CALCIO

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L'Estadio Vicente Calderón, casa dell'Atlético Madrid.

Nella prima domenica di ottobre, giusto prima di lasciare spazio alla mai amata sosta per le nazionali, la sovrapposizione dei vari calendari dei principali campionati europei ha prodotto una giornata clamorosamente ricca di partite, per una maratona lunga quasi nove ore ininterrotte di grande calcio, con sette gare da non perdere per nessun motivo. Alcune saranno in contemporanea, quindi chi vuole seguire tutto dovrà usare più schermi o ricorrere alla differita, ma il consiglio per vivere al meglio la domenica calcistica è uno: disdire ogni impegno e piazzarsi davanti a un paio di TV, tanto saranno tutte visibili in Italia.

AJAX – PSV EINDHOVEN

Amsterdam ArenA, ore 14.30

Si comincia con un grande classico del calcio olandese, la sfida tra due delle tre grandi di Eredivisie. L’Ajax è primo in classifica con tre punti di vantaggio sul Feyenoord e ha vinto sei delle prime sette giornate, con un solo pari per 2-2 sul campo del Twente, mentre il PSV è più attardato avendo perso con la rivelazione Heracles. Il club di Amsterdam è a punteggio pieno in casa e con la porta imbattuta, può contare sul bomber Arkadiusz Milik e sul ritrovato Viktor Fischer, ma gli ospiti non hanno certo intenzione di mollare da ora il titolo conquistato pochi mesi fa. Il PSV ha qualche problema in difesa ma davanti è letale, l’ex Genoa Maxime Lestienne viene dalla doppietta in Champions League e Luuk de Jong è capocannoniere con sette reti, assieme a un altro ajacide ossia Anwar El Ghazi, il terzo del tridente di Frank de Boer. Possibili molti gol.

L'Amsterdam ArenA, stadio dell'Ajax.


EVERTON – LIVERPOOL

Goodison Park, ore 14.30

In contemporanea con la sfida di Amsterdam c’è il derby del Merseyside, con un valore inferiore per quanto riguarda la classifica, ma molto sentito. L’Everton ci arriva con un punto in più rispetto ai rivali del Liverpool (12 a 11), i Reds, però, hanno molto più da perdere rispetto ai Toffees e un’altra sconfitta potrebbe portare all’esonero del manager Brendan Rodgers. Sabato scorso, con una doppietta all’Aston Villa, Daniel Sturridge ha salvato la situazione, segnando i suoi primi gol dopo sei mesi e l’ennesimo infortunio, ma l’Everton ha già battuto il Chelsea a domicilio tre settimane fa e può contare ora sulla forma di Romelu Lukaku (doppietta nella rimonta da 2-0 a 2-3 sul campo del West Bromwich lunedì). Cinque delle ultime sei sfide in Premier League sono finite in parità, tra cui un 3-3 del 2013.

Jordan Henderson del Liverpool e Kevin Mirallas dell'Everton nel derby giocato ad Anfield nella Premier League 2014-2015.


ARSENAL – MANCHESTER UNITED

Emirates Stadium, ore 17

Ancora Inghilterra, ma stavolta Londra, e più precisamente nel nord della capitale, dove va in scena Arsenal-Manchester United, grande classica d’oltremanica. I Red Devils hanno ritrovato la vetta della classifica per la prima volta dopo l’addio di Sir Alex Ferguson, approfittando dei due KO di fila del City; acquisti come Memphis Depay e Anthony Martial, tanto giovani quanto costosi, si sono già ambientati, mentre Wayne Rooney ha ritrovato il gol nell’ultimo turno e contro l’Arsenal è andato a segno 14 volte in carriera. I Gunners vengono, invece, dalla sconfitta di Champions contro l’Olympiakos e vorranno rifarsi contro i rivali: Alexis Sánchez si è sbloccato con una tripletta sabato a Leicester ed è l’uomo su cui Arsène Wenger punta per battere Louis van Gaal.

Fase di gioco da Arsenal-Manchester United, Premier League 2014-2015.


