CALCIO

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A più di due mesi dall’inizio dei principali campionati europei, è già possibile un primo (e parziale) bilancio sulle delusioni: calciatori molto attesi alla vigilia, presentati come leader tecnici e/o morali delle rispettive squadre, ma che al momento continuano a farsi desiderare da allenatori e tifosi.

Il caso più eclatante è probabilmente quello di Paul Pogba. La Juventus ha portato avanti un piano ben preciso trattenendolo a Torino: ha rinunciato, almeno per quest’anno, a incassare una cifra tra gli 80 e i 100 milioni di euro, ha sacrificato Vidal, lasciato partire Pirlo e salutato a malincuore Tevez; il passo successivo è stato quello di farne la pietra angolare della rifondazione affidandogli anche una maglia “pesante” come la 10. Il risultato per ora è un pastrocchio a livello tecnico e di gestione: il ragazzo è apparso finora fuori ruolo, schiacciato da responsabilità eccessive (talvolta sembra voglia provare a risolvere le gare da solo) e privo di riferimenti. Una nemesi tale che solo dopo il ritorno di due uomini di esperienza come Khedira e Marchisio lo ha rivisto su livelli più vicini all’originale, ma ancora lontani dall’ulteriore salto di qualità che ci si aspetta da lui.

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Altro reduce da un inizio non facile è Mauro Icardi (in buona compagnia con “Mr 40 milioni” Kondogbia). L’interista, da quest’anno anche capitano, ha deluso le attese mettendo a segno di tre gol in otto presenze (l’ultimo ieri col Bologna), ma soprattutto mostrando scarsa intesa con i nuovi compagni di reparto e una certa difficoltà nell’inserirsi nel sistema di gioco scelto da Mancini. L’arrivo di Jovetic e Perisic, stelle internazionali fortemente inseguite in estate dal tecnico interista, lo ha fatto passare in secondo piano e c’è il rischio che, persistendo questa situazione, alla lunga possano tornare a galla i suoi limiti caratteriali. E non a caso ieri, dopo la rete, ha subito sbottato (“Se me la passano, segno”), sintomo di poca, pochissima tranquillità.

In tema di bomber in difficoltà, l’interista non è comunque solo: con lui anche il romanista Edin Dzeko, lo juventino Mario Mandzukic, il bolognese Mattia Destro, il torinese Andrea Belotti. I primi due sono stati condizionati da infortuni che li hanno tenuti lontano dai campi per diverse settimane, ostacolandone l’inserimento, anche se c’è da dire che quando sono stati chiamati in causa il loro rendimento è stato di molto al di sotto della fama di bomber.

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Destro, in particolare, è stata la scommessa estiva del ds Pantaleo Corvino: l’aria di Bologna ha rigenerato tanti attaccanti (da Baggio a Signori, sino a Di Vaio e Gilardino), ma complice una situazione tecnico-tattica non ancora ben definita, l’ex di Roma e Milan è ben lontano dal seguirne le orme. Dov’è finito il giocatore capace di monetizzare anche le poche manciate di minuti concesse da Garcia? Difficile dirlo, per ora sembra essersi perso.

Quanto a Belotti, anche lui è arrivato a Torino con l’idea di esaltarsi agli ordini di un maestro del calibro di Ventura, da sempre capace di scoprire talenti, formarli e lanciarli definitivamente nel calcio dei grandi. Per ora il processo sta richiedendo più di quanto ci si aspettasse, occorre pazientare per vedere se il Gallo saprà confermare gli sprazzi di talento mostrati a Palermo.

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Guardando anche agli altri reparti, è della scorsa settimana la pesante bocciatura del portiere Diego Lopez da parte di Mihajlovic. L’ex numero 1 titolare (nella Liga) del Real Madrid di Ancelotti, dopo un inizio molto stentato che lo ha portato a essere tra i peggiori di serie A per rendimento, è stato costretto ad accomodarsi in panchina per far posto al 16enne Gianluigi Donnarumma. Per il momento ha abbozzato con professionalità, ma è una situazione da continuare a monitorare che potrebbe dare esiti imprevedibili.

In difesa, a fargli compagnia, tra le delusioni c’è Mattia De Sciglio, che sembra cambiare registro solo quando indossa la maglia azzurra della Nazionale; male anche lo juventino Stephan Lichtsteiner, probabilmente frenato da un malessere prima sconosciuto e che poi ha reso necessario un piccolo intervento al cuore dal quale è in fase di ripresa, e il romanista Antonio Rudiger, oggetto misterioso del mercato di Sabatini.

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Chiusura dedicata al calcio estero, dove non mancano esempi di assoluto rilievo. La maggior parte è concentrata nel deludente avvio in Premier League del Chelsea di Mourinho: quindicesimo in classifica e sconfitto già in cinque occasioni, sta disperdendo il grande talento di cui dispone. Dai problemi in difesa, con un Terry ormai sul viale del tramonto, alla stella offuscata di Hazard, sino alla coppia d’attacco più che appannata composta da Diego Costa e Falçao.

