CALCIO

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Mentre il calciomercato latita, il merchandising delle magliette da calcio continua a mantenersi ai massimi livelli, se non altro per quanto riguarda le novità. Non è un business semplice, soprattutto in Italia, per gli sponsor tecnici e per le società: da un lato un prodotto che costa mediamente sui 70-80 euro, dall’altro la necessità di innovare e proporre soluzioni differenti dalla stagione precedente, senza perdere di vista la tradizione. Prendiamo il caso dell’Inter, che ha praticamente costretto i propri tifosi ad un anno di purgatorio, con una maglia molto bella esteticamente ma che nulla aveva a che fare con la storia del club. Si rifaranno (gli occhi) quest’anno, visto che la Nike propone un deciso ritorno al passato, con le tradizionali strisce verticali sottili e una seconda maglia che rievoca quella dello scudetto dei record, indossata da Aldo Serena, Lothar Matthäus e Ramon Diaz.

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Per una grande che torna “strisciata”, altre due big che lo rimangono, ma con un design diverso, made in Adidas. Se il Milan sceglie delle strisce classiche e un omaggio a Expo, la maglia si chiude infatti con un bordo nero in cui è presente un tag con la bandiera dell’Italia e un richiamo ai colori dell’esposizione universale, la Juventus cambia e si affida al nuovo sponsor tecnico che le regala una divisa più simile a quella del Newcastle (storicamente Adidas) che a quella della Vecchia Signora. Ma è solo una questione di abitudine: Adidas punta tantissimo anche sulla seconda maglia, che per questa stagione torna rosa come l’originale storica maglia della squadra piemontese.

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Molto bella anche la maglia del portiere che ricorda quella indossata da Zoff. Interessante fare un punto sull’abbinamento con pantaloncini e calzettoni, anche questo soggetto a cambiamenti negli anni. L’Inter e Nike scelgono il total black, la Juventus conferma il total white (alcune stagioni sono state disputate con il nero) e il Milan ha già scelto, per le partite casalinghe, il pantaloncino bianco. Resta da capire come saranno i calzettoni, se un rimando alla tradizione (neri) o al Milan più vincente della storia, quello di Arrigo Sacchi e degli olandesi.

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La geografia degli sponsor tecnici cambia, soprattutto al vertice. Se la Nike ha dominato gli ultimi campionati grazie proprio alla Juventus e alla Roma, da quest’anno resta sulle maglie di Inter, Atalanta, Roma e Verona in Serie A, mentre in B ci sarà la novità del Bari e in Lega Pro verrà confermato il Venezia. Passa appunto ad Adidas la Juventus, che insieme al Milan sarà l’unica, nel calcio professionistico, a potersi fregiare della sponsorship tedesca. Particolari che fanno pensare: indubbiamente l’investimento degli sponsor tecnici sui campionati italiani è al ribasso. A farla da padrone sono infatti marchi come Errea, Legea, Givova e Macron, oltre a Joma, che fino a un decennio fa non esistevano o non si vedevano sui campi professionistici. Esisteva invece la Umbro, acquisita dalla Nike, che dominava la scena con le maglie di Inter, Parma, Napoli, Lazio e tante altre e che adesso deve accontentarsi del Monza.

C’è in realtà un’altra ragione, oltre quella meramente economica, e per spiegarla basta citare l’esempio del Napoli. La squadra del presidente De Laurentiis ha scelto Robe di Kappa, di fronte ad un’offerta di Nike per un motivo molto semplice: Nike concede alle squadre che reputa “di seconda fascia” dei template standard, non negoziando nessuna personalizzazione. Il Napoli ha venduto negli anni passati tantissime maglie da trasferta grazie alle intuizioni del suo presidente: prima il camouflage, poi il jeans, e per questo motivo si è giunti all’accordo con Kappa. Le indiscrezioni sulla seconda maglia del Napoli parlano di un ritorno al rosso, quello giù utilizzato da Careca e Maradona negli anni ’90. Cambio di sponsor tecnico anche per la Sampdoria, che passa a Joma, per il Sassuolo che approda a Kappa e per la Fiorentina che sposa il progetto di Le Coq Sportif, già partner dell’Italia ai Mundial, nel 1982.

