CALCIO

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Sky e Mediaset hanno vissuto un’estate a suon di comunicati, acquisizioni di diritti Tv e promesse. L’ultimo smash è di Mediaset Premium, che ha preso in esclusiva la Ligue 1 francese e la Scottish Premiership. Tra tutti, sicuramente i meno attraente dei principali campionati europei. Anche se, in fin dei conti, poter ammirare il Paris Saint-Germain degli ex italiani Cavani, Thiago Silva, Pastore e Ibrahimovic non è poi cosa da poco. Il campionato scozzese invece propone la dittatura del Celtic e un totale di 12 squadre che si danno battaglia, playoff compresi. Qui trovi lo spettacolo e tanti gol, forse, ma non certo grossa competitività. Il primo appuntamento della Ligue 1 è per venerdì 7 agosto con Lille-PSG. Per chi è in astinenza da calcio, niente paura: già il primo agosto c’è Celtic-Ross County. E il giorno dopo Dundee Utd-Aberdeen.

Certo, Mediaset Premium il colpaccio lo aveva fatto in precedenza, accaparrandosi per tre anni i diritti della Champions League, dopo aver dovuto elemosinare per parecchie stagioni ciò che Sky lasciava. Gli abbonati, per poter vedere la Coppa dalle grandi orecchie dovranno pagare 36 euro al mese. Ma quanto ha speso Premium per aggiudicarsi la Champions in esclusiva? Ben 700 milioni di euro, una cifra altissima che ha messo fuori gioco Sky, causando la rottura tra i due colossi televisivi.

Nel comunicato diffuso da Cologno Monzese si legge che “con queste nuove acquisizioni, l’offerta calcistica di Mediaset Premium si conferma la più competitiva perché l’unica in grado di garantire per i prossimi tre anni, ai propri abbonati, una settimana di calcio top”.

Le cose non stanno proprio così, considerato che Sky ha l’esclusiva di tutto il resto. A cominciare dalla Serie A, mentre Mediaset ha solo 8 squadre. Tutta la Serie B. E poi: Liga spagnola, Bundesliga, Premier League inglese (si comincia il 7 agosto), Europa League, Eredivisie olandese, FA Cup inglese, i match delle qualificazione a Euro 2016 (tranne le gare dell’Italia, di proprietà della Rai). L’emittente di Murdoch, subito dopo aver acquisito i diritti Tv del campionato di Messi e rivali faceva notare che “con l’acquisizione della Liga spagnola in esclusiva per i prossimi tre anni da parte di Fox Sports HD (canale 206 di Sky), sale a 2.000 il numero di partite che Sky trasmetterà in diretta nel corso della stagione calcistica 2015/2016 che sta per iniziare. E ben 1.745 saranno in esclusiva, a conferma della ricchissima offerta di calcio, che si conferma ancora di più la più esclusiva di sempre”.

Colpi di comunicati, insomma. Chi avesse entrambi gli abbonamenti, avrà solo l’imbarazzo della scelta. Il lunedì c’è il posticipo di B e il Monday Night inglese, il martedì e il mercoledì le partite di Champions League delle italiane (Juventus, Roma e Lazio, al momento) e non solo. Il giovedì ecco tutta l’Europa League. Il venerdì prima abbuffata del weekend: anticipo francese, anticipo di B, anticipo di Bundesliga. Il sabato ecco il resto della Serie B italiana, la Premier, il campionato tedesco e l’anticipo di quello spagnolo, oltre naturalmente ai due anticipi della massima serie italiana. La domenica, poi, tutto lo spettacolo della Serie A e gli altri principali tornei calcistici europei.

Il Risiko delle Tv italiane ha tenuto tutti con il fiato sospeso, manco fosse il trasferimento di Ibrahimovic al Milan. Le due avversarie sono tutte e due soddisfatte, ma solo il verdetto del campo dirà chi si è rinforzato maggiormente.