In Spagna non è stato un buon inizio per Leo Messi, subito appiedato da un pesante infortunio, e c’era anche chi aveva parlato di un Cristiano Ronaldo in crisi con il gol: il portoghese ha subito risposto con cinque reti all’Espanyol segnandone però appena due nelle altre otto gare.

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Ad esempio a me piace il Sud, diceva Rino Gaetano. Che era di Crotone, e inseguiva nei suoi brani le melodie sgangherate di questa parte, spesso dimenticata, d’Italia. Ad esempio, a noi piace il Crotone, invece. Perché di sgangherato ha davvero poco, e perché è l’esempio perfetto che i pregiudizi sono quasi sempre fuori luogo, nel calcio. Il Crotone è non solo la capolista della Serie B, vera rivelazione di un campionato dove stanno stentando le favorite. Il Cagliari che non riesce a trovare una propria identità fuori casa, il Bari mai continuo, l’Avellino, il Cesena, lo stesso Livorno. Il Crotone è lì e si diverte a rompere le uova nel paniere, perché è consapevole di una crescita iniziata ormai più di 10 anni fa, insieme alle ambizioni di Raffaelle Vrenna.

Un percorso che ha visto il Crotone prima salire dalle categorie inferiori, sotto la guida di Gasperini, poi confermarsi in B con Drago, arrivando anche a disputare i play off due stagioni fa contro il Bari. Poi una stagione di transizione, più sofferta, e oggi il progetto che prosegue con Juric, guarda caso un allievo proprio del Gasp. No, non è un caso. A Crotone il bel gioco viene prima del risultato. E lo scouting di talenti viene prima dei nomi. Non per niente sono passati da qui Florenzi, Bernardeschi, Cataldi, e molti altri giocatori oggi in ottica nazionale. E non tutti ricordano che si sono “formati” a Crotone Giuseppe Sculli, Federico Marchetti, Daniele Padelli, Abdoulay Konko, Graziano Pellè, Domenico Maietta, Daniele Gastaldello, Salvatore Aronica, Lorenzo Crisetig, Pasquale Foggia, Antonio Mirante, Angelo Ogbonna, Antonio Nocerino, Nicola Sansone, Archimede Morleo, solo per citarne alcuni. Il tutto mentre la Calabria soffre, sia a livello imprenditoriale, che a livello calcistico. Sono lontani i tempi della super Reggina di Mazzarri, con la coppia d’attacco Bianchi-Amoruso e Mozart in regia. Ancora più lontani quelli di Andrea Pirlo, Baronio e Kallon, sullo stretto.

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E che dire del Cosenza, che dopo Marulla e Reja non ha più trovato una propria identità, ma soprattutto non ha più visto la serie B. Più lontani del primo Ritorno al Futuro i calci d’angolo di Massimo Palanca, che li tirava direttamente in porta, prima di Gomez. La Calabria è orfana delle sue città più rappresentative, nel calcio. E allora spetta al Crotone prendere lo scettro e tentare l’impossibile: riportare questa regione in Serie A. Ormai non c’è più nulla da stupirsi: il Crotone gioca il miglior calcio della serie cadetta e non è per caso in vetta solitaria alla classifica. La squadra di Juric ha centrato la quarta vittoria in cinque gare e si conferma un rullo compressore allo Scida, dove non perde addirittura dal 7 febbraio 2015 (contro il Bologna) e ha segnato la bellezza di 13 gol subendone solamente due.

Dopo il pesantissimo ko al Sant’Elia all’esordio, i calabresi non hanno sbagliato un colpo, offrendo sempre un calcio spumeggiante, giocando a ritmo vertiginoso e soprattutto valorizzando tanti giovani come Balasa (terzino rumeno classe ’95) scuola Roma e Capezzi. Due anni fa Federico Bernardeschi arrivò a Crotone dalla Fiorentina e spiccò il volo imponendosi come uno dei giovani talenti più luminosi del nostro calcio; oggi la stessa identica strada spera di farla Leo Capezzi, ex capitano della Primavera viola, centrocampista centrale dai piedi educati e dal temperamento spiccato. Arrivato alla corte del club rossoblù dalla Fiorentina in prestito questa estate, dopo aver disputato la passata stagione in B con la maglia del Varese (36 presenze), Capezzi da quando è arrivato a Crotone è stato sempre impiegato da Juric a centrocampo dove ha offerto un rendimento sempre elevatissimo.