BAYERN MONACO – BORUSSIA DORTMUND

Allianz Arena, ore 17.30

Der Klassiker è la sfida tra i due club più vincenti della Bundesliga, una rivalità portata anche oltre i confini con la finale di Champions League del 2013. Il Bayern Monaco sta facendo percorso netto, con dieci vittorie di fila in tutte le competizioni, di cui sette su sette in campionato, soprattutto grazie alla strepitosa media-gol tenuta da Robert Lewandowski, autore di ben dieci reti nelle ultime tre uscite, tra le quali spicca la cinquina realizzata al Mainz nel giro di nove minuti. Tramontata l’era Klopp, il Borussia Dortmund si è ripreso sotto la guida di Thomas Tuchel, che ha rivitalizzato i gialloneri recuperando Pierre-Emerick Aubameyang e Henrikh Mkhitaryan. Col nuovo tecnico il BVB è tornato a segnare tantissimo giocando un gran calcio, ma si è inceppato per via di due pareggi che hanno interrotto la striscia vincente e causato il distacco in classifica di quattro punti dal Bayern.

La finale di Champions League del 2013 tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund.


ATLÉTICO MADRID – REAL MADRID

Estadio Vicente Calderón, ore 20.30

Così come Bayern-Dortmund anche Atlético Madrid-Real Madrid sono arrivati a giocarsi una finale di Champions, quella dell’edizione 2014. In Liga l’Atlético ha vinto l’ultima sfida addirittura per 4-0, in più al Vicente Calderón non subisce gol nel derbi dal 2 marzo 2014 (368′ di gioco) e negli ultimi due anni, da quando è tornato a vincere la stracittadina, se l’è sempre giocata alla pari grazie al grande lavoro di Diego Pablo Simeone. I colchoneros hanno fatto qualche passo falso di recente perdendo le ultime due uscite ma stanno trovando alcuni nuovi protagonisti come l’argentino Ángel Correa; i vari infortuni (Bale, Danilo, Sergio Ramos e James Rodríguez) hanno ridotto, dall’altra parte, le possibilità di scelta per Rafa Benítez, con l’ex tecnico dell’Inter che può però contare su Cristiano Ronaldo e su un “riscoperto” Isco. Da aspettarsi tanti scontri duri.

Cristiano Ronaldo e Saúl Ñíguez in uno dei derby di Madrid della stagione 2014-2015.


MILAN – NAPOLI

Stadio Giuseppe Meazza, ore 20.45

Anche la Serie A entra nella lista delle grandi partite di domenica, seppur senza un derby o una gara di alta classifica. Dopo tre sconfitte nelle prime sei giornate il Milan non può più sbagliare, ma si ritrova davanti un Napoli che nello scorso weekend ha battuto la Juventus. Entrambe le squadre hanno un rendimento simile: nove punti per la maggior parte ottenuti in casa, e alcune difficoltà di troppo in difesa, soprattutto per la squadra di Siniša Mihajlović che ha sempre preso gol in campionato. I rossoneri vengono da cinque vittorie in casa e dal 2-0 nell’ultimo confronto a San Siro; con Mario Balotelli in dubbio, possibile che torni titolare Carlos Bacca a far coppia con Luiz Adriano. Il passaggio al 4-3-3 ha migliorato gli azzurri di Maurizio Sarri, con Jorginho tornato ai fasti di Verona e Gonzalo Higuaín sempre letale, ma le condizioni di Lorenzo Insigne sono da valutare.

Lo stadio Giuseppe Meazza di Milano visto da fuori.


PARIS SAINT-GERMAIN – MARSIGLIA

Parc des Princes, ore 21

Per chiudere la grande abbuffata domenicale c’è Le Classique, match di cartello della Ligue 1 francese da oltre vent’anni. Lo scorso 5 aprile fu un 2-3 al Vélodrome che tolse ogni speranza di titolo all’OM, stavolta è quasi un testacoda perché il PSG è primo e già in fuga (venti punti su ventiquattro disponibili, +4 sul Saint-Étienne), mentre l’Olympique è quindicesimo e non vince dal 13 settembre: Míchel ha preso il posto del  dimissionario Marcelo Bielsa (dopo appena una giornata), ma deve dare ancora un’impronta alla propria squadra. Edinson Cavani, Zlatan Ibrahimović e compagni sono dunque i grandi favoriti, ma occhio al belga Michy Batshuayi, la principale risorsa marsigliese.