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Lazio e Roma non cambiano tantissimo, anche se i biancocelesti, avendo giocato la seconda parte della stagione scorsa con la maglia del -9 in B, tornano al celeste, stavolta sfumato. Maglia, peraltro, già indossata nella finale di Coppa Italia contro la Juventus. La Roma omaggia i centurioni con un nuovo colletto e con una seconda maglia con intarsi oro. Una grande novità riguarda nomi e numeri che tornano ad essere gialli e sullo sfondo mostrano le meraviglie architettoniche di Roma, le sue strade e i suoi quartieri.

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Perdono qualche colpo Asics e Lotto, che hanno sempre avuto un ruolo molto importante nei nostri campionati e restano invece con pochissime società. Per concludere diamo un’occhiata all’estero dove le maggiori novità sono rappresentate da due club che hanno disputato la semifinale di Champions: il Barcellona e il Bayern Monaco. I catalani andranno contro la tradizione: Nike infatti proporrà per questa stagione una maglia a strisce orizzontali. Il Bayern invece, ogni anno, stupisce per la capacità di passare dai colori della Baviera a quelli della storia del club. In sostanza alterna il rossoblu con il rosso monotòno. Accantonata la divisa a strisce verticali blu e rosse, ecco la novità di questa stagione: una maglia tutta rossa, ma con due tonalità differenti di colore. Il rosso scuro fa parte della storia delle divise del club sin dalle sue origini ed il mix delle due tonalità ricorda i completi indossati negli anni ’60.

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Anche quest’anno ne vedremo delle belle e scopriremo se i tifosi apprezzeranno le nuove maglie acquistandole e indossandole allo stadio. Pratica molto diffusa all’estero e poco da noi in Italia. Vuoi per la crisi economica, vuoi perché ci sono tantissime contraffazioni vendute serenamente fuori dagli stadi, vuoi perché non è nostra abitudine indossare le maglie dei campioni per andare a vedere una partita allo stadio. Di sicuro questa (mancata) abitudine ha portato a perdere molti soldi dagli sponsor tecnici, basti pensare che l’Adidas pagherà al Manchester United quattro volte la cifra che verserà nelle casse della Juventus. Ma questa è un’altra storia. Buon campionato e buon merchandising a tutti!

Per le foto si ringrazia il sito passionemaglie.it sempre all’avanguardia per quanto riguarda il design del calcio e la storia dell’abbigliamento calcistico.

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Il profumo di una nuova stagione di Serie A comincia a spandersi nell’aria e a noi calciofili non resta che contare le ore che ci separano dal primo calcio d’inizio in programma a fine agosto, consolandoci con il calciomercato e l’analisi dei delle nuove squadre che stanno nascendo. Per fortuna l’ora X dei primi ritiri pre-stagionali è ormai scattata. Puntuale ai nastri di partenza, è stata la Sampdoria ad abbandonare per prima lettino e bagnasciuga per cominciare a preparare il preliminare di Europe League, in programma a fine luglio. Gli uomini di Zenga, che hanno già sostenuto due gare amichevoli, resteranno a Ponte di Legno sino all’11 luglio, per poi spostarsi a Pinzolo dal 14 al 29.

Relax a quasi 2.000 metri. #PontediLegno. #vivilasamp #WeAreReady

Una foto pubblicata da U.C. Sampdoria (@unionecalciosampdoria) in data:


È già al lavoro da giorni anche la nuova Inter di Mancini, a Riscone di Brunico fino al 15 luglio per poi partire alla volta di un’altra ricca tournée estiva in Cina dove, dal 25 al 27 luglio, prenderà parte all’International Champions Cup 2015 con Milan e Real Madrid (esordio il 25, nello stadio Longgang di Shenzhen, proprio contro i rossoneri). A proposito della nuova squadra di Mihajlovic: niente ritiro in montagna. Come da qualche anno a questa parte, lavorerà sodo a Milanello fino al 21 luglio, prima della partenza in Cina. Andrà in Australia e poi in Indonesia a partire da metà del mese, invece, la Roma di Garcia che nel frattempo è al lavoro a Pinzolo, in attesa di maggiori novità dal mercato.

