CALCIO

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“La difesa a 3 è il suo habitat: si sente più protetto e gli permette di fare il difensore alla Scirea. Esce dalla linea, ricama passaggi. Il gol è una fuga per la vittoria, gli avversari lo osservano increduli. BeckenBonucci”.

Sono parole di Sebastiano Vernazza, di Gazzetta dello Sport, scritte nel post partita di Juventus-Lazio. Partita nella quale Leonardo Bonucci ha dimostrato, ancora una volta, di essere tutto meno che un punto debole dello scacchiere bianconero, come qualcuno voleva far credere nei primi anni di Conte. E se nessuno arrossisce per la contemporanea presenza, nel giro di poche righe, delle parole “Scirea” e “Beckenbauer”, vuol dire che Leo di lavoro ne ha fatto tanto per arrivare dove è arrivato, superando le diffidenze della stampa e anche quelle di qualche tifoso.

Oggi Leonardo è un difensore di statura europea. Perché non solo sa difendere, ma sa anche giocare (e bene) il pallone. È un uomo in più quando si attacca, guida il reparto da leader, ha quel tanto di spocchia che lo rende antipatico a molti avversari, ma idolo dei suoi tifosi. Rispetto al suo compagno di reparto, Chiellini, Leo è un difensore che cerca la giocata per creare superiorità numerica già dal reparto arretrato. Certo, commette qualche errore, ma è un rischio calcolato che appartiene a questa categoria di centrali che non badano solo a contenere, ma anche a costruire. Figure sempre più ricercate dai top club europei, tanto da adattare qualche centrocampista (Carrick e Mascherano) all’occorrenza. O tanto da spendere una barca di soldi per David Luiz, ad esempio, che (ammettiamolo) dieci anni fa avrebbe giocato almeno 40 metri più avanti per evitare di fare danni. E con Mourinho pure. E in ogni caso, Bonucci sa farsi perdonare benissimo con gol decisivi e bellissimi, come quelli segnati alla Roma nel girone di andata e alla Lazio in quello di ritorno. In partite che di fatto assegnano lo scudetto alla Juventus.

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Quando un giocatore non è particolarmente simpatico alla stampa, si tende a trovargli un difetto. E così, siccome Leo non fa un errore decisivo da molto tempo (e poi chi non sbaglia? David Luiz? Sergio Ramos? Dante?), adesso è il momento di dire che è sì bravo, ma solo con la difesa a tre. Forse non tutti sanno che ha giocato uno dei suoi migliori campionati a Bari, con Giampiero Ventura, in una difesa a 4 nella quale lui e Ranocchia sono stati centrali invalicabili. Qualcosa cambiò con l’infortunio dell’attuale capitano dell’Inter, ma Leo disputò un campionato eccezionale che gli valse le attenzioni della Juventus. Forse Bonucci paga ancora, da questo punto di vista, l’annata sfortunatissima con Del Neri, la sua prima in bianconero. Quando i dirigenti bianconeri furono addirittura tentati di venderlo prima che Conte si opponesse con i fatti (e cioè facendolo giocare sempre) alla sua cessione. Evidentemente non si tiene conto che da quando è cambiata l’applicazione della regola del fuorigioco un difensore che sa affrontare con sicurezza la “giocata” è assolutamente necessario nelle squadre che ambiscono a vincere qualcosa.