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San Francisco, estate 2012. Devo andare al corso di content marketing con Paul, appuntamento alle 11.30 a Mission Street, angolo con Lowe. Mi arriva un messaggio: «Arrivo tardi, devo accompagnare a calcio mia sorella». Ci penso un attimo, fa caldo e il sole non mi fa ragionare. «Vorrai dire tuo fratello», le scrivo. «No, no, mia sorella. See you later, bro». Il tempo di fare due passi verso Balboa Park e mi rendo conto di aver scritto una cavolata: in tantissimi, negli Stati Uniti d’America, hanno una sorella che gioca a calcio.

Persino nei libri di scuola, quando si parla di situazioni familiari, c’è una sorellina da accompagnare in un prato verde a praticare il soccer, perché la parola football non la puoi usare, è già dedicata ad un altro sport, più amato e più seguito dai maschietti. Più adatto a bere birre e sgranocchiare snack, con tutte quelle pause. Ma questo non ha reso meno nobile l’ascesa di uno sport che sembrava non avere futuro da queste parti, prima del 1994, anno in cui iniziano a giocare a calcio moltissime delle ragazze che hanno sollevato la Coppa del Mondo domenica (l’età media è piuttosto alta, molte sono nate a metà anni ’80). Anno di grazia in cui, negli Stati Uniti, si disputano i primi Mondiali di calcio (maschili) alternativi che spezzano l’egemonia Europa-Sudamerica.

Ci hanno messo 20 minuti Lloyd e compagne a dominare la finale contro il Giappone e vincere il loro terzo titolo iridato: per le statunitensi il risultato finale è 5-2, grazie principalmente alla tripletta del suo capitano, autrice di una terza rete spettacolare. Una tripletta in una finale dei Mondiali l’aveva realizzata solamente l’inglese Geoff Hurst, nella finale (maschile) del 1966 contro la Germania Ovest, mica una roba da tutti. Lo scarto sarebbe potuto essere anche più rotondo, se Johnston non fosse incappata in uno sfortunato colpo di testa difensivo nella propria area trasformatosi in un’autorete alle spalle di Hope Solo. Che personaggio, Hope.

June 8 2015 Winnipeg Canada U S goalkeeper HOPE SOLO in action during a Group D soccer match

Campionessa del mondo, miglior portiere, record di presenze per un portiere nella storia della Nazionale americana di pallone. «Bacio i sederi delle mie compagne, ma se necessario li prendo a calci», dice Hope. Bella, alta, ricca, per la giustizia “violenta”, un conto in sospeso con la sua famiglia e con la stampa, oltre che con qualche ex allenatore e più di una compagna. Un leader carismatico degno delle copertine dei giornali di tutto il mondo. Posa nuda per una rivista quando la Lega americana fallisce e le giocatrici restano senza stipendi: «Devo mangiare, io». Ma tra una polemica e l’altra tira fuori il carattere e si prende la sua vendetta, descritta magnificamente in un articolo di Giuseppe De Bellis, per Rivista 11. La vendetta di chi ha la Nazionale in pugno. Anzi, tra i guanti.

Non Solo Hope. Non solo speranza. Il Mondiale femminile è una certezza: la conferma che il calcio (pardòn, il soccer), negli USA ha un livello molto più alto in campo femminile che in quello maschile e che la MLS ha ancora grandi margini di miglioramento, prendendo le donne come modello cui ispirarsi e approfittando dell’arrivo di ottimi piedi del calcio europeo come quelli, ancora ispiratissimi, di Andrea Pirlo. Le ragazze del calcio stars-and-stripes, che nel loro palmares hanno anche quattro medaglie d’oro olimpiche e dieci titoli in Algarve Cup, si sono meritate i complimenti anche del presidente Barack Obama, con un invito alla Casa Bianca su Twitter e il giro d’onore nel pulmann scoperto, come trionfatrici assolute, acclamate da un vero e proprio bagno di folla.

Non è il primo Presidente appassionato di Soccer, Obama. Nella finale mondiale disputata nell’estate del 1999 al Rose Bowl di Pasadena dalle americane contro la Cina c’erano 90 mila spettatori, per non dire del miliardo di persone incollate davanti ai teleschermi di tutto il mondo. E persino l’ex presidente Bill Clinton non volle far mancare il proprio sostegno alla Nazionale femminile che riuscì a conquistare il titolo iridato contro una formazione che sulla carta era più accreditata. Un risultato che per la Casa Bianca assunse anche un significato diplomatico: la Nazionale femminile aveva infatti vinto contro la formazione di un Paese comunista, esattamente un anno dopo la sconfitta della selezione maschile ai Mondiali francesi contro l’Iran, altro Paese tradizionalmente ostile agli Usa.

