CALCIO

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Non serve un nostalgico per dire che Okaka e Gabbiadini non sono Vialli e Mancini, né lo saranno mai. E tutto sommato non sono nemmeno Cassano e Pazzini. E non serve un grande intenditore di calcio per affermare che Matri e Pinilla non valgano Aguilera e Skuhravy o che entrambi non metteranno assieme, nella loro carriera, i gol realizzati da Milito.

Eppure la classifica dice che al terzo e al quarto posto di questo incredibile campionato post mondiale ci sono loro: Genoa e Sampdoria, due realtà che amano far bene le cose assieme, almeno così dice la storia recente. Recentissima quella della Sampdoria di Del Neri e del primo Genova di Gasperini, più vintage quella che andò in scena nei primi anni ’90 quando Genova, o Zena che dir si voglia, si trasformò per una stagione nella capitale del calcio italiano.

Era un altro calcio, è bene dirlo, ma anche quella volta Samp e Genoa non partivano certo tra le favorite. Mantovani, allora presidente della Sampdoria aveva resistito alle sirene del mercato trattenendo i suoi gioielli: non solo il Mancio e Vialli, che in realtà veniva da un Mondiale molto opaco, ma anche Dossena, Pietro Vierchowood, il portiere Pagliuca. A questi aveva anzi aggiunto Katanec e Mikahilichenko, vero crack dell’estate, sebbene di lui Boskov dicesse “Se anziché ricevere continuamente ambasciatori dell’Unione Sovietica andasse nei locali con i compagni di squadra si integrerebbe molto meglio“.

Che allenatore Vujadin Boskov, per intelligenza tattica e per capacità di responsabilizzare i giocatori aveva pochi eguali. La sua intelligenza era tale da far credere alla stampa e alla squadra stessa che non fosse lui a comandare. E invece comandava eccome. Lavorava con un gruppo di 13/14 fedelissimi in un’epoca in cui il Milan di Berlusconi iniziava a concepire l’idea di avere due squadre. Era serbo, come Mihajlovic, ma il suo italiano da parodia arrivava chiaro alle orecchie dei giocatori e le sue metafore erano parabole di vita.

Quella Sampdoria era una squadra costruita silenziosamente per ottenere risultati importanti: non arrivò solo lo scudetto ma diverse coppe e un paio di finali perse, entrambe con il Barcellona, prima in Coppa delle Coppe, poi in Champions League, a Wembley. Il Genoa guidato da Aldo Spinelli aveva investito meno. Veniva da una rincorsa che l’aveva portato dalla B alla alla A nel 1989 e una finale di Mitropa Cup persa nell’ultima partita giocata dal Bari allo Stadio Della Vittoria. Eppure nel 1990 Spinelli, durante i Mondiali, si innamorò di due giocatori incredibilmente diversi tra loro. Una prima punta agile e sgraziata, il primo prototipo di papero sudamericano ad arrivare in Italia. Infatti lo chiamavano Pato, Aguilera.

Della colonia uruguiana sbarcata in Italia quell’estate, con Herrera, Paz e Francescoli, Perdomo e la conferma di Ruben Sosa, era il meno credibile. Eppure si impose grazie anche ai movimenti di un altro giocatore esploso durante le notti magiche: era alto, bello e con i capelli lunghi e si chiamava Thomas Skuhravy, attaccante di una Cecoslovacchia ancora unita. I due non si erano mai visti prima e nelle foto di repertorio assieme facevano sorridere. Basso e brutto Aguilera, altissimo e bello il ceco, sembravano non credere ad una loro coesistenza, nemmeno nelle figurine. Che invece arrivò, grazie al sapiente lavoro di Osvaldo Bagnoli, arrivato in punta di piedi a sostituire un mito della gradinata Nord, il compianto professor Franco Scoglio, a sua volta trasferitosi a Bologna a rimpiazzare il re della zona Maifredi, che avrebbe dovuto emulare le gesta di Sacchi alla Juventus.

In questo giro di zonisti e profeti del calcio spettacoli Bagnoli rivendicava l’importanza della marcatura a uomo e del contropiede. In pochi mesi Bagnoli mise su una squadra perfetta, rilanciando il brasiliano Branco che in Italia era passato (senza lasciare alcun ricordo) da Brescia qualche anno prima, rendendo utile persino quel Perdomo che per Boskov non poteva giocare nemmeno nel giardino di casa sua. E scoprendo talenti assoluti come Eranio, portando il Genoa fino alla semifinale di Coppa Uefa, persa in maniera rocambolesca contro l’Ajax che di lì a poco sarebbe diventata, per un biennio buono, la squadra più forte del mondo. Il tutto dopo aver eliminato il Liverpool in una partita epica, ad Anfield, che ogni genoano ricorda.

Cosa hanno in comune quelle storie con quelle attuali? Poco, ad onor del vero, perché nel frattempo è tutto il calcio, specialmente quello italiano, ad essere cambiato. E questo accresce ancora di più l’impresa di Ferrero e Preziosi, presidenti istrionici, molto diversi dai predecessori anni ’90. Per quanto riguarda gli allenatori c’è un punto in comune: serbo come Boskov, Mihajlovic è abilissimo a gestire lo spogliatoio, sebbene nella sua squadra ci siano meno primedonne rispetto alla squadra di Mancini e compagni. Gasperini ricorda Bagnoli perché, vista l’età mediamente giovane dei suoi colleghi allenatori, è uno dei tecnici più esperti di questo campionato. Entrambi hanno allenato l’Inter, ma in circostanze diverse. L’Osvaldo della Bovisa riuscì a conquistare un secondo posto con una squadra tutt’altro che imbattibile, nella quale Manicone e Jonk reggevano il centrocampo e Ruben Sosa l’attacco, il Gasp ha totalizzato tre panchine di campionato prima di essere malamente, e forse anche ingiustamente, esonerato.