Ha preso il via lunedì 6 luglio anche la stagione dell’Udinese, che per la prima volta resterà in sede sino a fine mese. Dal 7 è invece la volta della Fiorentina, a Moena sino al 19 e poi in partenza per New York, dove il 21 disputerà una prestigiosa amichevole con il Paris Saint-Germain. Pre-ritiro in sede anche per Carpi e Verona, con la prima che si dividerà tra Valdaora (dal 12 al 24 luglio) e Urbino (dal 26 al 1 agosto) e la seconda al lavoro dall’11 al 26 luglio a Racines. I “cugini” del Chievo cominceranno a lavorare, invece, l’8 (e fino al 25) a San Zeno di Montagna; idem il Bologna che ha suddiviso il programma in tre tranche: in sede a Casteldebole fino all’11, a Castelrotto dal 12 al 27 e a Sestola dal 1° all’8 agosto. Suddiviso in quattro momenti, invece, il ritiro del Palermo: 8-9 luglio a Coccaglio, 10-19 in Austria nella consueta sede di Bad Kleinkircheim, dal 21 al 2 agosto a Ponte di Legno e dal 6 al 12 agosto a Storo.

Completano il quadro il Sassuolo a Malles dall’8 al 25 luglio e a Carpineti dal 28 al 9 agosto; la Lazio dal 9 al 18 ad Auronzo di Cadore; l’Atalanta in sede dal 9 all’11 luglio e Rovetta dal 12 al 1° agosto; il Napoli dall’11 al 29 luglio a Dimaro; il Torino dal 12 al 26 a Bormio e dal 29 al 6 agosto a Chatillon; il Genoa dal 13 al 25 a Neustift; la Juventus dal 16 al 2 agosto a Vinovo. Chiude il neo-promosso Frosinone, alla prima storica partecipazione in Serie A, dal 18 luglio al 1° agosto a San Donato Val di Comino.

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Andrea Pirlo ha detto stop. Con il campionato italiano, non con il calcio. Il regista bresciano proseguirà infatti la sua carriera in Major League Soccer, con la franchigia di New York. La storia di Pirlo nel calcio che conta è densa di momenti importanti, dall’esordio alle Champions vinte con il Milan ai quattro scudetti consecutivi con la Juve, passando per il Mondiale del 2006 con l’Italia.

I SOPRANNOMI

Per descrivere Pirlo dobbiamo partire dai soprannomi. Ne ha avuti tanti, quasi quanto le standing ovation da tifosi che contano (tipo quelli del Santiago Bernabeu). L’hanno chiamato il Metronomo bresciano, l’Architetto, il Professore, Mozart, il Maestro. Così è stato salutato sul sito della Juventus appena è stato ufficializzato il suo trasferimento negli Stati Uniti.

IL FALLIMENTO NELL’INTER

Dopo aver iniziato con il Brescia, a soli 19 anni Pirlo ha la grande occasione: viene ingaggiato dall’Inter. Gioca 18 partite, partendo spesso dalla panchina. I nerazzurri cominciano a pensare di aver puntato sul cavallo sbagliato e lo prestano l’anno dopo alla Reggina (28 match e 6 reti). Torna a Milano, ma ancora una volta si ritrova ai margini. A gennaio, l’Inter cede Pirlo in prestito nella sua Brescia. E qui arriva la prima svolta nella carriera del Professore.

DA TREQUARTISTA A REGISTA

Paragonato a Gianni Rivera, all’inizio Andrea Pirlo gioca da trequartista, dietro alle punte. La prima svolta a Brescia, dove Carlo Mazzone lo sposta a fare il regista davanti alla difesa. Qui può esprimere tutte le sue qualità: visione di gioco, pensiero veloce, lanci con destro e sinistro, verticalizzazioni e calci piazzati. Ha pure il dribbling. A Brescia trova come compagno di squadra Roberto Baggio, da cui impara ciò che gli manca (poco, in realtà). Proprio la presenza del Divin Codino obbliga Carletto a schierare Pirlo in un’altra posizione: mossa comunque vincente. Il Brescia, grazie soprattutto ai due artisti, chiuderà al settimo posto.

