CALCIO

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La sosta dei campionati è per i club l’occasione per affrontare un momento di riflessione, analisi, recupero degli infortunati e, perché no?, adeguamenti in corsa volti a rimediare agli errori fatti ad inizio stagione. Errori che, il più delle volte, sono di scelta dell’allenatore e si traducono in esoneri e cambi di panchina.

Chelsea Manager Jose Mourinho looks dejected during the Barclays Premier League match between Chelse

Dopo appena due mesi della nuova stagione sono tanti in Europa i tecnici già in bilico. Il più ricco tra loro abita a Londra e risponde al nome di José Mourinho. Lo Special One, alla terza stagione di fila al Chelsea (la settima considerando anche la sua prima esperienza sulla panchina dei Blues), ha messo insieme lo straccio di 8 punti in altrettante gare, è ai margini della zona retrocessione e ha già fatto sapere di non avere nessuna intenzione di dimettersi. Abramovic, per il momento, ha preso tempo: il portoghese ha un contratto blindato e l’imprenditore russo ha ancora negli occhi la liquidazione versatagli in occasione del primo esonero, datato 2007-2008.

Restando in Premier League, è stato Brendan Rodgers del Liverpool ad aver dovuto già svuotare l’armadietto di Anfield, sollevato dall’incarico dopo l’1-1 nel derby con l’Everton di domenica scorsa. Al suo posto si scalda l’ex Borussia Dortmund Jurgen Klopp, ma contatti sono stati avviati anche con Carlo Ancelotti, pronto a ritornare in sella dopo l’addio al Real Madrid. Si mormora anche di qualche chance per gli altri italiani Roberto Di Matteo e Walter Mazzarri, quest’ultimo accostato il mese scorso accostato ad un Marsiglia che aveva pensato anche a lui per sostituire Bielsa (poi la scelta è ricaduta su Michel).

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Proseguendo il giro in Europa, in Spagna è Emery ad aver cominciato male con il suo Siviglia (8 punti in sette incontri), ma le due Europa League vinte di fila rappresentano bonus importanti per fargli ottenere diverse prove d’appello. Sembra più stabile la situazione delle panchine in Germania, nonostante le situazioni del Borussia Moenchengladbach e soprattuto del Wolfsburg, che non se la passa meglio della casa madre Volkswagen; in Svizzera, invece, è Zeman che potrebbe chiudere anzitempo la sua avventura, vista l’ultima posizione in classifica del suo Lugano, incapace di reagire ad una stagione storta.

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Quanto alle situazioni di casa nostra, le quotazioni degli allenatori continuano a salire e scendere in maniera schizofrenica. Il più in difficoltà è il milanista Mihajlovic, reduce da 4 KO in stagione su sette gare giocate, le ultime 2 subite consecutivamente. Il serbo per il momento resta in sella, sia perché i rossoneri hanno ancora altri due allenatori a libro paga (Inzaghi e Seedorf), sia perché la squadra non ha dato segnali di scarso seguito, semmai di un livello qualitativo non eccelso. Al contrario, non sono mai stati realmente in discussione lo juventino Allegri e il romanista Garcia che, pure attraverso percorsi accidentati, sono riusciti a rinsaldare le rispettive posizioni.

Saltato Castori del Carpi, sostituito da un Sannino subito vittorioso contro il Torino, al momento non sembra poter fare la stessa fine il palermitano Iachini che, nonostante i quattro KO di fila, è stato confermato a sorpresa da Zamparini (“È un periodo no e peggioreremmo le cose con un cambio di allenatore. Come l’anno scorso, dobbiamo ripartire“, ha detto il presidente rosanero). Allo stesso modo, infine, hanno incassato la fiducia, ma restano abbondantemente sotto esame il bolognese Rossi, il friulano Colantuono e il veronese Mandorlini: per loro sosta decisiva per ritornare in sella e rimettere fieno in cascina.