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Ma il segreto dei rossoblu è anche il rilancio di due giocatori più esperti, dimenticati o addirittura scartati, se vogliamo. Il difensore Dos Santos Claiton Machado e l’esterno Adrian Stoian. Entrambi passati prima da Bari e poi da Verona (sponda Chievo), entrambi ritenuti inadatti alla massima serie e a progetti ambiziosi. Entrambi chiocce e spalle forti del Crotone dei giovani che conta anche sul loro apporto per stupire ancora. Il sogno continua, a passa anche dai loro piedi.

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Sono bastati i 12 gol di coppia equamente distribuiti tra Higuain e Insigne, in queste prime otto giornate di campionato, a farci balenare l’idea di misurare le ambizioni-scudetto del Napoli anche attraverso il confronto tra la forza del suo tandem d’attacco e quelli della storia della serie A. Un’operazione ambiziosa, forse inizialmente presa sotto gamba sull’onda dell’entusiasmo di ricostruire interi pezzi di storia calcistica in un periodo in cui va di moda la famigerata “Operazione nostalgia“. Ma è bastato misurarsi concretamente con la materia, confrontarsi con altri “nostalgici”, raccogliere i primi elementi in ordine sparso per esclamare in stile Giovanni nel mitico “Tre uomini e una gamba”: “Non ce la faccio, troppi ricordi“.

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Vien da sé, dunque, che il nostro approfondimento sarà per forza di cose tutt’altro che esaustivo, ma vi diremo di più: non ha nemmeno lontanamente l’ambizione di esserlo. Servirebbe un lavoro di ricerca enciclopedico, ma per quello ci sono gli almanacchi. Ci basterebbe, dunque, trasmettervi l’emozione provata nel ricostruire epoche diverse, recenti e meno, del nostro calcio per essere soddisfatti del lavoro svolto. Doverosa premessa a parte, la carrellata non può che cominciare proprio dalla riva del Golfo di Napoli che, nel passato recente, ha avuto modo di emozionarsi grazie alle giocate di un altro argentino: quel Diego Armando Maradona, capace di comporre un tandem imprendibile con il brasiliano Antonio Careca. Le stagioni migliori tra il 1987 e il 1990 con 28 (rispettivamente 15 e 13), 27 (9 e 19) e 26 (16 e 10) gol che contribuirono alla conquista di due storici scudetti.

Ma la coppia in assoluto più prolifica e longeva è probabilmente quella composta da Trezeguet e Del Piero in maglia Juventus: dieci stagioni insieme, compresa una in serie B, nelle quali hanno confezionato – contando anche le coppe – la cifra astronomica di 355 realizzazioni. Ineguagliabili o quasi, anche se nello stesso periodo, tra il 2001 e il 2009, i milanisti Shevchenko e Inzaghi hanno dato parecchio filo da torcere, toccando quota 199 e strappando, tra le altre cose, la Champions League del 2003 ai rivali. A proposito di Champions poi, la mente vola inevitabilmente al Triplete nerazzurro e a quella fantastica coppia, griffata Mourinho, composta da Eto’o e Milito, capaci di segnarne 45 nelle tre competizioni del 2009-2010.

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Proseguendo nel nostro schizofrenico incedere, facciamo un balzo all’indietro con gli indimenticabili “gemelli” del Torino Pulici e Graziani: gol e successi in maglia granata con il periodo di maggior splendore individuato tra il 1973 e il 1979 con la sequenza di 23 (17+6), 26 (14+12), 36 (21+15), 37 (16+21), 23 (12+11) e 19 (10+9) reti griffate a imperitura memoria di una delle tifoserie più nostalgiche del mondo. Più di recente, nel 2013-2014, Immobile e Cerci hanno provato a seguirne le orme toccando quota 35 (22+13), ma si sono poi rivelati fugaci come una stella cadente, sia per l’immediato abbandono della maglia granata, sia per l’incapacità di ripetersi altrove. Almeno sino ad ora.

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E a proposito di storia, non si può prescindere da altri due gemelli del gol: i doriani Vialli e Mancini, capaci di condurre la Samp di Boskov alla vittoria di uno storico scudetto e sino all’altrettanto epica finale di Coppa dei Campioni, persa solo al supplementare contro il Barcellona. Tante le stagioni trascorse sotto lo stesso tetto, ma tre in particolare ne consacrarono la grandezza, tra il 1988 e il 1991, con 23 (14+9), 21 (10+11) e 31 (19+12) centri in tandem. Tandem che poi si sciolse nell’estate del 1992 con il passaggio alla Juventus dell’attuale opinionista televisivo e con Bobby-gol che continuò a divertirsi facendo gol e consacrando talenti: prima Enrico Chiesa nel 1995-1996 con cui realizzò 33 gol (22 per l’attaccante semi-esordiente in A), poi  Vincenzo Montella, l’anno dopo, con cui il computo salì sino a 36 (21 per l’Aeroplanino).

