il club torinese era legato a Robe di Kappa e poi, successivamente, a Nike.

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Il colosso americano si è avvicinata al calcio in tempi molto recenti. Prima dell’inzio degli anni ’90 non era nemmeno nelle strategie dell’azienda. Qualcosa è cambiato con il Mondiale americano, quando i padroni di casa, l’Olanda, e lo stesso Brasile hanno sfoggiato divise scintillanti. Il rapporto con i club ha segnato una svolta grazie al Barcellona, allo stesso United e all’Inter del Fenomeno Ronaldo che tra il 1998 e il 1999 passa da Umbro a Nike. Già, la Umbro. Storicamente il marchio per eccellenza delle squadre inglesi. Lo sponsor tecnico dell’80% dei club di sua maestà rilevato proprio dalla Nike nel 2007. Le sue maglie british style arrivarono anche in Italia con Parma, Napoli, Lazio e Inter.

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La prima squadra “Nike” di questa classifica resta comunque il PSG, che è una scommessa divenuta affare a sei zeri. All’inizio degli anni ’90, la squadra di Parigi non era certo il dream team di oggi, ma sfoggiava maglie coloratissime e di grande appeal. Erano le divise di Ginola e Weah e quel Paris era una squadra che vinceva poco in Francia (dominava il Marsiglia) e ancora meno in Europa. Oggi il PSG ha tifosi in tutto il mondo, si appresta a diventare un club tra i più forti e tra quelli più remunerativi per la stessa Nike. Nonostante le divise fluo realizzate anche per il City, il Galatasaray, la Juventus e il Barcellona. Nonostante la divisa dell’Inter che fa a cazzotti con la storia. Perché c’è anche un limite all’eclettismo dei designer. E si chiama rispetto della tradizione.

Spopola in TV la Serie 1992 in onda su Sky ogni martedì. La fiction, che affronta un anno molto difficile, dal punto di vista politico e sociale, per il nostro Paese, rievoca anche avvenimenti più piacevoli dal punto di vista della cultura, della TV (Non è la Rai vs Domenica In), del costume. Noi di Betclic abbiamo rievocato dieci episodi sportivi da tramandare, nell’anno delle Olimpiadi di Barcellona e degli Europei di Svezia. E non solo…

L’Italia murata 

La nazionale italiana di pallavolo si presenta alle Olimpiadi del 1992 da stra-favorita, dopo aver conquistato il mondiale in Brasile due anni prima, annichilendo in finale la fortissima compagine cubana. Ma a Barcellona qualcosa va storto e il sogno a cinque cerchi della “generazione dei fenomeni” va a infrangersi contro il muro olandese ai quarti di finale del torneo. “Non sta scritto da nessuna parte che chi ha vinto prima deve necessariamente trionfare poi” afferma Julio Velasco a fine partita. Le Olimpiadi restano il grande rimpianto della nazionale (non solo italiana) probabilmente più di tutti i tempi: su tutti emergono Giani, Zorzi e Lucchetta. Ma a Barcellona, forse per colpa del villaggio olimpico, forse per colpa della pressione, qualcosa va storto. 

Zeman e la zona

“Marcare a uomo? Non dirò mai a un mio calciatore di giocare solo per controllare un avversario.”  Questa è la filosofia del Foggia di Zeman, che dal 1989 al 1994 mette in scena negli stadi d’Italia il calcio più spettacolare degli ultimi anni, arrivando a sfiorare la qualificazione UEFA nel 1994. Nel 1992, al termine della prima stagione in A, il Foggia di Zeman arriva nono, con il secondo miglior attacco del torneo dopo quello del Milan degli invincibili. La sua è una vera e propria rivoluzione culturale. Applica all’ennesima potenza gli schemi di Arrigo Sacchi, con una squadra di carneadi. Nella provincia italiana. Il vero miracolo italiano è boemo. 