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Milan-Napoli è una classica. Lo è dagli anni ’80, quando i partenopei lottano per lo scudetto e il Sud sfida alla pari il ricco Nord. Con Diego Maradona, Careca e Giordano, i partenopei saranno in grado di vincere, ma subiranno anche amare sconfitte contro gli olandesi Van Basten, Gullit e Rijkard. Quei Milan-Napoli degli anni ’80 e ’90 sono anche una sorta di caricatura del Nord contro il Sud. Novantesimo minuto, infatti, propone le figure storiche di Necco e Zuccalà. Sky e Mediaset, invece, 30 anni dopo inventeranno la telecronaca del tifoso, ma quei commenti del dopo partita resteranno nella storia. Vediamo nell’ordine le sfide più significative tra le due squadre.

13 aprile 1986 Milan-Napoli 1-2

È il Napoli di Ottavio Bianchi quello che espugna San Siro e che, alla fine del campionato, arriva terzo. Maradona è alla sua seconda stagione sotto il Vesuvio e Ferlaino sta costruendo una squadra fortissima. C’è anche Bruno Giordano e proprio quest’ultimo, al 12′, sblocca la partita. Al 23′ la magia del Pibe de Oro per il raddoppio. Una punizione di Agostino Di Bartolomei al 59′ prova a rendere meno amaro il pomeriggio a San Siro di un Milan che nulla può contro un Garella pronto a chiudere la saracinesca su Virdis e compagni. Quel Milan, con Nils Liedholm in panchina, arriverà settimo a fine stagione, ma Silvio Berlusconi sta per scendere in campo.

14 dicembre 1986 Milan-Napoli 0-0

Finisce senza gol la sfida del Meazza. Il Napoli ha in campo Carnevale e Maradona, il Milan Hateley. Ottavio Bianchi costruisce una gara umile, anche perché l’argentino non è in giornata, bloccato senza problemi da Filippo Galli, e così si va a prendere quel punticino che gli consentirà, più avanti, di vincere il primo scudetto della storia di Napoli. Silvio Berlusconi ha preso il comando della squadra rossonera e si prepara a regalare gioie e trionfi ai tifosi. Per quell’anno, però, si dovrà accontentare del quinto posto finale.

3 gennaio 1988 Milan-Napoli 4-1

Gullit contro Maradona: la sfida dei numeri dieci. È l’inizio dell’anno, siamo alla 13 giornata, ma dice già molto: i rossoneri hanno 5 punti di vantaggio sui partenopei, che propongono la Ma.Gi.Ca. di Bianchi contro una difesa di ferro (Tassotti, Galli, Baresi e Maldini). La partita inizia però in salita per Arrigo Sacchi e i suoi: al 10′ Careca, imbeccato da Maradona, fa 1-0, ma Gullit lancia Colombo per l’1-1. Maradona su punizione sfiora di nuovo il bersaglio, ma poi gli ospiti crollano. Al 24′ Virdis firma così il sorpasso. Al 73′ Gullit e al 78′ Donadoni danno, in chiusura, l’idea del giusto divario tra le due squadre. È probabilmente questa la sfida che i tifosi rossoneri ricordano con più piacere, perché il Milan dispiega in campo tutta la sua forza devastante. A fine anno, sarà scudetto. Strappato proprio al Napoli.

11 febbraio 1990: Milan-Napoli 3-0

A San Siro, il Napoli quel giorno non ha scampo: perde secco 3-0 e viene raggiunto in classifica dal Diavolo. Una vittoria di Pirro, visto che a fine campionato, saranno gli azzurri a festeggiare lo scudetto, non senza polemiche per la famosa scena della monetina, che coinvolge Alemao e Carmando nella gara contro l’Atalanta. Si rinnova la sfida tra i sudamericani e gli olandesi, e Alberto Bigon prova a rubare la scena ad Arrigo Sacchi, il profeta di Fusignano. Saranno però Massaro, Maldini e Van Basten a fare la festa al Napoli.