Paris Saint-Germain - Olympique Marseille.

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C’è un particolare che appare subito evidente: la forma fisica (smagliante) di Paulo Sousa, frutto di un lavoro sul corpo e sulle sue idee, attuato con meticolosa precisione e uno spirito rinnovato. È facile, oggi, dire che il portoghese fosse un predestinato: aveva gambe e cervello quando era giocatore, oltre ad un fascino irresistibile, mutato, ma mai perso e capelli lunghi e neri; adesso i capelli sono diventati sale e pepe, il suo volto è più scavato, ma i suoi bicipiti più definiti.

Di Paulo Sousa si è detto molto, non tutto. Si raccontano i successi, ma spesso ci si dimenticano i fallimenti. È una straordinaria metafora di vita quella dell’allenatore portoghese, uno che spesso ha dovuto ricominciare da capo, sempre rimboccandosi le maniche, mai polemizzando. Non è nel suo spirito: è portoghese, ma con lo Special One ha poco da spartire. Lui è Sousa, l’ambizioso che ha conosciuto anche il fallimento e la caduta.

Come quando da giocatore dovette lasciare la Juventus, dopo averla aiutata (eccome) a riconquistare lo scudetto a distanza di quasi un decennio. Era la Juve di Lippi e lui era l’anima del centrocampo, ma subiva troppi infortuni e così decisero di cederlo. La vendetta si consumerà, silenziosamente e con grande discrezione, in una notte di maggio, quando il Borussia Dortmund da sfavorito batterà la Juve in una stranissima finale di Champions League, con Sousa protagonista.

Tornerà in Italia, ma inciderà poco nell’Inter muscolare (“Tutti sono uguali meno uno“) di Gigi Simoni, che gli preferisce Zé Elias e Simeone, e quando c’è da ragionare si affida a Aaron Winter. Ancora meno nel Parma, dove colleziona 8 presenze prima di congedarsi dal calcio italiano per andare a chiudere la carriera in Grecia. Quando Paulo Sousa inizia a fare l’allenatore ha ancora i capelli lunghi e l’aria del bello e maledetto. Veste in maniera discutibile, e ragiona ancora da calciatore.


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Infatti in Inghilterra dura pochissimo, al Leicester prima e al QPR poi, e viene persino deriso allo Swansea, dove i suoi giocatori gli rimproverano addirittura di essere troppo morbido negli allenamenti.

Per ricominciare, quindi, Sousa sceglie campionati minori del calcio europeo. Prima quello israeliano, poi quello ungherese, infine quello svizzero, dove però conosce un modello di organizzazione a tutti i livelli: il Basilea. Qui si compie l’epifania, l’incontro tra la società perfetta e un allenatore ambizioso, che compie il salto di qualità. Sousa crea empatia con i propri giocatori, iniziando dall’attuare un lavoro su se stesso. È in quel momento che decide di seguire la stessa rigorosissima dieta della sua squadra: dà l’esempio, si comporta da leader, dimentica il suo passato per inventarsi un presente. Radioso. La Fiorentina punta su di lui perché solo uno con il suo carisma può far dimenticare Montella.

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E infatti Sousa cambia modulo, ripesca giocatori finiti nel dimenticatoio (Iličič ) trasformandoli in protagonisti, passa dal gioco di posizione di Montella, basato sul dominio della palla, a quello in verticale basato sul dominio dello spazio. Gli acquisti estivi diventano funzionali al cambiamento: Mario Suárez ha il compito di equilibrare il centrocampo, Kalinić quello di aprire gli spazi, tenere impegnata la difesa e garantire sempre un riferimento in verticale.