Bonucci ha continuato a migliorare, dalla prima stagione di Conte all’attuale di Allegri, alternando molta difesa a 3 con poca a difesa a 4. Aiutato, per sua stessa ammissione, dal lavoro del motivatore Alberto Ferrarini, ha dimenticato di essere il difensore incerto che si era visto a Pisa ed è diventato uno dei centrali più forti del calcio europeo. L’affermazione farà storcere il naso ai puristi del pallone, ma tolto l’extraterrestre Thiago Silva (che anche quest’anno non a oltre i quarti di Champions League), quanti grandissimi difensori ci sono in circolazione? Magari si farà il nome del campione del mondo Hummels, che con il Borussia sta disputando una stagione disastrosa. O Boateng del Bayern Monaco che pure si concede più di qualche licenza, non sempre a buon fine. O Kompany del City, che ai Mondiali, con la maglia del Belgio non sembra aver impressionato o gli spagnoli Ramos e Piqué, sicuramente una spanna sopra i difensori italiani, almeno per i trofei alzati. Poi? Poi ci sono i fenomeni in prospettiva: Varane, De Vrij, Manolas (aveva iniziato benissimo, poi è calato), Shar del Basilea; e l’immortale Therry.

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E in questo contesto perché non potrebbe starci anche Leonardo Bonucci? Cosa gli manca per entrare a far parte di questo gruppo di centrali top class? Di certo non la tecnica, né tantomeno la grinta. Forse una semifinale di Champions League, che potrebbe arrivare stasera. Poi si vedrà, Bonucci è uno abituato ad alzare l’asta delle ambizioni. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivato a questi livelli quando Ventura lo lanciò in serie A contro Eto’o e Milito? E perché dovrebbe fermarsi proprio ora? Di sicuro non per colpa di una difesa a 4 o a 3, per un modulo piuttosto che per un altro. E pazienza se al prossimo gol ci inviterà ancora una volta a sciacquarci la bocca. Avrà tempo per lavorare sul caratterino facilmente suscettibile il buon Bonucci. E poi chi lo dice che quello stesso carattere non sia poi uno dei punti di forza di Leonardo, finalmente al centro d’Europa calcistica.

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Chissà che effetto fa Andrea. Scendere in campo in Quarto di finale di Champions League, sentire la musica degli dei del calcio e stringere la mano a Gianluigi Buffon “Piacere, Andrea Raggi”. “Dov’è che ci siamo già visti?” avrà pensato Gigi. Forse a Carrara, dove Buffon era proprietario di una squadra, quella della sua città, e Raggi mosse i primi passi come calciatore, poco più di 10 anni fa. O magari ad Empoli, dove Raggi ha disputato quella che, prima dell’attuale, è probabilmente la sua migliore stagione da professionista. Di certo non a Bari, dove ha giocato pochissimo e malissimo, passando dal campo all’ospedale prima di riprovarci a Bologna.

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Andrea Raggi, quello che un tempo indossava la maglia numero 46, in onore del suo idolo Valentino Rossi. Fino a quando, alla Sampdoria, non ha incontrato un’altro fan di Valentino, Mirko Pieri, ed ha dovuto scegliere l’84, il numero del suo anno di nascita. L’ultima volta che aveva giocato contro la Juve era stato in Coppa Italia, con la maglia del Bologna, quando si prese addirittura la soddisfazione di segnare. Ma a fine stagione i rossoblu non gli rinnovano il contratto e Raggi si ritrova senza squadra. Che se le cose vanno bene si legge “svincolato”, quando non girano, come ad Andrea vuol dire “disoccupato” e allora ti devi inventare qualcosa, abbassare le pretese, scegliere da dove ripartire. Da una neopromossa, oppure in B, dove è appena arrivata la squadra del cuore: lo Spezia. Ma la chiamata non arriva e allora c’è da andare oltre le Alpi.