5 gennaio 1992: Milan-Napoli 5-0

Il primo Milan firmato Fabio Capello annienta il Napoli di Claudio Ranieri, terzo in classifica ma lontano parente di quello di Maradona e Careca. Già al 1′ Paolo Maldini infila Giovanni Galli, l’ex di turno. Al 27′ tocca a Rijkard, poi Massaro, Donadoni e Van Basten salutano la squadra di Ranieri con la manita. In particolare, è il 9 milanista ad essere letteralmente scatenato quel giorno. I titoli dei giornali danno un’idea di quanto visto a San Siro: “L’uragano Milan distrugge il Napoli” è quello de ‘La Stampa’.

3 aprile 1993: Milan-Napoli 2-2

Napoli in vantaggio di due gol a fine primo tempo, ma nella ripresa è Gianluigi Lentini, con una doppietta, a riportare il risultato in parità. Non sono stati molti i lampi dell’ex torinista con il Milan, ma è giusto ricordare questo. Il Milan di Fabio Capello domina in Italia; il Napoli fa più da sparring partner (almeno in classifica, chiuderà undicesimo). È l’ultimo anno di Van Basten e nel Milan il nuovo corso degli stranieri è capitanato da Papin, Boban e Savicevic. Gli Invincibili raggiungeranno lo strepitoso record di 58 partite senza l’ombra di un ko, mentre i partenopei affidano al tamburino sardo Zola la maglia numero 10 di Maradona.

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L'Estadio Vicente Calderón, casa dell'Atlético Madrid.

Nella prima domenica di ottobre, giusto prima di lasciare spazio alla mai amata sosta per le nazionali, la sovrapposizione dei vari calendari dei principali campionati europei ha prodotto una giornata clamorosamente ricca di partite, per una maratona lunga quasi nove ore ininterrotte di grande calcio, con sette gare da non perdere per nessun motivo. Alcune saranno in contemporanea, quindi chi vuole seguire tutto dovrà usare più schermi o ricorrere alla differita, ma il consiglio per vivere al meglio la domenica calcistica è uno: disdire ogni impegno e piazzarsi davanti a un paio di TV, tanto saranno tutte visibili in Italia.

AJAX – PSV EINDHOVEN

Amsterdam ArenA, ore 14.30

Si comincia con un grande classico del calcio olandese, la sfida tra due delle tre grandi di Eredivisie. L’Ajax è primo in classifica con tre punti di vantaggio sul Feyenoord e ha vinto sei delle prime sette giornate, con un solo pari per 2-2 sul campo del Twente, mentre il PSV è più attardato avendo perso con la rivelazione Heracles. Il club di Amsterdam è a punteggio pieno in casa e con la porta imbattuta, può contare sul bomber Arkadiusz Milik e sul ritrovato Viktor Fischer, ma gli ospiti non hanno certo intenzione di mollare da ora il titolo conquistato pochi mesi fa. Il PSV ha qualche problema in difesa ma davanti è letale, l’ex Genoa Maxime Lestienne viene dalla doppietta in Champions League e Luuk de Jong è capocannoniere con sette reti, assieme a un altro ajacide ossia Anwar El Ghazi, il terzo del tridente di Frank de Boer. Possibili molti gol.

L'Amsterdam ArenA, stadio dell'Ajax.