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La festa post partita è stata anche l’occasione per dare l’ennesimo calcio a tabù e pregiudizi, sull’onda della parità di diritti e a pochi giorni dalla legalizzazione dei matrimoni omosessuali in tutti e 50 gli Stati che appartengono alla Repubblica Federale: Abby Wambach, centravanti della squadra nonché Pallone d’Oro nel 2012, al termine della partita, corre sotto la tribuna per baciare, davanti a tutti, la moglie Sarah Huffman, sua compagna di lunga data e sposata alle Hawaii nel 2013. E anche in questo caso gli Stati Uniti dimostrano di essere un passo avanti. Almeno nel calcio.

E se Klinsmann, allenatore manager della nazionale maschile (altro grandissimo personaggio, un visionario calcistico che dopo aver ridisegnato la Germania sta rivoluzionando gli Stati Uniti), chiede ai suoi di andare a formarsi in Europa, e di andare a giocare lontano da qui, le americane possono restare in patria, nel campionato più bello del mondo. E chi se ne frega se in questa squadra di campionesse non ci sono tutti giocatrici con un codice etico rigoroso: sono forti così, con i loro difetti e i loro vizi, che la metà bastano a farci una copertina. Il resto ce lo raccontano in campo, tra una tripletta e una parata. Un tiro all’incrocio e un dito che indica il cielo. Un cielo a stelle e strisce.

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Cruzeiro x River Plate BELO HORIZONTE, MG - 05/27/2015: X CRUISE RIVER PLATE - Mora River Plate during the match between Cruzeiro vs. River Plate, valid for the Libertadores Cup, held in legume. (Photo: Daniel Oliveira / FotoArena) PUBLICATIONxNOTxINxBRA DanielxOliveira Cruzeiro X River Plate Belo Horizons MG 05 27 2015 X Cruise River Plate Mora River Plate during The Match between Cruzeiro vs River Plate Valid for The Libertadores Cup Hero in legume Photo Daniel Oliveira Fotoarena PUBLICATIONxNOTxINxBRA DanielxOliveira

Il calcio sudamericano non conosce soste: sono passati appena dieci giorni dalla finale di Copa América che ha consacrato il Cile sul tetto del nuovo mondo, ma il cucchiaio di Alexis Sánchez è già ampiamente superato. I campionati sono infatti già ripresi (il Brasileirão a dire il vero non si è mai fermato) e nella notte tra martedì e mercoledì, alle 2 ora italiana, prendono il via anche le semifinali di Copa Libertadores, con l’andata di River Plate-Club Guaraní seguita venticinque ore dopo da Internacional-Tigres. Saranno quattro settimane ad alta intensità nelle quali si definirà il campione sudamericano per club, ossia la squadra che diventerà la principale sfidante del Barcellona nel Mondiale di dicembre, e a giudicare da come le quattro semifinaliste si presentano alla ripresa del torneo il pronostico appare decisamente incerto.

VALORI RIMESCOLATI

Complice la pausa per la Copa América il mercato ha cambiato decisamente le carte in tavola. Se dopo i quarti si pensava che Internacional e River Plate fossero le favorite per andare in finale adesso non può più essere così, perché nel frattempo i Tigres, avversari dei brasiliani, hanno condotto una campagna acquisti faraonica con lo scopo di diventare la prima squadra messicana (e non sudamericana) a vincere la Copa Libertadores: ad arricchire una rosa già ottima guidata dal Tuca Ferretti sono arrivati Jürgen Damm, scattante esterno ex Pachuca cercato anche della Roma, Ikechukwu Uche, punta proveniente dal Villarreal, il nazionale Javier Aquino e soprattutto André-Pierre Gignac, ingaggiato a parametro zero dal Marsiglia e accolto all’aeroporto da una folla in delirio. Il River Plate non è stato a guardare: a Buenos Aires si sono compiuti i grandi ritorni di Lucho González e Javier Saviola, ai quali si sono aggiunti Lucas Alario, l’ex Palermo Nicolás Bertolo e la meteora milanista Tabaré Viudez, che però potra giocare solo dopo la cessione di Teófilo Gutiérrez (Sporting?).