Si è sempre transalpini di qualcuno. Per i francesi i transalpini siamo noi, per esempio. E il transalpino ligure Andrea viene a sapere che il Monaco cerca un terzino destro. Sì, proprio il Monaco, la squadra che era stata di Weah, Rui Barros, Evra, Giuly. E già, ma qui è un’altra musica. I campioni non ci sono più e Giuly, che nel frattempo si è messo a fare l’allenatore, se n’è andato perché il progetto non decolla e c’è da fare un altro anno di seconda divisione. In panchina c’è Ranieri e in porta Subasic, dal momento che Pletikosa, titolare della nazionale croata, non se l’è sentita di scendere in Ligue 2 ed ha fatto il nome del collega, che diventerà (se non lo è già) uno dei portieri migliori d’Europa. Raggi segna già alla prima, contro il Tours, il Monaco vene promosso in Ligue 1 e Andrea confermato. Dalla provincia al Principato il passo è breve, ma il bello deve ancora venire. I monegaschi arrivano secondi solo perché davanti c’è un PSG mostruoso, destinato a diventare una delle squadre migliori del mondo con l’obbligo di vincere una Champions nei prossimi due anni. Non questo, perché dopo la batosta contro il Barcellona la coppa delle grandi orecchie è andata, e Blanc pure, chissà.

Intanto la Champions la gioca, alla pari con le grandi d’Europa, il Monaco. Andrea è un titolare fisso, gioca da terzino o da centrale, è leader indiscusso dello spogliatoio e se esulta urla in italiano, a volte con espressioni non proprio consone al Principato. Ha giocato con Falcao e James Rodriguez, adesso da del tu a Carrasco e ad altri talentuosissimi ragazzi che gli danno del lei perché lui, in quello spogliatoio ci è arrivato per primo, quando c’erano i soldi (Raggi guadagna comunque 1,2 milioni, l’affare è tutto suo) ma non le ambizioni di oggi. Il Monaco è una squadra che vuole arrivare al risultato attraverso il gioco e la crescita dei giovani, non solo con i nomi altisonanti. Non per niente tra questi nomi c’è Raggi o Raggì, con l’accento francese, che ci mette cuore e grinta in abbondanza, tanto da essere adorato dai compagni. E tanto da diventare uno dei pochi capitani italiani all’estero, e non è un caso visto che si tratta sempre di lottatori: come Gianluca Vialli, che del Chelsea è stato anche allenatore quando Mourinho faceva ancora il traduttore, o i gladiatori di Glasgow. Il protestante cattolico, Tarzan Annoni, che in qualche occasione ha indossato (più per caso che per necessità) la fascia di capitano del Celtic o il cattolico protestante Lorenzo Amoruso che ha anche la sua bella targa ad Ibrox Park, dove ha alzato coppe e trofei con la fascia al braccio. Lui, da Palese alla Scozia, per abitare in un castello e indossare la maglia dei Rangers.

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Andrea Raggi non è un capitano per caso. È l’incarnazione dello spirito battagliero di questo Monaco. Se il PSG è costruito sui campioni e il Marsiglia sul regime illuminato del Loco Bielsa, il Monaco è la vera rivoluzione francese, perché è una squadra quadrata, difficile da affrontare, cattiva, eppure imprevedibile. Il Monaco ha eliminato l’Arsenal e comunque vada darà filo da torcere a questa Juventus, anche al ritorno. Quando Gigi Buffon si ritroverà Raggi davanti e questa volta non gli chiederà “Dove ci siamo già visti”, perché come lui Andrea è il capitano di una delle otto top d’Europa. E c’è poco da scherzare con chi viene dalla provincia, anche se oggi gioca nel Principato.

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A grandi passi verso la finale di Berlino. I quarti di finale di quest’edizione di Champions League prevedono due sfide che si sarebbero tranquillamente potute verificare il prossimo 6 giugno all’Olympiastadion: una è la riedizione dell’ultimo atto di undici mesi fa a Lisbona, il derby di Madrid, l’altra è un succosissimo PSG-Barcellona che servirà per capire se i parigini hanno effettuato il salto di qualità per diventare pretendenti al titolo. Non meno importante la sfida tra Juventus e Monaco, ma così come Porto-Bayern Monaco a livello internazionale l’impegno dell’unica rappresentante italiana rimasta in corsa passa un po’ in secondo piano. Ecco la preview delle quattro gare in programma.