EVERTON – LIVERPOOL

Goodison Park, ore 14.30

In contemporanea con la sfida di Amsterdam c’è il derby del Merseyside, con un valore inferiore per quanto riguarda la classifica, ma molto sentito. L’Everton ci arriva con un punto in più rispetto ai rivali del Liverpool (12 a 11), i Reds, però, hanno molto più da perdere rispetto ai Toffees e un’altra sconfitta potrebbe portare all’esonero del manager Brendan Rodgers. Sabato scorso, con una doppietta all’Aston Villa, Daniel Sturridge ha salvato la situazione, segnando i suoi primi gol dopo sei mesi e l’ennesimo infortunio, ma l’Everton ha già battuto il Chelsea a domicilio tre settimane fa e può contare ora sulla forma di Romelu Lukaku (doppietta nella rimonta da 2-0 a 2-3 sul campo del West Bromwich lunedì). Cinque delle ultime sei sfide in Premier League sono finite in parità, tra cui un 3-3 del 2013.

Jordan Henderson del Liverpool e Kevin Mirallas dell'Everton nel derby giocato ad Anfield nella Premier League 2014-2015.


ARSENAL – MANCHESTER UNITED

Emirates Stadium, ore 17

Ancora Inghilterra, ma stavolta Londra, e più precisamente nel nord della capitale, dove va in scena Arsenal-Manchester United, grande classica d’oltremanica. I Red Devils hanno ritrovato la vetta della classifica per la prima volta dopo l’addio di Sir Alex Ferguson, approfittando dei due KO di fila del City; acquisti come Memphis Depay e Anthony Martial, tanto giovani quanto costosi, si sono già ambientati, mentre Wayne Rooney ha ritrovato il gol nell’ultimo turno e contro l’Arsenal è andato a segno 14 volte in carriera. I Gunners vengono, invece, dalla sconfitta di Champions contro l’Olympiakos e vorranno rifarsi contro i rivali: Alexis Sánchez si è sbloccato con una tripletta sabato a Leicester ed è l’uomo su cui Arsène Wenger punta per battere Louis van Gaal.

Fase di gioco da Arsenal-Manchester United, Premier League 2014-2015.


BAYERN MONACO – BORUSSIA DORTMUND

Allianz Arena, ore 17.30

Der Klassiker è la sfida tra i due club più vincenti della Bundesliga, una rivalità portata anche oltre i confini con la finale di Champions League del 2013. Il Bayern Monaco sta facendo percorso netto, con dieci vittorie di fila in tutte le competizioni, di cui sette su sette in campionato, soprattutto grazie alla strepitosa media-gol tenuta da Robert Lewandowski, autore di ben dieci reti nelle ultime tre uscite, tra le quali spicca la cinquina realizzata al Mainz nel giro di nove minuti. Tramontata l’era Klopp, il Borussia Dortmund si è ripreso sotto la guida di Thomas Tuchel, che ha rivitalizzato i gialloneri recuperando Pierre-Emerick Aubameyang e Henrikh Mkhitaryan. Col nuovo tecnico il BVB è tornato a segnare tantissimo giocando un gran calcio, ma si è inceppato per via di due pareggi che hanno interrotto la striscia vincente e causato il distacco in classifica di quattro punti dal Bayern.

La finale di Champions League del 2013 tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund.


ATLÉTICO MADRID – REAL MADRID

Estadio Vicente Calderón, ore 20.30

Così come Bayern-Dortmund anche Atlético Madrid-Real Madrid sono arrivati a giocarsi una finale di Champions, quella dell’edizione 2014. In Liga l’Atlético ha vinto l’ultima sfida addirittura per 4-0, in più al Vicente Calderón non subisce gol nel derbi dal 2 marzo 2014 (368′ di gioco) e negli ultimi due anni, da quando è tornato a vincere la stracittadina, se l’è sempre giocata alla pari grazie al grande lavoro di Diego Pablo Simeone. I colchoneros hanno fatto qualche passo falso di recente perdendo le ultime due uscite ma stanno trovando alcuni nuovi protagonisti come l’argentino Ángel Correa; i vari infortuni (Bale, Danilo, Sergio Ramos e James Rodríguez) hanno ridotto, dall’altra parte, le possibilità di scelta per Rafa Benítez, con l’ex tecnico dell’Inter che può però contare su Cristiano Ronaldo e su un “riscoperto” Isco. Da aspettarsi tanti scontri duri.