Entrambi bomber con i fiocchi che proseguirono le rispettive carriere a Parma, dove Chiesa compose un altro meraviglioso tandem con Crespo (73 sigilli, contando solo il campionato, tra il 1996 e il 1999) e a Roma, dove Montella ha vinto anche uno storico campionato nel 2000-2001, addirittura in trio con Batistuta e Totti (20 reti per l’argentino, 13 a testa per gli altri due). A proposito di terzetti, come dimenticare Bierhoff, Amoroso e Poggi? Assoluti mattatori di quel 3-4-3 del precursore Zaccheroni, furono capaci di portare i friulani alla prima storica qualificazione in Europa. Di loro si ricordano in particolare le stagioni 1996-1997 con 38 gol (rispettivamente 13, 12 e 13) e 1997-1998 con 42 (27, 5 e 10).

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Tornando al già citato Batistuta, l’eroe di Firenze ha scritto le più belle pagine soprattutto in coppia con il portoghese Rui Costa, uno che ai gol ha sempre preferito gli assist ma che nelle stagioni 1994-1995 e 1998-1999 riuscì comunque a realizzarne 9 e 10, utili a rinsaldare il bottino del Re Leone, capace negli stessi campionati di siglarne 26 e 21. E restando in casa viola, ricordiamo l’altro splendido tandem composto da Toni e Mutu, che nel 2006-2007 ne piazzarono 32 equamente distribuiti. Ma il romeno si ricorda anche in coppia con un giovanissimo Adriano, ai tempi di Parma, quando nel 2002-2003 i gol furono 33 (15 per il brasiliano).

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Ultime annotazioni a margine, ad alto tasso “nostalgico”, per le coppie d’attacco del calcio di provincia o quasi. Menzione d’onore di diritto per i reggini Rolando Bianchi e Nicola Amoruso che, in quell’incredibile 2006-2007 con Mazzarri in panchina, riuscirono con i loro 35 gol nel capolavoro di salvare la squadra dello Stretto nonostante la partenza ad handicap da -11. Non andò così bene ai baresi Igor Protti e Kennet Andersson che, dodici anni prima, non riuscirono a mantenere la A con i Galletti, nonostante 36 gol in coppia e il titolo di capocannoniere del primo (non era mai successo che una squadra con il miglior marcatore del campionato andasse in B). Non è finita: impossibile dimenticare Baggio-Hubner di Brescia (2000-2001, 10+17), ma anche Signori-Baiano del mitico Foggia di Zeman (1991-1992, 11+16), Corradi e Marazzina del Chievo dei miracoli (2001-2002, 10+13) e ultimi, ma non ultimi, i mitici Skuhravy-Aguilera di quel Genoa capace di sbancare il Liverpool ad Anfield in Coppa Uefa, arrivato a toccare il cielo con un dito anche grazie ai loro bomber.

 

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Cenerentole al ballo di corte. Le piccole hanno cominciato i campionati principali d’Europa con il motore su di giri. Non c’è solo il Sassuolo in Italia, che sogna addirittura lo scudetto in modo forse un po’ presuntuoso e fantasioso. In Spagna, il Celta di Vigo si permette addirittura di guardare da pari a pari Real Madrid e Barcellona. E pure il Villarreal è lì. In Francia, il Psg di Ibra e Lavezzi è al comando, ma inseguono Angers e Caen. Impronosticabile, in Premier League, pure il quarto posto del West Ham e il quinto del Leicester di Claudio Ranieri. In Germania, infine, l’Ingolstadt è quinto e dà fastidio a tutti.

Abbiamo cercato di carpire i segreti di queste Cenerentole, che pare non abbiano intenzione di tornare a casa sulla zucca. E hanno pure messo l’orologio indietro per evitare che le mezzanotte spezzi la magia.

Sassuolo

Sassuolo

Il Sassuolo è una provinciale sui generis. Non ha uno stadio, o meglio gioca al Mapei Stadium di Reggio Emilia. E proprio a questo marchio deve tutto, grazie a Giorgio Squinzi, numero uno pure di Confindustria, che ha fatto le cose in grande fin dagli inizi. La C2 è un lontano ricordo: la squadra è adesso quinta, ma a soli tre punti dalla testa della classifica, e ha già scalpi illustri come Napoli e Lazio. In estate ha perso Zaza, ma ha tenuto Berardi, oltre a giocatori esperti come Paolo Cannavaro. Qualcuno, da queste parti, pronuncia addirittura la parola scudetto, ricordando i precedenti di Verona e Sampdoria.