ATLÉTICO MADRID – REAL MADRID

(andata martedì 14, ritorno mercoledì 22)

Ancora una volta contro, come se non fossero bastate le sei sfide già disputate in questa stagione. L’attesa è spasmodica come sempre a Madrid, perché Atlético-Real è più di un derby (o derbi, come dicono nella capitale spagnola), e se si gioca fuori dalla Liga prende ulteriore valore. Il bilancio stagionale nei confronti diretti sorride clamorosamente alla squadra di Simeone: tra campionato, Copa del Rey e Supercopa de España i colchoneros non hanno mai perso, con quattro vittorie e due pareggi senza mai subire gol al Vicente Calderón, e Ancelotti non vince dalla finale di Lisbona, peraltro conquistata ai supplementari. Il recente stato di forma invece fa pendere la bilancia dalla parte dei blancos, perché dopo la sconfitta col Barcellona il Real ha vinto tre volte in sei giorni (compreso il roboante 9-1 al Granada con cinquina di Cristiano Ronaldo), mentre l’Atleti è lentamente scivolato lontano dalle posizioni di testa. Merengues con la squadra praticamente al completo, rojiblancos con Godín e Mandžukić convalescenti ma Griezmann in gran forma: regnerà l’equilibrio.

JUVENTUS – MONACO

(andata martedì 14, ritorno mercoledì 22)

Sulla carta è la sfida dall’esito meno incerto del lotto, ma come spiegato la settimana scorsa (vedi approfondimento) guai a dare la Juve già in semifinale. Lo scivolone di sabato a Parma non può essere considerato un campanello d’allarme per i bianconeri, che al Tardini hanno fatto robusto turnover per arrivare al meglio all’appuntamento europeo, tuttavia Massimiliano Allegri non potrà disporre di Paul Pogba e Andrea Pirlo dovrebbe essere arruolabile solo per la panchina: Álvaro Morata e Carlos Tévez sono comunque le due bocche di fuoco alle quali la Juve si affida per chiudere i conti già all’andata a Torino. Ricardo Carvalho e Jérémy Toulalan, usciti malconci dal netto 0-3 in casa del Caen di venerdì scorso, sono recuperati e Leonardo Jardim potrà schierarli dal primo minuto, il club del Principato è tornato dopo undici anni a questo punto della manifestazione e cercherà di conquistare un’altra notte di gloria come nell’exploit del 2004, quando arrivò fino alla finale persa col Porto. Dominio contro solidità: Juventus favorita, ma dovrà confermarlo sul campo.

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PARIS SAINT-GERMAIN – BARCELLONA

(andata mercoledì 15, ritorno martedì 21)

È il momento della verità per il PSG, che dopo aver eliminato il Chelsea ai supplementari deve confermare i progressi europei contro un altro avversario di livello. Nell’andata al Parco dei Principi non ci saranno Zlatan Ibrahimović e Marco Verratti a causa della squalifica, ma i due torneranno al Camp Nou dove si deciderà la qualificazione, e lo svedese vorrà certamente dare un dispiacere alla squadra in cui ha militato nella stagione 2009-2010. Entrambe in testa nei rispettivi campionati, il PSG viene dalla vittoria in finale di Coupe de la Ligue (4-0 senza storia al Bastia sabato scorso) mentre il Barça si è fatto rimontare due gol a Siviglia, con il 2-2 che ha dimezzato il vantaggio sul Real da +4 a +2. Luis Enrique al Sánchez Pizjuán ha di nuovo dovuto fare i conti con un suo giocatore polemico (Neymar, sostituito anzitempo) ma negli ultimi mesi Luis Suárez ha ritrovato la forma di Liverpool e Lionel Messi è sempre una macchina da gol. Attacchi stratosferici contro difese non al meglio (Dani Alves squalificato all’andata, David Luiz infortunato): difficile vedere uno 0-0.