Cristiano Ronaldo e Saúl Ñíguez in uno dei derby di Madrid della stagione 2014-2015.


MILAN – NAPOLI

Stadio Giuseppe Meazza, ore 20.45

Anche la Serie A entra nella lista delle grandi partite di domenica, seppur senza un derby o una gara di alta classifica. Dopo tre sconfitte nelle prime sei giornate il Milan non può più sbagliare, ma si ritrova davanti un Napoli che nello scorso weekend ha battuto la Juventus. Entrambe le squadre hanno un rendimento simile: nove punti per la maggior parte ottenuti in casa, e alcune difficoltà di troppo in difesa, soprattutto per la squadra di Siniša Mihajlović che ha sempre preso gol in campionato. I rossoneri vengono da cinque vittorie in casa e dal 2-0 nell’ultimo confronto a San Siro; con Mario Balotelli in dubbio, possibile che torni titolare Carlos Bacca a far coppia con Luiz Adriano. Il passaggio al 4-3-3 ha migliorato gli azzurri di Maurizio Sarri, con Jorginho tornato ai fasti di Verona e Gonzalo Higuaín sempre letale, ma le condizioni di Lorenzo Insigne sono da valutare.

Lo stadio Giuseppe Meazza di Milano visto da fuori.


PARIS SAINT-GERMAIN – MARSIGLIA

Parc des Princes, ore 21

Per chiudere la grande abbuffata domenicale c’è Le Classique, match di cartello della Ligue 1 francese da oltre vent’anni. Lo scorso 5 aprile fu un 2-3 al Vélodrome che tolse ogni speranza di titolo all’OM, stavolta è quasi un testacoda perché il PSG è primo e già in fuga (venti punti su ventiquattro disponibili, +4 sul Saint-Étienne), mentre l’Olympique è quindicesimo e non vince dal 13 settembre: Míchel ha preso il posto del  dimissionario Marcelo Bielsa (dopo appena una giornata), ma deve dare ancora un’impronta alla propria squadra. Edinson Cavani, Zlatan Ibrahimović e compagni sono dunque i grandi favoriti, ma occhio al belga Michy Batshuayi, la principale risorsa marsigliese.

Paris Saint-Germain - Olympique Marseille.

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C’è un particolare che appare subito evidente: la forma fisica (smagliante) di Paulo Sousa, frutto di un lavoro sul corpo e sulle sue idee, attuato con meticolosa precisione e uno spirito rinnovato. È facile, oggi, dire che il portoghese fosse un predestinato: aveva gambe e cervello quando era giocatore, oltre ad un fascino irresistibile, mutato, ma mai perso e capelli lunghi e neri; adesso i capelli sono diventati sale e pepe, il suo volto è più scavato, ma i suoi bicipiti più definiti.

Di Paulo Sousa si è detto molto, non tutto. Si raccontano i successi, ma spesso ci si dimenticano i fallimenti. È una straordinaria metafora di vita quella dell’allenatore portoghese, uno che spesso ha dovuto ricominciare da capo, sempre rimboccandosi le maniche, mai polemizzando. Non è nel suo spirito: è portoghese, ma con lo Special One ha poco da spartire. Lui è Sousa, l’ambizioso che ha conosciuto anche il fallimento e la caduta.

Come quando da giocatore dovette lasciare la Juventus, dopo averla aiutata (eccome) a riconquistare lo scudetto a distanza di quasi un decennio. Era la Juve di Lippi e lui era l’anima del centrocampo, ma subiva troppi infortuni e così decisero di cederlo. La vendetta si consumerà, silenziosamente e con grande discrezione, in una notte di maggio, quando il Borussia Dortmund da sfavorito batterà la Juve in una stranissima finale di Champions League, con Sousa protagonista.