IL MILAN CI CREDE

Nonostante si cominci a parlare di un Pirlo bravo solo in provincia, il Milan di Carlo Ancelotti decide di credere in lui. Costa come un big, però: 35 miliardi di lire. Gli infortuni di Gattuso e Ambrosini convincono l’allenatore e il giocatore che si può riprovare a giocare davanti alla difesa. Il 30 marzo del 2001 arriverà la prima rete in campionato, con il Diavolo, su calcio di punizione contro il Parma. Il 28 aprile arriva la seconda segnatura. L’anno seguente, il 2002-2003, il Milan si presenta con l’albero di Natale. Il 17 novembre arriverà la prima doppietta di Pirlo (due rigori).

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COPPA ITALIA E CHAMPIONS

Pirlo è ormai titolare indiscusso. Vince la Coppa Italia 2002/2003 e poi si aggiudica pure la Champions League a Manchester contro la Juventus, pur uscendo dal campo al 71′. La stagione lo vede in campo 42 volte, con nove gol all’attivo, il suo record personale in una stagione. Parreira lo consacra: “In questa posizione, è lo Zico davanti alla difesa”. Diventa punto fermo anche in Nazionale.

SUPERCOPPA E SCUDETTO

Il Milan di Ancelotti vince tanto. Pirlo è il regista. Proprio alla Rivera. Vince la Supercoppa europea contro il Porto, ma perde l’Intercontinentale contro il Boca Juniors, sbagliando uno dei rigori decisivi. Chiude la stagione con un altro ottimo bottino (44 presenze e otto reti), ma soprattutto con il suo primo scudetto, il 17esimo del Milan.

DA ISTANBUL A BERLINO

Tra il 2005 e il 2006, Pirlo vive probabilmente i momenti più belli e più brutti della sua carriera da calciatore. A Istanbul, in Champions League, il Milan chiude il primo tempo sul 3-0 contro il Liverpool, ma nella ripresa avviene l’impensabile. I Reds rimontano e poi vincono ai rigori. Ancora una volta, dal dischetto, il regista bresciano non sarà abbastanza freddo. La Champions sfugge clamorosamente al Milan e a Pirlo. E più avanti dirà che aveva pensato di smettere.

Invece, prosegue. Segna quattro gol su punizione in campionato, segna pure in Champions. In estate ci sono i Mondiali in Germania. Marcello Lippi costruisce l’Italia sulla regia e i piedi di Andrea. Proprio da un suo assist, nella semifinale contro i padroni di casa della Germania, arriverà il gol di Grosso (poi replicato da Del Piero) che qualificherà gli azzurri alla finale. A Berlino, contro la Francia, l’apoteosi dal dischetto. Pirlo diventa campione del mondo.

GLI ULTIMI ANNI AL MILAN

Milan penalizzato per Calciopoli. Milan rinato e addirittura in grado di andare a giocare un’altra Champions, di nuovo al cospetto del Liverpool. Pirlo e Inzaghi sono i protagonisti del successo. La delusione di Istanbul è ormai dimenticata. Andrea è ormai il simbolo del Milan. Vince la Supercoppa europea e la Coppa del mondo. Le sue punizioni ‘maledette’ sono un marchio di fabbrica. Nessuno riesce a fermarle.

Eppure, un infortunio nel 20008/2009 toglie il regista dal campo per un paio di mesi. All’inizio del 2009/2010, Ancelotti va al Chelsea e Pirlo è sul punto di seguirlo. Alla fine, rimane, su preciso ordine di Silvio Berlusconi. Ancora gli infortuni condizionato il Maestro, che festeggia lo scudetto ma ha capito che la Società non crede più in lui. Con il Diavolo, in dieci anni, 401 partite ufficiali e 41 reti. In bacheca, due Champions, una Coppa del mondo per club, due scudetti, 2 Supercoppe europee, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana.

ARRIVA LA JUVE

Dopo due settimi posti, la Juve cambia. In panchina arriva Antonio Conte che come prima richiesta indica Pirlo. E’ disponibile a parametro zero. Il Milan sorride: gli abbiamo dato un bidone. La Juve costruisce su di lui il ciclo vincente. Un quadriennio di scudetti, una Coppa Italia, la finale di Champions League persa, due Supercoppe italiane. Pirlo segna e fa segnare (suo l’assist per il primo gol allo Juventus Stadium di Stephan Lichtsteiner).