Fatto sta che Gasperini sembra aver trovato la propria dimensione solo nella Genova rossoblù, e forse per questo rilancia affermando che questa squadra è più forte di quella di Motta e Milito. Non ha torto, potenzialmente questi ragazzi hanno un grandissimo futuro davanti. Molti facevano parte della squadra campione d’Italia primavera nel 2010. Come Mattia Perin, un portiere dalle incredibili capacità atletiche. Dove possono arrivare queste due squadre? Considerando lo scarso livello e la scarsissima continuità delle contendenti non ci sorprenderemmo se si piazzassero dietro le prime 3, conquistando un posto in Europa.

Il difficile sarà ripetersi, vista la stagione da incubo che stanno vivendo Parma e Torino, rivelazioni della passata stagione. Ma a Genova sono state costruite basi solide per stupire e per costruire progetti a lunga durata. Con Sinisa e Gasperini, con Ferrero e Preziosi. E con un pensiero alle magie di Vialli, Mancini, Aguilera e Skhuravy. Perché la storia, a Genova come nel resto d’Italia, va conosciuta e tramandata. Forza Zena.

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Che Manuel Neuer in questo momento sia il portiere più forte del mondo non è oggetto di discussione. Ci sembra del tutto evidente. Il dubbio, semmai, è capire se ci troviamo di fronte al portiere più forte di tutti i tempi. L’unico in grado di cambiare il ruolo in maniera radicale, grazie anche all’indottrinamento del suo mentore Guardiola, e di permettere alla propria squadra, sia essa il Bayern o la nazionale tedesca, di giocare in 12. Sì, in 12, perché avere in porta Neuer significa giocare con un muro tra i pali e un difensore in più rispetto agli avversari. Il raggio d’azione del portiere tedesco arriva infatti quasi oltre la tre-quarti di campo. Immaginiamo soluzioni tattiche in cui, soprattutto a partita in corsa, l’allenatore di Neuer decide di rinunciare ad un centrale per inserire una punta e un centrocampista semplicemente spostando il raggio del proprio portiere più avanti. Ecco perché Neuer si candida prepotentemente (e come se no) alla vittoria del Pallone d’Oro, andando a sfidare due mostri sacri del calcio quali Cristiano Ronaldo, tuttora favorito secondo le quote Betclic, e Messi.

Ma Neuer ha ridotto il distacco dai due perché sta disputando un finale di anno a livelli ancora superiori alle performance che gli hanno permesso di conquistare il titoli di campione di Germania con la sua squadra di club e quello di campione del Mondo con la sua nazionale. Sintesi perfetta la partita contro la Roma, all’Olimpico, nella quale il roboante risultato (7 a 1) ha fatto passare in secondo piano l’incredibile prestazione del portiere tedesco che ha letteralmente chiuso la propria saracinesca. È vero, Neuer rischia. Ma con un margine di errore inferiore all’1% si può dire che i suoi siano tutti interventi calcolati al millimetro. Nella partita contro l’Algeria, la più sudata della Germania nei Mondiali brasiliani, il portierone tedesco ha giocato da libero, neutralizzando tutti i lanci lunghi dei nordafricani e permettendo ai propri compagni di risparmiare forze in vista dei supplementari, poi vinti. Inoltra la “giocata” è a tutti gli effetti, una delle chiavi di vittoria più importanti nel calcio moderno. Chi rischia la giocata è più spesso determinante di chi fa la cosa semplice. Lo sanno gli allenatori che responsabilizzano non solo il numero 10 ma anche il centrocampista davanti alla difesa (vedi Pirlo) o il difensore centrale (Thiago Silva, per citarne uno). Con Neuer la giocata appartiene anche al portiere, ormai.

Cambiare un ruolo significa avere ottime possibilità di conquistare il Pallone d’Oro. Negli anni ’90 l’ultimo tedesco a conquistare questo premio fu Matthias Sammer che cambiò il ruolo del centrale difensivo. Non era un campione e Franco Baresi avrebbe meritato, senza temi di smentita, quel premio molto più di lui. Ma il Pallone d’Oro andò a Dortmund comunque. Per quanto gli assolutismi collimino poco con il calcio, Neuer è già nel Gotha dei 10 portieri più forti di tutti i tempi. In ottima compagnia assieme ad almeno tre italiani: Buffon, Zenga e Zoff in ordine di tempo, e con leggendari interpreti del ruolo quali Yashin, Zamora e Banks. Nessuno dei predecessori tedeschi è alla sua altezza: né Sepp Maier né Harald Schumacher che faceva le stesse uscite spesso travolgendo l’avversario di turno. Per informazioni chiedere al francese Battiston, che per poco non finiva male. Nel calcio moderno, con i rossi facili, Schumacher avrebbe spesso lasciato in 10 la sua squadra. Ancora meno convincenti Bodo Illgner, campione del mondo nel ’90 e Lehmann. Potenzialmente fortissimo Khan macchiatosi però di alcune papere incredibili in partite decisive, vedi finale dei Mondiali 2002.

Forse per definite Neuer il portiere più forte di tutti i tempi dovremo aspettare ancora altri anni. A 27 anni il ragazzo ha almeno altri 10 anni di carriera davanti: il tempo giusto per vincere tutto e toglierci ogni dubbio. Nel frattempo la discussione contro i puristi del ruolo, quelli che vedono Buffon e Casillas avanti a tutti, continua. Buffon ha sfiorato quel premio nel 2006 quando fu battuto dall’amico Cannavaro, ma questa volta, nonostante le quote ancora basse, sembra che la sfida sia più aperta che mai. Messi ha disputato un’annata al di sotto dei suoi standard. Con una finale Mondiale non all’altezza della sua fama. Cristiano Ronaldo, macchina perfetta, si è inceppato ai Mondiali dove il suo Portogallo è stato eliminato nel girone. Se tanto mi da tanto, Neuer può davvero giocarsela. Sfidare e battere i mostri sacri, magari con un tackle deciso dei suoi. Quelli da ragazzo “maleducato”, nonostante la faccia d’angelo. Pensate al tedesco che in uscita deve anticipare uno scatto di Cristiano. Vuoi vedere che è la volta buona per un portiere?