PORTO – BAYERN MONACO

(andata mercoledì 15, ritorno martedì 21)

Anche il Bayern, così come la Juve, ha tirato un sospiro di sollievo al momento del sorteggio, avendo evitato una delle big. Il Porto è un avversario di tutto rispetto ed è improbabile che i bavaresi, comunque strafavoriti, possano ripetere le goleade già fatte in stagione contro la Roma ai gironi e lo Shakhtar Donetsk negli ottavi, anche perché Pep Guardiola in questo momento sta passando un brutto periodo a causa degli infortuni, che non possono mettere in discussione il titolo in Bundesliga (+10 sul Wolfsburg a sei giornate dalla fine) ma che influenzeranno senza dubbio la doppia sfida con i portoghesi: mancheranno infatti fra i titolari Alaba, Benatia, Javi Martínez, Schweinsteiger e soprattutto Ribéry e Robben. Lopetegui forse riuscirà a recuperare in extremis il bomber Jackson Martínez, fuori da prima della sosta per un problema fisico, ma il colombiano è tuttora in dubbio e non è sicuro che ce la faccia per l’andata al Dragão, ultimamente è diventato goleador il difensore Danilo (venduto al Real per 31 milioni di euro). Nel 1987 in finale vinse il Porto: ce la farà di nuovo a ripetersi?

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La Lazio seconda in classifica, migliore squadra del girone di ritorno (tre punti più della Juventus) e miglior attacco del campionato (un gol più dei bianconeri) è la sorpresa più significativa della stagione 2014/2015. Una crescita rilevante, dopo aver chiuso lo scorso torneo fuori dall’Europa, che ha nel tecnico Pioli, al primo anno in biancoceleste, il principale e riconosciuto deus ex machina. A fronte di una rosa che, rispetto al 2013/2014, ha aggiunto un paio di tasselli di qualità – su tutti De Vrij, Parolo e Djordjevic – ma non consacrati top player, infatti, si è assistito a un exploit che adesso potrebbe portare la squadra all’accesso diretto in Champions League, in virtù del secondo posto ai danni della Roma. Proviamo, dunque, ad analizzare l’impresa di Pioli in cinque mosse chiave.

Il gruppo unito

La mano di Pioli si è notata sin dal ritiro estivo. Grande lavoro psicologico sui singoli, parità di trattamento dai senatori ai giovanissimi, nessuno sconto per chi sbaglia, ma al tempo stesso propensione alla tutela e alla protezione dalle eccessive attenzioni che l’ambiente della Capitale è solita tributare in positivo e in negativo. Da rimarcare soprattutto la capacità di creare un sano spirito di gruppo, che isolasse la squadra dalla contestazione perenne nei confronti di Lotito, ma soprattutto la tenesse lontana da quella diffidenza che gli si respirava attorno, a maggior ragione dopo le tre sconfitte di fila all’esordio.

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Felipe Anderson

L’esplosione del craque brasiliano è uno dei principali capolavori del tecnico laziale. Non sono pochi a far coincidere l’avvio della grande rincorsa in classifica con la definitiva affermazione del talento ex Santos, avvenuta lo scorso dicembre. Dopo una prima stagione deludente, erano stati in molti a storcere il naso al cospetto dell’investimento significativo effettuato da Lotito che adesso, invece, si sfrega le mani ripassando le cifre di quest’anno: 10 gol e 6 assist in 22 presenze e una media di 6.59.

Un centrocampo ‘atomico’

Nei giorni scorsi si è parlato a lungo del record europeo, fatto segnare dalla Lazio, che ha ben sei giocatori sopra quota sette gol (meglio anche del Real Madrid); un bottino che risalta ulteriormente se si considera che quattro di questi siano centrocampisti e che proprio dalla linea mediana provengano circa il 70% del fatturato di squadra, ovvero 40 su 58, così distribuiti: Felipe Anderson a quota dieci, Mauri nove, Parolo e Candreva sette, Biglia e Lulic tre, Ederson uno.