La prima stagione è subito scudetto. Il secondo consecutivo, con due squadre diverse (cosa riuscita soltanto ad altri cinque giocatori). Chiude l’anno con 13 assist e tre gol in campionato). L’Aic lo premia come il migliore in assoluto. Negli anni successivi, arriveranno sigilli belli e decisivi (contro la Fiorentina, nel ritorno degli ottavi di Europa League e a Genova contro il Genoa, entrambe le volte su calcio di punizione); contro il Torino nel derby vinto a tre secondi dal termine nell’ultima stagione.

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Era la finale annunciata da prima dell’inizio del torneo, e ora è diventata realtà. Cile e Argentina hanno dimostrato nelle tre settimane di Copa América di essere realmente le due nazioni più forti del calcio sudamericano, perciò la finale di sabato sera all’Estadio Nacional di Santiago non può che essere definita come il miglior epilogo possibile. Se quattro anni fa Uruguay-Paraguay era stata una grossa sorpresa, soprattutto per la presenza dell’Albirroja, stavolta i pronostici della vigilia sono stati ampiamente rispettati. Ma questo non vuol dire che il torneo sia stato monotono e prevedibile, perché chi ha seguito interamente la competizione a partire dalla notte fra l’undici e il dodici giugno si sarà reso conto di come il livello sia finalmente alla pari con quello europeo, con tanta intensità e qualche colpo proibito di troppo, comunque tipico per i canoni del fútbol sudamericano.

LA MARCIA VERSO SANTIAGO

Alla vigilia il gruppo delle favorite era composto da Argentina, Brasile, Cile e Colombia. Le due finaliste hanno confermato le aspettative, vincendo cinque delle sei partite giocate (anche se per la Selección il successo contro i colombiani ai quarti è arrivato solo ai rigori) e segnando il maggior numero di gol (tredici i padroni di casa, dieci gli argentini), mentre le altre due big sono andate incontro a un flop clamoroso, seppur di proporzioni differenti. Quasi inevitabile il tracollo dello della Seleção, in evidente crisi tecnica come mai era successo nella sua storia e con la mazzata della squalifica di Neymar che ha tolto le poche certezze al gruppo di Dunga, tanto che persino Thiago Silva ha regalato un rigore costato carissimo; meno annunciato quello dei Cafeteros, causato soprattutto dalla pessima condizione fisica di molti dei principali giocatori, su tutti gli irriconoscibili Juan Guillermo Cuadrado e Radamel Falcao. Complice il calo dell’Uruguay Cile e Argentina non hanno trovato avversari di pari livello nel loro cammino: ora devono dimostrare chi è veramente superiore.

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LE DUE FINALISTE AI RAGGI X

La filosofia di gioco di Cile e Argentina nasce da un punto d’incontro comune: i due CT, Jorge Sampaoli e Gerardo Martino, sono entrambi legati a una delle principali figure del calcio sudamericano: Marcelo Bielsa; il primo ne è un devoto discepolo nella tattica e nei movimenti in panchina, il secondo è stato addirittura suo giocatore ai tempi del Newell’s Old Boys. El Tata, rispetto a Don Marcelo, ha uno stile di gioco meno appariscente, alla ricerca di un giusto equilibrio tra le due fasi. La scelta non sempre ha pagato (vedere il flop al Barcellona), ma ora il suo calcio pragmatico ma poco spettacolare è servito a unire una nazionale che aveva bisogno di consolidarsi. Sampaoli invece ha perfezionato il gioco dei suoi due predecessori, il già citato Bielsa e Claudio Borghi, puntando su intensità, pressing e strapotere offensivo, tattica risultata vincente nel 2011 quando vinse campionato e Copa Sudamericana con l’Universidad de Chile, squadra dove militavano cinque probabili titolari di sabato.