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Noi italiani soffriamo di saudade molto di più dei brasiliani. Almeno nel mondo del calcio. Sarà che l’Italia è un Paese dove si mangia bene e ci sono belle donne, ma in questo Calciomercato 2015, tanti sono stati i ritorni di chi era emigrato all’estero a cercare un po’ di fortuna e a fare esperienza. Da DiamantiGilardino, da Bocchetti a SantonCerci. La serie A riacquista vecchi pilastri. Non solo nostrani: la Sampdoria, per esempio, ha riportato nel Bel Paese un certo Samuel Eto’o. Evidentemente, anche lui nostalgico.

Alessio Cerci (Milan)

Alessio Cerci è sopravvissuto sei mesi scarsi oltre confine. Il tempo di capire che l’Atletico Madrid più che l’Isola dei Famosi (l’anno passato hanno vinto la Liga a perso la Champions all’ultimo secondo) era l’Isola che non c’è. L’ex Torino ha visto il campo con il contagocce, nonostante le premesse iniziali. Sei in tutto le presenze, nemmeno una rete in campionato. Quella Liga che vede gente come Messi e Cristiano Ronaldo fare doppiette e triplette come se piovesse.

Perché ha fatto bene a tornare

Cerci ha fatto bene a tornare in Italia perché da noi la maglia da titolare non gliela toglie nessuno. Infatti, al Milan, è già diventato centrale nel gioco di Inzaghi. In Spagna, rischiava di perdere anche la Nazionale. Il 18 novembre si era lamentato della situazione nei colchoneros“Non sono soddisfatto dell’esperienza, gioco troppo poco”. Disse. Ora vuole tornare il tornado che aveva guidato il Toro in Europa.

Perché ha fatto male a tornare

L’Atletico Madrid al momento è una delle migliori squadre di tutto il continente. Ha un allenatore, Diego Simeone, che è tra i 2-3 più preparati attualmente. E la Liga è un campionato allenante, in cui ti confronti ogni settimana con i più grandi del momento. Al Milan, rischia di venire risucchiato dai problemi della squadra e della società. E Inzaghi, per ora, non è Simeone.

Alessandro Diamanti (Fiorentina)

In Cina, Diamanti ha vinto il campionato con il Guangzhou Evergrande allenato da Marcello Lippi. E il sogno Champions asiatica si è interrotto ai quarti di finale. Diamanti ha vissuto sei mesi di buon livello, mettendo a segno in totale otto reti, quattro su punizione. La Fiorentina lo ha riportato a casa.

Perché ha fatto bene a tornare

Il campionato cinese non è certo di prima fascia. Le gesta di Alino arrivavano sfumate da noi. Insomma, era finito nel dimenticatoio. Ogni tanto, in tv, qualche suo gol. Poca roba. La Fiorentina gioca bene, Montella saprà valorizzarlo. Lui, poi, da queste parti aveva assaggiato l’amaro calice della C2. Giocare al Franchi in serie A è tutta un’altra cosa.

Perché ha fatto male a tornare

Poteva alzare la Champions con la squadra cinese. Al secondo tentativo. Cosa che difficilmente gli capiterà in viola. E attenzione a quando i big saranno tutti abili e arruolati: lui troverà ancora posto da titolare?

Alberto Gilardino (Fiorentina)

Un po’ lo stesso discorso fatto per Diamanti. Pure lui al Guangzhou ha vinto il campionato e ha arricchito il suo bagaglio d’esperienza. A 32 anni, però, la voglia di tornare è stata più forte di tutto. Se poi a chiamare è la Fiorentina.

Perché ha fatto bene a tornare

Campione del mondo 2006, il Gila non si sente finito o sul viale del tramonto. Attirato inizialmente dai soldi dell’Oriente, a Firenze vuole fare 200 gol in serie A (è a 174) e arrivare a quota 60 con la maglia della Fiorentina (è a 48). Si dovrà impegnare, la concorrenza c’è. Ma anche l’amore di quelli che erano già stati i suoi tifosi.

Perché ha fatto male a tornare

L’attaccante biellese si ritrova Gomez e Babacar. E prossimamente pure Giuseppe Rossi. La Viola lo ha voluto per i tanti impegni che la attendono, ma in attacco pare esserci sovraffollamento. Soprattutto se Montella continuerà a insistere sulla punta sola. Gomez si è svegliato e questo non è un bel segnale per Gilardino. Attenzione poi ai nostalgici, pronti a dargli del ‘vecchio’ se non troverà presto la via del gol come ai bei tempi.

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Samuel Eto’o (Sampdoria)

In Italia ha vinto il Triplete con l’Inter dopo aver fatto sfracelli in Spagna con la maglia del Barcellona. L’attaccante dei bei tempi forse è acqua passata, ma lui ha voglia ancora di lottare per qualcosa di importante. Se terrà a bada il carattere e si calerà alla perfezione nella realtà Sampdoria che non può essere né quella nerazzurra né quella catalana.

Perché ha fatto bene a tornare

Perché Genova si è prostrata ai suoi piedi fin dalla presentazione. E Samuel ha bisogno di sentirsi una stella per rendere al meglio. Esiliato all’Anzhi (seppure un esilio dorato), poi al Chelsea e all’Everton, conosce già le difese italiane e sa come fregarle. Non dimentichiamo, poi, che in blucerchiato lo attende anche una carriera dietro la scrivania. Insomma, rischia seriamente di essersi sistemato definitivamente il globetrotter camerunense.

Perché ha fatto male a tornare

L’inizio con Mihajlovic non pare incoraggiante. Subito un litigio tra due ‘personaggi’ che non ammettono si deragli. Saprà trovare l’accordo con l’allenatore? Si ritrova in una squadra senza campioni, ma dove tutti remano dalla stessa parte. Saprà calarsi nella parte? E ancora: a Genova non si lotta per lo scudetto. Almeno finora. Saprà comunque sacrificarsi dando il buon esempio?