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Quincy Watts, l’eroe di Barcellona

È l’inizio di un famoso spot della Nike, uno dei più ambiziosi dell’azienda americana. Si tratta di un’opera lirica “La super ammortizzata mogliettina con le super ammortizzate Nike Air Shoes“. Lo spot è cantato in italiano con i sottotitoli in inglese, i protagonisti sono Charles Barkley e appunto Quincy Watts, che vinse due medaglie d’oro ai Giochi olimpici. Si aggiudicò l’oro individuale nella gara dei 400 m battendo per due volte il record olimpico di 43″86 stabilito, in altura, da Lee Evans nel 1968 a Città del Messico. All’oro individuale aggiunse quello della staffetta. E anche qui fu record.

Il sogno blucerchiato

188 KMH. Tanto è potente il tiro di Koeman che il 20 Maggio 1992 a Wembley, nei supplementari, disintegra il sogno europeo della Sampdoria. Un tiro talmente veloce che per vedere la palla devi mettere per forza il rallenty. Pagliuca si tuffa sulla sua destra, ma non può nulla. Quella notte il Barcellona (che gioca in giallo per scaramanzia) conquista la sua prima Coppa dei Campioni ai danni della Sampdoria di Boskov, Mancini e Vialli. Quest’ultimo, già ceduto alla Juventus, gioca una delle sue paggiori partite sbagliando due gol fatti nel primo tempo supplementare. Se li sognerà di notte, per anni, dirà.

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L’età dell’oro della scherma italiana

Strani incroci nel 1992 tra Barcellona e Jesi. Se i sogni di gloria di Roberto Mancini affondano a Wembley colpiti dal siluro blaugrana di Koeman, il 30 luglio la sua concittadina Giovanna Trillini conquista l’oro olimpico nel fioretto contro la cinese Wang Huifeng. È l’inizio dell’età dell’oro della scherma italiana, che durerà fino a Pechino 2008, con i successi di un’altra atleta jesina, Valentina Vezzali e, in seguito, di Elisa Di Francisca. Un successo che parte da lontano, dal maestro Ezio Triccoli.

La fine dell’Impero slavo

Nazioni, culture, lingue ed etnie differenti. Un solo maresciallo, Tito. Ma il progetto della grande Jugoslavia, tenuta assieme più in maniera coercitiva che per unità di intenti, si sgretola definitivamente nel 1992. L’antefatto calcistico è del 1990  Faceva un gran caldo a Zagabria quel 13 maggio In programma la “grande classica” del campionato jugoslavo: Dinamo Zagabria – Stella Rossa Belgrado. Le repubbliche federate erano scosse da fermenti nazionalisti e le squadre simbolo delle capitali di Croazia e Serbia, quel giorno, rappresentavano molto di più della rivalità calcistica per i tifosi sugli spalti dello stadio Maksimir. Certo tra i Bad Blue Boys (nome ispirato a un film del 1983 con Sean Penn), gli ultras della Dinamo, e i Delijie (eroi), quelli della Stella Rossa, non correva buon sangue. La scintilla scoppia intorno alle 18. I tifosi della Stella Rossa, alcune centinaia, iniziano a distruggere i grandi pannelli della pubblicità alle loro spalle e a staccare i sedili di plastica per lanciarli sulle tribune vicine dove c’erano i tifosi della Dinamo. In campo c’è anche Zvonimir Boban. Anche se ha solo 21 anni è il capitano della Dinamo, la stella, che davanti a lui ha una brillante carriera in Italia. Molti di quegli ultras saranno protagonisti della guerra, su tutti la Tigre Arkan. L’ormai ex Jugoslavia deve rinunciare agli europei per ordine della NATO.

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La favola Danimarca

Il 30 maggio 1992 la risoluzione dell’ONU 757 vieta alla Jugoslavia di partecipare ad ogni manifestazione sportiva nel mondo. La creatura di Tito si è sbriciolata. Non esiste più, dilaniata da odio, nazionalismo e violenze. All’europeo in Svezia il suo posto spetta di diritto alla Danimarca, arrivata seconda nel girone eliminatorio, ad un punto dalla nazionale slava. A 10 giorni dall’inizio del torneo, i danesi tornano dalle vacanze e vanno a giocare l’europeo senza preparazione fisica e senza grosse pretese. E invece il 26 giugno 1992 il capitano danese Lars Olsen alza il trofeo: la Danimarca, cenerentola del torneo, ha sconfitto in finale la Germania, campione del mondo in carica. Favola nella favola: il gol del 2 a 0, in finale è realizzato dal centrocampista Vilfort, che tra una partita e l’altra tornava a casa ad accudire la figlia malata di leucemia. 