André-Pierre Gignac posa con un classico sombrero messicano nel suo primo giorno da giocatore dei Tigres.
LO STATO DI FORMA

L’Internacional è la squadra più rodata delle quattro, perché ha continuato a giocare durante la Copa América dato che il Brasileirão non si è fermato. Il club di Porto Alegre ha però perso le prime tre partite di luglio, tornando al successo nel weekend contro il fanalino di coda Joinville, e almeno per l’andata rischia di fare a meno degli acciaccati Alisson (portiere), Juan (l’ex Roma) ed Eduardo Sasha (attaccante), mentre ci saranno Andrés D’Alessandro e l’ex Lione Lisandro López oltre al giovane Valdívia, omonimo del cileno. I Tigres sono senza gare ufficiali dal ritorno dei quarti con l’Emelec ma come detto puntano molto sui volti nuovi, tutto il contrario del Club Guaraní che conferma la stessa rosa di maggio, compreso il bomber Federico Santander che ha prolungato di un mese il prestito dal Copenaghen. Il River Plate è un’incognita: due pareggi alla ripresa del campionato, lo scialbo 0-0 in casa del Tigre e l’1-1 contro il modesto Temperley sono un campanello d’allarme, con alcuni giocatori di spicco (tra cui pure Javier Saviola) ben lontani da una condizione accettabile.

LE PRECEDENTI PARTITE

Gli stravolgimenti dell’ultimo mese e mezzo non possono dare una favorita ma il meccanismo con cui è strutturata la Copa Libertadores fa valere eccome quanto fatto ai gironi. I Tigres sono stati la seconda migliore squadra della prima fase, dietro solo al Boca, con 14 punti nel Gruppo 6 davanti proprio al River Plate, peggior seconda e qualificata grazie al successo dei messicani all’ultimo turno contro il Juan Aurich. Agli ottavi i Tigres hanno battuto l’Universitario Sucre e ai quarti l’Emelec sempre soffrendo molto, mentre i Millonarios hanno superato il turno a tavolino contro il Boca Juniors nel Superclásico della vergogna e fatto fuori il Cruzeiro dopo aver perso l’andata in casa (0-3 il ritorno al Mineirão). Il Club Guaraní è la grande sorpresa, avendo eliminato prima il Corinthians agli ottavi e poi ai quarti la squadra che aveva vinto il suo girone, il Racing di Diego Milito: l’Internacional dovrà quindi stare attento ed evitare rischi come nei quarti con l’Independiente Santa Fe (qualificazione in extremis), mentre invece nel derby agli ottavi aveva prevalso bene sull’Atlético Mineiro.

L'ex romanista Juan esulta dopo il gol del vantaggio in Internacional-Independiente Santa Fe, quarti di Copa Libertadores.
IL PROGRAMMA

River Plate-Club Guaraní apre l’andata delle semifinali alle 2 di notte (ora italiana) fra martedì 14 e mercoledì 15, ritorno in Paraguay allo stesso orario della notte fra il 21 e il 22. Internacional-Tigres invece si gioca ancora più tardi, alle 3 di notte, fra mercoledì 15 e giovedì 16 in Brasile e fra mercoledì 22 e giovedì 23 in Messico. In caso di parità al 90′ del ritorno si va subito ai rigori senza i supplementari, che invece si giocheranno nel ritorno della finale dove il gol in trasferta non vale doppio. Dovesse qualificarsi il Tigres la finale d’andata si giocherebbe obbligatoriamente in Messico, perché il torneo non può essere assegnato fuori dal Sud America, e ai Mondiali per club ci andrebbe l’altra finalista, in quanto i messicani partecipano alla Copa Libertadores da invitati. Chiarite le differenze con il calcio europeo e le nuove gerarchie della vigilia adesso il testimone passa al campo: da stanotte riparte la caccia al trofeo più ambito del fútbol sudamericano.