Davide Santon (Inter)

Riecco il bambino prodigio che torna nella squadra che lo ha cresciuto, dai 14 anni in poi. Arriva dal Newcastle e, a quanto ha detto, proprio gli inglesi lo hanno costretto ad accettare il trasferimento.

Perché ha fatto bene a tornare

In Italia si è consacrato, arrivando a diventare – per la Uefa – uno dei dieci giovani più promettenti europei. In Italia potrà continuare a crescere, forte dell’esperienza all’estero. E poi, Roberto Mancini in persona lo ha voluto, il che dovrebbe dargli tranquillità.

Perché ha fatto male a tornare

Forse aver ammesso di essere tornato contro la sua volontà non è stato il gol più bello nella sua carriera. Ora dovrà riconquistarsi la stima dei tifosi interisti. Arriva in una squadra che annaspa, saprà ridarle entusiasmo? Quello stesso entusiasmo che lo portò a diventare campione Allievi con l’Inter e a partecipare alla vittoria del Mondiale per Club, entrando in campo nella finale.

Salvatore Bocchetti (Milan)

Passato un po’ sotto silenzio l’acquisto di Salvatore Bocchetti da parte del Milan. Inzaghi vuole così sistemare le falle in difesa e il giocatore è stato già schierato titolare a sinistra. Non è un fuoriclasse, ma può contribuire alla risalita rossonera.

Perché ha fatto bene a tornare

Lo Spartak Mosca non l’aveva trattato molto bene. E dire che era reduce da un’esperienza triennale molto positiva con il Rubin Kazan, condita pure da 9 gol. In rossonero, avrà la possibilità di riconquistare spazio e considerazione. Chissà, anche nelle idee di Antonio Conte.

Perché ha fatto male a tornare

Nel campionato russo stava facendo bene (più a Kazan che a Mosca). E avrebbe continuato, non fosse stato per il grave infortunio di agosto 2013 (rottura del ginocchio). Al Milan, non c’è spazio e tempo per riprendersi con calma. Dovrà subito dimostrare di essere integro e di servire alla causa. Pena: la panchina.

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Michele Canini (Parma)

Il Parma si è assicurato nel mercato invernale il difensore Michele Canini che, soprattutto a Cagliari, aveva dimostrato di poter essere all’altezza della serie A. La classifica piange, in Emilia, ma lui è uno abituato a soffrire e a lottare.

Perché ha fatto bene a tornare

L’esperienza all’Fc Tokyo, diciamo la verità, è stato piuttosto fallimentare. Appena tre presenze e nessuna rete. Rivedere la serie A è quasi una sorpresa per Canini. A Parma ha tutto da guadagnare e nulla da perdere. Dovesse fare bene, indipendentemente dal destino della squadra, non faticherà a mantenere la massima serie. Lui.

Perché ha fatto male a tornare

Gli yen giapponesi valgono anche qualche delusione. Ma Canini ha deciso di tornare all’euro. Se è vero che a Parma ha tutto da guadagnare, è altrettanto vero che la situazione è quasi disperata. E poi, c’è l’incognita stipendi.

Mato Jajalo (Palermo)

Croato, in Italia se lo ricordano a Siena, dove ha giocato nella stagione 2009/2010. Quasi cinque anni dopo, rieccolo, con la maglia del Palermo. Arriva dal Rijeka, con cui ha rotto e rescisso consensualmente il contratto. Dopo l’esperienza italiana, pareva aver trovato la sua dimensione a Colonia (90 presenze e 5 gol), ma poi ha ripreso a girovagare.

Perché ha fatto bene a tornare

A Rjieka ormai era visto come fumo negli occhi, dopo aver abbandonato l’albergo del ritiro invernale. Aver trovato un ingaggio in Italia, da Zamparini, è sicuramente come aver vinto alla lotteria. Dovrà meritarsi il posto da titolare.

Perché ha fatto male a tornare

In Sicilia, si sono abituati al bel gioco e a calciatori che danno del tu al pallone. Lui non è questo tipo di calciatore. Dovrà sgomitare per farsi notare e per sfruttare la grande chance che gli è stata offerta. Sa giocare in tutti i ruoli di centrocampo, ma la mancanza di specializzazione potrebbe essere un handicap.

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Nella settimana del compleanno di Vinnie Jones (50 anni), eletto da “The Sun” come il cattivo per eccellenza del calcio, abbiamo stilato una formazione di Cattivi con la C la maiuscola. Perdonateci per i numeri dall’uno all’undici, ma siamo dei nostalgici.

1. René Higuita

Famoso per lo scorpione (la parata che lui effettuava di tacco tuffandosi in avanti) e per i dribbling con i quali irrideva gli attaccanti avversari. Nel 1990, agli ottavi di finale dei Mondiali fu Milla a irridere lui, soffiandogli il pallone e portando il Camerun ai quarti. Un altro portiere non sarebbe tornato in Colombia, lui sì, perché aveva molti amici importanti tra i narcotrafficanti. Ai Mondiali del 1994 non partecipò perché fu arrestato, resta comunque un personaggio incredibile del calcio di inizio anni ’90.

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2. Pasquale Bruno

Passò dalla Juventus al Torino e ne abbracciò la causa, diventando un idolo della curva Maratona. In un derby fu espulso e si prese 8 giornate di squalifica. Voleva mettere le mani addosso all’arbitro e solo l’intervento di tutta la squadra, in special modo di Tarzan Annoni, gli impedirono di farlo. Bruno resta nei cuori della gente per quelle entrate un po’ irruenti e qualche caviglia saltata, ma incarnava perfettamente lo spirito delle squadre per le quali giocava.

3. Andoni Goicoechea

Goicoechea o Goikoetxea in basco, per il “The Sun” il secondo giocatore più cattivo di tutti i tempi. Dopo Vinnie Jones, appunto. Per conferma chiedere informazioni a Maradona, che per poco non ci rimetteva la carriera contro “El carnicero de Bilbao“. Quando un fallo basta per entrare nella storia. Dei macellai del calcio.