In un campionato in cui ti aspetti Dzeko o Dybala, Mandzukic o Luiz Adriano, spunta lui, semi-sconosciuto venuto da Dnipro, attaccante apparentemente sgraziato, ma tremendamente efficace. E Firenze torna a sognare, dopo 17 anni. Come in un pomeriggio di settembre quando Batistuta sconvolse San Siro con la mitraglia mentre Trapattoni fischiava ai suoi di rientrare.

Paulo Sousa non fischia, non sbraccia, ma esulta, eccome. Perché, in fondo, anche lui sa che dopo aver dimenticato il passato ed aver cominciato a vivere un presente fatto di equilibrio e nuova consapevolezza, c’è da scrivere un futuro più ambizioso di quanto si pensi. E per i tifosi della Viola è già #Sousimo: ambizione, coraggio, intelligenza e velocità di pensiero.

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Un Verona campione d’Italia non sarà più possibile, troppa differenza di introiti e investimenti tra big e medio-piccole“. Qualche mese fa, proprio in occasione delle celebrazioni del trentennale dello storico successo della squadra di Bagnoli nel campionato 1984-1985, più di un commentatore si esprimeva così tra un pizzico di nostalgia e un’analisi realistica di una situazione in cui l’elemento finanziario ha finito per ridurre la battaglia per lo scudetto alle solite note (sul finire degli anni ’90 erano state soprannominate “le sette sorelle“, col tempo sono diventate un po’ meno) sigillando ogni possibile pertugio al romantico inserimento di un’outsider.

Una sorpresa proprio come quel magico Verona di Galderisi, Garella, Briegel, Tricella ed Elkjaer, capace di precedere in classifica il Torino di Radice, l’Inter di Castagner, la Sampdoria di Bersellini, ma soprattutto il Milan del Barone Liedholm, la Juventus di Trapattoni e Platini, la Roma di bomber Pruzzo e il Napoli di Maradona. Un’annata storica, quasi irripetibile.

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E invece, qualche anno dopo, fu la Sampdoria di Boskov e del presidente Mantovani ad iscrivere per la prima volta il suo nome nell’albo d’oro. Quella era una squadra sbarazzina, traboccante di talento, che non si limitava ai gemelli del gol Vialli e Mancini, ma che annoverava tra le proprie fila giocatori che hanno continuato a far la storia del nostro calcio (da Pagliuca a Vierchowod, da Dossena a Cerezo, da Lombardo a Branca).

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Nel quarto di secolo seguente più nulla, con il tricolore che si è “limitato” a fare la spola tra Milano (sponda rossonera e nerazzurra) e Torino (Juventus), con due brevissime variazioni geografiche sul tema, facendo capolino a Roma (sponda giallorossa e biancoceleste): e se quest’anno fosse la volta buona per interrompere il “triumvirato”? Difficile dirlo adesso che siamo solo all’inizio, ma qualche segnale il campionato lo sta seminando: nell’ultima giornata, per esempio, Juventus e Milan hanno perso ulteriore terreno, si è fermata a cinque la striscia vincente dell’Inter, sinora comunque mai convincente nonostante i 15 punti, e solo Roma e Lazio sono tornate alla vittoria, dopo un inizio molto complicato.

La classifica vede così la Fiorentina tornare in prima posizione a 17 anni dall’ultima volta (sia pure a pari merito con i nerazzurri), seguita dal Torino “hipster” di Ventura, dal sempre più sorprendente e ancora imbattuto Sassuolo di Di Francesco, dalle già citate Lazio e Roma e ancora dal Chievo. Più che una classifica “reale”, con tutto il rispetto per le formazioni citate, sembra uno di quei tornei in cui sei costretto a riavviare il pc perché ti hanno esonerato a Football Manager; potrebbe essere, invece, il segnale di una stagione “strana”, pronta a raccontare una favola nuova e destinata a restare negli annali del calcio, esattamente come le due citate poc’anzi.