I CAMPIONI A CONFRONTO

Doveva essere la Copa América di Lionel Messi e Arturo Vidal, principali stelle delle finaliste. Per quanto riguarda Leo non si può dire che abbia deluso, perché nonostante un solo misero gol su rigore in sei partite, è stato molto utile con diversi assist e giocate per i compagni. Lo juventino ha iniziato da leader (tre gol nelle prime due uscite) salvo poi calare un po’ a seguito del noto incidente stradale dopo la gara col Messico. Accanto a loro sono sorte altre figure di rilievo, altrettanto decisive per conquistare la finale: su tutti spicca Jorge Valdivia, uno degli ultimi veri numeri 10 rimasti e catalizzatore della manovra della Roja, capace di giocate impensabili e illuminanti nonché dell’assist per il gol partita di Isla contro l’Uruguay: dovesse vincere il Cile, il premio di miglior giocatore del torneo non potrà che essere del Mago. Nell’Argentina è finalmente esploso Javier Pastore, dominatore assoluto nel 6-1 al Paraguay. E oltre al leader Javier Mascherano, ha fatto molto bene Sergio Agüero. Ci si aspettava di più da Ángel Di María, Alexis Sánchez e Carlos Tévez, ma c’è ancora una partita per tornare protagonisti.

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Primo trofeo internazionale del Cile o quindicesima Copa América in bacheca per l’Argentina? Il pronostico è incerto. Forse l’Albiceleste ha qualcosa in più, anche facendo un paragone rispetto a com’era arrivata alla finale di un anno fa ai Mondiali (contro la Germania mancava Di María per infortunio e Messi non era al meglio), ma sarebbe scorretto dare il ruolo di sfavoriti ai padroni di casa, spinti dall’incessante supporto del pubblico (qualche maligno dice anche da degli arbitraggi benevoli e un calendario forse non casualmente favorevole). Dal 2001 il paese organizzatore non trionfa: in quel caso fu la Colombia, mentre l’Argentina è a secco addirittura dal 1993, quando fu trascinata da Gabriel Omar Batistuta. La rivalità fra i due paesi è forte e nasce ben oltre i confini calcistici, perciò c’è da aspettarsi un match teso e sentito non solo per l’alta posta in palio. Alle 22 (ora italiana) di sabato sera le luci si accenderanno su Santiago: è arrivata l’ora del verdetto.

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AAA attaccante referenziato cercasi, con buone doti atletiche, spirito di gruppo, capacità di leadership e soprattutto bomber. Segni particolari:  giovane e nato in Italia. Il cartello virtuale lo hanno esposto da tempo i selezionatori delle nostre nazionali, Antonio Conte e Gigi Di Biagio. Non è un mistero, infatti, che dal primo Balotelli, di cui si sono perse le tracce agli Europei del 2012, le selezioni azzurre fatichino a identificarsi con un leader offensivo, capace di capitalizzare il gioco della squadra.

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Del resto, è sufficiente dare un’occhiata all’ultima classifica dei capocannonieri di Serie A per accorgersi di alcuni segnali inequivocabili: ha trionfato Luca Toni (insieme all’argentino Icardi) con 22 reti, ma la sua carta d’identità segna già 38 candeline, spente lo scorso 26 maggio. Alle sue spalle è l’Argentina a farla da padrona con Tevez (20) e Higuain (18) che si aggiungono al già citato Icardi. Ma allora cosa riserva il futuro per l’attacco della Nazionale?

Il primo spiraglio di luce si ottiene scorrendo ulteriormente la classifica dei goleador: Manolo Gabbiadini, autore di 15 gol tra Sampdoria e Napoli, classe ’91, ma ancora alla ricerca di una maglia da titolare con continuità (occorre confidare in Sarri). Un gradino sotto il potenziale partner del napoletano, nonché l’attuale guida dell’Under21: Domenico Berardi, 21 anni da compiere ad agosto e già 30 reti in due campionati in A. Promesso sposo della Juventus, è chiamato alla consacrazione definitiva nel prossimo campionato ancora con il Sassuolo alla corte del suo mentore Di Francesco, prima di spiccare auspicabilmente il definitivo salto di qualità, anche come guida della Nazionale di Conte agli Europei.

Chi è approdato già quest’estate in bianconero è, invece, il compagno di reparto Simone Zaza che, dopo l’esordio con gol in azzurro la scorsa estate, sembrava destinato a ben altro campionato. Al contrario ha faticato più che nelle attese, ha mostrato un po’ di discontinuità, ma alla fine ha ugualmente centrato la prima doppia cifra in A (11 reti).