4. Roy Keane

Mediano tanto falloso quanto vincente del Manchester United. Mediano è riduttivo per quello che ha fatto in carriera, ma Roy Keane aveva un caratterino niente male. Famoso il suo fallaccio sul norvegese Haaland, dopo una lunga serie di incontri non proprio amichevoli tra i due. Lo stesso Halland affermò dopo l’incontro che si sarebbe fatto fare una seconda assicurazione contro Keane.

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5. Marco Materazzi

Una carriera generosa quella di Marco Materazzi, che ha raccolto il meglio dopo i 30 anni. All’inizio molta gavetta e provincia, da Trapani a Perugia, e in provincia si sa, si lotta come si può. Marco impara da affondare il tackle, a volte sferra qualche gomitata, ma tra una rudezza e l’altra si prende la soddisfazione di diventare campione del mondo, da protagonista, e campione d’Europa con l’Inter. Poi scoppia a piangere, quando viene a sapere che quella è l’ultima partita di Mourinho. Cattivi con il cuore d’oro.

6. Paolo Montero

La pigna di Montero era il pungo che il centrale uruguagio appoggiava con delicatezza sul volto dell’avversario. Luigi Di Biagio, in un Inter – Juve ne ricevette una, bella assestata. Montero era in buona compagnia. Il suo compare di reparto, Mark Iuliano, oggi allenatore del Latina, era un difensore altrettanto delicato. Eppure Montero era di una generosità epica. Nel 2006, appresa la notizia delle condizioni di Pessotto, suo compagno nella Juventus, prese il primo aereo da Montevideo e si recò da lui in ospedale, solo per stargli vicino.

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7. Eric Cantona

Specialità della casa: il kung fu. Cantona è stato uno dei calciatori meno vincenti del secolo, in proporzione a ciò che avrebbe potuto con quei mezzi tecnici. Movenze da campione assoluto, piglio da leader, ma un tantino irascibile. Una volta, quella volta, si lanciò a kamikaze su un tifoso reo di avergli detto qualche parola di troppo. Un anno di squalifica e lavori sociali. Lo voleva Moratti, ma non arrivò mai in Italia. Ai Mondiali del ’94 non ci andò perché lui e il suo compare di reparto Ginolà persero incredibilmente, in casa, lo scontro diretto contro la Bulgaria di Stoichkov.

8. Frank Rijkaard

Passo elegante, movenze feline, gol decisivi. Su tutti quello segnato al Benfica nella finale di Coppa dei Campioni del 1990. Ma Frank Rijkaard sapeva farsi rispettare e sapeva anche come non farsi ammonire. Solo una volta l’impresa non riuscì. Siamo ai Mondiali del 1990 e l’Olanda affronta la Germania a Milano. Una sfida che sa di derby perché i tre olandesi supportati dai milanisti, affrontano i tre tedeschi, incitati dagli interisti. Frank perde la testa e si fa espellere per uno sputo a Voeller, che viene a sua volta espulso per reazione. Pare che i due non abbiano mai fatto pace da quel giorno. Certo è che quello sputo costò carissimo agli orange che uscirono dal Mondiale.

9. Zlatan Ibrahimovic

Più che per la cattiveria è famoso per la naturalezza con la quale passa da una squadra all’altra, dimenticando il suo passato. Avete presente i giocatori che non esultano quando segnano contro le ex? Dimenticateli, con Ibra. Padre putativo di Suarez, suo erede nell’Ajax. Certo che anche i morsi dell’uruguagio avrebbero meritato una maglia da titolare… imago18277260h

10. George Hagi

Futbolista de raza, dicevano i romeni. Ma Hagi non è stato solo un grande fantasista, un altro che ha raccolto probabilmente meno di quello che avrebbe meritato per le sue qualità. Piedi da numero 10 e piglio da mediano, passava con naturalezza dal Real Madrid al Brescia senza snaturare il suo calcio. Nel 2000 mise fine alla carriera di Antonio Conte in nazionale con un intervento ai limiti del codice penale. Idolo del dittatore Ceasescu, Hagi era il prototipo del fantasista dell’est. Genio, sregolatezza e qualche legnata. Come Detari, il suo alter ego ungherese passato da Ancona e Bologna.

11. Edmundo

Basterebbe il soprannome, O’Animal, per capire di chi stiamo parlando. Ma a parte un elenco infinito di espulsioni resta un carattere che nemmeno Giovanni Trapattoni è mai riuscito a domare. Lo scudetto del 1999 sarebbe probabilmente andato a Firenze se nel cuore del campionato e con Batistuta infortunato Edmundo avesse rinunciato a partecipare al Carnevale di Rio. Ma non ci fu modo di fargli cambiare idea. Qualche genio aveva inserito questa clausola nel contratto, e O’Animal partì con la samba mentre il Milan di Zaccheroni dava il là alla rimonta. E voi chi inserireste nella formazione dei cattivi?

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1. James Milner, Manchester City

Classe ’86, nazionale inglese, giocatore molto rapido e prezioso per gli schemi del City, quindi conoscitore di calcio ai massimi livelli. Dotato di un gran tiro dalla distanza, può essere schierato come centrale o su entrambe le fasce. Molto stimato da Fabio Capello e Roberto Mancini, ha il contratto in scadenza e non lo rinnoverà. Sulle sue tracce ci sono diverse squadre della Premier, ma in Italia, uno così farebbe comodo a molte squadre.