Celta Vigo

Celta Vigo

Vigo: in tanti ricordano la cittadina spagnola per l’Italia del 1982. Ma il Celta è una realtà medio-piccola del campionato spagnolo, che ha assaggiato pure l’Europa. Mai, però, si era spinta così in alto. Dopo otto giornate, ha 18 punti come Barcellona (battuto 4-1) e Real Madrid. E ha vinto l’ultima in casa del Villarreal, a sua volta in testa nella Liga prima dell’ultimo turno. Intertoto a parte, non ha mai vinto nulla finora, ma quest’anno registra cinque vittorie e tre pareggi: squadra imbattuta e Nolito stella dei galiziani, con un passato pure nel Barcellona. Nazionale spagnolo, con già 6 reti in 8 partite: è la stagione della consacrazione definitiva?

Angers

Corsari a Tolone nell’ultimo turno, 21 punti in classifica e secondo posto a braccetto con il Caen. Sconfitto finora soltanto a Lorient, L’Angers è la grande sorpresa della Ligue 1 francese, a 5 punti dal probabilmente imprendibile Paris Saint Germain ed ha già superato il numero di vittorie di tutto lo scorso campionato. Il progetto è nato nel 2011 grazie al presidente Said Chabane, algerino ma francese di adozione. Guida un gruppo agroalimentare come Cosnelle, che ha un giro d’affari da 100 milioni. Ha già violato il Velodrome di Marsiglia, dal basso dei 24 milioni di budget a disposizione e di un mercato in cui non è stato scucito neanche un euro. L’Angers si è affidato per lo più a giocatori liberi o pescati in Ligue 2.

Caen

Al secondo posto pure il Caen, in Ligue 1, con l’Angers. E anche il Caen ha vinto l’ultima in trasferta. Il che la dice lunga su quanto le due cenerentole se la giochino su ogni campo. Consapevoli di non avere nulla da perdere e spinte dall’entusiasmo di provare a fare un’impresa. La dicitura completa del sodalizio è Stade Malherbe Caen Calvados Basse-Normandie, in onore di Francois de Malherbe, storica personalità della città.
Il ritorno in Ligue 1 è del 2013-2014 e, dopo una sola stagione di assestamento, ecco l’exploit, senza nessuno che possa sapere esattamente fin dove potrà arrivare la squadra. Tra i migliori di quest’inizio, il difensore Emmanuel Imorou, di origine del Benin, classe 1988. Sarà sufficiente per continuare a sognare in grande?

West Ham

West Ham

Gli Hammers sono quarti in Premier League, con 17 punti e a -4 dalla capolista Manchester City. La gestione Slaven Bilic sta dando i suoi frutti, eccome. In estate, a rinforzare la difesa è arrivato dalla Juventus Angelo Ogbonna, a centrocampo un’altra vecchia conoscenza del nostro campionato, Pedro Obiang, mentre in attacco, guarda un po’, Mauro Zarate. A settembre, il West Ham è riuscito pure a espugnare il campo dei Citizens (prima sconfitta per la squadra di Pellegrini in questa stagione di Premier League): ribattezzato l’ammazza-grandi, ha fatto la festa pure a Liverpool e Arsenal. Non hanno paura dell’alta quota gli Hammers, e in trasferta vanno forti come un treno.

Leicester City manager Claudio Ranieri during the Barclays Premier League match between West Ham Uni

Leicester

Al quinto posto in classifica, in Inghilterra, c’è il Leicester di Claudio Ranieri. Già amato dalla sua gente, il tecnico romano ha voluto volare basso: “Noi pensiamo solo ai punti che ci mancano per la salvezza”. Ma certo, un po’ di acquolina in bocca viene: “Questa Premier League è particolarmente equilibrata”. Proprio il Leicester ha vinto in casa del West Ham che, come abbiamo visto, ha battuto quasi tutte le grandi. Una delle società più antiche, fondata nel 1884, ha all’attivo tre Coppe di Lega e una Charity Shield, vinta nel 1971. Soprattutto nelle prime partite di questa stagione, la squadra si era specializzata nelle rimonte. Un leggero calo a ottobre ha fatto perdere la seconda posizione.

Ingolstadt

Va bene, il campionato tedesco è già prenotato dal Bayern Monaco. E va bene, i gialloneri del Borussia Dortmund sono tornati a fare paura, ma pure in Bundesliga c’è una Cenerentola al ballo di corte. Stiamo parlando dell’Ingolstadt, al quinto posto in classifica a con tanta voglia di continuare a stupire, nonostante gli appena 12 anni di vita e ed il primo anno di Bundesliga all’attivo. Anche nel caso dell’Ingolstadt ritroviamo alla base dei successi una programmazione sana e solida e uno sponsor che non ha niente da invidiare a nessuno, l‘Audi, che ha dato il nome al nuovo stadio. Il sogno? Ripetere le gesta dell’Augsburg dell’anno scorso, con la qualificazione in Europa League.

