CALCIO

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Cruzeiro x River Plate BELO HORIZONTE, MG - 05/27/2015: X CRUISE RIVER PLATE - Mora River Plate during the match between Cruzeiro vs. River Plate, valid for the Libertadores Cup, held in legume. (Photo: Daniel Oliveira / FotoArena) PUBLICATIONxNOTxINxBRA DanielxOliveira Cruzeiro X River Plate Belo Horizons MG 05 27 2015 X Cruise River Plate Mora River Plate during The Match between Cruzeiro vs River Plate Valid for The Libertadores Cup Hero in legume Photo Daniel Oliveira Fotoarena PUBLICATIONxNOTxINxBRA DanielxOliveira

Il calcio sudamericano non conosce soste: sono passati appena dieci giorni dalla finale di Copa América che ha consacrato il Cile sul tetto del nuovo mondo, ma il cucchiaio di Alexis Sánchez è già ampiamente superato. I campionati sono infatti già ripresi (il Brasileirão a dire il vero non si è mai fermato) e nella notte tra martedì e mercoledì, alle 2 ora italiana, prendono il via anche le semifinali di Copa Libertadores, con l’andata di River Plate-Club Guaraní seguita venticinque ore dopo da Internacional-Tigres. Saranno quattro settimane ad alta intensità nelle quali si definirà il campione sudamericano per club, ossia la squadra che diventerà la principale sfidante del Barcellona nel Mondiale di dicembre, e a giudicare da come le quattro semifinaliste si presentano alla ripresa del torneo il pronostico appare decisamente incerto.

VALORI RIMESCOLATI

Complice la pausa per la Copa América il mercato ha cambiato decisamente le carte in tavola. Se dopo i quarti si pensava che Internacional e River Plate fossero le favorite per andare in finale adesso non può più essere così, perché nel frattempo i Tigres, avversari dei brasiliani, hanno condotto una campagna acquisti faraonica con lo scopo di diventare la prima squadra messicana (e non sudamericana) a vincere la Copa Libertadores: ad arricchire una rosa già ottima guidata dal Tuca Ferretti sono arrivati Jürgen Damm, scattante esterno ex Pachuca cercato anche della Roma, Ikechukwu Uche, punta proveniente dal Villarreal, il nazionale Javier Aquino e soprattutto André-Pierre Gignac, ingaggiato a parametro zero dal Marsiglia e accolto all’aeroporto da una folla in delirio. Il River Plate non è stato a guardare: a Buenos Aires si sono compiuti i grandi ritorni di Lucho González e Javier Saviola, ai quali si sono aggiunti Lucas Alario, l’ex Palermo Nicolás Bertolo e la meteora milanista Tabaré Viudez, che però potra giocare solo dopo la cessione di Teófilo Gutiérrez (Sporting?).

André-Pierre Gignac posa con un classico sombrero messicano nel suo primo giorno da giocatore dei Tigres.
LO STATO DI FORMA

L’Internacional è la squadra più rodata delle quattro, perché ha continuato a giocare durante la Copa América dato che il Brasileirão non si è fermato. Il club di Porto Alegre ha però perso le prime tre partite di luglio, tornando al successo nel weekend contro il fanalino di coda Joinville, e almeno per l’andata rischia di fare a meno degli acciaccati Alisson (portiere), Juan (l’ex Roma) ed Eduardo Sasha (attaccante), mentre ci saranno Andrés D’Alessandro e l’ex Lione Lisandro López oltre al giovane Valdívia, omonimo del cileno. I Tigres sono senza gare ufficiali dal ritorno dei quarti con l’Emelec ma come detto puntano molto sui volti nuovi, tutto il contrario del Club Guaraní che conferma la stessa rosa di maggio, compreso il bomber Federico Santander che ha prolungato di un mese il prestito dal Copenaghen. Il River Plate è un’incognita: due pareggi alla ripresa del campionato, lo scialbo 0-0 in casa del Tigre e l’1-1 contro il modesto Temperley sono un campanello d’allarme, con alcuni giocatori di spicco (tra cui pure Javier Saviola) ben lontani da una condizione accettabile.