Tornerà in Italia, ma inciderà poco nell’Inter muscolare (“Tutti sono uguali meno uno“) di Gigi Simoni, che gli preferisce Zé Elias e Simeone, e quando c’è da ragionare si affida a Aaron Winter. Ancora meno nel Parma, dove colleziona 8 presenze prima di congedarsi dal calcio italiano per andare a chiudere la carriera in Grecia. Quando Paulo Sousa inizia a fare l’allenatore ha ancora i capelli lunghi e l’aria del bello e maledetto. Veste in maniera discutibile, e ragiona ancora da calciatore.


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Infatti in Inghilterra dura pochissimo, al Leicester prima e al QPR poi, e viene persino deriso allo Swansea, dove i suoi giocatori gli rimproverano addirittura di essere troppo morbido negli allenamenti.

Per ricominciare, quindi, Sousa sceglie campionati minori del calcio europeo. Prima quello israeliano, poi quello ungherese, infine quello svizzero, dove però conosce un modello di organizzazione a tutti i livelli: il Basilea. Qui si compie l’epifania, l’incontro tra la società perfetta e un allenatore ambizioso, che compie il salto di qualità. Sousa crea empatia con i propri giocatori, iniziando dall’attuare un lavoro su se stesso. È in quel momento che decide di seguire la stessa rigorosissima dieta della sua squadra: dà l’esempio, si comporta da leader, dimentica il suo passato per inventarsi un presente. Radioso. La Fiorentina punta su di lui perché solo uno con il suo carisma può far dimenticare Montella.

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E infatti Sousa cambia modulo, ripesca giocatori finiti nel dimenticatoio (Iličič ) trasformandoli in protagonisti, passa dal gioco di posizione di Montella, basato sul dominio della palla, a quello in verticale basato sul dominio dello spazio. Gli acquisti estivi diventano funzionali al cambiamento: Mario Suárez ha il compito di equilibrare il centrocampo, Kalinić quello di aprire gli spazi, tenere impegnata la difesa e garantire sempre un riferimento in verticale.

In un campionato in cui ti aspetti Dzeko o Dybala, Mandzukic o Luiz Adriano, spunta lui, semi-sconosciuto venuto da Dnipro, attaccante apparentemente sgraziato, ma tremendamente efficace. E Firenze torna a sognare, dopo 17 anni. Come in un pomeriggio di settembre quando Batistuta sconvolse San Siro con la mitraglia mentre Trapattoni fischiava ai suoi di rientrare.

Paulo Sousa non fischia, non sbraccia, ma esulta, eccome. Perché, in fondo, anche lui sa che dopo aver dimenticato il passato ed aver cominciato a vivere un presente fatto di equilibrio e nuova consapevolezza, c’è da scrivere un futuro più ambizioso di quanto si pensi. E per i tifosi della Viola è già #Sousimo: ambizione, coraggio, intelligenza e velocità di pensiero.

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Un Verona campione d’Italia non sarà più possibile, troppa differenza di introiti e investimenti tra big e medio-piccole“. Qualche mese fa, proprio in occasione delle celebrazioni del trentennale dello storico successo della squadra di Bagnoli nel campionato 1984-1985, più di un commentatore si esprimeva così tra un pizzico di nostalgia e un’analisi realistica di una situazione in cui l’elemento finanziario ha finito per ridurre la battaglia per lo scudetto alle solite note (sul finire degli anni ’90 erano state soprannominate “le sette sorelle“, col tempo sono diventate un po’ meno) sigillando ogni possibile pertugio al romantico inserimento di un’outsider.

Una sorpresa proprio come quel magico Verona di Galderisi, Garella, Briegel, Tricella ed Elkjaer, capace di precedere in classifica il Torino di Radice, l’Inter di Castagner, la Sampdoria di Bersellini, ma soprattutto il Milan del Barone Liedholm, la Juventus di Trapattoni e Platini, la Roma di bomber Pruzzo e il Napoli di Maradona. Un’annata storica, quasi irripetibile.