Pronostici Betclic

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Roberto Mancini, Assane Gnoukouri e Mateo Kovačić in allenamento nel ritiro dell'Inter a Brunico.

Dopo quattro stagioni fallimentari e un’altra mancata qualificazione alle coppe europee, l’Inter sembra aver ripreso a fare la voce grossa, quantomeno in sede di calciomercato. Gli acquisti delle ultime settimane, su tutti Kondogbia strappato al Milan, hanno ridato ai nerazzurri quel ruolo di primo piano abbandonato dopo il Triplete del 2009-2010, quando la rosa che aveva vinto tutto con José Mourinho fu confermata in blocco per questioni di riconoscenza e Fair Play Finanziario, avviandosi a un’inevitabile fine del ciclo. Nonostante una serie di operazioni di basso profilo, l’Inter non è riuscita a evitare le sanzioni dell’UEFA: il passivo di bilancio è sempre rimasto ben oltre i limiti consentiti fra il 2011 e il 2014, ma ora la situazione inizia a migliorare, anche grazie alla riorganizzazione societaria voluta da Thohir.

IL PASSAGGIO DA MORATTI A THOHIR

Il 15 ottobre 2013 è stata la data spartiacque della storia recente dell’Inter, con il passaggio del 70% delle quote societarie da Massimo Moratti all’International Sports Capital, ossia al magnate indonesiano Erick Thohir. Nel suo primo anno e mezzo di presidenza, il nuovo numero uno ha intrapreso un processo di ristrutturazione della società, obbligatorio dato il dissesto finanziario e la pessima gestione sportiva degli ultimi anni: sono state inserite diverse nuove figure nell’organigramma con un profilo internazionale, dall’Amministratore Delegato Michael Bolingbroke e il Direttore dell’Area Amministrativa Michael Williamson, che hanno permesso a Thohir di delegare le sue funzioni e non dover essere sempre presente a Milano, dove comunque viaggia mensilmente. La risistemazione dei vertici societari è un tassello importante per tornare ai vertici, ma i risultati si ottengono sul campo, dove finora non ci sono stati grossi miglioramenti.

CALCIOMERCATO PRE-THOHIR: GLI ERRORI DI MARCO BRANCA

Per quasi undici anni il mercato è stato seguito da Marco Branca, autore di colpi di assoluto rilievo serviti per costruire la squadra del Triplete ma diventato il principale responsabile degli ultimi fallimenti, con varie sessioni di calciomercato oggettivamente disastrose. Nel 2011, ceduto Samuel Eto’o all’Anzhi, sono arrivati Diego Forlán (preso per giocare la Champions League senza rendersi conto che avendo disputato un preliminare di Europa League con l’Atlético Madrid non poteva essere inserito nella lista UEFA) e Mauro Zárate, il cui rendimento è stato molto al di sotto le aspettative; nel 2012-13 è stato svenduto Wesley Sneijder per problemi contrattuali, Júlio César ha rescisso il contratto ricevendo una buonuscita e le operazioni rivedibili di gennaio hanno portato a un grosso indebolimento della rosa, poi accentuato da diversi infortuni. Con l’arrivo di Walter Mazzarri in panchina la situazione non è cambiata: tra gli acquisti sbagliati spicca Ishak Belfodil, un flop totale valutato con il Parma 5.750.000€ per la metà più l’intero cartellino di Antonio Cassano.