LE PRECEDENTI PARTITE

Gli stravolgimenti dell’ultimo mese e mezzo non possono dare una favorita ma il meccanismo con cui è strutturata la Copa Libertadores fa valere eccome quanto fatto ai gironi. I Tigres sono stati la seconda migliore squadra della prima fase, dietro solo al Boca, con 14 punti nel Gruppo 6 davanti proprio al River Plate, peggior seconda e qualificata grazie al successo dei messicani all’ultimo turno contro il Juan Aurich. Agli ottavi i Tigres hanno battuto l’Universitario Sucre e ai quarti l’Emelec sempre soffrendo molto, mentre i Millonarios hanno superato il turno a tavolino contro il Boca Juniors nel Superclásico della vergogna e fatto fuori il Cruzeiro dopo aver perso l’andata in casa (0-3 il ritorno al Mineirão). Il Club Guaraní è la grande sorpresa, avendo eliminato prima il Corinthians agli ottavi e poi ai quarti la squadra che aveva vinto il suo girone, il Racing di Diego Milito: l’Internacional dovrà quindi stare attento ed evitare rischi come nei quarti con l’Independiente Santa Fe (qualificazione in extremis), mentre invece nel derby agli ottavi aveva prevalso bene sull’Atlético Mineiro.

L'ex romanista Juan esulta dopo il gol del vantaggio in Internacional-Independiente Santa Fe, quarti di Copa Libertadores.
IL PROGRAMMA

River Plate-Club Guaraní apre l’andata delle semifinali alle 2 di notte (ora italiana) fra martedì 14 e mercoledì 15, ritorno in Paraguay allo stesso orario della notte fra il 21 e il 22. Internacional-Tigres invece si gioca ancora più tardi, alle 3 di notte, fra mercoledì 15 e giovedì 16 in Brasile e fra mercoledì 22 e giovedì 23 in Messico. In caso di parità al 90′ del ritorno si va subito ai rigori senza i supplementari, che invece si giocheranno nel ritorno della finale dove il gol in trasferta non vale doppio. Dovesse qualificarsi il Tigres la finale d’andata si giocherebbe obbligatoriamente in Messico, perché il torneo non può essere assegnato fuori dal Sud America, e ai Mondiali per club ci andrebbe l’altra finalista, in quanto i messicani partecipano alla Copa Libertadores da invitati. Chiarite le differenze con il calcio europeo e le nuove gerarchie della vigilia adesso il testimone passa al campo: da stanotte riparte la caccia al trofeo più ambito del fútbol sudamericano.


Pronostici Betclic

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Roberto Mancini, Assane Gnoukouri e Mateo Kovačić in allenamento nel ritiro dell'Inter a Brunico.

Dopo quattro stagioni fallimentari e un’altra mancata qualificazione alle coppe europee, l’Inter sembra aver ripreso a fare la voce grossa, quantomeno in sede di calciomercato. Gli acquisti delle ultime settimane, su tutti Kondogbia strappato al Milan, hanno ridato ai nerazzurri quel ruolo di primo piano abbandonato dopo il Triplete del 2009-2010, quando la rosa che aveva vinto tutto con José Mourinho fu confermata in blocco per questioni di riconoscenza e Fair Play Finanziario, avviandosi a un’inevitabile fine del ciclo. Nonostante una serie di operazioni di basso profilo, l’Inter non è riuscita a evitare le sanzioni dell’UEFA: il passivo di bilancio è sempre rimasto ben oltre i limiti consentiti fra il 2011 e il 2014, ma ora la situazione inizia a migliorare, anche grazie alla riorganizzazione societaria voluta da Thohir.

IL PASSAGGIO DA MORATTI A THOHIR

Il 15 ottobre 2013 è stata la data spartiacque della storia recente dell’Inter, con il passaggio del 70% delle quote societarie da Massimo Moratti all’International Sports Capital, ossia al magnate indonesiano Erick Thohir. Nel suo primo anno e mezzo di presidenza, il nuovo numero uno ha intrapreso un processo di ristrutturazione della società, obbligatorio dato il dissesto finanziario e la pessima gestione sportiva degli ultimi anni: sono state inserite diverse nuove figure nell’organigramma con un profilo internazionale, dall’Amministratore Delegato Michael Bolingbroke e il Direttore dell’Area Amministrativa Michael Williamson, che hanno permesso a Thohir di delegare le sue funzioni e non dover essere sempre presente a Milano, dove comunque viaggia mensilmente. La risistemazione dei vertici societari è un tassello importante per tornare ai vertici, ma i risultati si ottengono sul campo, dove finora non ci sono stati grossi miglioramenti.