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E invece, qualche anno dopo, fu la Sampdoria di Boskov e del presidente Mantovani ad iscrivere per la prima volta il suo nome nell’albo d’oro. Quella era una squadra sbarazzina, traboccante di talento, che non si limitava ai gemelli del gol Vialli e Mancini, ma che annoverava tra le proprie fila giocatori che hanno continuato a far la storia del nostro calcio (da Pagliuca a Vierchowod, da Dossena a Cerezo, da Lombardo a Branca).

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Nel quarto di secolo seguente più nulla, con il tricolore che si è “limitato” a fare la spola tra Milano (sponda rossonera e nerazzurra) e Torino (Juventus), con due brevissime variazioni geografiche sul tema, facendo capolino a Roma (sponda giallorossa e biancoceleste): e se quest’anno fosse la volta buona per interrompere il “triumvirato”? Difficile dirlo adesso che siamo solo all’inizio, ma qualche segnale il campionato lo sta seminando: nell’ultima giornata, per esempio, Juventus e Milan hanno perso ulteriore terreno, si è fermata a cinque la striscia vincente dell’Inter, sinora comunque mai convincente nonostante i 15 punti, e solo Roma e Lazio sono tornate alla vittoria, dopo un inizio molto complicato.

La classifica vede così la Fiorentina tornare in prima posizione a 17 anni dall’ultima volta (sia pure a pari merito con i nerazzurri), seguita dal Torino “hipster” di Ventura, dal sempre più sorprendente e ancora imbattuto Sassuolo di Di Francesco, dalle già citate Lazio e Roma e ancora dal Chievo. Più che una classifica “reale”, con tutto il rispetto per le formazioni citate, sembra uno di quei tornei in cui sei costretto a riavviare il pc perché ti hanno esonerato a Football Manager; potrebbe essere, invece, il segnale di una stagione “strana”, pronta a raccontare una favola nuova e destinata a restare negli annali del calcio, esattamente come le due citate poc’anzi.

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Chi potrebbe, dunque, raccogliere una simile eredità? Con le big che giocano al “ciapa-no“, quale potrebbe essere quella giusta per lo scudetto? Continuasse così, la Fiorentina di Paulo Sousa sarebbe una seria candidata al titolo. Gli altri due tricolori della storia dei viola risalgono agli anni ’50 e ’60, ma il gruppo messo insieme dai Della Valle sembra umile il giusto e pronto a stupire, come già fatto domenica sera a San Siro. E se non fossero loro, beh il Napoli, con i tifosi pronti a riscrivere sulle mura del cimitero “E non sanno che si so persi“, a 26 anni dal secondo e ultimo scudetto vinto con Maradona. L’intera città non vede l’ora di impazzire, trascinata dalle magie di un altro argentino, Higuain,e dai dettami tecnici di quel Sarri che rappresenta, già di per sé, una storia che riconcilia con il calcio, per via di un esordio in A a 55 anni, l’approdo in una big a 56, la meritocrazia al potere, la classe operaia che va in paradiso.

Meno pronosticabili eventuali successi del Torino o della Sampdoria di Zenga, destinate a pagare qualcosa in termini di esperienza, ma che spettacolo sarebbe anche per i non tifosi una stagione così pazza?

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Anthony Martial festeggia uno dei due gol realizzati contro il Southampton.