2. Yevhen Konoplyanka, Dnipro

Calciatore ucraino del 1989, attualmente in forza al Dnipro. È un’ala sinistra ma può giocare anche come seconda punta, titolare della sua nazionale. Non chiamatelo il nuovo Shevchenko, perché con l’ex milanista ha in comune solamente la nazionalità e il forte spirito di appartenenza alla ‘sua’ Ucraina. Stella indiscussa del calcio ucraino e uno dei talenti più cristallini del calcio dell’est. È un destro naturale che ama però partire da sinistra per poi accentrarsi ed esplodere un tiro tanto potente quanto preciso. Tassello perfetto in un ipotetico 4-2-3-1 a occupare la corsia sinistra d’attacco, ma in grado di agire anche come raccordo tra centrocampo e attacco dietro uno o due attaccanti.

3. Andrea Caracciolo, Brescia

Non è bello approfittare delle disgrazie altrui, ma in questa finestra di mercato il Brescia, squadra con grandi problemi societari, potrebbe aver bisogno di cedere i propri talenti. Caracciolo non ha il contratto in scadenza ma è il giocatore delle Rondinelle con l’ingaggio più alto. Ingaggio assolutamente sostenibile per una squadra di serie A. Caracciolo fa reparto da solo, fa salire la squadra, porta esperienza e non ha certo dimenticato come si fa gol. Ottimo come punta di scorta di una squadra di medio alta classifica o come titolare di una squadra che deve salvarsi. È un 1981, non giovanissimo ma nemmeno finito.

4. Glen Johnson, Liverpool

Trent’anni, in scadenza di contratto con il Liverpool, può essere un’occasione interessante considerando il profilo e l’esperienza del calciatore: Johnson, tornato titolare con Brendan Rodgers ma in rotta con la società, è un terzino di spinta destro che si trova a suo agio anche sul lato mancino. Accostato in questa finestra di mercato alla Roma:  Sarebbe dunque un valido ricambio per Maicon o un’alternativa a Holebas. Segna anche gol pesanti. Ottimo affare, considerata l’esperienza e le capacità tecniche.

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5. Andre-Pierre Gignac, Olimpique Marsiglia

Attaccante nel giro della nazionale francese, non dovrebbe rinnovare con l’Olimpique Marsiglia. Anzi, ha già dichiarato che, nonostante l’ottimo rapporto con il loco Bielsa, a giugno andrà via. Tanto vale provarlo a prendere già a gennaio. Nel corso degli anni ha arretrato il suo raggio d’azione trasformandosi in ala, ma non perdendo mai le capacità nel gioco aereo. È un giocatore internazionale a tutti gli effetti ed essere allenato dal Loco non può che avergli giovato.

6. Alexander Pato, San Paolo

Bollito, finito, innamorato, deluso, malato di saudage. Delicato e perennemente infortunato. È tutto vero? Oppure Alexander Pato, classe 1989, quindi ancora giovane, può ancora dire la sua nel calcio europeo e nel campionato italiano? Il contratto con il San Paolo è in scadenza e il papero ha una gran voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. La classe è quella di un tempo, la rabbia è tutta nuova. Sembra interessi alla Fiorentina: una scommessa che non preoccupa Montella, deciso a rilanciarlo. In fondo non c’è molto da perdere.

7. Yoann Gourcuff, Lione

Altro ex milanista che non ha lasciato grandi ricordi in Italia, rispetto alla sua classe e al talento cristallino. Avrà ventinove anni quando la Francia ospiterà il prossimo Europeo, eppure le probabilità che partecipi a una di queste due competizioni sono prossime allo zero. Tormentato dagli infortuni, messo in ombra dall’esplosione recente della generazione di Alexandre Lacazette e Clément Grenier, prodotti del vivaio lionese. Può stupire ancora. O quantomeno fare la differenza in una squadra della seconda fascia del campionato italiano. A Lione non vedono l’ora di venderlo. Anche subito.

Yoann Gourcuff lyon Olympique Lyon AS Monaco FC Coupe de la Ligue 1 Ligapokal 17 12 2014 Fr

8. Dani Alves, Barcellona

Terzino che non ha bisogno di grandi presentazioni: un vincente, un leader, un trattore sulla fascia. Famoso per aver raccolto una banana a lui indirizzata e averla mangiata prima di battere un calcio d’angolo, ma non solo. Tra l’altro è un ragazzo molto sensibile, ha chiesto di ridare lavoro al ragazzo licenziato dopo il lancio della banana. A fine stagione sarà divorzio e partirà una vera e propria asta per il catalano. Premier League, Liga, Ligue 1, Serie A, quale sarà il prossimo campionato di Dani Alves? L’unico problema, che potrebbe far intimorire gli interessati, sarà la trattativa per l’ingaggio, al momento percepisce 7 milioni di euro annui. 

9. Sami Khedira, Real Madrid

Chiariamolo subito: l’ingaggio è altissimo, forse non alla portata delle squadre della nostra serie A. Tra l’altro rumors di mercato parlano di un pre-accordo con il Bayern Monaco. Il contratto di Khedira con il Madrid scade a giugno del 2015 ma l’anno scorso, quando era ancora infortunato a causa della rottura del legamento crociato che lo ha tenuto fuori circa cinque mesi, il club blanco gli ha offerto il rinnovo, come gesto di fiducia nei suoi confronti, nonostante non si conoscevano ancora i tempi di recupero. L’agente del calciatore non ha risposto positivamente alla proposta del club madrileno per cui la questione è stata momentaneamente accantonata. Può inserirsi la Juventus se vende Vidal.

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10. Fabian Shar, Basilea

Difensore svizzero, classe 1991, interessa alla Juventus. Può arrivare a parametro zero a giugno oppure già a gennaio, in stile Marotta, visti anche i problemi di Barzagli. Gioca nel Basilea e nella nazionale svizzera. È uno dei centrali europei più forti, in prospettiva, è cresciuto tantissimo con Paulo Sousa, attuale allenatore degli elvetici. Viene utilizzato sempre sul centro-destra, nel 4-4-2, ma Schär ha le qualità giuste per adattarsi anche a una linea a tre. Colpisce per la personalità, si disimpegna con freddezza nelle situazioni più complicate, è svelto e ha uno spiccato senso della posizione che gli consente di leggere le situazioni in anticipo. 