CALCIOMERCATO PRE-THOHIR: GLI ERRORI DI MARCO BRANCA

Per quasi undici anni il mercato è stato seguito da Marco Branca, autore di colpi di assoluto rilievo serviti per costruire la squadra del Triplete ma diventato il principale responsabile degli ultimi fallimenti, con varie sessioni di calciomercato oggettivamente disastrose. Nel 2011, ceduto Samuel Eto’o all’Anzhi, sono arrivati Diego Forlán (preso per giocare la Champions League senza rendersi conto che avendo disputato un preliminare di Europa League con l’Atlético Madrid non poteva essere inserito nella lista UEFA) e Mauro Zárate, il cui rendimento è stato molto al di sotto le aspettative; nel 2012-13 è stato svenduto Wesley Sneijder per problemi contrattuali, Júlio César ha rescisso il contratto ricevendo una buonuscita e le operazioni rivedibili di gennaio hanno portato a un grosso indebolimento della rosa, poi accentuato da diversi infortuni. Con l’arrivo di Walter Mazzarri in panchina la situazione non è cambiata: tra gli acquisti sbagliati spicca Ishak Belfodil, un flop totale valutato con il Parma 5.750.000€ per la metà più l’intero cartellino di Antonio Cassano.

Marco Branca presenta Ezequiel Schelotto e Zdravko Kuzmanović, un'emblema del mercato fallimentare dell'Inter negli ultimi anni.
LA PROMOZIONE DI PIERO AUSILIO E LE NUOVE STRATEGIE

L’8 febbraio 2014 l’Inter ha risolto il contratto con Marco Branca sostituendolo con Piero Ausilio, già da diversi anni nello staff. Il lavoro del nuovo DS non è stato affatto semplice: c’era da costruire una squadra, di fatto, da zero e senza i soldi della Champions, cosa che ha reso necessaria una strategia basata soprattutto su prestiti con obbligo di riscatto e acquisti con pagamenti rateizzati, in modo da spalmare i costi dei giocatori in più anni e non gravare troppo sul bilancio attuale. Il mercato 2014-15 non si può certo definire azzeccato, perché molti sono già andati via o rischiano il taglio (persino Santon e Shaqiri, arrivati solo a gennaio). In questo senso ha pesato anche il cambio di allenatore, con il passaggio tra Mazzarri e Mancini avvenuto il 14 novembre 2014. Adesso Ausilio può trattare giocatori di livello superiore, richiesti espressamente dal tecnico jesino che a gennaio ha potuto effettuare solo delle correzioni su un’ossatura già stabilita, e a giudicare da quanto fatto sinora la strada intrapresa potrebbe essere quella giusta.

LE PRIME IMPRESSIONI SULLA STAGIONE 2015-2016

Geoffrey Kondogbia, João Miranda, Martín Montoya e Jeison Murillo: da questi volti nuovi l’Inter riparte per cercare quella qualificazione in Champions League vitale anche per mettere in ordine le finanze della società, e ai quattro nomi già ufficializzati se ne aggiungeranno altri (Salah? Perišić?) che dovranno essere d’aiuto per raggiungere l’obiettivo prefissato, così come sarà certamente utile il ritorno di Dejan Stanković, stavolta nello staff come Club Manager. I nerazzurri vogliono tornare ai fasti di un tempo: i primi riscontri, a un mese e mezzo dall’inizio della Serie A, appaiono positivi e l’entusiasmo dei tifosi, in calo come dimostrato dalle presenze al Meazza, comincia a riaffiorare. È obbligatorio che l’Inter tenga bene in mente i tanti errori del passato, in modo da non ripeterli e soprattutto da impostare il mercato su basi diverse, con scelte oculate e sensate anziché frutto dell’improvvisazione e di un progetto puntualmente smentito a pochi mesi di distanza, oltre che riuscire a vendere i tanti giocatori in esubero ancora sotto contratto.

La presentazione di Geoffrey Kondogbia, nuovo acquisto dell'Inter.

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Mentre il calciomercato latita, il merchandising delle magliette da calcio continua a mantenersi ai massimi livelli, se non altro per quanto riguarda le novità. Non è un business semplice, soprattutto in Italia, per gli sponsor tecnici e per le società: da un lato un prodotto che costa mediamente sui 70-80 euro, dall’altro la necessità di innovare e proporre soluzioni differenti dalla stagione precedente, senza perdere di vista la tradizione. Prendiamo il caso dell’Inter, che ha praticamente costretto i propri tifosi ad un anno di purgatorio, con una maglia molto bella esteticamente ma che nulla aveva a che fare con la storia del club. Si rifaranno (gli occhi) quest’anno, visto che la Nike propone un deciso ritorno al passato, con le tradizionali strisce verticali sottili e una seconda maglia che rievoca quella dello scudetto dei record, indossata da Aldo Serena, Lothar Matthäus e Ramon Diaz.