Perfetta gestione del dualismo Klose-Djordjevic

A inizio stagione la situazione sembrava mettere a rischio la stabilità dello spogliatoio: da un lato il neo-campione del Mondo, alla soglia dei 37 anni, dall’altro un talento di buone qualità, pronto a sfruttare a pieno tutte le occasioni. Pioli ha fatto opera di equilibrismo, ha spesso mandato in panchina Klose a beneficio del più giovane, senza però mai smettere di farlo sentire coinvolto e importante; ecco spiegato il rendimento del tedesco che, dall’infortunio di Djordevic ha messo insieme otto gol, per un totale di dieci in campionato.

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Capacità di far fronte agli infortuni

La stagione è stata particolarmente travagliata soprattutto in difesa, dove spesso si sono assentati tutti i componenti del reparto titolare (un caso per tutti: Gentiletti che ha retto tre partite prima di finire ko quasi per tutto il torneo). Il tecnico, però, è stato bravo a non fornire alibi ai suoi e a tirare fuori dal cilindro autentiche novità e giocatori futuribili. Abbiamo già parlato di Felipe Anderson, ma andrebbero citati anche Cavanda riabilitato sugli esterni e Cataldi in mediana, oltre al sempre utile Onazi.

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I sette gol di Kamil Glik nell’attuale Serie A rappresentano un primato nella storia recente del campionato, che ha attirato le attenzioni di molti commentatori e appassionati. Un risultato che potrebbe essere ulteriormente ritoccato nelle prossime giornate, in virtù della sua ottima capacità di inserimento sugli sviluppi dei calci piazzati, valorizzata al meglio dagli schemi di Ventura. Sì perché il polacco, a differenza di altri suoi predecessori, non ha beneficiato di calci di rigore (né di punizione) per superare i più prolifici difensori degli ultimi due lustri.

Il riferimento è rivolto al fiorentino Gonzalo Rodriguez, autore di sei centri nel 2012/2013, ma anche all’attuale sampdoriano Silvestre, a bersaglio sei e cinque volte nel 2010/2011 e nel 2011/2012 con Catania e Palermo, oltre che al laziale Oddo (7 nel 2005/2006), al messinese Parisi (6 nel 2004/2005), all’atalantino e romanista Loria (5 nel 2006/2007 e nel 2007/2008). Nella storia del campionato, però, c’è chi ha fatto meglio: vediamo chi in questa speciale top five di tutti i tempi.

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 1. Marco Materazzi

L’ex interista è l’attuale recordman del nostro campionato. Nel 2000/2001 ha messo a segno dodici reti con la maglia del Perugia, sfruttando però l’occasione di ben sette calci di rigore. L’anno dopo è passato in nerazzurro, dove è riuscito quasi a ripetere l’impresa nel 2006/2007 con dieci centri che, idealmente, gli valgono anche la terza posizione in questa speciale classifica.

2. Daniel Passarella

L’ex bandiera del River Plate, di chiare origini italiane, nel 1985/1986 alla quarta stagione con la maglia della Fiorentina ha realizzato 11 reti (due anni prima si era fermato a sette) che l’anno successivo gli sono valse il passaggio alla corte dell’Inter, dove ha disputato altri due campionati di serie A, il secondo dei quali concluso con altri sei sigilli (tre nel primo).

3. Giacinto Facchetti

Il compianto presidente interista, da giocatore della mitica Inter degli anni ’60 ha rappresentato una grandissima novità tattica. Il mago Herrera, infatti, sfruttando le sue capacità di corsa, dinamismo, oltre all’indubbia tecnica ha plasmato su di lui la figura anomala del terzino fluidificante. Nel 1965/1966 è riuscito così a realizzare dieci reti in un unico campionato, fermandosi a sette due stagioni dopo.