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Scegliere 10 partite, tra tutte quelle che sono state disputate nell’anno che volge al termine, non è un’impresa semplice. Abbiamo scelto tra i principali campionati, la Champions League, l’Europa League e i Mondiali del Brasile. Il criterio di scelta non è solo legato alla spettacolarità della gara, ma anche alla tensione, ai protagonisti, ai significati che spesso una partita porta con sé accrescendone perciò il fascino. Succede quando una squadra come l’Atletico Madrid è chiamata a fare l’impresa andandosi a prendere lo scudetto al Camp Nou, o quando il Liverpool supera il Manchester City e pensa di essersi assicurato lo scudetto. Di queste e altre storie parleremo nel post, ma andiamo per ordine:

23 marzo, Real Madrid-Barcellona (3-4)

El Clàsico. La partita della partite in versione deluxe. Messi contro Ronaldo, Ancelotti contro Martino in un Santiago Bernabeu vestito di bianco. Apre Iniesta segnando il suo primo gol al Bernabeu. Poi un uno-due tremendo di Benzema, finché Messi non va ad agganciare Di Stefano segnando il gol del pareggio. È solo il primo tempo. Cristiano Ronaldo si procura un rigore e lo trasforma ma Neymar sfugge a Ramos e si fa atterrare. Rigore ed espulsione che Messi trasforma. C’è ancora il tempo per un palo clamoroso di Dani Alves ma soprattutto per un altro rigore, che Messi trasforma mandando in estasi il popolo catalano.

8 aprile, Chelsea-Paris Saint Germain (2-0)

Non una partita altamente spettacolare, ma piena di significati. Il Paris Saint Germain ha battuto il Chelsea in casa, all’andata dei quarti di finale di Champions, con il risultato di 3 a 1. Un risultato che non lascia molte speranze agli uomini di Mourinho. Già, se solo non fossero allenati dal vate di Setubal. Inoltre il PSG, che investe da anni per conquistare un prestigioso trofeo internazionale, sembra finalmente pronto a superare l’esame di maturità. Ma forse è proprio per questo che scende in campo con sufficienza e si fa schiacciare dal Chelsea che ha preparato benissimo la partita. Segna Schürrle alla mezz’ora, poi è arrembaggio ma il PSG sembra poter uscire indenne. Fino a quando non scatta Ba, non proprio una prima scelta di Mourinho, e raddoppia, a due minuti dalla fine, regalando la qualificazione ai Blues. La corsa di Mourinho, per andare ad abbracciare i propri giocatori, è una delle immagini sportive più belle del 2014. 

13 aprile, Liverpool-Manchester City (3-2)

Dopo 25 anni il Liverpool torna a giocare un match valido per il titolo. L’ultima volta che i Reds si sono laureati campioni il torneo di sua maestà si chiamava Big League e Gerrard era poco più di un bambino. Lo stadio è stracolmo, ma ad Anfield non è una novità. Ma quando Sturridge sblocca la gara si sente, eccome, la differenza tra una partita normale e una che vale la Premier. Qualche minuto dopo raddoppia Skrtel ma il City di Pellegrino è un osso durissimo. Che presto torna in partita.

Nel secondo tempo prima Silva e poi un’autorete di Mignolet riportano il risultato in parità. Sembra addirittura che il City possa vincerla la partita. Ha più gamba e l’inerzia dalla propria parte. Ma un mezzo liscio di Kompany mette Coutinho nella condizione di calciare. L’ex oggetto misterioso dell’Inter la piazza all’angolino. Tre a due. A fine partita il discorso epico di Gerrard, che raduna i compagni a centrocampo “Mancano ancora poche partite, manteniamo i piedi per terra“. Peccato che gli dei del calcio, spietati come non mai, destineranno a lui un pesantissimo errore la settimana dopo contro il Chelsea. Errore che costerà di fatto il titolo ai Reds.

1 maggio, Valencia-Siviglia (3-1)

Semifinale di Europa League, derby di Spagna, partita apparentemente chiusa perché il Siviglia ha già vinto la gara di andata per 2 a 0. Ma a Valencia nella remuntada ci credono eccome. Pronti via e il Valencia va in vantaggio nella bolgia del Mestalla. Bastano 25 minuti alla squadra di Pizzi per rimettere tutto in discussione con un colpo di testa prepotente di Jonas. Si, se puede, recita uno striscione in curva. E a Pizzi, allenatore del Valencia, non sembra vero. A venti minuti dalla fine arriva addirittura il 3 a 0 di Mathieu, che manderebbe il Valencia direttamente in finale evitando i supplementari.

Ma qui inizia un’altra partita. Quella della tensione e della paura. Il Valencia arretra, adesso è il Siviglia, impaurito fino ad un minuto primo a non aver nulla da perdere. Minuto 95: da un fallo laterale a difesa schierata nasce un rimpallo che porta il pallone sulla testa di M’Bia. Mentre il pallone termina il rete potete vedere i giocatori del Valencia cadere a terra, come colpiti a morte, uno dopo l’altro. E quelli del Siviglia correre all’impazzata verso Torino, dove andranno a prendersi una coppa incredibile.

17 maggio, Barcellona-Atletico Madrid (1-1)

Ci sono partite che sono meravigliose anche se non sono bellissime. Perché sono talmente piene di pathos che la bellezza è nei volti dei protagonisti. Eroi come Simeone, Godin, Arda Turan, che restituiscono ai colchoneros un titolo che manca da più di 15 anni. L’Atletico arriva all’appuntamento decisivo con la consapevolezza che si può vincere tutto (Liga e Champions) o si può restare con un pugno di mosche dopo una cavalcata mostruosa. E l’inizio della partita non lascia presagire nulla di buono. Pronti via e si fa male Diego Costa, dopo qualche minuto Simeone e costretto a perdere anche Turan.