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Chi potrebbe, dunque, raccogliere una simile eredità? Con le big che giocano al “ciapa-no“, quale potrebbe essere quella giusta per lo scudetto? Continuasse così, la Fiorentina di Paulo Sousa sarebbe una seria candidata al titolo. Gli altri due tricolori della storia dei viola risalgono agli anni ’50 e ’60, ma il gruppo messo insieme dai Della Valle sembra umile il giusto e pronto a stupire, come già fatto domenica sera a San Siro. E se non fossero loro, beh il Napoli, con i tifosi pronti a riscrivere sulle mura del cimitero “E non sanno che si so persi“, a 26 anni dal secondo e ultimo scudetto vinto con Maradona. L’intera città non vede l’ora di impazzire, trascinata dalle magie di un altro argentino, Higuain,e dai dettami tecnici di quel Sarri che rappresenta, già di per sé, una storia che riconcilia con il calcio, per via di un esordio in A a 55 anni, l’approdo in una big a 56, la meritocrazia al potere, la classe operaia che va in paradiso.

Meno pronosticabili eventuali successi del Torino o della Sampdoria di Zenga, destinate a pagare qualcosa in termini di esperienza, ma che spettacolo sarebbe anche per i non tifosi una stagione così pazza?

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Anthony Martial festeggia uno dei due gol realizzati contro il Southampton.

Nelle prime due settimane di settembre, complice anche la pausa per le Nazionali, in Inghilterra si è dato grosso risalto all’ultimo colpo di mercato del Manchester United, l’acquisto di Anthony Martial dal Monaco. Il clamore mediatico non è arrivato per le qualità del giocatore, che pure sono evidenti, ma bensì per il prezzo che i Red Devils hanno pagato per portarlo via dal Principato: cinquanta milioni di euro subito più altri trenta maturabili tramite dei bonus (ci sono varie versioni sulle clausole e non è chiaro quanto siano difficili da raggiungere). Contando solo la parte fissa, il diciannovenne di Massy è stato il quarto trasferimento più caro dell’ultima sessione di calciomercato, dietro Kevin De Bruyne, Ángel Di María e Raheem Sterling, perciò la domanda sorge spontanea: vale davvero tutti quei soldi, considerato che solo due anni fa il Lione l’aveva ceduto per cinque milioni di euro? La risposta la dà il campo, e l’inizio è incoraggiante.

12 settembre 2015, a Old Trafford si gioca Manchester United-Liverpool, una delle partite più sentite in Inghilterra. Martial parte dalla panchina, debutta al 65′ sul punteggio di 1-0. Raddoppia Ander Herrera su rigore, Benteke dimezza lo svantaggio con una splendida rovesciata: ci sarebbero sei minuti di sofferenza per lo United, ma Martial decide di prendersi la scena nella maniera migliore possibile. Ashley Young lo serve sulla sinistra, lui si accentra e appena dentro l’area disorienta Škrtel con un gioco di gambe sublime presentandosi solo davanti a Mignolet, battuto con un destro piazzato sul palo lontano.

È il miglior biglietto da visita per il ragazzo da cinquanta milioni di sterline, e non è finita qui perché la settimana dopo fa anche meglio, con una doppietta nel 2-3 in casa del Southampton, mettendo in mostra nei due gol ai Saints la sua grande abilità nel dribbling sullo stretto e una freddezza notevole davanti alla porta. Contro l’Ipswich Town in Capital One Cup non si smentisce e ne fa un altro: quattro gol nelle prime quattro partite, indizio niente male sul suo valore.

L’inizio in Inghilterra è stato sfavillante, ma anche in Francia era stato così devastante? Non proprio. Aveva fatto bene, questo sì, ma nelle settanta presenze con la maglia del Monaco era andato a segno quindici volte, con la media di un gol ogni 251′. Nei due anni a Monte-Carlo è però cresciuto notevolmente, nel primo ha imparato da Radamel Falcao giocando solo qualche spezzone di partita, mentre nel secondo, complice la cessione del colombiano, è diventato titolare chiudendo con nove reti in trentacinque partite di Ligue 1, miglior marcatore dei monegaschi assieme a Bernardo Silva.