Marco Branca presenta Ezequiel Schelotto e Zdravko Kuzmanović, un'emblema del mercato fallimentare dell'Inter negli ultimi anni.
LA PROMOZIONE DI PIERO AUSILIO E LE NUOVE STRATEGIE

L’8 febbraio 2014 l’Inter ha risolto il contratto con Marco Branca sostituendolo con Piero Ausilio, già da diversi anni nello staff. Il lavoro del nuovo DS non è stato affatto semplice: c’era da costruire una squadra, di fatto, da zero e senza i soldi della Champions, cosa che ha reso necessaria una strategia basata soprattutto su prestiti con obbligo di riscatto e acquisti con pagamenti rateizzati, in modo da spalmare i costi dei giocatori in più anni e non gravare troppo sul bilancio attuale. Il mercato 2014-15 non si può certo definire azzeccato, perché molti sono già andati via o rischiano il taglio (persino Santon e Shaqiri, arrivati solo a gennaio). In questo senso ha pesato anche il cambio di allenatore, con il passaggio tra Mazzarri e Mancini avvenuto il 14 novembre 2014. Adesso Ausilio può trattare giocatori di livello superiore, richiesti espressamente dal tecnico jesino che a gennaio ha potuto effettuare solo delle correzioni su un’ossatura già stabilita, e a giudicare da quanto fatto sinora la strada intrapresa potrebbe essere quella giusta.

LE PRIME IMPRESSIONI SULLA STAGIONE 2015-2016

Geoffrey Kondogbia, João Miranda, Martín Montoya e Jeison Murillo: da questi volti nuovi l’Inter riparte per cercare quella qualificazione in Champions League vitale anche per mettere in ordine le finanze della società, e ai quattro nomi già ufficializzati se ne aggiungeranno altri (Salah? Perišić?) che dovranno essere d’aiuto per raggiungere l’obiettivo prefissato, così come sarà certamente utile il ritorno di Dejan Stanković, stavolta nello staff come Club Manager. I nerazzurri vogliono tornare ai fasti di un tempo: i primi riscontri, a un mese e mezzo dall’inizio della Serie A, appaiono positivi e l’entusiasmo dei tifosi, in calo come dimostrato dalle presenze al Meazza, comincia a riaffiorare. È obbligatorio che l’Inter tenga bene in mente i tanti errori del passato, in modo da non ripeterli e soprattutto da impostare il mercato su basi diverse, con scelte oculate e sensate anziché frutto dell’improvvisazione e di un progetto puntualmente smentito a pochi mesi di distanza, oltre che riuscire a vendere i tanti giocatori in esubero ancora sotto contratto.

La presentazione di Geoffrey Kondogbia, nuovo acquisto dell'Inter.

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Mentre il calciomercato latita, il merchandising delle magliette da calcio continua a mantenersi ai massimi livelli, se non altro per quanto riguarda le novità. Non è un business semplice, soprattutto in Italia, per gli sponsor tecnici e per le società: da un lato un prodotto che costa mediamente sui 70-80 euro, dall’altro la necessità di innovare e proporre soluzioni differenti dalla stagione precedente, senza perdere di vista la tradizione. Prendiamo il caso dell’Inter, che ha praticamente costretto i propri tifosi ad un anno di purgatorio, con una maglia molto bella esteticamente ma che nulla aveva a che fare con la storia del club. Si rifaranno (gli occhi) quest’anno, visto che la Nike propone un deciso ritorno al passato, con le tradizionali strisce verticali sottili e una seconda maglia che rievoca quella dello scudetto dei record, indossata da Aldo Serena, Lothar Matthäus e Ramon Diaz.

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Per una grande che torna “strisciata”, altre due big che lo rimangono, ma con un design diverso, made in Adidas. Se il Milan sceglie delle strisce classiche e un omaggio a Expo, la maglia si chiude infatti con un bordo nero in cui è presente un tag con la bandiera dell’Italia e un richiamo ai colori dell’esposizione universale, la Juventus cambia e si affida al nuovo sponsor tecnico che le regala una divisa più simile a quella del Newcastle (storicamente Adidas) che a quella della Vecchia Signora. Ma è solo una questione di abitudine: Adidas punta tantissimo anche sulla seconda maglia, che per questa stagione torna rosa come l’originale storica maglia della squadra piemontese.

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Molto bella anche la maglia del portiere che ricorda quella indossata da Zoff. Interessante fare un punto sull’abbinamento con pantaloncini e calzettoni, anche questo soggetto a cambiamenti negli anni. L’Inter e Nike scelgono il total black, la Juventus conferma il total white (alcune stagioni sono state disputate con il nero) e il Milan ha già scelto, per le partite casalinghe, il pantaloncino bianco. Resta da capire come saranno i calzettoni, se un rimando alla tradizione (neri) o al Milan più vincente della storia, quello di Arrigo Sacchi e degli olandesi.