A fine primo tempo Sanchez porta il vantaggio il Barcellona che sarebbe, a quel punto, campione di Spagna. Quando tutto sembra perduto arriva l’intervallo. Mi piace immaginare Simeone che guarda in faccia i suoi e dice soltanto “Siamo arrivati fino a qui, non mi importa come ma questa partita non possiamo proprio perderla”. È di Godin, ad inizio ripresa, il gol che vale il decimo titolo della Liga.

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15 giugno, Italia-Inghilterra (2-1)

In un Mondiale da dimenticare anche noi abbiamo vissuto la nostra notte di gloria. Un’illusione, come certe sere d’estate. La sensazione di aver superato l’ostacolo più difficile, mentre presto ci accorgeremo di essere noi e l’Inghilterra le vere cenerentole del girone. Ma quella notte sembra di assistere ad una partita di altri tempi con i nostri azzurri disposti a patire l’umidità di Manaus pur di portare a casa la vittoria. Pirlo gioca una gara sontuosa mettendo in scena il meglio del suo repertorio compreso un assist senza toccare il pallone. È la finta con la quale fa scorrere il pallone verso Marchisio, che porta in vantaggio l’Italia.

L’Inghilterra di Hodgson non ci sta, e dopo qualche minuto pareggia con Sturridge. I nostri appaiono provati, ci pensa Paletta, in maniera sgraziata ma efficace, a togliere i grattacapi alla difesa. Nel secondo tempo Candreva trova con un cross millimetrico, la testa di Balotelli, che segna il suo primo (e ultimo) gol al Mondiale. È anche l’ultima volta che abbiamo avuto notizie di Mario, nel 2014.

8 luglio, Brasile-Germania (1-7)

Cosa c’è di bello in una partita che finisce con un risultato così netto? Ve lo dico subito: l’incredulità. Novanta minuti di incredulità che avrebbero fatto felice qualunque regista. L’incredulità di Lowe, allenatore tedesco, nel vedere la sua Germania passeggiare in casa del Brasile. Quella dei giocatori tedeschi, ogni qualvolta vedono la rete gonfiarsi. Quella di chi, da casa, sta vedendo la Germania giocare con la maglia del Flamengo a Belo Horizonte. L’incredulità di Julio Cesar, portiere del Brasile passato da eroe a vittima sacrificale in meno di quattro giorni.

Le sue lacrime iniziano a scendere ben prima del novantesimo. Come quelle di David Luiz ma soprattutto quelle dei tifosi brasiliani inquadrati dalle telecamere. A turno si vedono piangere anziani, giovani, donne e bambini. Il tutto mentre la Germania impone una delle più umilianti lezioni di calcio che il Brasile ricordi. Sotto gli occhi di uno Scolari che, a differenza di tutti gli altri protagonisti di questa storia, a ciò che sta accadendo ci crede eccome. Forse era proprio lui, il mister brasiliano, l’unico a conoscere i limiti di quel Brasile.

14 settembre, Parma-Milan (4-5)

Il campionato italiano non offre certo spunti epici negli ultimi tempi, eppure il Milan di Inzaghi nelle prime giornate ha dato spettacolo, offrendo prove più vincenti che convincenti, ma comunque divertenti, come quella di Parma. Una partita dove in realtà si è visto di tutto: giocate, errori (alcuni grossolani come quelli del portiere Diego Lopez), decisioni arbitrali dubbie, sanzioni disciplinari. Ma soprattutto si è visto uno dei gol più belli del 2014: il colpo di tacco di Menez che, in corsa su un campo bagnato, riesce persino ad alzare il pallone quel tanto che basta per eludere l’intervento in scivolata del difensore. La faccia di Galliani dice tutto.

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5 ottobre, Juventus-Roma (3-2)

Se questo scontro al vertice fosse stato giocato in un altro campionato o in Champions League a quest’ora staremmo ancora parlando di quanto è stato appassionante e staremmo commentando le magie di Pjanic e Pirlo anziché parlare dei presunti errori di Rocchi. Presunti, perché rivisti alla moviola dopo quasi tre mesi non si riesce a capire se quel fallo avviene dentro o fuori dall’area e se la trattenuta su Totti procura danno o meno. In compenso l’IFAB (l’ente che detta le regole nel mondo) ci ha informato che il gol di Bonucci è valido e che Vidal non è da considerare in posizione punibile di fuorigioco.

Della partita resta poco, eppure è stata un gran partita, con continui ribaltamenti e il risultato sempre in bilico. E allora non ci resta che una preghiera: Bonucci, ti prego, la prossima volta mandala in tribuna (cit. Fabio Fanelli).

1 novembre, Bayern Monaco-Borussia Dortmund (2-1)

Le partite tra bavaresi e gialloneri di Dortmund non sono mai banali. Lo scontro del 1 novembre però non è un match al vertice, ma una partita apparentemente senza storia. Primo il Bayern schiacciasassi di Guardiola, che ha appena triturato la Roma a domicilio, terzultimo il Borussia di Klopp. Che però ha un grande pregio: non si da mai per vinto. Campioni di Germania contro detentori della Coppa, un Clasico anche qui. È Marco Reus a portare in vantaggio il Borussia con un colpo di testa che beffa Neuer facendo esplodere il gremitissimo (e rumorosissimo) settore ospiti.

Poi il Bayern inizia a schiacciare l’avversario sbagliando però le più elementari delle occasioni per la disperazione di Guardiola. Weidenfeller chiude la porta a Muller, a Robben e a Lewandowski. Ma è proprio lui, l’ex centravanti del Dortmund, a pareggiare i conti ad inizio ripresa per la gioia di Guardiola e di un altro grande ex: Matthias Sammer, ultimo pallone d’oro tedesco. A cinque minuti dalla fine, dopo una pressione spaventosa, Ribery si fa atterrare da Subotic procurandosi un rigore fondamentale. Rigore che Robben trasforma allontanando gli incubi di un titolo svanito contro il Dortmund proprio a causa di un suo errore dal dischetto. E per voi quali sono le partite indimenticabili del 2014?