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Per una grande che torna “strisciata”, altre due big che lo rimangono, ma con un design diverso, made in Adidas. Se il Milan sceglie delle strisce classiche e un omaggio a Expo, la maglia si chiude infatti con un bordo nero in cui è presente un tag con la bandiera dell’Italia e un richiamo ai colori dell’esposizione universale, la Juventus cambia e si affida al nuovo sponsor tecnico che le regala una divisa più simile a quella del Newcastle (storicamente Adidas) che a quella della Vecchia Signora. Ma è solo una questione di abitudine: Adidas punta tantissimo anche sulla seconda maglia, che per questa stagione torna rosa come l’originale storica maglia della squadra piemontese.

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Molto bella anche la maglia del portiere che ricorda quella indossata da Zoff. Interessante fare un punto sull’abbinamento con pantaloncini e calzettoni, anche questo soggetto a cambiamenti negli anni. L’Inter e Nike scelgono il total black, la Juventus conferma il total white (alcune stagioni sono state disputate con il nero) e il Milan ha già scelto, per le partite casalinghe, il pantaloncino bianco. Resta da capire come saranno i calzettoni, se un rimando alla tradizione (neri) o al Milan più vincente della storia, quello di Arrigo Sacchi e degli olandesi.

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La geografia degli sponsor tecnici cambia, soprattutto al vertice. Se la Nike ha dominato gli ultimi campionati grazie proprio alla Juventus e alla Roma, da quest’anno resta sulle maglie di Inter, Atalanta, Roma e Verona in Serie A, mentre in B ci sarà la novità del Bari e in Lega Pro verrà confermato il Venezia. Passa appunto ad Adidas la Juventus, che insieme al Milan sarà l’unica, nel calcio professionistico, a potersi fregiare della sponsorship tedesca. Particolari che fanno pensare: indubbiamente l’investimento degli sponsor tecnici sui campionati italiani è al ribasso. A farla da padrone sono infatti marchi come Errea, Legea, Givova e Macron, oltre a Joma, che fino a un decennio fa non esistevano o non si vedevano sui campi professionistici. Esisteva invece la Umbro, acquisita dalla Nike, che dominava la scena con le maglie di Inter, Parma, Napoli, Lazio e tante altre e che adesso deve accontentarsi del Monza.

C’è in realtà un’altra ragione, oltre quella meramente economica, e per spiegarla basta citare l’esempio del Napoli. La squadra del presidente De Laurentiis ha scelto Robe di Kappa, di fronte ad un’offerta di Nike per un motivo molto semplice: Nike concede alle squadre che reputa “di seconda fascia” dei template standard, non negoziando nessuna personalizzazione. Il Napoli ha venduto negli anni passati tantissime maglie da trasferta grazie alle intuizioni del suo presidente: prima il camouflage, poi il jeans, e per questo motivo si è giunti all’accordo con Kappa. Le indiscrezioni sulla seconda maglia del Napoli parlano di un ritorno al rosso, quello giù utilizzato da Careca e Maradona negli anni ’90. Cambio di sponsor tecnico anche per la Sampdoria, che passa a Joma, per il Sassuolo che approda a Kappa e per la Fiorentina che sposa il progetto di Le Coq Sportif, già partner dell’Italia ai Mundial, nel 1982.

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Lazio e Roma non cambiano tantissimo, anche se i biancocelesti, avendo giocato la seconda parte della stagione scorsa con la maglia del -9 in B, tornano al celeste, stavolta sfumato. Maglia, peraltro, già indossata nella finale di Coppa Italia contro la Juventus. La Roma omaggia i centurioni con un nuovo colletto e con una seconda maglia con intarsi oro. Una grande novità riguarda nomi e numeri che tornano ad essere gialli e sullo sfondo mostrano le meraviglie architettoniche di Roma, le sue strade e i suoi quartieri.

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Perdono qualche colpo Asics e Lotto, che hanno sempre avuto un ruolo molto importante nei nostri campionati e restano invece con pochissime società. Per concludere diamo un’occhiata all’estero dove le maggiori novità sono rappresentate da due club che hanno disputato la semifinale di Champions: il Barcellona e il Bayern Monaco. I catalani andranno contro la tradizione: Nike infatti proporrà per questa stagione una maglia a strisce orizzontali. Il Bayern invece, ogni anno, stupisce per la capacità di passare dai colori della Baviera a quelli della storia del club. In sostanza alterna il rossoblu con il rosso monotòno. Accantonata la divisa a strisce verticali blu e rosse, ecco la novità di questa stagione: una maglia tutta rossa, ma con due tonalità differenti di colore. Il rosso scuro fa parte della storia delle divise del club sin dalle sue origini ed il mix delle due tonalità ricorda i completi indossati negli anni ’60.