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Completiamo la nostra carrellata con due giovani in attesa di consacrazione e altrettanti possibili rilanci della prossima stagione. Nel primo gruppo rientrano: Andrea Belotti, classe ’93 del Palermo, presumibilmente in procinto di disputare il suo primo torneo da titolare, dopo la partenza dell’ingombrante e talentuoso Dybala e Federico Bonazzoli, di quattro anni più giovane, ma già lanciato in A e in Europa con la maglia dell’Inter che nel 2015/2016 diventerà quella blucerchiata della Sampdoria. Tra i rilanci fortemente attesi, infine, attenzione a Ciro Immobile, di rientro in Italia dopo il colpo a vuoto dell’esperienza tedesca con il Dortmund e Graziano Pellè, che a Southampton dovrebbe restarci e anche bene, sia pur cercando di ritrovare quel feeling con il gol già mostrato in Olanda e all’inizio dell’avventura in Premier.

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La presentazione di Geoffrey Kondogbia, nuovo acquisto dell'Inter.

Il derby in terra monegasca fra le due milanesi per aggiudicarsi Geoffrey Kondogbia, finito all’Inter dopo un weekend ricco di colpi di scena, è solo l’ultimo capitolo di una lista di operazioni riguardanti nerazzurri e rossoneri: a partire dagli anni Novanta questa tendenza si è accentuata e ha portato a trasferimenti da una parte all’altra dei Navigli, colpi bassi, giocatori “scippati” a un passo dalla firma e veri e propri dispetti di mercato. Qualche volta è andata bene all’Inter, altre volte invece è stato il Milan a fare un affare ai danni della concorrenza, di certo il “patto di non belligeranza sul mercato” fra i due club, ipotizzato la settimana scorsa a seguito di una presunta telefonata di Adriano Galliani a Marco Fassone, non c’è mai stato e probabilmente non esisterà mai. Non solo Kondogbia quindi: ecco un riassunto delle altre operazioni che hanno fatto la storia.

ANDREA PIRLO

La madre di tutte le trattative pro-Milan. È l’estate del 2001, Pirlo ha da poco compiuto ventidue anni ed è reduce da una stagione passata per metà in prestito al Brescia, dove Carlo Mazzone lo porta a giocare per la prima volta da regista anziché da trequartista. All’Inter è in esubero e così negli ultimi giorni di giugno il Milan lo acquista per trentacinque miliardi di lire: è la svolta della carriera, perché Pirlo in rossonero diventa uno dei centrocampisti più forti del mondo, vince tutto tra cui due Champions League e i Mondiali 2006 con l’Italia.

MAURIZIO GANZ

Più che una trattativa fra le due sponde di Milano è una rivincita personale. Nella stagione 97-98 l’arrivo di Ronaldo all’Inter toglie spazio all’attaccante friulano, autore di trentacinque gol nelle due stagioni precedenti, e lui chiede di essere ceduto: va al Milan per soldi più la seconda metà di Francesco Moriero e un mese dopo segna in un derby di Coppa Italia finito 5-0, diventando un traditore agli occhi dei suoi ex tifosi per l’esultanza sfrenata. Vince lo scudetto nella stagione 98-99 risultando decisivo nel 3-2 alla Sampdoria della 31ª giornata.

FRANCESCO COCO – CLARENCE SEEDORF

È passato alla storia come uno degli scambi più scriteriati della gestione Moratti, assieme a Cannavaro-Carini con la Juventus. Dopo due anni e mezzo di alti e bassi Seedorf lascia l’Inter per andare al Milan in cambio di Coco, di ritorno dal prestito al Barcellona e voluto da Héctor Cúper. Il terzino in nerazzurro gioca pochissimo, fermato dagli infortuni, mentre l’olandese diventa una colonna portante del Milan di Carlo Ancelotti (decisivo nella Champions League 2006-07) e firma il 3-2 in rimonta nel derby di febbraio 2004 con un gol memorabile.

ZLATAN IBRAHIMOVIĆ

Come accaduto con Kondogbia è successo altre volte che Adriano Galliani si facesse soffiare un giocatore importante dall’Inter all’ultimo momento. Con la Juventus retrocessa in Serie B per Calciopoli Ibrahimović vuole andarsene e sembra tutto fatto con il Milan, ma quando i rossoneri sono impegnati col preliminare di Champions League contro la Stella Rossa Branca si inserisce e chiude l’affare in nottata. Ibra fa le fortune di Mancini e Mourinho (anche con la cessione per soldi più Eto’o), al Milan ci finisce nel 2010 dal Barcellona.