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Nella storia del Pallone d’oro, ci sono tanti campioni che non hanno mai vinto e le ingiustizie sono aumentate da quando la Fifa si è presa il premio che era del giornale sportivo francese ‘France Football’. In questo 2015, il successo andrà quasi sicuramente a Leo Messi, che spezzerà l’egemonia di Cristiano Ronaldo, vincitore delle ultime due edizioni. L’argentino ha conquistato il Triplete con il Barcellona a suon di gol e siamo pressocché sicuri che porterà a casa il quinto riconoscimento personale.

Sarà un risultato giusto, niente da obiettare, ma quello che lascia perplessi è il primo listone da 59 candidati al successo, che fa parlare di sé più per chi manca che per chi c’è (tra cui alcuni assoluti sconosciuti). Noi abbiamo provato a mettere dentro i 10 che avrebbero dovuto almeno far parte di questa lista, ed è venuta fuori una gran squadra.

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Gigi Buffon

Tra i cinque portieri candidati, incredibilmente non c’è Gigi Buffon. La quasi tripletta con la Juve, da protagonista, non è bastata. A 37 anni, il capitano bianconero avrebbe meritato eccome di starci, anche se poi magari non avrebbe trionfato, come spesso accade ai portieri, eccezion fatta per Jascin nel 1963. SuperGigi avrebbe potuto emulare il portierone russo nel 2006, ma non ce la fece, e questa volta dovrà restare a guardare Neuer e Courtois, per grandi meriti loro, ma anche Ospina, Bravo e De Gea, che non hanno regalato emozioni in questa stagione.

Gerard Piqué

Ecco uno che il Triplete l’ha fatto, con la maglia del super rappresentato Barcellona. Nella Liga, ha guidato i blaugrana al successo, mettendoci anche la firma con cinque gol, così come in Coppa del Re ed in Champions. Ministro della difesa catalana, ha imparato i trucchi del mestiere da un certo Puyol, ma quando non è in campo, se ne accorge soprattutto Luis Enrique.

Nikola Kalinic

L’attaccante croato ci sarebbe stato bene, eccome, tra i 59. In Ucraina, con la maglia del Dnipro, ha segnato 49 gol in 125 incontri, contribuendo a portare la squadra fino alla finale di Europa League, poi persa con il Siviglia. Approdato in Italia, sta dando un contributo importantissimo ad una Fiorentina che si trova in vetta alla Serie A. Prima punta forte fisicamente, ma non statico in area, aiuta i compagni della difesa in caso di bisogno.

David Silva

L’anno scorso ‘El Chino’ non ha vinto nulla, ma non per colpa sua: in Premier, il Manchester City ha dovuto alzare bandiera bianca contro il Chelsea di Mourinho, mentre in Champions, ha confermato di non essere ancora abbastanza maturo per vincere. Lo spagnolo, però, è stato protagonista assoluto con 12 reti in campionato, pur non essendo una punta; soprattutto, con i suoi piedi, ha spesso mostrato autentiche perle. Pure in Nazionale, sono già 23 le segnature in 94 match.

Philipp Lahm

Il motorino del Bayern Monaco che comanda la Bundesliga. Difensore o centrocampista, a destra ma pure a sinistra. Con Pep Guardiola, anche davanti alla difesa. Da campione del mondo, ha alzato di nuovo il titolo tedesco. Tre volte consecutive nella squadra ideale dei mondiali. Il 26 aprile del 2015 ha portato a casa il suo settimo scudetto. A 32 anni, può proseguire, come dimostra l’attuale classifica tedesca.

Philipp Lahm

Isco

Forse non è stata la stagione migliore, ma il calciatore spagnolo tra i 59 poteva entrarci. Ha risentito dell’anno del Real Madrid, incapace di vincere da dicembre in poi, dopo aver messo in cassaforte la Supercoppa Europea e il Mondiale per Club. Zinedine Zidane lo ha paragonato a se stesso e la Juve lo avrebbe voluto portare a Torino nell’estate scorsa, ma Rafa Benitez ha posto il veto.

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Xabi Alonso

Un altro spagnolo, regista a lungo paragonato ad Andrea Pirlo. Perno del Bayern Monaco di Guardiola, è colui che dà il là alle improvvise accelerazioni degli attaccanti. Vinto il campionato in Baviera, l’iberico segna di sicuro meno di Pirlo e comincia a risentire un po’ dell’età (34 anni), ma ai suoi ritmi può fare ancora molto bene, sia in Germania che con la Nazionale del suo Paese. E poi c’è il sogno Champions, già conquistata con il Liverpool e con il Real Madrid.

Klaas-Jan Huntelaar

Attaccante vecchio stile, e che nessuno si offenda. Olandese dal fisico possente, con lo Schalke ha già segnato 70 volte in 128 partite, dopo essere passato come una meteora in Italia, con il Milan che era riuscito a prelevarlo dal Real Madrid. In Germania è ormai un’istituzione, visto che ci gioca dal 2010, e nel 2011-2012 è stato capocannoniere della Bundesliga. Nella corsa al Pallone d’oro, è sicuramente penalizzato dal giocare in una squadra di secondo piano.