Il Manchester United ha visto in lui doti notevoli: è un centravanti forte fisicamente, a cui piace partire sull’out di sinistra per poi accentrarsi sfruttando l’ottima velocità, sa muoversi benissimo in area ed è glaciale nella finalizzazione, qualità di tutto rispetto per uno che farà vent’anni il prossimo 5 dicembre. Può ancora migliorare su diversi aspetti, dal colpo di testa agli assist, dovesse perfezionare anche queste caratteristiche diventerebbe uno dei migliori attaccanti al mondo.

Giudicando solo quanto fatto vedere fino al 31 agosto, non si può dire che a oggi valga davvero ottanta milioni di euro, ed è corretto far notare che la cifra spesa dal Manchester United sia stata dettata anche dall’urgenza di trovare un centravanti dopo un inizio di stagione con pochi gol segnati e le partenze di Falcao, Hernández e van Persie.

È diventato il teenager più pagato della storia del calcio, un’etichetta pesante che però pare non creargli nessun problema e anzi sembra lo stia motivando ulteriormente, per dimostrare di valere tutti quei soldi e diventare una colonna del club come Wayne Rooney o i tanti numeri 7 della storia dei Red Devils. A neanche vent’anni ha tutta la carriera davanti e dà l’impressione di poter sfondare anche in Premier League e in Nazionale maggiore, dove ha esordito lo scorso 4 settembre (quindi dopo il trasferimento record), perciò non è da escludere che in un futuro prossimo la cifra del suo cartellino non sia più ritenuta un’esagerazione.

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Il mio gesto di esultanza è un passo di danza giamaicano che ho personalizzato. Significa ‘To the world’, dalla Giamaica a tutto il mondo. E’ venuto per caso però ha attecchito: ho visto anche dei bambini giapponesi che lo facevano“. Parole e musica di Usain Bolt, l’uomo più veloce del Mondo, capace di trionfare con una continuità e una semplicità disarmanti sulle gare dei 100 e 200 metri. Un vincitore incontrastato che ha reso il suo modo di festeggiare le vittorie un marchio registrato, un “brand” riconoscibile ovunque.

Le esultanze e la gestualità nello sport costituiscono una gamma ampia e diversificata, che negli anni continua a proporre una complessità sempre maggiore, alimentate anche dall”attenzione mediatica; giornali, tv e internet, infatti, hanno trasformato dei perfetti sconosciuti in fenomeni che un tempo sarebbero rimasti vincolati in confini ben più stretti.

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare dello Stjarnan: il nome magari dirà poco, ma vi sarete sicuramente imbattuti in una delle numerose esultanze che hanno reso famosa nel mondo una squadra islandese che per meriti sportivi non avrebbe mai raggiunto una simile visibilità. Lasciate partire il video qui di seguito e vi accorgerete della loro genialità: coreografie studiate a tavolino e provate in allenamento probabilmente molto più degli stessi schemi del loro allenatore. Ce n’è per tutti i gusti: dalla cyclette umana al parto naturale simulato, sino all’attaccante che s’improvvisa Rambo e stermina i compagni uno dopo l’altro. Follia allo stato puro (in senso buono), sia pure un po’ troppo ragionata e per certi versi artefatta.

Diciamocela tutta: l’esultanza è un’esplosione di gioia, un momento di pazzia collettiva incontrastata. Una reazione istintiva che può coinvolgere una squadra, uno stadio, una nazione intera. È bello vivere e godersi anche l’irrazionalità di quell’attimo, come quella mostrata dal gesto di Graziano Pellé, l’attaccante salentino che continua a far parlare di sé Oltremanica.

Il centravanti del Southampton, infatti, dopo una rete al Manchester United, si è lasciato ispirare dai Mondiali di Rugby in corso di svolgimento, fingendo di piazzare una meta oltre la linea di fondo e sotto lo sguardo divertito dei tifosi: il gesto in sé ha rischiato di provocargli problemi alla spalla, ma non gli ha impedito nel resto del match di siglare una personale doppietta che ha fatto venire i sudori freddi a van Gaal, tecnico dei Red Devils tra i suoi principali ammiratori sin dai tempi dell’Az Alkmaar.