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Anche quest’anno ne vedremo delle belle e scopriremo se i tifosi apprezzeranno le nuove maglie acquistandole e indossandole allo stadio. Pratica molto diffusa all’estero e poco da noi in Italia. Vuoi per la crisi economica, vuoi perché ci sono tantissime contraffazioni vendute serenamente fuori dagli stadi, vuoi perché non è nostra abitudine indossare le maglie dei campioni per andare a vedere una partita allo stadio. Di sicuro questa (mancata) abitudine ha portato a perdere molti soldi dagli sponsor tecnici, basti pensare che l’Adidas pagherà al Manchester United quattro volte la cifra che verserà nelle casse della Juventus. Ma questa è un’altra storia. Buon campionato e buon merchandising a tutti!

Per le foto si ringrazia il sito passionemaglie.it sempre all’avanguardia per quanto riguarda il design del calcio e la storia dell’abbigliamento calcistico.

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Il profumo di una nuova stagione di Serie A comincia a spandersi nell’aria e a noi calciofili non resta che contare le ore che ci separano dal primo calcio d’inizio in programma a fine agosto, consolandoci con il calciomercato e l’analisi dei delle nuove squadre che stanno nascendo. Per fortuna l’ora X dei primi ritiri pre-stagionali è ormai scattata. Puntuale ai nastri di partenza, è stata la Sampdoria ad abbandonare per prima lettino e bagnasciuga per cominciare a preparare il preliminare di Europe League, in programma a fine luglio. Gli uomini di Zenga, che hanno già sostenuto due gare amichevoli, resteranno a Ponte di Legno sino all’11 luglio, per poi spostarsi a Pinzolo dal 14 al 29.

Relax a quasi 2.000 metri. #PontediLegno. #vivilasamp #WeAreReady

Una foto pubblicata da U.C. Sampdoria (@unionecalciosampdoria) in data:


È già al lavoro da giorni anche la nuova Inter di Mancini, a Riscone di Brunico fino al 15 luglio per poi partire alla volta di un’altra ricca tournée estiva in Cina dove, dal 25 al 27 luglio, prenderà parte all’International Champions Cup 2015 con Milan e Real Madrid (esordio il 25, nello stadio Longgang di Shenzhen, proprio contro i rossoneri). A proposito della nuova squadra di Mihajlovic: niente ritiro in montagna. Come da qualche anno a questa parte, lavorerà sodo a Milanello fino al 21 luglio, prima della partenza in Cina. Andrà in Australia e poi in Indonesia a partire da metà del mese, invece, la Roma di Garcia che nel frattempo è al lavoro a Pinzolo, in attesa di maggiori novità dal mercato.

Ha preso il via lunedì 6 luglio anche la stagione dell’Udinese, che per la prima volta resterà in sede sino a fine mese. Dal 7 è invece la volta della Fiorentina, a Moena sino al 19 e poi in partenza per New York, dove il 21 disputerà una prestigiosa amichevole con il Paris Saint-Germain. Pre-ritiro in sede anche per Carpi e Verona, con la prima che si dividerà tra Valdaora (dal 12 al 24 luglio) e Urbino (dal 26 al 1 agosto) e la seconda al lavoro dall’11 al 26 luglio a Racines. I “cugini” del Chievo cominceranno a lavorare, invece, l’8 (e fino al 25) a San Zeno di Montagna; idem il Bologna che ha suddiviso il programma in tre tranche: in sede a Casteldebole fino all’11, a Castelrotto dal 12 al 27 e a Sestola dal 1° all’8 agosto. Suddiviso in quattro momenti, invece, il ritiro del Palermo: 8-9 luglio a Coccaglio, 10-19 in Austria nella consueta sede di Bad Kleinkircheim, dal 21 al 2 agosto a Ponte di Legno e dal 6 al 12 agosto a Storo.