Diego Godin

Determinante nelle squadre in cui gioca: che sia l’Uruguay o l’Atletico Madrid, di cui è perno insostituibile. Decisivo nella Champions di due anni fa, per Simeone è l’uomo su cui costruire il resto della squadra. Segna pure, e non poco per un difensore centrale. Ma soprattutto è rude, il giusto, contro gli attaccanti avversari. È uno dei difensori che il Pallone d’oro continua sistematicamente a ignorare, anche se un gol evitato vale quanto un gol fatto.

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Olivier Giroud

Attaccante francese dell’Arsenal, ha già segnato 44 gol con la maglia dei Gunners. Nel marzo scorso è stato eletto giocatore del mese in Premier League, e ha vinto la FA Cup 2015, segnando una delle reti nella finale di Wembley. Con la Nazionale, deve combattere contro alcuni mostri sacri come Karim Benzema, ma a 29 anni può ancora sperare di diventare protagonista pure con i Bleus.

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“A me non era mai successo. E veder crescere Aidi e Alex, ogni giorno, ogni mattina di sole, che per il resto della gente non vuol dire niente di particolare, è sovvertire tutti i pronostici, è ridere di fronte all’Uomo con le Previsioni Sicure, quello che era certo che la Danimarca avrebbe preso una vagonata di gol e sarebbe stata eliminata nelle qualificazioni e invece si è qualificata e agli Europei giocherà con squadre molto più forti, e l’Uomo delle Previsioni Sicure non si raccapezza. La gente capisce solo quando le cose sono già successe, mai mentre accadono. E per noi due è lo stesso. La gente non capisce come sia possibile, visto che l’Uomo dei Sondaggi aveva negato categoricamente che due come noi potessero avere una pazza storia del genere.”


“Fantastico. E la Danimarca come gioca?”
“Bene, si vede che si divertono.”
“Alex”, aveva detto lei stringendogli le mani con una strana intensità che l’aveva turbato, “Io voglio che la Danimarca vinca.” 

(“Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, Enrico Brizzi)

Chissà se la Danimarca ci sarà, agli Europei di Francia. Passerà dagli spareggi e magari non sarà nemmeno una cenerentola, qualora dovesse arrivare a giocarsela. E caso mai dovesse fallire la qualificazione sarà una delle tre vincitrici delle ultime 8 edizioni a non staccare il biglietto per Parigi. Ecco perché la geografia del calcio europeo è cambiata molto di più di quanto si pensi. L’allargamento a 24 squadre (praticamente la vecchia formula del vecchio Mondiale, con 6 gironi da 4 e la qualificazione delle 4 migliori terze) ha permesso a molte outsider di risultare invitate al ballo di giugno. Ma dire che “praticamente si sono qualificate tutte” è un’osservazione piuttosto superficiale.

Analizzando i vincitori dal 1984 ad oggi, quindi dell’ultimo trentennio, noteremo che i nomi sono 6 in tutto. A parte le squadre che hanno bissato, e cioè la Francia (1984 e 2000) e la Spagna (2008 e 2012), nell’albo d’oro troviamo i nomi della Germania (1996), di una squadra che passerà dalle forche caudine degli spareggi (la Danimarca, campione appunto nel 1992) e di due nazionali che l’Europeo lo vedranno sul divano di casa, ovvero l’Olanda (campione con Gullit e Van Basten nel 1988) e la Grecia (vincitrice a sorpresa nel 2004).

Marco Van Basten and Ruud Gullit (Holland) do a lap of honour after victory over Russia. Holland v Russia. The European Championships Final, Munich1988. Credit: Colorsport.

L’ancièn regime crolla proprio sulla strada verso la Francia, luogo delle rivoluzioni per eccellenza. Ma non è solo una questione di nomi e di perché. Sappiamo che l’Olanda ha sofferto più del dovuto l’addio di Van Gaal che ha lasciato ad un triumvirato di allenatori dalle idee molto confuse, ed in più si è trovata in un girone tutt’altro che semplice, dove ci è soffermati molto sulla sorpresa Islanda, di cui torneremo a parlare, e poco su una Repubblica Ceca devastante. Forse perché siamo abituati a considerare i cechi una realtà europea, dimenticandoci che questa nazionale ha sofferto diverse crisi generazionali negli ultimi anni, ma oggi sembra tornata ai livelli del 1996, quando per poco non soffiò lo scettro alla Germania.