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La geografia degli sponsor tecnici cambia, soprattutto al vertice. Se la Nike ha dominato gli ultimi campionati grazie proprio alla Juventus e alla Roma, da quest’anno resta sulle maglie di Inter, Atalanta, Roma e Verona in Serie A, mentre in B ci sarà la novità del Bari e in Lega Pro verrà confermato il Venezia. Passa appunto ad Adidas la Juventus, che insieme al Milan sarà l’unica, nel calcio professionistico, a potersi fregiare della sponsorship tedesca. Particolari che fanno pensare: indubbiamente l’investimento degli sponsor tecnici sui campionati italiani è al ribasso. A farla da padrone sono infatti marchi come Errea, Legea, Givova e Macron, oltre a Joma, che fino a un decennio fa non esistevano o non si vedevano sui campi professionistici. Esisteva invece la Umbro, acquisita dalla Nike, che dominava la scena con le maglie di Inter, Parma, Napoli, Lazio e tante altre e che adesso deve accontentarsi del Monza.

C’è in realtà un’altra ragione, oltre quella meramente economica, e per spiegarla basta citare l’esempio del Napoli. La squadra del presidente De Laurentiis ha scelto Robe di Kappa, di fronte ad un’offerta di Nike per un motivo molto semplice: Nike concede alle squadre che reputa “di seconda fascia” dei template standard, non negoziando nessuna personalizzazione. Il Napoli ha venduto negli anni passati tantissime maglie da trasferta grazie alle intuizioni del suo presidente: prima il camouflage, poi il jeans, e per questo motivo si è giunti all’accordo con Kappa. Le indiscrezioni sulla seconda maglia del Napoli parlano di un ritorno al rosso, quello giù utilizzato da Careca e Maradona negli anni ’90. Cambio di sponsor tecnico anche per la Sampdoria, che passa a Joma, per il Sassuolo che approda a Kappa e per la Fiorentina che sposa il progetto di Le Coq Sportif, già partner dell’Italia ai Mundial, nel 1982.

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Lazio e Roma non cambiano tantissimo, anche se i biancocelesti, avendo giocato la seconda parte della stagione scorsa con la maglia del -9 in B, tornano al celeste, stavolta sfumato. Maglia, peraltro, già indossata nella finale di Coppa Italia contro la Juventus. La Roma omaggia i centurioni con un nuovo colletto e con una seconda maglia con intarsi oro. Una grande novità riguarda nomi e numeri che tornano ad essere gialli e sullo sfondo mostrano le meraviglie architettoniche di Roma, le sue strade e i suoi quartieri.

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Perdono qualche colpo Asics e Lotto, che hanno sempre avuto un ruolo molto importante nei nostri campionati e restano invece con pochissime società. Per concludere diamo un’occhiata all’estero dove le maggiori novità sono rappresentate da due club che hanno disputato la semifinale di Champions: il Barcellona e il Bayern Monaco. I catalani andranno contro la tradizione: Nike infatti proporrà per questa stagione una maglia a strisce orizzontali. Il Bayern invece, ogni anno, stupisce per la capacità di passare dai colori della Baviera a quelli della storia del club. In sostanza alterna il rossoblu con il rosso monotòno. Accantonata la divisa a strisce verticali blu e rosse, ecco la novità di questa stagione: una maglia tutta rossa, ma con due tonalità differenti di colore. Il rosso scuro fa parte della storia delle divise del club sin dalle sue origini ed il mix delle due tonalità ricorda i completi indossati negli anni ’60.

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Anche quest’anno ne vedremo delle belle e scopriremo se i tifosi apprezzeranno le nuove maglie acquistandole e indossandole allo stadio. Pratica molto diffusa all’estero e poco da noi in Italia. Vuoi per la crisi economica, vuoi perché ci sono tantissime contraffazioni vendute serenamente fuori dagli stadi, vuoi perché non è nostra abitudine indossare le maglie dei campioni per andare a vedere una partita allo stadio. Di sicuro questa (mancata) abitudine ha portato a perdere molti soldi dagli sponsor tecnici, basti pensare che l’Adidas pagherà al Manchester United quattro volte la cifra che verserà nelle casse della Juventus. Ma questa è un’altra storia. Buon campionato e buon merchandising a tutti!