Nelle prime due settimane di settembre, complice anche la pausa per le Nazionali, in Inghilterra si è dato grosso risalto all’ultimo colpo di mercato del Manchester United, l’acquisto di Anthony Martial dal Monaco. Il clamore mediatico non è arrivato per le qualità del giocatore, che pure sono evidenti, ma bensì per il prezzo che i Red Devils hanno pagato per portarlo via dal Principato: cinquanta milioni di euro subito più altri trenta maturabili tramite dei bonus (ci sono varie versioni sulle clausole e non è chiaro quanto siano difficili da raggiungere). Contando solo la parte fissa, il diciannovenne di Massy è stato il quarto trasferimento più caro dell’ultima sessione di calciomercato, dietro Kevin De Bruyne, Ángel Di María e Raheem Sterling, perciò la domanda sorge spontanea: vale davvero tutti quei soldi, considerato che solo due anni fa il Lione l’aveva ceduto per cinque milioni di euro? La risposta la dà il campo, e l’inizio è incoraggiante.

12 settembre 2015, a Old Trafford si gioca Manchester United-Liverpool, una delle partite più sentite in Inghilterra. Martial parte dalla panchina, debutta al 65′ sul punteggio di 1-0. Raddoppia Ander Herrera su rigore, Benteke dimezza lo svantaggio con una splendida rovesciata: ci sarebbero sei minuti di sofferenza per lo United, ma Martial decide di prendersi la scena nella maniera migliore possibile. Ashley Young lo serve sulla sinistra, lui si accentra e appena dentro l’area disorienta Škrtel con un gioco di gambe sublime presentandosi solo davanti a Mignolet, battuto con un destro piazzato sul palo lontano.

È il miglior biglietto da visita per il ragazzo da cinquanta milioni di sterline, e non è finita qui perché la settimana dopo fa anche meglio, con una doppietta nel 2-3 in casa del Southampton, mettendo in mostra nei due gol ai Saints la sua grande abilità nel dribbling sullo stretto e una freddezza notevole davanti alla porta. Contro l’Ipswich Town in Capital One Cup non si smentisce e ne fa un altro: quattro gol nelle prime quattro partite, indizio niente male sul suo valore.

L’inizio in Inghilterra è stato sfavillante, ma anche in Francia era stato così devastante? Non proprio. Aveva fatto bene, questo sì, ma nelle settanta presenze con la maglia del Monaco era andato a segno quindici volte, con la media di un gol ogni 251′. Nei due anni a Monte-Carlo è però cresciuto notevolmente, nel primo ha imparato da Radamel Falcao giocando solo qualche spezzone di partita, mentre nel secondo, complice la cessione del colombiano, è diventato titolare chiudendo con nove reti in trentacinque partite di Ligue 1, miglior marcatore dei monegaschi assieme a Bernardo Silva.

Il Manchester United ha visto in lui doti notevoli: è un centravanti forte fisicamente, a cui piace partire sull’out di sinistra per poi accentrarsi sfruttando l’ottima velocità, sa muoversi benissimo in area ed è glaciale nella finalizzazione, qualità di tutto rispetto per uno che farà vent’anni il prossimo 5 dicembre. Può ancora migliorare su diversi aspetti, dal colpo di testa agli assist, dovesse perfezionare anche queste caratteristiche diventerebbe uno dei migliori attaccanti al mondo.

Giudicando solo quanto fatto vedere fino al 31 agosto, non si può dire che a oggi valga davvero ottanta milioni di euro, ed è corretto far notare che la cifra spesa dal Manchester United sia stata dettata anche dall’urgenza di trovare un centravanti dopo un inizio di stagione con pochi gol segnati e le partenze di Falcao, Hernández e van Persie.

È diventato il teenager più pagato della storia del calcio, un’etichetta pesante che però pare non creargli nessun problema e anzi sembra lo stia motivando ulteriormente, per dimostrare di valere tutti quei soldi e diventare una colonna del club come Wayne Rooney o i tanti numeri 7 della storia dei Red Devils. A neanche vent’anni ha tutta la carriera davanti e dà l’impressione di poter sfondare anche in Premier League e in Nazionale maggiore, dove ha esordito lo scorso 4 settembre (quindi dopo il trasferimento record), perciò non è da escludere che in un futuro prossimo la cifra del suo cartellino non sia più ritenuta un’esagerazione.