Il settebello in acqua

Anche questa è una grande storia. Va in scena l’11 agosto 1992, a giocarsi una drammatica finale del torneo olimpico di pallanuoto sono i nostri azzurri, allenati dal croato  Ratko Rudic, contro i padroni di casa della Spagna che si aspettava di chiudere alla grande con una medaglia d’oro. Clima caldissimo, in tutti i sensi, con in tribuna i reali spagnoli, pronti a festeggiare. L’Italia si porta in vantaggio per 3 volte con 3 gol di scarto e sembra poter avere la meglio. Alcune decisioni arbitrali ”casalinghe” riportano a galla la Spagna che ottiene il pareggio a 37″ dal termine con il gol del 7-7 firmato da Oca che manda la sfida ai tempi supplementari. Ed è qui che la partita diventa epica con l’atmosfera che diventa incandescente dentro e fuori dall’acqua. Nel secondo tempo gli spagnoli usufruiscono di un rigore che il capitano Estiarte mette a segno: 8-7. Ma è Massimiliano Ferretti a trovare a 20″ dalla fine il gol dell’8-8. Si va così ad una nuova coppia di tempi supplementari che non sblocca la situazione e ne richiede una terza, mentre gli animi si scaldano sempre di più e ci sono scintille anche tra le due panchine. Al sesto tempo supplementare la svolta: Ferretti, subisce fallo e passa sulla sinistra a Nando Gandolfi che è smarcato e non sbaglia, battendo il portiere Rollan e siglando il gol del 9-8 azzurro.

Il Dream Team 

Non sempre avere la migliore squadra è garanzia di vittoria. Succede che i grandi giocatori non vadano d’accordo e che il campo sovverta i pronostici. Non con il Dream Team. Se mai nella storia della pallacanestro può essere esistita una squadra perfetta, allora quella era il Dream Team del 1992. Semplicemente straordinario: Charles Barkley, Larry Bird, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Magic Johnson, Michael Jordan, Christian Laettner, Karl Malone, Chris Mullin, John Stockton, Scottie Pippen, David Robinson. Nelle dinamiche interne di quello spogliatoio, nelle accese sfide in allenamento (la squadra di Magic sempre contro la squadra di Michael) si consumava un vero e proprio passaggio di consegne, per niente pacifico, assolutamente non scontato. Con Bird vessato da grossi problemi alla schiena e vicino al ritiro, ci pensava un gasatissimo Magic Johnson (da un anno lontano dai parquet dopo l’annuncio della sua sieropositività il 7 novembre 1991) a far di tutto per non lasciar strada libera al giovane Jordan, in rampa di lancio per diventare il miglior giocatore al mondo.

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 Sacchi e il miracolo italiano

Azeglio Vicini è un bravo allenatore e un uomo pacato. Forse troppo pacato, e decisamente poco fortunato. La sua avventura mondiale finisce in semifinale contro l’Argentina, immeritatamente. La sua nazionale è bella, è la squadra della gente, ma non vince. Per di più un palo di Rizzitelli in Russia frena la rincorsa agli Europei del 1992. Con un vero e proprio colpo di stato calcistico Antonio Matarrese rovescia il governo e opta per una svolta, chiedendo a Silvio Berlusconi di liberare il “suo” allenatore. È Arrigo Sacchi, ed ha vinto tutto. Berlusconi, che mette avanti gli interessi della sua squadra a quelli della nazionale intuisce che questa svolta azzurra ha anche sottili implicazioni politiche. Il suo allenatore più vincente, sarà l’allenatore di tutti e porterà la filosofia “Milan” in nazionale. È tempo di fondare un nuovo partito e magari chiamarlo con un nome che evochi successi calcistici e unità nazionale: dice niente Forza Italia?