Completano il quadro il Sassuolo a Malles dall’8 al 25 luglio e a Carpineti dal 28 al 9 agosto; la Lazio dal 9 al 18 ad Auronzo di Cadore; l’Atalanta in sede dal 9 all’11 luglio e Rovetta dal 12 al 1° agosto; il Napoli dall’11 al 29 luglio a Dimaro; il Torino dal 12 al 26 a Bormio e dal 29 al 6 agosto a Chatillon; il Genoa dal 13 al 25 a Neustift; la Juventus dal 16 al 2 agosto a Vinovo. Chiude il neo-promosso Frosinone, alla prima storica partecipazione in Serie A, dal 18 luglio al 1° agosto a San Donato Val di Comino.

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Andrea Pirlo ha detto stop. Con il campionato italiano, non con il calcio. Il regista bresciano proseguirà infatti la sua carriera in Major League Soccer, con la franchigia di New York. La storia di Pirlo nel calcio che conta è densa di momenti importanti, dall’esordio alle Champions vinte con il Milan ai quattro scudetti consecutivi con la Juve, passando per il Mondiale del 2006 con l’Italia.

I SOPRANNOMI

Per descrivere Pirlo dobbiamo partire dai soprannomi. Ne ha avuti tanti, quasi quanto le standing ovation da tifosi che contano (tipo quelli del Santiago Bernabeu). L’hanno chiamato il Metronomo bresciano, l’Architetto, il Professore, Mozart, il Maestro. Così è stato salutato sul sito della Juventus appena è stato ufficializzato il suo trasferimento negli Stati Uniti.

IL FALLIMENTO NELL’INTER

Dopo aver iniziato con il Brescia, a soli 19 anni Pirlo ha la grande occasione: viene ingaggiato dall’Inter. Gioca 18 partite, partendo spesso dalla panchina. I nerazzurri cominciano a pensare di aver puntato sul cavallo sbagliato e lo prestano l’anno dopo alla Reggina (28 match e 6 reti). Torna a Milano, ma ancora una volta si ritrova ai margini. A gennaio, l’Inter cede Pirlo in prestito nella sua Brescia. E qui arriva la prima svolta nella carriera del Professore.

DA TREQUARTISTA A REGISTA

Paragonato a Gianni Rivera, all’inizio Andrea Pirlo gioca da trequartista, dietro alle punte. La prima svolta a Brescia, dove Carlo Mazzone lo sposta a fare il regista davanti alla difesa. Qui può esprimere tutte le sue qualità: visione di gioco, pensiero veloce, lanci con destro e sinistro, verticalizzazioni e calci piazzati. Ha pure il dribbling. A Brescia trova come compagno di squadra Roberto Baggio, da cui impara ciò che gli manca (poco, in realtà). Proprio la presenza del Divin Codino obbliga Carletto a schierare Pirlo in un’altra posizione: mossa comunque vincente. Il Brescia, grazie soprattutto ai due artisti, chiuderà al settimo posto.

IL MILAN CI CREDE

Nonostante si cominci a parlare di un Pirlo bravo solo in provincia, il Milan di Carlo Ancelotti decide di credere in lui. Costa come un big, però: 35 miliardi di lire. Gli infortuni di Gattuso e Ambrosini convincono l’allenatore e il giocatore che si può riprovare a giocare davanti alla difesa. Il 30 marzo del 2001 arriverà la prima rete in campionato, con il Diavolo, su calcio di punizione contro il Parma. Il 28 aprile arriva la seconda segnatura. L’anno seguente, il 2002-2003, il Milan si presenta con l’albero di Natale. Il 17 novembre arriverà la prima doppietta di Pirlo (due rigori).

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COPPA ITALIA E CHAMPIONS

Pirlo è ormai titolare indiscusso. Vince la Coppa Italia 2002/2003 e poi si aggiudica pure la Champions League a Manchester contro la Juventus, pur uscendo dal campo al 71′. La stagione lo vede in campo 42 volte, con nove gol all’attivo, il suo record personale in una stagione. Parreira lo consacra: “In questa posizione, è lo Zico davanti alla difesa”. Diventa punto fermo anche in Nazionale.

SUPERCOPPA E SCUDETTO

Il Milan di Ancelotti vince tanto. Pirlo è il regista. Proprio alla Rivera. Vince la Supercoppa europea contro il Porto, ma perde l’Intercontinentale contro il Boca Juniors, sbagliando uno dei rigori decisivi. Chiude la stagione con un altro ottimo bottino (44 presenze e otto reti), ma soprattutto con il suo primo scudetto, il 17esimo del Milan.