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4. Aldo Maldera

Il duttile mancino, protagonista negli anni ’70 e ’80 con le maglie di Milan, Bologna, Roma e Fiorentina, nel campionato 1978-1979 ha contribuito allo storico “scudetto della stella” dei rossoneri con nove gol, che gli hanno permesso anche di migliorare il primato personale dell’anno prima, in cui si era fermato a otto. Nelle stagioni a seguire non è riuscito a ripetersi, né a fare meglio, mettendone a segno massimo cinque con la Roma.

5. Salvatore Fresi e Sinisa Mihajlovic

Accomunati anche loro da un passato interista, hanno confezionato la loro miglior stagione, almeno sotto il profilo dei gol realizzati, con altre maglie. Otto i gol messi a segno rispettivamente nel 2001-2002 con il Bologna (in appena 25 presenze) e nel 1998-1999 con la Lazio. Due giocatori decisamente diversi: il primo abile a districarsi anche nelle aree di rigore avversarie sugli sviluppi di corner e punizioni, il secondo specialista dei calci piazzati grazie al suo mortifero sinistro.

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AS Monaco 2014-2015.

L’urna di Nyon è stata decisamente benevola nei confronti della Juventus: nei quarti di Champions League i bianconeri sfideranno il Monaco, la squadra che tutti volevano incontrare. La capolista della Serie A è strafavorita, ma occhio perché il club del Principato è tutt’altro che una vittima sacrificale, ed ecco dieci motivi per cui la formazione di Allegri dovrà comunque dare il massimo.

LA DIFESA

Assieme ad Atlético Madrid, Bayern Monaco e Porto, il Monaco è la difesa meno battuta in questa stagione di Champions League, con soli quattro gol subiti in otto partite, di cui uno nella fase a gironi. Il principale referente del pacchetto arretrato è il non più giovanissimo Ricardo Carvalho, ma più che i singoli ciò che funziona nell’impostazione difensiva di Jardim è l’assetto, che permette di non lasciare quei varchi che la Juventus, per esempio, ha sfruttato alla grande a Dortmund.

LA MANCANZA DI PRESSIONE

Dopo le cessioni di Radamel Falcao e James Rodríguez, nessuno nel Principato pensava di essere ancora in Champions League a inizio aprile. Eppure il Monaco ha sorpreso tutti e raggiunto i quarti per la prima volta dopo undici anni. La formazione biancorossa non ha quindi nulla da perdere e potrà giocare la doppia sfida a viso aperto, cercando di ripetere quanto fatto all’Emirates Stadium, dove ha lasciato sfogare l’Arsenal e poi ha colpito in contropiede.

DIMITĂR BERBATOV

Il bulgaro è il punto di riferimento dell’attacco del Monaco e in Ligue 1 ha segnato sette gol. Vero, non sono numeri strepitosi, ma gioca in un club che segna poco e che capitalizza al meglio le occasioni a sua disposizione, quindi lasciargli una palla giocabile all’interno dei sedici metri finali potrebbe risultare letale. È uno juventino mancato: il 29 agosto 2012 Marotta lo scippò alla Fiorentina con un clamoroso blitz in aeroporto a Monaco di Baviera, ma in serata il centravanti ex Manchester United cambiò nuovamente idea e preferì rimanere in Inghilterra, firmando per il Fulham.

Dimităr Berbatov esulta dopo il gol segnato contro l'Arsenal in Champions League.

LO STATO DI FORMA

Il 2015 del Monaco è stato decisamente positivo. In Ligue 1 ha perso solo una volta negli ultimi quattro mesi e in Champions League ha fatto fuori l’Arsenal. Su venti partite giocate nel nuovo anno sono arrivati sedici risultati utili e per dodici volte la porta è rimasta inviolata, concedendo peraltro più di un gol soltanto in due circostanze, contro Arsenal e Paris Saint-Germain (entrambe vittoriose per 2-0). La squadra è in salute e dopo un inizio di stagione non positivo ha ingranato, riuscendo a risalire in Ligue 1 fino alle soglie della zona Champions League, ora distante due punti.