Per le foto si ringrazia il sito passionemaglie.it sempre all’avanguardia per quanto riguarda il design del calcio e la storia dell’abbigliamento calcistico.

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Il profumo di una nuova stagione di Serie A comincia a spandersi nell’aria e a noi calciofili non resta che contare le ore che ci separano dal primo calcio d’inizio in programma a fine agosto, consolandoci con il calciomercato e l’analisi dei delle nuove squadre che stanno nascendo. Per fortuna l’ora X dei primi ritiri pre-stagionali è ormai scattata. Puntuale ai nastri di partenza, è stata la Sampdoria ad abbandonare per prima lettino e bagnasciuga per cominciare a preparare il preliminare di Europe League, in programma a fine luglio. Gli uomini di Zenga, che hanno già sostenuto due gare amichevoli, resteranno a Ponte di Legno sino all’11 luglio, per poi spostarsi a Pinzolo dal 14 al 29.

Relax a quasi 2.000 metri. #PontediLegno. #vivilasamp #WeAreReady

Una foto pubblicata da U.C. Sampdoria (@unionecalciosampdoria) in data:


È già al lavoro da giorni anche la nuova Inter di Mancini, a Riscone di Brunico fino al 15 luglio per poi partire alla volta di un’altra ricca tournée estiva in Cina dove, dal 25 al 27 luglio, prenderà parte all’International Champions Cup 2015 con Milan e Real Madrid (esordio il 25, nello stadio Longgang di Shenzhen, proprio contro i rossoneri). A proposito della nuova squadra di Mihajlovic: niente ritiro in montagna. Come da qualche anno a questa parte, lavorerà sodo a Milanello fino al 21 luglio, prima della partenza in Cina. Andrà in Australia e poi in Indonesia a partire da metà del mese, invece, la Roma di Garcia che nel frattempo è al lavoro a Pinzolo, in attesa di maggiori novità dal mercato.

Ha preso il via lunedì 6 luglio anche la stagione dell’Udinese, che per la prima volta resterà in sede sino a fine mese. Dal 7 è invece la volta della Fiorentina, a Moena sino al 19 e poi in partenza per New York, dove il 21 disputerà una prestigiosa amichevole con il Paris Saint-Germain. Pre-ritiro in sede anche per Carpi e Verona, con la prima che si dividerà tra Valdaora (dal 12 al 24 luglio) e Urbino (dal 26 al 1 agosto) e la seconda al lavoro dall’11 al 26 luglio a Racines. I “cugini” del Chievo cominceranno a lavorare, invece, l’8 (e fino al 25) a San Zeno di Montagna; idem il Bologna che ha suddiviso il programma in tre tranche: in sede a Casteldebole fino all’11, a Castelrotto dal 12 al 27 e a Sestola dal 1° all’8 agosto. Suddiviso in quattro momenti, invece, il ritiro del Palermo: 8-9 luglio a Coccaglio, 10-19 in Austria nella consueta sede di Bad Kleinkircheim, dal 21 al 2 agosto a Ponte di Legno e dal 6 al 12 agosto a Storo.

Completano il quadro il Sassuolo a Malles dall’8 al 25 luglio e a Carpineti dal 28 al 9 agosto; la Lazio dal 9 al 18 ad Auronzo di Cadore; l’Atalanta in sede dal 9 all’11 luglio e Rovetta dal 12 al 1° agosto; il Napoli dall’11 al 29 luglio a Dimaro; il Torino dal 12 al 26 a Bormio e dal 29 al 6 agosto a Chatillon; il Genoa dal 13 al 25 a Neustift; la Juventus dal 16 al 2 agosto a Vinovo. Chiude il neo-promosso Frosinone, alla prima storica partecipazione in Serie A, dal 18 luglio al 1° agosto a San Donato Val di Comino.