DA ISTANBUL A BERLINO

Tra il 2005 e il 2006, Pirlo vive probabilmente i momenti più belli e più brutti della sua carriera da calciatore. A Istanbul, in Champions League, il Milan chiude il primo tempo sul 3-0 contro il Liverpool, ma nella ripresa avviene l’impensabile. I Reds rimontano e poi vincono ai rigori. Ancora una volta, dal dischetto, il regista bresciano non sarà abbastanza freddo. La Champions sfugge clamorosamente al Milan e a Pirlo. E più avanti dirà che aveva pensato di smettere.

Invece, prosegue. Segna quattro gol su punizione in campionato, segna pure in Champions. In estate ci sono i Mondiali in Germania. Marcello Lippi costruisce l’Italia sulla regia e i piedi di Andrea. Proprio da un suo assist, nella semifinale contro i padroni di casa della Germania, arriverà il gol di Grosso (poi replicato da Del Piero) che qualificherà gli azzurri alla finale. A Berlino, contro la Francia, l’apoteosi dal dischetto. Pirlo diventa campione del mondo.

GLI ULTIMI ANNI AL MILAN

Milan penalizzato per Calciopoli. Milan rinato e addirittura in grado di andare a giocare un’altra Champions, di nuovo al cospetto del Liverpool. Pirlo e Inzaghi sono i protagonisti del successo. La delusione di Istanbul è ormai dimenticata. Andrea è ormai il simbolo del Milan. Vince la Supercoppa europea e la Coppa del mondo. Le sue punizioni ‘maledette’ sono un marchio di fabbrica. Nessuno riesce a fermarle.

Eppure, un infortunio nel 20008/2009 toglie il regista dal campo per un paio di mesi. All’inizio del 2009/2010, Ancelotti va al Chelsea e Pirlo è sul punto di seguirlo. Alla fine, rimane, su preciso ordine di Silvio Berlusconi. Ancora gli infortuni condizionato il Maestro, che festeggia lo scudetto ma ha capito che la Società non crede più in lui. Con il Diavolo, in dieci anni, 401 partite ufficiali e 41 reti. In bacheca, due Champions, una Coppa del mondo per club, due scudetti, 2 Supercoppe europee, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana.

ARRIVA LA JUVE

Dopo due settimi posti, la Juve cambia. In panchina arriva Antonio Conte che come prima richiesta indica Pirlo. E’ disponibile a parametro zero. Il Milan sorride: gli abbiamo dato un bidone. La Juve costruisce su di lui il ciclo vincente. Un quadriennio di scudetti, una Coppa Italia, la finale di Champions League persa, due Supercoppe italiane. Pirlo segna e fa segnare (suo l’assist per il primo gol allo Juventus Stadium di Stephan Lichtsteiner).

La prima stagione è subito scudetto. Il secondo consecutivo, con due squadre diverse (cosa riuscita soltanto ad altri cinque giocatori). Chiude l’anno con 13 assist e tre gol in campionato). L’Aic lo premia come il migliore in assoluto. Negli anni successivi, arriveranno sigilli belli e decisivi (contro la Fiorentina, nel ritorno degli ottavi di Europa League e a Genova contro il Genoa, entrambe le volte su calcio di punizione); contro il Torino nel derby vinto a tre secondi dal termine nell’ultima stagione.

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Era la finale annunciata da prima dell’inizio del torneo, e ora è diventata realtà. Cile e Argentina hanno dimostrato nelle tre settimane di Copa América di essere realmente le due nazioni più forti del calcio sudamericano, perciò la finale di sabato sera all’Estadio Nacional di Santiago non può che essere definita come il miglior epilogo possibile. Se quattro anni fa Uruguay-Paraguay era stata una grossa sorpresa, soprattutto per la presenza dell’Albirroja, stavolta i pronostici della vigilia sono stati ampiamente rispettati. Ma questo non vuol dire che il torneo sia stato monotono e prevedibile, perché chi ha seguito interamente la competizione a partire dalla notte fra l’undici e il dodici giugno si sarà reso conto di come il livello sia finalmente alla pari con quello europeo, con tanta intensità e qualche colpo proibito di troppo, comunque tipico per i canoni del fútbol sudamericano.