Quali sono le 10 esultanze del calcio moderno che hanno fatto la storia, ciascuna a modo proprio? Scopriamolo insieme!

Impossibile dimenticare, tra le più celebri esultanze polemiche, la “sniffata” sulla riga di fondo di Robbie Fowler in un Everton-Liverpool. Il giocatore rispose così a quanti avevano adombrato sospetti sulle sue abitudini extra-calcistiche e si beccò, dopo il rigore realizzato e il conseguente “festeggiamento”, anche i provvedimenti disciplinari dell’arbitro.

Solo urlacci e insulti dall’allora suo pubblico per Zlatan Ibrahimovic che, ormai agli sgoccioli della sua avventura con l’Inter, decise di celebrare uno dei suoi tanti gol guardando negli occhi gli ultras nerazzurri e zittendoli polemicamente. A proposito di Inter, ha più volte fatto venire le palpitazioni ai suoi allenatori il nigeriano Obafemi Martins: una scheggia impazzita capace di festeggiare le sue reti con sei-sette salti mortali all’indietro, costringendo i compagni a tenersi ben alla larga per evitare guai. Della categoria dei saltatori fa parte anche il neo-juventino Hernanes, attiratosi le ire degli ex tifosi laziali proprio per aver festeggiato con una capriola volante un gol su punizione in un Inter-Lazio dello scorso anno.

Ma c’è anche chi è riuscito nell’impresa di aggiungere “accessori” ai festeggiamenti dopo un gol. Ai tempi del Palermo, Fabrizio Miccoli, da grande appassionato di wrestling, ha indossato la maschera del wrestler messicano Rey Misterio e in un’altra occasione un berretto di John Cena accompagnato dal classico gesto “You can’t see me”.

Gesti un po’ più teneri hanno visto, invece, l’attaccante del Borussia Dortmund, Pierre Aubameyang, indossare una maschera dell’Uomo Ragno, mentre l’ex juventino Carlos Tevez aveva nascosto un ciuccio nei pantaloncini per esultare alla maniera dei suoi figli.

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Nella nostra classifica entrano anche due idoli dei romanisti: quel Francesco Totti autore di un selfie sotto la curva giallorossa, durante un derby pareggiato con la Lazio, al quale è bastato un telefonino passato dalla panchina per far accrescere ulteriormente la sua fama mondiale, e Alessandro Florenzi, diventato un manifesto dell’amore per i nonni. Dopo la rete realizzata al Cagliari infatti, il 24 giallorosso ha raggiunto la nonna in tribuna per abbracciarla e dedicarle il gol.

Molto meno scenografiche ma ugualmente di impatto mediatico la statua dopo il gol alla Germania, messa in mostra da un Mario Balotelli già celebre per la t-shirt “Why always me” ai tempi del Manchester City, e quel Mark Bresciano, l’australiano di Palermo, che finiva per incantarsi dopo ogni rete, almeno fino all’arrivo dei compagni.

Menzione d’onore per due allenatori veraci: l’intramontabile Carletto Mazzone che, dopo un’incredibile rimonta del suo Brescia sul campo dell’Atalanta, mantenne la promessa di andare a festeggiare sotto una curva nerazzurra che, per tutta la partita, lo aveva beccato e insultato; Alberto Malesani, autore di corse verso i propri giocatori e di espressioni da vero ultrà, che lo hanno accompagnato nella sua carriera in Europa.

La lista potrebbe diventerebbe davvero interminabile, quindi facciamo così: perché non ci segnalate voi quelle che abbiamo dimenticato?