GIACOMO BONAVENTURA

Ultimo giorno della sessione estiva di calciomercato per la stagione 2014-2015: Inter e Milan sono alla caccia di un centrocampista, i nerazzurri trattano Bonaventura con l’Atalanta mentre i rossoneri chiudono lo scambio tra Biabiany e Zaccardo col Parma, clamorosamente saltato quando il francese aveva già fatto le prime foto. Galliani sfrutta il fatto che l’Inter stia temporeggiando con l’Atalanta perché deve prima cedere Fredy Guarín e approfitta della presenza di giocatore e dirigenti orobici a Milano per strapparlo ai cugini all’ultimo istante.

ALESSIO CERCI

La scorsa stagione sono state due le volte che il Milan ha preso un dichiarato obiettivo di mercato dell’Inter, una a settembre e l’altra a dicembre: se per Bonaventura si è trattato di un affare non si può dire lo stesso di Cerci, flop in piena regola e tutt’altro che rimpianto dagli interisti, nonostante fosse richiesto da Roberto Mancini. L’idea nasce grazie a Fernando Torres, che dopo quattro mesi pessimi vuole tornare all’Atlético Madrid: lo scambio di prestiti viene annunciato alla vigilia di Natale ma il ritorno in Italia di Cerci è incolore.

CHRISTIAN VIERI

Dopo sei ottime stagioni in nerazzurro con 123 gol messi a segno l’Inter e Vieri si lasciano con una rescissione consensuale. La punta è quindi un parametro zero e Adriano Galliani, sempre attento a queste occasioni, non perde tempo e il 5 luglio 2005 gli fa firmare un biennale, facendolo diventare un traditore a tutti gli effetti. Per Bobo le cose in rossonero vanno male: segna due gol, solo uno in Serie A all’Empoli, fa molta panchina, a gennaio passa al Monaco ma prima si fa superare di testa da Adriano che segna al 91′ il gol del 3-2 nel derby.

DAVID SUAZO

Uno dei pezzi pregiati dell’estate 2007 è David Suazo, in uscita dal Cagliari. Massimo Cellino annuncia il 13 giugno la sua cessione all’Inter per quattordici milioni più Acquafresca. A sorpresa però nella notte fra il 18 e il 19 è Milan Channel che annuncia dell’ingaggio dell’honduregno, dando il via ad alcuni giorni di litigi verbali fra le due società, con Galliani che fa capire di essersi preso una rivincita per la vicenda Ibrahimović. Alla fine il giocatore spinge per voler andare all’Inter e il Milan si ritira, dopo aver preso atto di un contratto già firmato.

FABIO CANNAVARO – ALESSANDRO NESTA

Una sorta di Sliding Doors ambientato a Milano, con i difensori più forti dell’epoca che vedono i propri destini incrociarsi in pochi giorni. Cannavaro sembra conteso fra Juventus e Milan ma ai primi di agosto si inserisce l’Inter, che nel frattempo non riusciva a chiudere Nesta con la Lazio e aveva urgenza di un difensore per fare i preliminari di Champions League contro lo Sporting. I biancocelesti devono cedere per problemi finanziari, nonostante le smentite di Silvio Berlusconi all’ultimo giorno di mercato Nesta diventa rossonero: affare Milan.

RONALDO

Il Fenomeno è stato il grande colpo di mercato dell’era Moratti, ma dopo la cessione al Real Madrid i rapporti si raffreddano. Nel 2006, perso Ibrahimović, il Milan prende Ricardo Oliveira ma è un flop, a gennaio 2007 serve un altro attaccante e la scelta incredibilmente ricade su Ronaldo, preso per 7.5 milioni di euro dopo una settimana di trattative. È però un altro giocatore rispetto a quello ammirato dal 1997 al 2002, gioca poco e chiude con un nuovo infortunio al ginocchio col Livorno. Segna al primo derby da avversario ma vince l’Inter 2-1.