La Grecia non poteva certo pensare di bissare il successo del 2004, ma negli ultimi anni ha sempre preso parte ai tornei continentali, compreso un discreto mondiale in Brasile. In pochi si sarebbero aspettati questo tracollo, attribuito per lo più a Claudio Ranieri, ma in realtà da contestualizzare con situazioni non solo calcistiche. La crisi economica genera mancanza di investimenti e infrastrutture. La Grecia, in questo momento, ha ben altro a cui pensare.

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Zlatan e la Svezia passeranno dagli spareggi. Senza mettere il carro avanti ai buoi diciamo che, se non dovessero arrivare in Francia né loro, né Danimarca e Norvegia (tutte ai play off), assisteremmo ad uno storico torneo senza scandinave. La Scandinavia non ha mai dominato l’Europa calcistica, ma ha sempre recitato il ruolo di avversario sgorbutico e ingombrante, spesso alleandosi (ricordate il famoso “biscotto” del 2004?).

Aspettiamo i play off anche per capire se completeremo il puzzle del Regno Unito con un altro tassello importante, avendo ad oggi tre membri della Union Jack, quali Inghilterra, Irlanda del Nord e Galles. Anche qui la geografia è cambiata: fino a qualche anno fa, infatti, subito dopo gli inglesi c’erano gli scozzesi, che gli europei li vedranno da casa. A cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, la vera alternativa agli inglesi è stato l’Eire di Jacky Charlton, che stupì nell’88 e ai Mondiali del ’90, qualificandosi anche per quelli del 1994, a cui gli inglesi non parteciparono. Oggi O’Neill insegue uno spareggio per raggiungere sia il Galles di Bale che un’incredibile Irlanda del Nord, che ha fatto breccia addirittura là dove non era riuscito un certo Best. Questione di squadra, di alchimie, di gruppo.

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A proposito di gruppo: straordinario quello islandese, privo di grandi individualità, eppure costante come pochi. C’è chi dice che il merito sia dei campi indoor, chi delle nuova generazione di allenatori. Di certo l’Islanda non arriva sprovveduta a questo torneo e rappresenterà un’interessante outsider.

Sull’Albania sono stati spesi fiumi di parole nei giorni scorsi: quello di De Biasi è un miracolo e ci sarebbe poco da aggiungere a quanto già scritto. Il miglior riassunto è il suo abbraccio con Tramezzani, abile a scovare in giro per l’Europa giocatori che avessero il sangue e la voglia di compiere un impresa per la propria patria. Ma non solo. De Biasi ha dato schemi e idee, ha rispettato la storia di un popolo sposandone le tradizioni, facendosi scivolare addosso gli episodi di Belgrado e guardandoli anzi con un occhio distaccato, senza giudicare, tenendo unito un gruppo che dopo quella rissa poteva andare allo sfascio. Le parole di Edi Rama riassumono meglio di qualunque altra analisi il miracolo del tecnico veneto. Il Premier albanese ha dichiarato:

Questa è una lezione. Di umiltà, costanza, competenza.
Questa è una lezione. Di gratitudine, cultura, riconoscenza“.

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Se la Scandinavia piange, l’ex Jugoslavia non ride. Poteva essere la volta del Montenegro, ma a Vucinic è saltata la testa sul più bello. Slovenia e Bosnia passeranno dai play off, ma soprattutto la grande madre Serbia perde un’altra occasione importante per dimostrare la propria vocazione al talento.

L’ha fatto a sprazzi, con presunzione e sufficienza, negli ultimi minuti della partita di Tirana. Lì ha dimostrato quello che avrebbe potuto fare e non ha fatto. Ancora una volta i serbi si dimostrano incostanti e poco propensi a fare gruppo. Un tempo si diceva che era colpa delle lingue diverse, delle etnie e delle religioni, oggi si può affermare che la Jugoslavia funzionava meglio di questa Serbia. Forse anche per loro è arrivato il momento di scegliere un allenatore straniero.

Non sono più sorprese l’Austria e il Belgio, anzi vanno inserite nel novero delle favorite. Due squadre internazionali, multi-etniche, figlie delle nuova Europa. Gli austriaci non perdono una partita da secoli, i belgi sono meno costanti, ma più ricchi di individualità. Ai mondiali è stato un mezzo fallimento, ma a giugno Wilmots ha l’obbligo di arrivare almeno tra le prime quattro, altrimenti deve salutare.

Occhio alla Polonia, perché può contare sull’attaccante probabilmente più forte d’Europa e non solo: Robert Lewandowski. 

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Tra le favorite non possono mancare ovviamente Spagna, Germania e la Francia padrona di casa. E l’Italia? Conte sa di non avere la migliore squadra degli ultimi anni, ma conoscendolo non avrà nessuna intenzione di fare brutta figura. Gli azzurri meritano considerazione, anche in virtù della formula. Quella che tante volte ci ha visto arrivare terzi, salvo poi essere ripescati. E poi, vi ricordate cosa è successo?