LA MARCIA VERSO SANTIAGO

Alla vigilia il gruppo delle favorite era composto da Argentina, Brasile, Cile e Colombia. Le due finaliste hanno confermato le aspettative, vincendo cinque delle sei partite giocate (anche se per la Selección il successo contro i colombiani ai quarti è arrivato solo ai rigori) e segnando il maggior numero di gol (tredici i padroni di casa, dieci gli argentini), mentre le altre due big sono andate incontro a un flop clamoroso, seppur di proporzioni differenti. Quasi inevitabile il tracollo dello della Seleção, in evidente crisi tecnica come mai era successo nella sua storia e con la mazzata della squalifica di Neymar che ha tolto le poche certezze al gruppo di Dunga, tanto che persino Thiago Silva ha regalato un rigore costato carissimo; meno annunciato quello dei Cafeteros, causato soprattutto dalla pessima condizione fisica di molti dei principali giocatori, su tutti gli irriconoscibili Juan Guillermo Cuadrado e Radamel Falcao. Complice il calo dell’Uruguay Cile e Argentina non hanno trovato avversari di pari livello nel loro cammino: ora devono dimostrare chi è veramente superiore.

Victor Caceres Lionel Messi during the match between Argentina vs Paraguay valid for the semifinal

LE DUE FINALISTE AI RAGGI X

La filosofia di gioco di Cile e Argentina nasce da un punto d’incontro comune: i due CT, Jorge Sampaoli e Gerardo Martino, sono entrambi legati a una delle principali figure del calcio sudamericano: Marcelo Bielsa; il primo ne è un devoto discepolo nella tattica e nei movimenti in panchina, il secondo è stato addirittura suo giocatore ai tempi del Newell’s Old Boys. El Tata, rispetto a Don Marcelo, ha uno stile di gioco meno appariscente, alla ricerca di un giusto equilibrio tra le due fasi. La scelta non sempre ha pagato (vedere il flop al Barcellona), ma ora il suo calcio pragmatico ma poco spettacolare è servito a unire una nazionale che aveva bisogno di consolidarsi. Sampaoli invece ha perfezionato il gioco dei suoi due predecessori, il già citato Bielsa e Claudio Borghi, puntando su intensità, pressing e strapotere offensivo, tattica risultata vincente nel 2011 quando vinse campionato e Copa Sudamericana con l’Universidad de Chile, squadra dove militavano cinque probabili titolari di sabato.

I CAMPIONI A CONFRONTO

Doveva essere la Copa América di Lionel Messi e Arturo Vidal, principali stelle delle finaliste. Per quanto riguarda Leo non si può dire che abbia deluso, perché nonostante un solo misero gol su rigore in sei partite, è stato molto utile con diversi assist e giocate per i compagni. Lo juventino ha iniziato da leader (tre gol nelle prime due uscite) salvo poi calare un po’ a seguito del noto incidente stradale dopo la gara col Messico. Accanto a loro sono sorte altre figure di rilievo, altrettanto decisive per conquistare la finale: su tutti spicca Jorge Valdivia, uno degli ultimi veri numeri 10 rimasti e catalizzatore della manovra della Roja, capace di giocate impensabili e illuminanti nonché dell’assist per il gol partita di Isla contro l’Uruguay: dovesse vincere il Cile, il premio di miglior giocatore del torneo non potrà che essere del Mago. Nell’Argentina è finalmente esploso Javier Pastore, dominatore assoluto nel 6-1 al Paraguay. E oltre al leader Javier Mascherano, ha fatto molto bene Sergio Agüero. Ci si aspettava di più da Ángel Di María, Alexis Sánchez e Carlos Tévez, ma c’è ancora una partita per tornare protagonisti.

Football Chile v Bolivia Copa America Championship 2015 Chile s player Jorge Valdivia control

Primo trofeo internazionale del Cile o quindicesima Copa América in bacheca per l’Argentina? Il pronostico è incerto. Forse l’Albiceleste ha qualcosa in più, anche facendo un paragone rispetto a com’era arrivata alla finale di un anno fa ai Mondiali (contro la Germania mancava Di María per infortunio e Messi non era al meglio), ma sarebbe scorretto dare il ruolo di sfavoriti ai padroni di casa, spinti dall’incessante supporto del pubblico (qualche maligno dice anche da degli arbitraggi benevoli e un calendario forse non casualmente favorevole). Dal 2001 il paese organizzatore non trionfa: in quel caso fu la Colombia, mentre l’Argentina è a secco addirittura dal 1993, quando fu trascinata da Gabriel Omar Batistuta. La rivalità fra i due paesi è forte e nasce ben oltre i confini calcistici, perciò c’è da aspettarsi un match teso e sentito non solo per l’alta posta in palio. Alle 22 (ora italiana) di sabato sera le luci si accenderanno su Santiago: è arrivata l’ora del verdetto.