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Un attaccante del genere i tifosi milanisti lo sognavano da tempo: un giocatore letale vicino alla porta, ma anche capace di partecipare al gioco. E con tecnica. Tre caratteristiche che fanno di Carlos Bacca il nuovo Andriy Shevchenko. Un’eresia? Forse no. Contro il Palermo, infatti, colore della pelle a parte, in molti hanno intravisto le movenze dell’indimenticabile ucraino.

Certo, Sheva arrivò a Milanello a soli 23 anni e il colombiano ne ha 28; il primo diventò famoso soprattutto con il Milan, mentre il secondo ha già alle spalle esperienza e trofei, ma entrambi sono accomunati da tanta corsa e profondità e, of course, senso del gol. Se la difesa rossonera ha infatti fatto acqua anche contro i siciliani, ci ha pensato l’ex Siviglia a togliere le castagne dal fuoco a Sinisa Mihajlovic, applaudito pure – udite udite – da Silvio Berlusconi.

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BACCA, 20 GOL A STAGIONE

Bacca può garantire una ventina di gol a stagione, alla SuperPippo Inzaghi, aggiungendo però la tecnica e il sacrificio per la squadra. Al suo fianco, poi, c’è un altro fromboliere non da poco, quel Luiz Adriano che completa e rende omogenea una coppia-gol che ha cominciato a martellare le difese avversarie. Roba da fare strabuzzare gli occhi ai tifosi che accorrono a San Siro, abituati a mezze figure (vedi Ricardo Oliveira e Fernando Torres), o a gente che ha lasciato davvero pochi segni (come Alessandro Matri e Mattia Destro) o ancora a chi sembrava un crack, ma che poi ha fatto davvero crack (Alexandre Pato su tutti).

E dire che Bacca è sbarcato in rossonero quasi per caso, con il Milan che aveva in pugno quel Jackson Martinez che poi ha scelto l’Atletico Madrid e la Champions League. Così si è deciso di puntare sul bomber che a suon di gol (14 in due edizioni), aveva portato il Siviglia a vincere due volte l’Europa League e su un attaccante che ha la voglia di riportare il Diavolo in Champions. Tutto torna, insomma.

SEGNA E COPRE

Mihajlovic non può rinunciare a lui. Perché? Perché Carlos insegue pure i giocatori avversari, va in copertura, sfruttando la corsa. E poi si fa trovare pronto in area di rigore, come in occasione dell’1-0 ai rosanero. Forse è un po’ presto per dire se Bacca potrà almeno avvicinare nei numeri Sheva, capace di fare 175 reti in 322 partite in rossonero, prima di iniziare il giro che gli ha permesso di chiudere la carriera a casa sua, nella Dinamo Kiev. Le movenze, però, avvicinano il sudamericano all’ucraino, anche se ogni tanto ci mette qualcosa di fine a se stesso, tipo l’ultima rabona che ha fatto infuriare Miha. Del resto, il buon sangue latino-americano non mente…

C’è un qualcosa che comunque ancora manca a Bacca nella carriera da milanista: quel Kakà che ha permesso di far nascere tanti gol sull’asse Brasile – Ucraina dell’epoca. Riuscirà un Balotelli nell’insolito ruolo di possibile trequartista a colmare questo vuoto?

“SÌ, BACCA È COME SHEVA”

In attesa di scoprirlo, l’accostamento tra Shevchenko e Bacca è stato fatto pure da Adriano Galliani: “Il secondo gol di Bacca contro il Palermo mi ha ricordato quello di Sheva nel 2004 contro la Roma. Allora ci giocavamo lo scudetto. Il gesto è stato molto simile anche a quello di Andriy nella finale di Supercoppa europea del 2003 contro il Porto. Ne ho parlato anche con lui al telefono e mi è sembrato abbastanza d’accordo sul paragone”. Quasi un’investitura ufficiale quindi, anche se manca quella più importante, quella di Silvio Berlusconi. Il presidente non ha voluto scomodare icone del passato, ma ha tenuto a precisare che “Mi piace Carlos perché ha uno spiccato senso del gol, oltre a essere molto serio in campo e fuori”.

 

Bacca è soltanto Bacca quindi, o è davvero il nuovo Sheva?