IL GIOCO SULLE FASCE

Uno dei punti di forza del Monaco, se non il principale, è rappresentato dal gioco sulle fasce, dove Jardim schiera due ali offensive in grado di creare superiorità numerica con le loro accelerazioni. All’Emirates, l’Arsenal si è fatto sorprendere così, beccando il gol dell’1-3 (poi risultato decisivo ai fini della qualificazione) proprio grazie alla corsa di uno degli esterni, Yannick Ferreira Carrasco, e occhio anche al giovane rampante Anthony Martial, lui più attaccante rispetto al belga ma già schierato sulla fascia in alcune circostanze.

È UN AVVERSARIO CHE SI RISCHIA DI SOTTOVALUTARE

Inutile girarci intorno: nove volte su dieci una doppia sfida del genere si chiude con il passaggio del turno della Juventus. Ciò che i bianconeri dovranno evitare è proprio quell’unico caso in cui a qualificarsi sia il Monaco, e occhio perché nei quarti ogni tanto certe sorprese sono accadute: l’Inter si ricorda bene il disastroso 2-5 contro lo Schalke 04 del 2011, il Milan il 4-0 di La Coruña che qualificò il Deportivo dopo il 4-1 del Meazza nel 2004.

LO STRAPOTERE FISICO DI KONDOGBIA

Con Paul Pogba fuori causa per l’infortunio, occorso nella vittoriosa sfida di Dortmund, la Juventus dovrà fare a meno del suo uomo migliore in mezzo al campo. E considerato che Andrea Pirlo è convalescente, ecco che nella zona nevralgica del terreno di gioco potrebbe farsi valere Geoffrey Kondogbia, che di Pogba era compagno di reparto in Nazionale al vittorioso Mondiale Under-20 del 2013 e che ha le caratteristiche fisiche e tecniche per fare reparto da solo. All’Emirates contro l’Arsenal ha già fatto un figurone: Allegri è avvisato.

Geoffrey Kondogbia, centrocampista del Monaco.

IL CONTROPIEDE

Come già accennato, il gioco del Monaco si basa sulla rapidità degli esterni e sul contropiede. È probabile che allo Juventus Stadium i monegaschi lascino l’iniziativa della gara ai bianconeri, aspettando il momento opportuno per rubare palla e ribaltare il fronte in pochi secondi. Di recente la Juventus ha dimostrato di poter soffrire queste situazioni, come nel primo gol di Mohamed Salah nell’andata delle semifinali di Coppa Italia contro la Fiorentina. Non subire gol all’andata è senza dubbio una chiave per passare il turno.

NON CONCEDE TROPPO AGLI AVVERSARI

Visti i precedenti in stagione del Monaco, è probabile che la doppia sfida sia molto chiusa e le occasioni da gol potrebbero non essere tantissime. L’errore che la Juventus deve evitare è quello di avere l’impazienza di sbloccare il risultato, avendo segnato l’uno a zero nella doppia sfida contro il Borussia Dortmund sempre in avvio di partita. I bianconeri dovranno sfruttare al meglio le poche occasioni disponibili e anche uno 0-0 a Torino potrebbe non essere un risultato poi così malvagio.

IL PRECEDENTE DEL 2003-2004

Undici anni fa il Monaco stupì l’Europa arrivando a giocarsi una delle finali più impreviste della storia, contro il Porto. José Mourinho si impose per 3-0 in un match quasi senza storia, ma è interessante ricordare come il Monaco arrivò a Gelsenkirchen: agli ottavi superò la Lokomotiv Mosca per via dei gol in trasferta (come contro l’Arsenal), poi fece fuori il Real Madrid ai quarti rimontando il 4-2 del Bernabéu con il 3-1 reso storico dal gol di tacco di Ludovic Giuly e infine eliminò il Chelsea vincendo 3-1 al Louis II e rimontando da 2-0 a 2-2 a Stamford Bridge. Attenta Juve: i monegaschi sanno come vincere da sfavoriti.